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Helen Frankenthaler. Sea Change: A decade of paintings, 1974–1983

Gagosian è lieta di presentare a Roma una mostra di dipinti di Helen Frankenthaler, in concomitanza con l’esposizione dell’artista a Palazzo Grimani durante la Biennale di Venezia 2019.

Frankenthaler è da tempo riconosciuta come una delle più grandi artiste americane del Ventesimo secolo. Figura di punta della seconda generazione di pittori astratti americani del Dopoguerra, è famosa per il suo ruolo fondamentale nella transizione dall’Espressionismo Astratto al movimento Color Field. Con la sua invenzione della tecnica soak-stain, ha ampliato le possibilità della pittura astratta, rifacendosi a volte anche al figurativo e al paesaggio in modo unico.

Nell’estate del 1974 Frankenthaler affitta una casa a Shippan Point vicino a Stamford, nel Connecticut, affacciata sulle acque del Long Island Sound, segnando l’inizio di un importante periodo di cambiamento nel suo lavoro. La mostra, intitolata Sea Change, comprende dodici tele dipinte tra il 1974 e il 1983 fortemente influenzate dagli ampi panorami e dal movimento delle maree di questi nuovi paesaggi.

Una delle prime tele di quegli anni, Ocean Drive West #1 (1974), si riferisce esplicitamente all’oceano con le sue bande orizzontali fluttuanti, che sembrano arretrare di fronte a una distesa blu trasparente. In Jupiter (1976) e Reflection (1977), le pennellate sono dense e verticali, e sembrano essere sul punto di dissolversi. In entrambi questi dipinti, i colori caldi della terra sono in contrasto con il blu-verde acqueo, evocando l’incontro tra terra e acqua. Le tele di grande formato Tunis II e Dream Walk Red (entrambe del 1978), esprimono un forte senso di calore, con densi strati di rosso scuro, rosa, cremisi, terra di Siena e rosso scarlatto. In questo periodo Frankenthaler lavora sul concetto di “fare di più per ogni immagine,” per creare opere allo stesso tempo più complesse e complete.

In Feather (1976), Omen (1980) e Shippan Point: Twilight (1980) i colori si mescolano, si sovrappongono e si ripiegano l’uno nell’altro producendo sfumature morbide ed originali. I tocchi, i segni e i tratti di pigmento giallo di Omen preannunciano le successive tele orizzontali di dimensioni ambiziose: densi grumi e tracce di colore scuro su un fondo più chiaro in Sacrifice Decision (1981), o di colore chiaro su un fondo più scuro in Eastern Light (1982). Con Tumbleweed (1982), Frankenthaler inquadra questo approccio pittorico su un campo verde luminoso e compatto, allontanandolo dal riferimento ai valori atmosferici – di aria e acqua – per portarlo su un terreno più solido, come espresso dal titolo e dalla superficie verdeggiante.

La tela più recente in mostra, Silver Express (1983), testimonia il momento in cui Frankenthaler inizia a non pensare più all’acqua e immagina invece di spostarsi su una superficie piatta e resistente, in questo caso ai margini di uno spazio più urbano come la piazza. Il solido monocromo rosso è al contempo l’opposto e il risultato del processo iniziato con il fluido monocromo blu di Ocean Drive West #1. Una “specie di mare” torna sulla terraferma.

Helen Frankenthaler: Sea Change, quinta mostra di Frankenthaler presentata da Gagosian dal 2013, è curata da John Elderfield, Capo Curatore Emerito della sezione Dipinti e Sculture del Museum of Modern Art di New York, e consulente per i progetti speciali di Gagosian. La mostra sarà accompagnata da un catalogo illustrato con un saggio di Elderfield.

Dal 13 Marzo 2019 al 19 Luglio 2019

Roma

Luogo: Gagosian Gallery

Indirizzo: via Francesco Crispi 16

Curatori: John Elderfield

Sito ufficiale: http://gagosian.com

Della declinante ombra: Vincenzo Scolamiero al Museo Bilotti

Una pittura “evocativa, raffinata, sinestetica”. Una pittura che è anche poesia, musica, danza. Una pittura “solcata sempre da un vento malinconicamente inquieto che è prima di tutto soffio e respiro interiore”. Così è descritto dal curatore Gabriele Simongini il lavoro del pittore campano ma romano d’adozione Vincenzo Scolamiero, in mostra al Museo Carlo Bilotti di Roma fino al 9 giugno 2019.

Nella personale, intitolata Della declinante ombra, sono esposte le opere e le carte dell’artista. La mostra, ospitata in tutto il primo piano del Museo Bilotti e nella sala del Ninfeo al piano terra, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Roma, dove Scolamiero è docente di Pittura.

