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Aldo Tanchis e Fernando Miglietta raccontano Bruno Munari

Giovedì 19 ottobre alle ore 18:00 la Fondazione Palazzo Pretorio presenta Aldo Tanchis e Fernando Miglietta raccontano Bruno Munari, nell’ambito della mostra Bruno Munari: aria | terra, presso Palazzo Pretorio a Cittadella (PD). Durante l’appuntamento Aldo Tanchis, scrittore della più importante monografia su Bruno Munari (1986, di prossima riedizione presso Corraini) e l’architetto Fernando Miglietta, che ha curato la realizzazione dei maggiori progetti urbani di Munari, raccontano la loro esperienza accanto all’artista.

La mostra Bruno Munari: aria | terra curata da Guido Bartorelli è promossa dalla Fondazione Palazzo Pretorio Onlus, in collaborazione con il Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università degli Studi di Padova e l’Associazione Bruno Munari, e proseguirà fino al 05 novembre 2017.

L’arte di Bruno Munari (Milano, 1907-1998) appare come un eccezionale complesso di pittura, scultura, sperimentazioni nelle tecniche più varie e innovative; e ancora grafica, design, editoria, fino a giungere a quella dedizione verso i laboratori per bambini in cui va riconosciuto un precoce superamento dell’opera d’arte chiusa a favore della fluente processualità del fare. Alla produzione pratica si aggiunge, inoltre, una produzione teorica altrettanto ricca e di rara lucidità.

In tutto ciò Munari ha saputo riflettere, fino a trarre conseguenze che suonano tutt’oggi radicali, sulle nuove responsabilità che l’avvento della società di massa affida agli artisti. Questi devono lasciarsi alle spalle le ambizioni individualistiche per mettere il proprio talento al servizio della collettività. L’utilizzo di metodologie oggettive e trasmissibili ha come obiettivo ultimo quello di porre chiunque nella condizione di comprendere i processi creativi e avvalersene in prima persona. Al proposito sono quanto mai attuali alcuni interrogativi posti da Munari quasi cinquant’anni fa: «L’arte, che un tempo era privilegio di pochi uomini sta diventando una espressione possibile a ciascuno di noi? Si sta riducendo positivamente la distanza tra l’artista e l’uomo normale?» (Artista e designer, 1971).

 

 

ALDO TANCHIS E FERNANDO MIGLIETTA RACCONTANO BRUNO MUNARI

Quando: Giovedì 19 ottobre 2017 ore 18:00

Dove: Palazzo Pretorio, Via Marconi 30, Cittadella (PD)

Ingresso gratuito

 

NELL’AMBITO DELLA MOSTRA: BRUNO MUNARI: ARIA | TERRA
A CURA DI: GUIDO BARTORELLI
SEDE ESPOSITIVA: PALAZZO PRETORIO – VIA MARCONI, 30 – CITTADELLA (PD)
DATE DI APERTURA: 9 APRILE 5 NOVEMBRE 2017
GIORNI DI APERTURA:

DAL MARTEDÌ ALLA DOMENICA. LUNEDÌ CHIUSO.
ORARI DI APERTURA: DAL MARTEDÌ AL VENERDÌ 9:00 – 12:30 / 15:00 – 19:00; SABATO E DOMENICA: 10:00 – 12:30 / 16:00 – 19:30

info e contatti
TEL: +39 049 9413449
EMAIL: info@fondazionepretorio.it
WEB: www.fondazionepretorio.it

Daidalos. Javier Marìn in mostra al Labirinto della Masone

Javier Marìn (1962) è lo scultore messicano protagonista della mostra intitolata Daidalos, presso il Labirinto della Masone, in corso fino al 14 gennaio 2018.

La mostra offre al pubblico la possibilità di ammirare uno scambio artistico fra l’architettura in stile neoclassico del complesso ospitante l’evento e le forme plastiche create dall’artista, opere in terracotta, bronzee e altri materiali, nate dall’immaginazione del Marìn.

