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Picasso. La scultura

Apre alla Galleria Borghese il 24 ottobre la prima mostra in Italia dedicata al Picasso scultore.

La mostra intende proseguire il lavoro di indagine sul concetto di scultura che il Museo sta portando avanti da molti anni attraverso maestri di epoche diverse. Pensata come un viaggio attraverso i secoli, seguendo il filo cronologico dell’interpretazione plastica delle forme, l’evento presenta 56 capolavori del grande maestro realizzati dal 1905 al 1964, fotografie di atelier inedite e video che raccontano il contesto in cui le sculture sono nate.

Fu durante il suo viaggio a Roma e a Napoli nel 1917 che Picasso ebbe modo di confrontarsi per la prima volta in situ con la scultura dell’antichità romana, con il Rinascimento, ma anche con le pitture murali pompeiane. Una visita alla Galleria Borghese gli permise di studiare le sculture di Bernini, del quale ritrovò le opere anche nella Basilica di San Pietro in Vaticano, che gli svelò inoltre il Michelangelo della Cappella Sistina.

La mostra alla Galleria Borghese terrà conto della sua esperienza di contatto con l’arte italiana per tornare a riflettere su grandi temi legati alla pittura e soprattutto alla scultura dal Rinascimento in avanti.

La maggior parte dei critici che ha riconosciuto l’influenza dei grandi maestri sul lavoro pittorico di Picasso, infatti, non ha saputo stimare l’impatto che la conoscenza dell’arte del passato ha avuto sulla sua scultura. In conseguenza di ciò le consonanze visive e concettuali generate dal dialogo che si propone con la mostra alla Galleria Borghese apriranno nuovi campi di riflessione.

 

 

Dal 24 Ottobre 2018 al 03 Febbraio 2019

Roma

Luogo: Galleria Borghese

Costo del biglietto: intero € 13, intero+visita guidata € 19.50, ridotto € 6.50 (Cittadini dell’Unione Europea, Norvegia, Islanda, Liechtenstein e Svizzera tra 18 e 25 anni), ridotto+visita guidata € 13. Su tutti i biglietti € 2 di prevendita. Gratuito portatori di handicap dell’Unione Europea, Norvegia, Islanda, Liechtenstein e Svizzera e un loro accompagnatore​; guide turistiche dell’Unione Europea nell’esercizio della propria attività professionale

Telefono per prevendita: +39 06 32810

Telefono per informazioni: +39 06 8413979

E-Mail info: ga-bor@beniculturali.it

Sito ufficiale: http://galleriaborghese.beniculturali.it/i

Sculture in campo. Parco di scultura contemporanea

Sculture in campo è il parco di scultura contemporanea nato da un’idea dell’artista Lucilla Catania. Situato a Bassano in Teverina, nella campagna viterbese, immerso quindi in un ambiente naturale privo di inquinamenti umani e di sovrastrutture mentali, il parco ospita un complesso di nove sculture, destinate a crescere nel tempo in termini numerici. E’ infatti già in programma un progetto di ampliamento, in un’ottica di crescita ed espansione quasi organica di questo particolare spazio espositivo, che vuole essere un luogo dedicato alla scultura lontano dai soliti schemi e aperto invece a un respiro nuovo, che permetta alle opere di uscire dalle solite quattro mura delle white cube delle gallerie e dei musei e di interagire con uno spazio vitale, legato ai cicli delle stagioni e agli elementi atmosferici.

Il parco sculture ha inaugurato lo scorso sabato 15 settembre. Gli artisti presenti al momento sono quattro: Lucilla Catania, che espone in questa sede sei sculture, Luigi Puxeddu, Alberto Timossi e Francesca Tulli, con un’opera a testa.

Le opere di questi artisti sono molto eterogenee fra loro in termini stilistici e materici, e ciò permette di creare un concetto di varietà perfettamente affine in un contesto naturale in continua evoluzione e mutamento.