Le opere in mostra, alcune delle quali realizzate per l’occasione, appartengono a diversi cicli pittorici, a cui corrispondono le diverse sezioni dell’esposizione. Si tratta di quadri astratti, le cui forme sospese, misteriose e in divenire, sono però capaci di annullare ogni distinzione fra figurativo e non figurativo. Sono forme evocative, che conservano evidente memoria del gesto dell’artista, ma allo stesso tempo rimandano a immagini naturali come campi arati, deserti e foglie trascinate dal vento, o ancora ghiacci e paesaggi polari.

Quelle di Scolamiero sono opere fortemente intrise di poesia – come del resto si evince già dai titoli (“Lascia parlare il vento”, “Come l’aria alla terra legati”, “Ogni cosa ad ogni cosa ha detto addio” e soprattutto “Della declinante ombra”, da cui l’intera mostra prende nome) – il cui scopo è quello di isolare l’uomo moderno dalla troppo veloce, caotica e tecnologica realtà attuale, per riportarlo sulla via dell’illuminazione e dell’interiorità.

La sede che ospita la mostra, il Museo Carlo Bilotti all’interno di Villa Borghese, purtroppo spesso sottovalutato e a rischio chiusura, è in realtà uno spazio bellissimo, fermo nel tempo. L’ingresso (sia alle mostre che alla collezione permanente) è sempre gratuito e merita decisamente una visita!

Fino al 9 giugno 2019
Roma
Museo Carlo Bilotti

Patrimonio Indigeno e altre storie: intervista a Lucamaleonte

Lo storico quartiere di San Lorenzo a Roma negli ultimi tempi è stato spesso protagonista della cronaca nera. Recentemente è tornato a far parlare di sé, ma per fortuna con una notizia positiva. Lo scorso 8 febbraio è stato inaugurato infatti tra via dei Reti e via dei Piceni un nuovo murale, realizzato dallo street artista romano Lucamaleonte. L’opera, un monumentale dittico di 9,50×7,90 e 9,50×4,50 metri, si intitola Patrimonio Indigeno e rappresenta una sorta di “ritratto” del quartiere, che attraverso una complessa iconografia ne comunica l’identità e la memoria.

Da una fitta vegetazione, come quella che doveva caratterizzare la zona in antico, emergono diversi simboli legati al quartiere, tra cui la graticola di San Lorenzo, la mano della dea Cerere, l’alloro e il serpente della Minerva. La storia dell’arte, gli antichi erbari e i libri illustrati di zoologia sono come sempre fonte primaria d’ispirazione per Lucamaleonte. L’artista, infatti, laureato all’Istituto Centrale per il Restauro, ama coniugare l’arte e le tecniche più recenti con quelle del passato. Attivo già dal 2001 nel campo dell’arte urbana, con il suo linguaggio classico e contemporaneo allo stesso tempo, ha realizzato numerosi interventi in tutto il mondo. Anche a Roma si possono ammirare molte sue opere, come Il martirio di Rufina e Seconda realizzato per il progetto GRAArt, il Nido di vespe dipinto al Quadraro per MURo, Di lotta e di bellezza al Villaggio Globale, e Eden Effect nello stesso quartiere San Lorenzo.

Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio il progetto Patrimonio Indigeno, ma anche la sua opinione su alcuni temi caldi riguardanti la street art e soprattutto i suoi piani per il futuro.

Hai da poco concluso la tua ultima opera Patrimonio Indigeno. Ce la racconti?
Il progetto è nato insieme alla Fondazione Pastificio Cerere, al curatore Marcello Smarrelli e a SCS Immobiliare, che sono i costruttori del palazzo e avevano voglia di dare al quartiere un’immagine nuova (seppur poco visibile), di regalargli una nuova opera. Io ho proposto al Pastificio un progetto che prevedeva una serie di simboli legati al quartiere, e con loro abbiamo valutato quali erano i più efficaci: c’erano elementi che poi nel tempo sono stati eliminati e altri sono stati aggiunti, o hanno raggiunto maggior peso all’interno dell’immagine. Poi a Marcello piaceva molto l’idea di rappresentare l’agro Verano, e quindi fare un fondo che fosse più vivo, naturale. Io inizialmente lo avevo lasciato con una tinta piatta perché solitamente mi piace lasciare il muro visibile, ma in questo caso, essendo un muro nuovo, che non aveva ancora una storia da raccontare, ho trovato corretta questa idea, che era anche esteticamente funzionante. È bello avere un fondo che abbraccia tutti i vari simboli e dà continuità alle due pareti.