L’uomo è il centro dell’operato di Marìn, non è un caso infatti che ad accogliere il pubblico sia un cavaliere bronzeo alto più di 7 metri. L’artista assume il ruolo di un Creatore, nel proprio lavoro infatti il processo creativo, quello in cui viene plasmata un’opera, assume un ruolo fondamentale, è un’esperienza che è in grado di offrire la possibilità di studiare maggiormente il corpo o gli oggetti a cui si intende dar vita.

Cabeza Roja è la scultura regina esposta nella corte centrale, una creazione che rappresenta un’imponente testa femminile, un lavoro che garantisce al pubblico di ammirare l’attenzione che lo scultore attua nei confronti non solo del corpo dell’essere umano, ma anche verso il reale e il mondo metaforico.

Ad accompagnare l’esposizione ci sarà la Guida alla mostra,edita da Franco Maria Ricci, firmata da Giorgio Antei.

 

 

Fino al 14 Gennaio 2018

Fontanellato | Parma

Luogo: Labirinto della Masone

La mostra è aperta tutti i giorni, tranne il martedì, dalle 10.30 alle 19. L’accesso è incluso nel biglietto d’ingresso del Labirinto della Masone (intero € 18, riduzioni indicate sul sito), che comprende anche l’accesso al labirinto di bambù e alla collezione permanente di Franco Maria Ricci.

Curatori: Giorgio Antei, Fondazione Franco Maria Ricci

Telefono per informazioni: +39 0521827081

E-Mail info: labirinto@francomariaricci.com

 

Montezuma, Fontana, Mirko. La scultura in mosaico dalle origini a oggi

Nell’ambito della V edizione Ravenna Mosaico Rassegna Biennale di Mosaico Contemporaneo, grazie al prezioso contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, di Marcegaglia Carbon Steel, il MAR – Museo d’Arte della Città di Ravenna, apre una mostra di ampio respiro sul rapporto tra la scultura e il mosaico, con l’intento di sondare e documentare la nascita, l’evoluzione di questo linguaggio e le differenti declinazioni del concetto di “tessera” da parte degli scultori a partire dagli anni Trenta del Novecento, momento in cui, dopo che Gino Severini rinnova la pratica del mosaico in funzione della decorazione architettonica, si avviano le ricerche plastiche mosaicate di Lucio Fontana e Mirko Basaldella, tra i più geniali artisti del secondo Novecento italiano.

Difficile pensare che, in quegli anni, tra fine anni Trenta e primi anni Quaranta, Fontana e Mirko possano aver intrapreso la sperimentazione del mosaico sulla scultura semplicemente trasponendo le riflessioni di Severini, Sironi e gli altri, alla loro arte, senza che sentissero l’esigenza di operare una riflessione storica, una ricerca che fornisse anche a loro un modello di riferimento antico, un punto di partenza che giustificasse la sperimentazione del mosaico facendola slittare dal piano bidimensionale a quello tridimensionale.

Come è stato storicamente dimostrato nel catalogo della mostra toscana del 2014 al Museo Civico di Montevarchi (Arezzo), ad innestare quel singolare “corto circuito” creativo alla base delle loro creazioni col mosaico furono gli esempi “primitivi” mesoamericani (presenti in mostra), che entrambi videro in momenti e luoghi diversi, anche grazie al crescente interesse per l’arte dell’antica America Latina esistente in Italia già negli anni Venti e che vedrà impegnate personalità di spicco nel censimento dei reperti provenienti da quell’area presenti sul nostro territorio nazionale, fino all’organizzazione della mostra dell’antica America Latina organizzata a Roma nel 1933.

Il percorso che coniuga la scultura al mosaico, dopo gli esempi di Fontana e Mirko tra anni Trenta e anni Quaranta, si interrompe per ricomparire di prepotenza tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, con alcune sporadiche eccezioni negli anni Cinquanta e Sessanta.