L’opera di Alberto Timossi, Flusso,è una scultura tubolare in resina rossa, che sembra nascere dal suolo su cui è posizionata; il dialogo tra l’elemento terra e l’installazione di matrice industriale anziché creare un’antitesi risulta particolarmente felice, come se l’elemento artificiale si piegasse alle forze della natura, ma senza strappi, bensì attraverso morbide piegature.

Umana Natura di Francesca Tulli è un’elegante rappresentazione di femminilità e grazia; la figura che si staglia contro il cielo è impegnata in una metamorfosi fluida, che la pone a metà tra l’essere donna e foglia, tra il considerarsi un essere umano o una creatura marina, fino a divenire quasi una sirena dell’aria.

Le sculture di Lucilla Catania sono monumenti organici, realizzati in pietra e in materiali resistenti al vento, al sole, al tempo; eppure sembra quasi che la mano dell’artista abbia voluto fare quello che avrebbero potuto fare gli agenti atmosferici, realizzando nelle sue opere curve sinuose, aperture verso il panorama circostante, salite e discese lungo il terreno, levigature e sabbiature da erosione.

La Tigre di Luigi Puxeddu è espressione archetipa del concetto di ferinità che si inserisce con naturalezza tra l’erba e gli alberi, regalando ai visitatori un guizzo di purezza originaria, un alito di esotico, un’immagine estrapolata dal tempo e dallo spazio geografico, perché la natura è una e le sue creature ne prendono possesso nei modi che più gli aggradano, in questo caso ad esempio attraverso la curiosa ricerca di scoperta del cucciolo del magnifico felino che tutti noi nel nostro immaginario conosciamo.

Sculture in campo è visitabile e si propone come un’interessante novità in ambito artistico a poca distanza da Roma, dando la possibilità al visitatore di scoprire panorami naturali e orizzonti creativi inediti, offrendo un rifugio dalla città e un momento di ritorno ad una libertà di movimento che spesso, nei contesti legati all’esposizione di opere d’arte, gli viene negata, e che invece è da considerarsi elemento fondante per la corretta fruizione dell’espressione creativa.

 

 

Sculture in campo. Parco di scultura contemporanea

Località Poggio Zucco, 01030 Bassano in Teverina (VT)

Orari: venerdì dalle 15.00 alle 20.00

Sabato e domenica dalle 9.00 alle 20.0

Lunedì dalle 9.00 alle 15.00

www.scultureincampo.it

 

Jeff Koons e la banalità del quotidiano

E’ tendenzialmente considerato l’erede di Andy Warhol e continuatore della Pop Art, è spesso associato a Marchel Duchamp per le reinterpretazioni della tecnica del ready-made: si tratta di Jeff Koons (21 gennaio 1955), artista statunitense, uno fra i più ricchi del mondo, icona dello stile neo-pop che utilizza una vasta gamma di materiali e tecniche, quali pigmenti, plastica, marmo, metalli e porcellana, per la creazione delle proprie opere d’arte.

Ispirata al consumismo e alla banalità della vita e della società contemporanea, l’arte di Koons mette a nudo l’attaccamento dell’uomo agli oggetti, gli stessi oggetti di cui si serve l’individuo tutti i giorni per soddisfare le proprie esigenze. Il vocabolario visivo utilizzato dall’artista per comunicare col pubblico è tratto dal mondo della pubblicità e dall’industria, un modo di rendere i fruitori delle mostre a proprio agio con le opere d’arte, a prescindere dal ceto sociale di appartenenza.