Come vivi il rapporto con i curatori? Nel tuo campo non è così usuale…
In realtà mi capita abbastanza spesso di confrontarmi con committenti o con chi si occupa di selezionare gli artisti, ed è sempre interessante perché ti offre dei punti di vista diversi dal tuo, ed è quindi stimolante in questo senso. Ad esempio il discorso dell’agro Verano era una cosa che io non avevo approfondito mentre a Marcello Smarrelli stava particolarmente a cuore, quindi insomma è un valore aggiunto.

A proposito di progetti ufficiali, qual è la tua posizione nella diatriba tra street art intesa come atto spontaneo illegale e come opera commissionata? Tu oggi lavori quasi esclusivamente all’interno di iniziative strutturate, ma se non sbaglio hai iniziato in maniera spontanea in strada…
Si, il mio inizio è stato per strada, in maniera illegale, ma ora non riesco più tanto a farlo per la quantità di lavoro che ho “commissionato”, chiamiamolo così. Da una parte tra le due c’è continuità, dall’altra il discorso è un po’ diverso, perché la street art – che per me è quella spontanea che nasce per strada – ha una freschezza diversa, è molto più immediata, anche di lettura più facile, mentre nei lavori commissionati senti più il peso della responsabilità di avere una struttura che ti circonda e dover rispondere a una serie di figure che garantiscono per te e ti hanno scelto. Sicuramente lo stimolo è diverso, e anche l’attenzione è diversa ovviamente. Quella poi secondo me può essere considerata arte pubblica più che street art…

Stavo appunto per chiederti: tu come definisci questo genere di opere? Ognuno ha la sua definizione preferita: arte pubblica, arte urbana, muralismo, street art…
Beh, sì, ma poi in realtà le varie definizioni si fondono abbastanza. Però arte pubblica credo che sia una sintesi giusta, perché è arte ed è pubblica, anche nel senso che è di accesso facile per chiunque.

Cosa ne pensi della direzione che sta prendendo questo fenomeno negli ultimi anni qui in Italia?
Io conosco abbastanza bene la scena della street art perché ci vivo dentro da tanto, l’ho vista più o meno nascere, e ovviamente si è molto persa la spontaneità che c’era prima. Le nuove generazioni secondo me, a parte qualche fortunato caso, non sono state in grado di replicare la potenza comunicativa che aveva all’inizio, forse perché chi inizia a farlo adesso è un po’ più smaliziato e sa già che lo fa per fare un gradino successivo poco dopo, mentre quando ho iniziato io non c’era l’intento di entrare nel mondo dell’arte, c’era l’intento di seguire il proprio istinto e basta. E questo forse dava più ricchezza alle opere, mentre adesso ormai è tutto un po’ più mainstream, vale un po’ tutto. C’è da dire che anche noi come street artist (o muralisti o come vogliamo chiamarci) non siamo stati evidentemente in grado di educare il pubblico a riconoscere cosa è di valore e cosa no. C’è un po’ un appiattimento, anche a livello comunicativo, e mancano le capacità di discernere tra cosa è realmente arte e cosa invece è un disegno molto grande su un muro. Ad esempio c’è tutto il mondo dei social, questi gruppi di fotografi di street art, che mettono tutto sullo stesso piano… Una cosa che a me ha sempre fatto schifo è il “ah che bello tutto colorato, la città tutta colorata”: in realtà non funziona così, non basta fare la città tutta colorata per fare interventi che siano considerabili arte. Questo porta ad un appiattimento secondo me notevole, anche nel gusto, e non c’è capacità di approfondire. Ad esempio Patrimonio Indigeno è un lavoro che ha un sacco di livelli di lettura diversi: quello estetico, quello in cui uno riesce ad approfondire quei due o tre simboli che magari riconosce, e poi c’è un livello più profondo, e si possono riconoscere una serie di segni che sono riconoscibili sia nel mio lavoro che in tutti quelli a cui io mi sono ispirato… Invece in giro ci sono molte cose che si fermano proprio alla superficie della decorazione in se stessa, però per il pubblico sono la stessa cosa. La scena per me è un po’ questa adesso, è un po’ una farsa.

E della scena dell’arte contemporanea più in generale?
Per quanto riguarda la scena dell’arte contemporanea vera e propria io sono molto fuori, perché come dico sempre ci sono entrato dalla finestra, non dalla porta bussando. La mia gavetta l’ho fatta per strada, non ho fatto un percorso da artista professionale. Ho una conoscenza molto superficiale di quel mondo e mi muovo anche male, però in un certo senso mi piace perché mi fa mantenere un po’ di freschezza. Sta poi al gallerista che mi affianca dimostrarmi se è in grado di promuovere il mio lavoro nella maniera più corretta e più simile a me, oppure se mi ha chiamato soltanto perché faccio la street art (la maggior parte delle volte succede così). Il mondo dell’arte contemporanea insomma lo conosco veramente poco, non è il mio, nel senso che ci sto ma ci sto da straniero, da visitatore ecco.