Se Fontana e Mirko sono “i precursori”, antesignani dell’unione felice tra scultura e mosaico, tra anni Sessanta e anni Settanta, Zavagno e Licata sono invece da considerare come i due indirizzi su cui si dipana la ricerca dei decenni seguenti soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo di materiali “non tradizionali”, il primo, e l’impiego delle tessere musive, lapidee o vitree, nel contemporaneo, il secondo.

Sulla trama di questo doppio e diverso utilizzo dei materiali – tradizionali e non – corre l’ordito della mostra che documenta le differenti temperature espressive della scultura tra XX e XXI secolo, iconica o aniconica, poetica o narrativa, simbolica o concettuale, sempre nella specifica coniugazione con l’arte del mosaico che si intensifica e si individua come “genere specifico” allo scadere degli anni Settanta ad opera di Antonio Trotta, Athos Ongaro e della Transavanguardia di Chia e Paladino; artisti che, anche nei decenni seguenti, faranno della scultura mosaicata una ricerca non episodica, soprattutto grazie alle innovazioni tecniche e tecnologiche date dai nuovi materiali di origine sintetica, che hanno permesso il superamento dei limiti tradizionali delle malte cementizie rendendo più agevole l’esecuzione musiva sulla tridimensionalità.

Tale ripresa non mancherà di suggestionare designer “colti” come Mendini e Sottsass che opereranno alcune incursioni sperimentali nella scultura. Dalla seconda metà degli anni Ottanta ad oggi, le ricerche e la produzione artistica in questa singolare declinazione della scultura si moltiplicano con esiti diversi e singolari e nel contempo tracciano il disegno della multiforme ricerca artistica dell’ultimo scorcio del XX secolo. Alcuni artisti e mosaicisti eseguiranno occasionali lavori tridimensionali, altri li alterneranno equilibratamente alla loro produzione bidimensionale, altri ancora si orienteranno verso la scultura in maniera più frequente, sino a farla diventare sempre più esclusiva.

Da questo momento, anche grazie alla realizzazione di alcuni lavori di importanza internazionale realizzati a Ravenna, come la tomba di Rudolf Nureyev a Parigi – oggi inamovibile, ma presente in allestimento mediante una installazione virtuale e multimediale – il fenomeno scultura e mosaico vedrà un’accelerazione con artisti di varia provenienza che si connoteranno fortemente come scultori mosaicisti tout court, consolidando la percezione che la scultura mosaicata abbia ormai imboccato una strada di assoluta autonomia.

Tra XX e XXI secolo il linguaggio musivo nella scultura si evolve in differenti e metamorfiche declinazioni del concetto di “tessera”, anche grazie alle sollecitazioni delle ricerche internazionali sui concetti di accumulo, assemblaggio parcellizzato e “poetica dell’oggetto” messi in campo dal Nouveau Realisme francese e poi dalla Nuova Scultura Britannica, per poi proseguire con elementi di spiccata originalità sino alle attuali generazioni, che lo impiegano in modo sempre più innovativo ed inatteso.

 

 

Dal 06 Ottobre 2017 al 07 Gennaio 2018

Ravenna

Luogo: MAR – Museo d’Arte della Città di Ravenna

Enti promotori:

  • Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna
  • Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna
  • Marcegaglia Carbon Steel
  • MAR – Museo d’Arte della Città di Ravenna

Telefono per informazioni: +39 0544 482017

Sito ufficiale: http://mar.ra.it

Il centro storico di Firenze non è il Bronx

Grottesco. Non ci sono altri aggettivi per definire l’intervento di Urs Fischer in Piazza della Signoria a Firenze. L’artista svizzero è stato chiamato per la manifestazione d’arte contemporanea In Florence, ideata da Fabrizio Moretti e Sergio Risaliti in concomitanza alla Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze. L’idea è stata quella di portare una grande firma dell’arte contemporanea nel cuore del centro storico del capoluogo toscano, come già avvenuto nel 2015 con Jeff Koons. Fin qui niente da obiettare, anzi, è lodevole il tentativo di portare la creatività odierna nei luoghi dove l’arte ha raggiunto la perfezione e promuovere il dialogo tra arte contemporanea e storia.