Già con le prime opere degli anni ’70 Koons presenta agli amanti dell’arte contemporanea delle composizioni costituite da giocattoli e fiori gonfiabili posizionate su superfici specchianti e nel 1979, con la serie The Pre-New, combina oggetti d’uso quotidiano a sfondi metallici o lampade al neon, creando composizioni da appendere al muro come se fossero dei quadri tradizionali. E’ ancora l’oggetto quotidiano il protagonista delle opere degli anni ’80, si pensi all’aspirapolvere della serie The New, uno strumento che non svolge più la sua funzione pratica e quotidiana, diventa un oggetto da ammirare e destinato a non essere più usato, non è più lo strumento amato dalle casalinghe per fare le pulizie, diviene un vero e proprio pezzo da museo suscitante reazioni diverse nel pubblico, creando approvazione o sgomento per aver inserito un oggetto banale nel tempio consacrato all’arte. Sono sempre gli oggetti di consumo ad essere presentati nella serie The Equilibrium (1985), dove uno o più palloni da basket fluttuano in teche di vetro in una soluzione di acqua distillata e cloruro di sodio come se fossero dei pesci in un acquario. “La sospensione dei palloni simbolizza uno stato di perfezione”: queste sono le parole di Jeff Koons in Retrospettivamente, attraverso le quali l’artista intende far riflettere circa il significato del concetto di equilibrio, infatti i palloni, anziché galleggiare, rimangono sospesi nel centro del liquido grazie alla perfetta equipollenza di forze.

Attraverso l’arte di Jeff Koons si assiste dunque alla celebrazione dell’oggetto quotidiano, l’oggetto viene manipolato e reso degno dell’ammirazione del pubblico, è l’atto dell’inserimento di quell’oggetto in una vetrina a trasformarlo in una sorta di reperto strappato dal sottosuolo e valorizzato in un museo. Ciò che generalmente è considerato un oggetto banale grazie a Koons viene elevato a opera d’arte. Il legame tra l’arte di Koons e la società dei consumi è innegabile, ma questa società viene criticata dall’artista attraverso le sue opere, tramite le quali è possibile sottolineare la banalità e superficialità di quella classe sociale che ha reso ricco e famoso l’artista.

Bertozzi & Casoni. Così è (se vi pare)

Così è (se vi pare) è la personale del duo artistico Bertozzi & Casoni, ospitata negli spazi espositivi della galleria Anna Marra Contemporanea di Roma fino al prossimo 7 aprile.

Curata da Lorenzo Respi, la mostra presenta un corpus di lavori di Giampaolo Bertozzi e Stefano Dal Monte Casoni, virtuosi interpreti della scultura in ceramica da più di trent’anni; al loro attivo una serie di esposizioni molto importanti, come quelle presso la Tate Liverpool e la XIV Quadriennale di Roma del 2004, la partecipazione al Padiglione Italia della Biennale di Venezia del 2011, e la personale del 2015 al Mambo di Bologna solo per citarne alcune.

Le loro opere a prima vista appaiono come riproduzioni di brani appartenenti al quotidiano: dalla rappresentazione di elementi simbolicamente associati alla società dei consumi (anche attraverso il suo degrado, come ad esempio i rifiuti), fino a dettagli di poetica bellezza e sensibilità appartenenti al mondo della natura e degli animali, oltre che una serie di oggetti facenti parti dell’immaginario collettivo, spesso legati ad un tempo passato velato di nostalgia. Il tutto reso con una grandissima perizia tecnica e attenzione al dettaglio, che li ha portati a conquistare una grande fama a livello internazionale per il sapiente connubio di abilità artigianale e moderne tecnologie industriali.

Ma se analizziamo nel profondo queste opere, che si pongono in atteggiamento di mimesis nei confronti del reale, notiamo che esse non si fermano a un semplice effetto iperrealista, perché ciò sarebbe limitante; il materiale utilizzato fa assumere loro una nuova identità, sviluppando un inedito potere di immagine, svelando curiose aperture di significato che mettono in discussione la consueta interpretazione degli oggetti o del reale, che diventa relativa.

Il titolo della mostra infatti, rimanda alla famosa opera teatrale di Luigi Pirandello; anche qui, come nelle sculture di Bertozzi & Casoni, ogni personaggio interpreta la realtà a suo modo, ossia in maniera assolutamente soggettiva e parziale, scardinando così completamente l’idea di una possibile interpretazione assoluta del mondo. Le chiavi di lettura del reale sono molteplici, e non bisogna farsi ingannare dalla verosimiglianza; questo è il messaggio che i due artisti portano avanti tramite il loro lavoro, che rende il relativismo delle forme e dei significati l’unico codice di accesso alla realtà.