Un tema su cui si discute molto recentemente è la conservazione della street art. Tu essendo sia artista che restauratore sei doppiamente coinvolto in questo dibattito: qual è la tua opinione in merito?
Sono tristemente doppiamente coinvolto, perché in realtà non dico che ho ripudiato il mondo del restauro, ma non ne conservo esperienze meravigliose. Ho studiato restauro in un momento in cui ero molto giovane e cominciavo a fare le prime cose per strada in maniera cosciente di me, quindi l’ho vissuto come una forzatura, perché per me era tempo buttato in cui avrei preferito fare arte. Diciamo che non ho maturato una coscienza da restauratore vera e propria. La mia idea però è che tutto quello che è in strada è della strada, non è più tuo, ed è anche difficile da controllare. Io non ho la pretesa di farlo. Nel senso che quello che faccio è un dono alla strada, e poi sta a chi vive l’opera auto-responsabilizzarsi e riuscire a conservarla, anche se questo non avviene per i monumenti, figurati per una mia opera…

Oltre al vandalismo però ci sono anche altri inevitabili agenti di degrado come quelli atmosferici. Diversi progetti ormai prevedono addirittura fin dall’inizio la partecipazione di restauratori, che ne pensi?
Questo ovviamente è un bene. Poi finché ci sono io a disposizione se mi richiamano sono contento. Ad esempio quattro anni fa ho dipinto al porto di Catania un silos molto grande che nel tempo si è deteriorato, perché molto esposto sul mare. Io me ne sono accorto quest’estate passandoci davanti, ed è stato mio interesse sentire l’organizzatore, perché così l’opera invece che benessere crea degrado, e rischia di diventare controproducente. Invece che un restauro però gli ho proposto di ridipingerlo da zero, di fare un’opera ex novo. Abbiamo tutti un timore sacro dell’arte – e per quello che ormai è storicizzato ha anche un senso – ma nel caso dell’arte urbana da una parte forse si, dall’altra mettere il plexiglass davanti a Banksy mi sembra un po’ una forzatura ecco. A questo punto preferisco Blu che dà una mano di grigio per protesta sui suoi disegni storici e cancella così una pagina di storia dell’arte importantissima, che però continua a vivere nella memoria collettiva.

Ultima domanda di rito: progetti per il futuro?
Sto iniziando a lavorare concettualmente ad una mostra che farò a Roma tra fine 2019 e inizi 2020. Sarà un progetto molto articolato, anche se il gallerista ancora non lo sa. Ho in mente di coinvolgere anche uno scrittore, di far uscire un libro di illustrazioni e racconti legati alle opere. Insomma mi piace molto complicarmi la vita, perché gestire tutti questi piani in contemporanea diventa una fatica improba, però mi piace la multidisciplinarietà, mi diverte e credo che aggiunga sempre qualcosa in più anche per lo spettatore. Oltre a questo progetto che va un po’ a rilento ho anche una serie di lavori con brand e realtà più commerciali diciamo, che è un secondo lavoro ma in realtà anche il primo, perché è quello che mi mantiene in vita in questo momento.

Giovanni Kronenberg

Dopo la personale del 2016 Giovanni Kronenberg torna alla Z2o Sara Zanin Gallery di Roma con una nuova mostra che presenta la sua ultima produzione, realizzata nel corso del 2018.
Il percorso espositivo si divide in due sezioni: da una parte una serie di disegni, dall’altra sculture e interventi di vario genere, questi ultimi creati dall’artista milanese appositamente per questa sede.

I disegni rimandano ad universo onirico e sessuale, ad una flora erotizzata, colorata e ipnotica; la serie di oggetti su cui Kronenberg interviene invece, alterandone l’aspetto, appaiono come fermi immagine provenienti in molti casi da un tempo lontano rispetto al nostro. Agendo in maniera sostanziale sulla loro natura ed apparenza, l’artista crea accostamenti sorprendenti e poetici, caratterizzati da stratificazioni di tempo e memoria, proponendoci un nuovo punto di vista dal quale osservarli.

Le qualità proprie, primigenie, di questi oggetti vengono manipolati dalle sue intenzioni, che sollecitano la sensibilità dello spettatore più che la sua razionalità, giocando con reminiscenze e collegamenti che appartengono al passato e al trascorso di ognuno di noi.

Il trait d’union tra le opere in mostra è l’accostamento inedito di materiali e forme eterogenee, la cui diversità è sottolineata anche dall’allestimento scelto, che è parte integrante del processo creativo.