Il problema è che in questo caso non si assiste a un dialogo ma a una vera e propria rissa verbale degna di un Costanzo Show dei primi anni ’90, tanto è il contrasto tra il contesto e le nuove opere proposte. Si tratta di un totem di alluminio alto 12 metri che a detta dell’artista simboleggia «un monumento alla semplicità e alla primordialità del gesto umano che plasma la materia», accompagnato da due statue di cera che andranno via via a sciogliersi durante la mostra che finirà il 21 gennaio 2018.

Come per tutte le opere contemporanee è inutile discutere sulla forma di Big Clay (questo il nome scelto da Fischer per l’opera d’alluminio). Si può invece discutere di come sculture di questo tipo siano totalmente incompatibili con il centro storico di una delle città più eleganti del mondo. Per dirla con un esempio semplicissimo: un conto è mettere Big Clay in mezzo ai palazzacci del Bronx di New York, un altro è sistemarlo al cospetto di un palazzo trecentesco.

È bene che l’arte contemporanea di questo genere arrivi dove c’è veramente bisogno di arte, non dove si è saturi di bellezza. Il pericolo è quello di avere una percezione completamente distorta dell’intervento dell’artista che, come in questo caso, provoca solo fastidio. Chi arriva oggi in Piazza della Signoria non vede altro che una gigantesca prova di arroganza del contemporaneo sull’antico e percepisce la forma priva della sostanza.

Nessuno ragionerà sull’uomo che plasma la materia, nessuno farà caso alle impronte digitali dell’artista impresse nel manufatto che si sta formando. Tutti ricondurranno l’opera al risultato di caffè e sigaretta dopo colazione, fermandosi al massimo per un selfie come si farebbe con un Suv parcheggiato in mezzo a una spiaggia affollata.

Il Big Clay è un segno grave di come la supponenza delle artistar odierne abbia superato ogni limite. Personaggi totalmente incapaci di autocritica e convinti che dalle loro menti esca fuori solo oro colato, vivono in un mondo ovattato circondati da broker dell’arte il cui unico interesse è muovere il mercato. L’equivoco di Piazza della Signoria è frutto di una sopravvalutazione della firma rispetto al contesto, causata dal provincialismo al contrario di chi, dall’alto del suo cosmopolitismo, pensa di poter applicare ovunque quello che funziona oltre Oceano. Far dialogare un artista contemporaneo col centro storico di Firenze è una cosa, imporlo è un’altra. Non si va a parlare col Papa masticando un chewingum in infradito e bermuda.

 

Paolo Amico e Daniele Basso. Luce & Pensieri

Luce e ombra, pensiero e narrazione sono i temi che accomunano le opere presentate dal 4 ottobre al 26 novembre nella bipersonale Paolo Amico e Daniele Basso. Luce & Pensieri.

A Venezia, nella suggestiva cornice di Palazzo Contarini Polignac, a pochi passi dalla Collezione Peggy Guggenheim e dalla Fondazione Pinault di Punta della Dogana, oltre venti lavori in parte inediti – tra sculture di grandi e medie dimensioni e opere su carta – si snodano in un percorso che lega, per similitudini e differenze, la ricerca dei due artisti.

La luce rappresenta un riferimento imprescindibile sia per le sculture di Basso che per le carte a biro di Amico. L’acciaio e il bronzo bianco lucidati a specchio, a mano, di Daniele Basso sono innanzitutto un modo per dare forma alla luce: il fenomeno della riflessione sulle superfici specchiate diventa infatti, in questo genere di sculture, fattore importante quanto la materia stessa.