 

 

ANNA MARRA CONTEMPORANEA

dal 7 marzo al 7 aprile 2018

Via Sant’Angelo in pescheria 32 – Roma

www.annamarracontemporanea.it

da lunedì a sabato, dalle ore 15.30 alle 19.30

Rui Chafes. Rumor

Si inaugura il 12 dicembre 2017 al MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma la nuova installazione site-specific Rumor realizzata dall’artista portoghese Rui Chafes (Lisbona, 1966).

La grande scultura in ferro, donata dall’artista al MACRO su iniziativa della società di arte contemporanea Studio Arte 15, entra così a far parte della collezione museale, impreziosendo la chiostrina dell’ascensore e mostrandosi ai visitatori già dallo spazio esterno della galleria vetrata.

Il progetto di allestimento è a cura dello studio di architettura Romolo Ottaviani. L’evento è promosso da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e patrocinato dall’Ambasciata del Portogallo in Italia.

La scultura Rumor consiste in due elementi verticali di quasi cinque metri, che si collocano in modo sintonico nello spazio del vano ascensore sfruttandone pienamente la geometria verticale, la corposità delle superfici in cemento e la luce naturale proveniente dall’alto.

L’opera, realizzata in ferro e sigillata con vernice nera, s’impone con la semplicità della sua forma come presenza attiva, dotata di una spiritualità munita da una forza superiore. L’essere umano è solito assistere a dei fenomeni indescrivibili e per questo incomprensibili, che possono essere interpretati come un’energia sovrastante: le opere di Rui Chafes, modellandosi con lo spazio che le circonda, interagiscono con esso mostrandosi come affascinanti apparizioni, trasmettendo l’essenza di un segreto. La natura, quale principale fonte d’ispirazione, è da lui interpretata attraverso forme austere, geometriche, organiche e a volte esili, penetrando nel luogo che le accoglie e fondendosi a esso in un continuo rimando poetico sospeso tra la vita e la morte, tra l’angoscia e la voglia di vivere. Questa visione romantica della natura, con la quale trascende oltre le barriere dell’infinito e che lo conduce oltre lo spazio, il tempo, il dolore, la transitorietà dell’esistenza umana, è interpretata da bellissime sculture che vivono attraverso una forte spiritualità e l’intima relazione che s’instaura con lo spettatore, portatore a sua volta di energia e poeticità.

Dal 12 Dicembre 2017 al 13 Dicembre 2017
ROMA
LUOGO: MACRO – Museo di Arte Contemporanea Roma
ENTI PROMOTORI:
Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale
TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 060608
SITO UFFICIALE: http://www.museomacro.org

Aldo Tanchis e Fernando Miglietta raccontano Bruno Munari

Giovedì 19 ottobre alle ore 18:00 la Fondazione Palazzo Pretorio presenta Aldo Tanchis e Fernando Miglietta raccontano Bruno Munari, nell’ambito della mostra Bruno Munari: aria | terra, presso Palazzo Pretorio a Cittadella (PD). Durante l’appuntamento Aldo Tanchis, scrittore della più importante monografia su Bruno Munari (1986, di prossima riedizione presso Corraini) e l’architetto Fernando Miglietta, che ha curato la realizzazione dei maggiori progetti urbani di Munari, raccontano la loro esperienza accanto all’artista.

La mostra Bruno Munari: aria | terra curata da Guido Bartorelli è promossa dalla Fondazione Palazzo Pretorio Onlus, in collaborazione con il Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università degli Studi di Padova e l’Associazione Bruno Munari, e proseguirà fino al 05 novembre 2017.

L’arte di Bruno Munari (Milano, 1907-1998) appare come un eccezionale complesso di pittura, scultura, sperimentazioni nelle tecniche più varie e innovative; e ancora grafica, design, editoria, fino a giungere a quella dedizione verso i laboratori per bambini in cui va riconosciuto un precoce superamento dell’opera d’arte chiusa a favore della fluente processualità del fare. Alla produzione pratica si aggiunge, inoltre, una produzione teorica altrettanto ricca e di rara lucidità.