In particolare le luci, che sono state studiate appositamente dall’artista in modo da esaltare i diversi materiali che compongono le opere esposte, soprattutto per sottolineare le proprietà evocative delle sculture.

Una mostra che ci culla come un piccolo mare della memoria, dove lasciarsi trasportare lentamente ricordando passato e presente.

Z2O Sara Zanin Gallery
Fino al 18 marzo 2019
Via della Vetrina 21, Roma
Orario di apertura: da martedì a sabato 13:00 – 19:00 (o su appuntamento)
www.z2ogalleria.it

Davide Bramante | Inedite e ideali

La fotografia di Davide Bramante torna dopo quattro anni in mostra negli spazi della Galleria Anna Marra Contemporanea di Roma con circa venti opere esposte, integrate da una serie di piccole sculture. Si tratti di lavori di archivio e di immagini inedite, frutto delle recenti ricerche dell’artista siciliano, classe 1970, la cui produzione, negli ultimi 20 anni, si è contraddistinta per l’utilizzo della tecnica analogica dell’esposizione multipla in fase di ripresa (ossia la sovrapposizione di più scatti – da quattro a nove – sulla stessa porzione di pellicola).

La galleria Anna Marra diventa quindi filo conduttore delle ricerche passate e presenti di Davide Bramante, attraverso la presentazione delle sue nuove fotografie dedicate alla città di Roma, già protagonisti della prima personale che tenne in questa sede nel 2015.

Il titolo della mostra attualmente in corso ci fornisce una valida chiave di lettura per comprendere al il filo del percorso espositivo: Inedite infatti sono le immagini che ritraggono le città metropolitane di tutto il mondo, che ci appaiono in modo inusuale ed originale grazie alla sovrapposizione dei fotogrammi, in grado di regalarci punti di vista inconsueti, sottolineando scorci o impregnandosi di memorie personali dell’artista.

Ideali sono invece le opere su cui Davide Bramante lavora in modo nuovo, realizzando dei collage fotografici su cui poi interviene a livello pittorico. In questa serie più che gli elementi costruttivi ed urbanistici diventano protagoniste le persone: “Le città diventano Metropoli quando si arricchiscono di nuovi cittadini. Le nuove città ideali diventano tali non soltanto per le architetture, ma quando si mischiano gli stili di vita. Non è la grandezza che rende importante una città, ma quante più storie sono legate ad essa”. I collage esposti fungono inoltre da base per delle sculture ispirate allo Stomachion, un gioco matematico messo a punto da Archimede, qui presentato da Bramante per la prima volta al pubblico.

Accompagna la mostra un testo del filosofo Elio Cappuccio, attualmente presidente del Collegio Siciliano di Filosofia.

Anna Marra Contemporanea
Roma
Via di S. Angelo in Pescheria, 32
Fino al 2 marzo 2019
dal lunedì al venerdì dalle 15.30 alle 19.30 (chiuso i festivi)
www.annamarracontemporanea.com

Sun, and Close Landscapes: Andrea Calabresi in mostra a Roma

Marzo sarà il Mese della fotografia a Roma (MFR19), numerosissime iniziative tra cui mostre, talk, incontri con gli autori e workshop verranno organizzate in tutta la città per omaggiare il mezzo e creare una rete sinergica tra le realtà fotografiche della capitale. Anche la galleria MAC Maja Arte Contemporanea aderisce alla manifestazione, proponendo la mostra Sun, and Close Landscapes, personale del fotografo romano Andrea Calabresi.

Calabresi è fotografo professionista dal 1990. Negli anni si è dedicato sempre più alla sperimentazione delle tecniche di stampa, affiancando all’attività di artista anche quella di insegnante, arrivando ad essere nominato visiting professor alla Syracuse University di New York (per chi avesse voglia di imparare, anche su Internet si possono trovare facilmente suoi tutorial didattici).

Protagonisti della mostra – che inaugurerà il prossimo giovedì 21 febbraio 2019 – saranno due progetti di lunga durata dell’artista: Close Landscape (2001-2009) e The Upper Half (2006-2018).

Close Landscape, di cui saranno esposte sei stampe vintage alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata (formato cm 60×120), è una serie dedicata alla descrizione del paesaggio, in cui campi, vigne, montagne e altri scenari naturali sono trasformati dall’artista in composizioni minimali, in bande orizzontali opposte: bianco e nero, chiaro e scuro, terra e cielo.