Emblematica, in questo senso, l’opera Gabriel, in bronzo bianco, realizzata appositamente per questa esposizione, in cui la lavorazione sinuosa del metallo traccia le linee di un aitante corpo maschile.

Quasi per contrapposizione, le opere di Paolo Amico – penna a sfera su carta – ritraggono invece paesaggi notturni. La sua ricerca si dedica in particolare alla città, alla notte e al colore della notte. Attratto da questi elementi, l’artista siciliano dà vita a vedute fatte di luci fluorescenti che proiettano su strade e palazzi colori artificiali, dotandoli di una cromia innaturale.

Il processo di realizzazione e stesura del colore è molto simile a quello dei pastelli: la penna biro consente infatti di modulare l’intensità del segno col variare della pressione esercitata. Si procede per strati, dai toni più chiari sino al nero, trame su trame, fino a coprire il foglio, la carta bianca è la luce.

In omaggio alla città che lo ospita, Paolo Amico ha realizzato per la mostra alcuni scorci di Venezia, tra cui Confusione veneziana in cui si percepisce la vitalità della città, con tutte le sue bellezze e le sue contraddizioni.

L’altro nucleo concettuale da cui prende spunto la mostra è quello del pensiero, del racconto che scaturisce dalle opere dei due artisti. Entrambi, infatti, hanno una spiccata vocazione narrativa.

Nell’utilizzare la penna, Paolo Amico fa proprio lo strumento principe deputato alla narrazione: da sempre usato per la scrittura, l’artista lo adopera per raccontare, ma “per immagini” e non più per parole. Anche il modo con cui sceglie i suoi soggetti ha a che fare con una modalità di racconto, quella del reportage.

Nella ricerca di Daniele Basso è viva la volontà di stimolare le coscienze per raggiungere una maggior consapevolezza della propria identità personale e collettiva. Le sue sculture contengono sempre una storia su temi d’interesse universale – l’infanzia, la maternità, il cambiamento, il bene – che ciascuno può riportare alle proprie esperienze personali. Boogeyman, per esempio, bronzo bianco lucidato a specchio, è la metafora della paura, quella irrazionale e incontrollata che viviamo da bambini: un manto argenteo privo di volto, vuoto e inconsistente, pronto a sgonfiarsi a un piccolo cenno di coraggio.

 

 

Inaugurazione martedì 3 ottobre ore 18.30

Dal 03 Ottobre 2017 al 26 Novembre 2017

Venezia

Luogo: Palazzo Contarini Polignac – Magazzino Gallery

Curatori: Ermanno Tedeschi

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 011.8178627

E-Mail info: info@galleriazabert.com

Paul Gees. Under Pressure

Loom Gallery è lieta di presentare Under Pressure, la prima mostra personale in Italia di Paul Gees.

Negli ultimi 40 anni ha lavorato su tre materiali: pietra, ferro e legno, combinandoli per trovare soluzioni in equilibrio. Centinaia di varianti che sembrano tutte funzionare, per armonia ed invenzione, che rimandano all’arte povera, quella minimale e alla land art. Sculture e oggetti sedimentano per lunghi periodi nel suo studio, dove tutto rigorosamente resiste, con una punta di umorismo e una straordinaria sensazione di scampato pericolo.

Dagli interventi semplici e intrinsechi si percepisce un senso di rigorosa organizzazione, dove la ricerca tende al dominio. Alla fine niente cade, tutto rimane su.

A ciascun lavoro corrisponde la sua pietra, a ciascun ferro il suo legno. Pietra-ferro-legno, come una morra cinese dell’arte, con un’impensabile serie di combinazioni, che ne fanno un assillo da cui nasce un universo.

Paul Gees nasce nel 1949 in Belgio, ad Aalst. Vive e lavora a Schoonaarde, Belgio.