The Upper Half, invece, è un progetto che il pubblico della MAC conosce bene. La prima parte della serie, Moon, era già stata esposta infatti in galleria nel 2014 attraverso un’altra personale. Con questa mostra sarà invece presentata per la prima volta al pubblico la seconda parte: Sun. Di questa serie saranno esposte otto fotografie alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata (cm 50×50) e una stampa al pigmento di grande formato (cm 150×190) in edizione unica. Scopo del progetto è quello di esplorare i limiti della visione, indagando le fonti luminose per eccellenza. Protagonisti indiscussi sono accecanti cieli punteggiati di nuvole, che non possono non rimandare alla ricerca di un altro grande fotografo italiano: Luigi Ghirri.

I due progetti, frutto di un lungo percorso creativo, sembrano essere molto legati tra loro. Se nel primo l’artista già manifestava l’idea che cielo e terra fossero ugualmente interessanti ai suoi occhi, nel secondo – sua ideale prosecuzione, anche negli intenti estetici – alza definitivamente lo sguardo per concentrarsi unicamente sulla “parte alta” del mondo, spostando sempre più il suo interesse dal piano terreno a quello cosmico e immateriale.

Interessante in questi progetti è in particolare l’attenzione ai procedimenti di stampa antichi, iscrivibile in una tendenza generale di ritorno alla manualità e artigianalità della fotografia, probabilmente in reazione al bombardamento iconico e alla precarietà delle immagini sempre più forti nel mondo degli smartphone e del digitale.

21 febbraio – 18 marzo 2019
Inaugurazione giovedì 21 febbraio ore 18
MAC Maja Arte Contemporanea
via di Monserrato, 30
Roma

info@majartecontemporanea.com
www.majartecontemporanea.com

TRANSFER, metafora e rituale di Leonid Tsvetkov. Fino a febbraio alla galleria Ex Elettrofonica di Roma

In arte il residuo, è da sempre inteso come sostituto di un’azione visibile, altre volte invece è un cumulo di cose, ovvero ciò che rimane di un lavoro. Il più delle volte, il concetto stesso di residuo si accompagna in modo indivisibile a un’accezione negativa che ne rispecchia l’aspetto di abbandono di un oggetto deteriorato che ha perso la sua precisa composizione materica e il suo stesso uso primordiale. Leonid Tsvetkov, borsista dell’American Academy di Roma nel 2012-2013, convoglia gran parte della sua produzione artistica indagando il concetto fascinoso di residuo. Rigorosamente connesso al luogo, al territorio, il residuo analizzato da Tsvetkov è parte inesauribile di una ricerca che parla di stratificazioni che permeano e ridefiniscono i confini umani e territoriali. Come una prosecuzione, questa sua ricerca, si pone non come aspetto unico del suo lavoro, bensì come graduale narrazione che intende affrontare, ridefinire, scovare e riorganizzare delle esperienze emozionali e sensibili che l’uomo ha apportato a un dato oggetto o a un determinato luogo.

Partendo dall’idea di metafora, Transfer a cura di Lucrezia Cippitelli, narra per unione visuale uno schema di calchi che tra membra, organi e oggetti di consumo, ci parlano come se fossero geroglifici di un linguaggio antichissimo e criptico. In occasione della seconda mostra dell’artista nella galleria, lo spazio si trasforma per diventare una grotta in cui le pareti coperte di simboli suggeriscono idee e racconti stratificati e mai davvero rappresentati. Se nella precedente mostra Downfall nel 2014 gli oggetti di Tsvetkos esploravano l’impatto dei rifiuti sul disagio territoriale della zona circoscritta di Testaccio, in Transfer, gli oggetti assumo apparenze religiose e acquisiscono nuovo valore e significato. L’artista, infatti, applica all’anatomia umana l’apparenza di offerte votive. I calchi diventano ex-voto, invasi dunque di un’aura sacra e devota; i calchi d’imballaggio prodotti dall’artista si presentano come segno semantico, richiesta spirituale e collettiva che guarda, attraverso un antico suggerito, al contemporaneo e al moderno. Gli oggetti rappresentati raffigurano la fisicità corporea e quella di consumo che è parte inesorabile del nostro quotidiano.

Transfer è un codice semantico ben preciso che gioca sul linguaggio e le sue capacità relazionali e narrative che pongono, per necessità, sullo stesso livello, significato e significante. L’etimologia stessa della parola “metafora” (to transfer in inglese) illustra un concetto ben preciso, fil rouge di tutta la mostra, ovvero il trasferire un termine dal suo significato a uno figurato. Così in Transfer, ciò che si osserva è parte di uno studio pragmatico in cui il significato è traslato e rielaborato secondo composizioni visive che richiamano gli ideogrammi dell’antica tradizione asiatica, in cui simboli, grandezze e disposizione visuale raccontavano e raccontano tutt’oggi significati nascosti, idee e concetti non ancora identificati.