 

 

Dal 29 Settembre 2017 al 12 Novembre 2017

Milano

Luogo: LOOM GALLERY

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 02 8706 4323

E-Mail info: ask@loomgallery.com

Sito ufficiale: http://loomgallery.com

Gehard Demetz – Introjection

È in corso al MACRO Museo d’Arte Contemporanea di Roma Introjection, la mostra a cura di Marco Tonelli dedicata alle sculture di Gehard Demetz.

L’artista, nato a Bolzano e residente a Selva di Val Gardena, è un maestro nella lavorazione del legno, tecnica antica quasi quanto l’uomo, a cui però egli ha saputo conferire un sapore nuovo e ultracontemporaneo. Le sue opere, infatti, coniugano perfettamente la tradizione nordica della scultura in legno con il mondo dell’arte contemporanea, il passato con il presente, in un connubio perfetto tra storia e modernità.

Nelle sculture di Demetz, del resto, non è solo il contrasto tra tecnica atavica e sensibilità contemporanea ad essere protagonista, o quello tra artigianato e arte alta, ma anche quello tra pieni e vuoti, tra finito e non finito, tra fronte e retro, e così via. Sfasamenti cromatici, distorsioni, iconografie dissonanti sono infatti alla base delle sue opere.

La tecnica che impiega più di frequente, ad esempio, è molto particolare. L’artista infatti non utilizza normali pezzi di legno come qualsiasi scultore, ma realizza delle costruzioni composte da tanti piccoli tasselli, che solo successivamente scolpisce in forme realistiche. Quelle che genera così sono opere quasi architettoniche, costruite blocchetto per blocchetto, di cui però spesso alcuni spazi restano vuoti, e il retro abbozzato. In questo modo sono introdotti nelle sculture come dei disturbi, dei pixel mancanti, e si intravede il vuoto che le attraversa, a rendere più tridimensionale e instabile la materia, in una sorta di Jenga versione artistica.

A volte, inoltre, le sculture di Demetz sfruttano anche un altro genere di contrasto: quello cromatico. In alcune opere, ad esempio, più livelli iconografici si dissolvono l’uno nell’altro, risultando distinguibili solo attraverso diverse campiture di colore. Altre volte, invece, il colore serve a dare risalto a qualche dettaglio, che in questo modo viene fatto emergere rispetto al legno lasciato al naturale.

Lo scopo dell’artista, attraverso l’utilizzo di tutti questi contrasti e tecniche originali, non è altro che quello di generare opere dal forte impatto visivo. Lo stesso accade anche a livello tematico. La maggior parte delle opere, infatti, sono dedicate a tematiche ambigue e giocate sulle opposizioni, come quella tra condizione adulta e infanzia, o tra sacro e profano, al fine di generare lo stesso impatto anche sul piano emotivo.

Grazie ad una proroga, chiunque fosse interessato a scoprire l’affascinante mondo delle sculture di Demetz ha ancora tempo fino all’1 ottobre per approfittare della mostra in corso a Roma.

 

 

Prorogata fino all’ 1 ottobre 2017

MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma

via Nizza, 138

 

http://www.museomacro.org/mostre_ed_eventi/mostre/gehard_demetz_introjection

Tutti in fila da Madame Tussauds!

Sculture realizzate con la cera. Non si tratta di una forma d’arte esclusiva dell’età contemporanea, la cera è stata infatti uno dei materiali che fin dai secoli passati ha contribuito alla creazione di sculture rappresentanti la figura umana. Se nel passato le sculture in cera avevano come fine quello di supportare gli studi in ambito anatomico, si pensi ad esempio alle celebri cere di Clemente Susini, attualmente esse hanno assunto anche un altro ruolo, ovvero quello mirante a celebrare una già nota personalità.