Leonid Tsvetkov. Transfer
fino al 21 febbraio 2019

Galleria Ex Elettrofonica
Vicolo di Sant’Onofrio,10 Roma
Orari: dal martedì al venerdì 15.00-19.00, sabato e lunedì su appuntamento, domenica chiuso
Ingresso gratuito

Balla a Villa Borghese

Una mostra antologica delle opere che Giacomo Balla dipinse a Villa Borghese, aventi come soggetto il famoso parco romano, non poteva che essere ospitata presso il Museo Carlo Bilotti, meglio conosciuto come l’Aranciera di Villa Borghese.
E’ proprio qui infatti, che, fino al prossimo 17 febbraio, con ingresso gratuito, sarà possibile ammirare un ricco corpus di opere realizzate dal pittore prima di compiere la celebre svolta che lo porterà a diventare uno dei membri più noti dell’avanguardia Futurista.
La mostra è curata dalla storica dell’arte Elena Gigli, una delle principali esperte e studiose delle opere di Balla, impegnata come è noto da anni nella loro catalogazione, ed include circa trenta opere, che vedono l’attenzione dell’artista focalizzarsi in maniera sistematica sul tema del paesaggio naturale, incarnato dalle vedute del parco in questione, ben visibile dal balcone della casa dove andò ad abitare con la moglie Elisa Marcucci nell’estate del 1904.
Da questo privilegiato punto di vista, localizzato per l’esattezza in via Parioli 6 (l’attuale via Paisiello), all’interno di quello che in precedenza era un antico monastero, Balla approfondisce lo studio della luce e della vibrazione luminosa, donandoci una serie di istantanee quasi fotografiche di ciò che il suo sguardo catturava dalle finestre della sua abitazione piuttosto che nelle sedute di pittura eseguita en plein air, circondato dagli alberi e dalla natura, mostrandoci un verde che sa di città e di storia ma che garantisce anche inaspettati aneliti verso il cielo e ampi sconfinamenti della visione.
Completa la mostra una serie di scatti eseguiti dal fotografo Mario Ceppi che rappresentano gli stessi luoghi e i medesimi scorci della Villa contenuti nelle opere di Balla in mostra, oltre che la proiezione del film ‘Balla e il Futurismo’, vincitore del premio Leone d’argento alla Biennale di Venezia del 1972 nella sezione documentari d’arte. Il film, che include interviste alle figlie di Balla, dà modo allo spettatore di venire a conoscenza di numerosi ed importanti dettagli della vita e dell’opera del pittore, torinese di nascita, che trovò a Roma una nuova casa e nel parco di Villa Borghese una fonte di ispirazione e di studio per gli effetti luminosi e coloristici che tanto importanti furono nella prima fase della sua carriera artistica.

Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese

dal 29 novembre 2018 al 17 Febbraio 2019

Viale Fiorello La Guardia, 6, Roma

dal martedì al venerdì ore 10.00 – 16.00
sabato e domenica ore 10.00 – 19.00
www.museocarlobilotti.it

Massimo Sestini. L’aria del tempo

E’ stata inaugura venerdì 7 dicembre la mostra Massimo Sestini. L’aria del tempo presso il WEGIL a Roma. L’esposizione, promossa dalla Regione Lazio e organizzata da Contrasto in collaborazione con LAZIOcrea, è a cura di Alessandra Mauro e resterà aperta fino al 10 marzo 2019.

Come fotogiornalista tra i più importanti e apprezzati del nostro paese, in grado di realizzare sensazionali scoop da prima pagina, Massimo Sestini ha fotografato l’Italia in modo inusuale e accattivante. Dall’alto.

In mostra circa 40 fotografie di grande e medio formato.

In tanti anni di lavoro Sestini ha puntato molte volte l’obiettivo sulla nostra penisola e, col tempo, ha realizzato un preciso e appassionato itinerario alla scoperta del nostro paese.
Fatti di cronaca, bellezze naturali, drammi, avvenimenti politici, tragedie e momenti di svago: è riuscito a raccontare tutto con la sua macchina fotografica e tutto con un punto di vista nuovo e diverso.

Le immagini in mostra, alcune di grande formato, permettono di vivere e di sentire le visioni aeree ed eteree dei luoghi che l’autore ci propone. Sempre alla ricerca della “foto diversa”, nel corso degli anni Sestini ha perfezionato il suo metodo fino alla ripresa perpendicolare che gli permette di ottenere un impatto dimensionale amplificato. Con la visione zenitale il fotografo gioca nel capovolgere le nostre percezioni visive, fa navigare la Concordia spiaggiata, ribalta cielo e terra inseguendo un Eurofighter, osa nelle proiezioni delle ombre animate.

Dall’alto di un elicottero o di un aereo, attraverso la visione completa di un fatto di cronaca (il barcone dei migranti fotografato dal cielo: un’immagine che ha fatto storia e ha vinto numerosi premi come il prestigioso World Press Photo, o ancora l’affondamento della Costa Concordia all’isola del Giglio), di una consuetudine (il ferragosto sulla spiaggia di Ostia), di un dramma naturale (il terremoto del Centro-Italia), di avvenimenti storici e culturali (dalla strage di Capaci al funerale del Papa), nelle immagini di Sestini l’Italia svela in un modo unico le sue bellezze, le sue fragilità, la sua grandiosa complessità.

Nell’ambito dell’esposizione ci sarà anche un omaggio alla Regione Lazio con una piccola composizione di immagini dal titolo L’area del Lazio.

Nato a Prato nel 1963, Massimo Sestini è considerato tra i migliori fotoreporter italiani. I primi scoop arrivano a metà degli anni Ottanta, da Licio Gelli ripreso a Genova mentre è portato in carcere, all’attentato al Rapido 904 nella galleria di San Benedetto Val di Sambro. Sarà il solo a riprendere il primo, clamoroso bikini di Lady D; ma sarà anche testimone della tragedia della Moby Prince, e autore della foto dall’alto dell’attentato a Falcone e Borsellino. Nel 2014 è testimone delle operazioni di salvataggio “Mare Nostrum”, al largo delle coste libiche. Dopo dodici giorni di tempesta, riesce a riprendere dall’elicottero un barcone di migranti tratti in salvo. La foto vince il WPP nel 2015, nella sezione General News.

 

 

Fino al 10 Marzo 2019

Roma

Luogo: WEGIL

Curatori: Alessandra Mauro

Enti promotori:

  • Regione Lazio

Costo del biglietto: intero € 6, ridotto € 3, gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

Telefono per informazioni: +39 334 6841506

E-Mail info: info@wegil.it

Sito ufficiale: http://www.wegil.it

Ibrahim Ahmed. Burn What Needs To Be Burned

La galleria z2o Sara Zanin Gallery ospita fino al prossimo 1° gennaio la mostra Burn What Needs To Be Burned, prima personale in galleria dell’artista Ibrahim Ahmed.

Nato in Kuwait, vissuto in Bahrain e negli Stati Uniti e ora residente in Egitto (paese di origine dei genitori), l’artista (classe 1984), che ha vissuto in contesti geografici e culturali molto diversi fra loro, affronta spesso nel suo lavoro il tema dell’identità e dei suoi canoni precostituiti all’interno delle varie società d’appartenenza.

In questa mostra ad esempio la sua attenzione si focalizza sul concetto di mascolinità, approfondito dall’artista negli ultimi due anni, su come venga considerato e vissuto da ottiche e mentalità differenti.

L’esposizione è composta da circa cinquanta fotografie e collage fotografici dove Ahmed usa il proprio corpo come schermo su cui proiettare le dinamiche simboliche e di potere associate alla figura maschile. Componenti meccaniche di motori di automobili formano strane creature ibride, metà uomo e metà motore, a simboleggiare la potenza aggressiva e muscolare, nel senso stretto del termine, associata di prassi al sesso maschile, anche detto infatti “sesso forte”, come da copione sociale.

In altre immagini il volto dell’artista appare coperto da maschere, a nascondere la vera identità dell’individuo in favore della rappresentazione di un banale stereotipo, il tutto a discapito di una sincera espressione dell’identità personale.

E ancora collages che mostrano l’artista scomparire nel mezzo di frammenti architettonici, fine polemica indirizzata verso la diffusa concezione – tradizione che l’architetto sia un mestiere destinato al sesso maschile, oppure colto in pose erotizzanti che lo trasformano in un dio antico, virile e sessualmente attraente secondo canoni ormai anacronistici che si rifanno a quella che l’artista definisce “mascolinità coloniale”, dove la virilità va di pari passo all’esercizio del potere sugli altri.

Burn what needs to be burned invita lo spettatore a sviluppare una nuova concezione dell’uomo e della sua energia al di fuori dagli schemi ormai desueti e a tratti risibili del passato, a interrogarsi sulle incongruenze che li caratterizzavano e a cercare un nuovo approccio al passo coi tempi.

 

 

Z2O Sara Zanin Gallery

via della Vetrina 21, Roma

Dal 1 dicembre 2018 al 19 gennaio 2019

www.z2ogalleria.it

Orario di apertura: da martedì a sabato 13:00 – 19:00 (o su appuntamento)