Per capire meglio l’argomento è il caso di ricorrere a un esempio, in questo caso si prenderà in considerazione il contenuto del celebre museo londinese Madame Tussauds. Innanzitutto chi era Madame Tussauds? Marie Tussauds era una donna di origini alsaziane che imparò a modellare la cera fin da quando era bambina, colei che nel XIX secolo, quando si trasferì da Parigi a Londra, portò con se il corpus di opere da lei realizzate impiegando la cera. Tutto questo che ha a che fare con la sfera contemporanea? Basta metter piede nel museo e si noterà subito come le opere presenti non sono dei pezzi ottocenteschi, infatti da Madame Tussauds il visitatore può ammirare e toccare vere e proprie sculture contemporanee ritraenti personaggi del cinema, della musica, politici e personalità religiose, tutte a grandezza naturale (non è da dimenticare che sono presenti anche le cere raffiguranti personaggi storici).

Questi soggetti scultorei fatti di cera non sono altro che una copia di un essere umano vivente, di un personaggio noto al pubblico grazie all’influenza dei mass media. A differenza delle sculture iperrealiste di Duane Hanson, il quale concentra il proprio operato artistico nella creazione di sculture rappresentanti individui “comuni”, le cere londinesi sono un vero e proprio richiamo per il pubblico proprio per il fatto che si è scelto di mettere in allestimento dei personaggi famosi in vari campi. Cosa ha comportato tale scelta? Si pensi ai numerosi adolescenti in fila per scattare un selfie con la copia della propria pop star preferita, o ai numerosi turisti che si mettono in coda per farsi fotografare con le cere ritraenti i membri della famiglia reale britannica. Ciò significa che quell’immagine, quella copia scultorea che ha assunto i connotati di un noto personaggio, ha un’influenza tale da sostituire il personaggio reale nella mente del pubblico nel momento in cui quest’ultimo si trova davanti all’opera.

 

Utopia e progetto. Sguardi sulla sculture del Novecento

Sarà possibile visitare la mostra Utopia e progetto. Sguardi sulla scultura del Novecento fino al 23 settembre 2017 alla Galleria Open Art di Prato. Curata da Mauro Stefanini e accompagnata da una monografia Carlo Cambi Editore con un testo di Beatrice Buscaroli.

In esposizione, tra le altre, opere di Mirko e Dino Basaldella, Agenore Fabbri, Nino Franchina, Quinto Ghermandi, Emilio Greco, Bruno Innocenti, Jiří Kolář, Luigi Mainolfi, Giuseppe Maraniello, Marino Marini, Fausto Melotti, Guido Pinzani, Francesco Somaini, Giuseppe Spagnulo, Mauro Staccioli.

«Il secolo scorso – spiega Beatrice Buscaroli –, in scultura, nacque già nettamente diviso da una forte tendenza all’astrazione che veniva dall’Europa e attraversava il Futurismo con la mitica parabola di Boccioni e la solitudine appartata di Modigliani, e il tradizionale, seppur declinato in decine di maniere diverse, legame che questa tecnica manteneva con le sue origini, con l’antico e la bellezza, con la figura. Naturalmente oggi non è più il tempo di queste distinzioni, che hanno però una loro valenza didattica e storica. Dopo la seconda guerra mondiale, dopo la desolazione dell’Arturo Martini del doloroso pamphlet su La scultura lingua morta, infatti, si dovette in qualche modo ricominciare da capo: ed ecco da una parte il ritorno alla figura al ritratto, al paesaggio, come l’apparizione di una tensione verso l’impalpabile richiamo della forma, del materiale, del gesto e dello spazio. Rivedere le sculture dei tanti protagonisti di questa mostra, di tutte le scuole e di tutte le tendenze, italiane ed europee, significa davvero gettare uno sguardo sulla complessa evoluzione di un linguaggio che nel nostro paese dovette soffrire il peso di un ottocento svaporato nella pur necessaria richiesta dei monumenti bellici che, tanto dopo la prima, quanto dopo la seconda, misero a prova la vera capacità della scultura italiana. Così, questa mostra segna una sorta di rinascita della scultura italiana, ormai non necessariamente legata alla narrazione o alla raffigurazione, ma semplicemente originata dallo studio e dalla conoscenza della tecnica. Figurativi e astrattisti, quindi, si confrontano accostandosi in situazioni spiritualmente affini, natura e gesto, dall’altra parte, riaprono orizzonti nuovi sui quali ancora la scultura d’oggi si confronta. Diverse le scuole, diversi i linguaggi, diversi i fini, ma una sola la qualità che distingue le opere in mostra. Una qualità che sembra davvero il filo conduttore di un percorso che accosta storie e strade diverse ma che davvero riesce a raccontare la vicenda non sempre facile di una tecnica non sempre semplice».

La presenza di quasi una decina di opere di Quinto Ghermandi, artista che a un anno dalla celebrazione del centenario della nascita sembra risalire la meritata fama, s’intende come una sorta di omaggio che la Galleria Open Art vuole dedicargli. È Ghermandi una sorta di simbolo della storia della scultura del Novecento, sospeso tra biografia e storia, studio e personali intuizioni, eredità difficili.

E così anche Francesco Somaini, a cui la galleria dedica una ristretta ma preziosa personale, un percorso che ne traccia i principali passaggi, è protagonista di una “mostra nella mostra” che propone alcune opere di estrema qualità, restituendo all’artista un volto a volte dimenticato ma sorprendente.

Fino al 23 Settembre 2017

PRATO

LUOGO: Galleria Open Art

CURATORI: Mauro Stefanini

ENTI PROMOTORI:

  • Galleria Open Art

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 0574 538003

E-MAIL INFO: galleria@openart.it

SITO UFFICIALE: http://www.openart.it

Marco Maria Zanin. Dio è nei frammenti

Si è inaugurata sabato 20 maggio, in occasione della Notte europea dei Musei, nelle sale superiori di Palazzo Santa Margherita, la personale di Marco Maria Zanin dal titolo Dio è nei frammenti.

La mostra, attraverso le fotografie e le sculture del giovane artista, esplora il tema della memoria e delle radici nella società contemporanea mediante un’opera di reinterpretazione di scarti prodotti dal tempo: detriti e oggetti che per Zanin, sulla scorta del filosofo francese Georges Didi-Huberman, sono “sintomi” della sopravvivenza lungo le epoche di valori umani archetipici. L’indagine si muove tra la civiltà rurale del Veneto, sua regione di origine, e la megalopoli di San Paolo, dove vive alcuni mesi all’anno: due luoghi profondamente diversi nel modo di vivere il passato e il presente, ma fortemente legati dai fenomeni migratori dall’Italia al Brasile tra XIX e XX secolo.

Attrezzi del mondo contadino vengono tagliati e fotografati, assumendo forme inedite dal carattere totemico, mentre da frammenti di edifici moderni demoliti sono tratte sculture in porcellana, oppure nature morte che riecheggiano Giorgio Morandi, maestro con cui l’artista istituirà in mostra un intenso dialogo. Gli interventi di trasformazione degli oggetti di Zanin costituiscono un invito a lavorare con la materia psichica della memoria assieme all’immaginazione.

Marco Maria Zanin è stato selezionato dalla Galleria Civica di Modena nell’ambito del progetto Level 0, promosso da ArtVerona in collaborazione con 14 musei e istituzioni d’arte contemporanea italiani, per offrire supporto e visibilità agli artisti emergenti esposti in occasione dell’ultima edizione della fiera, dove l’artista era proposto dalla Galleria Spazio Nuovo di Roma.
La mostra è patrocinata dall’Ambasciata del Brasile.

Fino al 16 Luglio 2017

MODENA

LUOGO: Galleria Civica di Modena – Palazzo Santa Margherita

CURATORI: Daniele De Luigi, Serena Goldoni

ENTI PROMOTORI:

  • Con il patrocinio di Ambasciata del Brasile – Italia

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 059 2032911

SITO UFFICIALE: http://www.galleriacivicadimodena.it/