In tutto ciò Munari ha saputo riflettere, fino a trarre conseguenze che suonano tutt’oggi radicali, sulle nuove responsabilità che l’avvento della società di massa affida agli artisti. Questi devono lasciarsi alle spalle le ambizioni individualistiche per mettere il proprio talento al servizio della collettività. L’utilizzo di metodologie oggettive e trasmissibili ha come obiettivo ultimo quello di porre chiunque nella condizione di comprendere i processi creativi e avvalersene in prima persona. Al proposito sono quanto mai attuali alcuni interrogativi posti da Munari quasi cinquant’anni fa: «L’arte, che un tempo era privilegio di pochi uomini sta diventando una espressione possibile a ciascuno di noi? Si sta riducendo positivamente la distanza tra l’artista e l’uomo normale?» (Artista e designer, 1971).

 

 

ALDO TANCHIS E FERNANDO MIGLIETTA RACCONTANO BRUNO MUNARI

Quando: Giovedì 19 ottobre 2017 ore 18:00

Dove: Palazzo Pretorio, Via Marconi 30, Cittadella (PD)

Ingresso gratuito

 

NELL’AMBITO DELLA MOSTRA: BRUNO MUNARI: ARIA | TERRA
A CURA DI: GUIDO BARTORELLI
SEDE ESPOSITIVA: PALAZZO PRETORIO – VIA MARCONI, 30 – CITTADELLA (PD)
DATE DI APERTURA: 9 APRILE 5 NOVEMBRE 2017
GIORNI DI APERTURA:

DAL MARTEDÌ ALLA DOMENICA. LUNEDÌ CHIUSO.
ORARI DI APERTURA: DAL MARTEDÌ AL VENERDÌ 9:00 – 12:30 / 15:00 – 19:00; SABATO E DOMENICA: 10:00 – 12:30 / 16:00 – 19:30

info e contatti
TEL: +39 049 9413449
EMAIL: info@fondazionepretorio.it
WEB: www.fondazionepretorio.it

Daidalos. Javier Marìn in mostra al Labirinto della Masone

Javier Marìn (1962) è lo scultore messicano protagonista della mostra intitolata Daidalos, presso il Labirinto della Masone, in corso fino al 14 gennaio 2018.

La mostra offre al pubblico la possibilità di ammirare uno scambio artistico fra l’architettura in stile neoclassico del complesso ospitante l’evento e le forme plastiche create dall’artista, opere in terracotta, bronzee e altri materiali, nate dall’immaginazione del Marìn.

L’uomo è il centro dell’operato di Marìn, non è un caso infatti che ad accogliere il pubblico sia un cavaliere bronzeo alto più di 7 metri. L’artista assume il ruolo di un Creatore, nel proprio lavoro infatti il processo creativo, quello in cui viene plasmata un’opera, assume un ruolo fondamentale, è un’esperienza che è in grado di offrire la possibilità di studiare maggiormente il corpo o gli oggetti a cui si intende dar vita.

Cabeza Roja è la scultura regina esposta nella corte centrale, una creazione che rappresenta un’imponente testa femminile, un lavoro che garantisce al pubblico di ammirare l’attenzione che lo scultore attua nei confronti non solo del corpo dell’essere umano, ma anche verso il reale e il mondo metaforico.

Ad accompagnare l’esposizione ci sarà la Guida alla mostra,edita da Franco Maria Ricci, firmata da Giorgio Antei.

 

 

Fino al 14 Gennaio 2018

Fontanellato | Parma

Luogo: Labirinto della Masone

La mostra è aperta tutti i giorni, tranne il martedì, dalle 10.30 alle 19. L’accesso è incluso nel biglietto d’ingresso del Labirinto della Masone (intero € 18, riduzioni indicate sul sito), che comprende anche l’accesso al labirinto di bambù e alla collezione permanente di Franco Maria Ricci.

Curatori: Giorgio Antei, Fondazione Franco Maria Ricci

Telefono per informazioni: +39 0521827081

E-Mail info: labirinto@francomariaricci.com

 

Montezuma, Fontana, Mirko. La scultura in mosaico dalle origini a oggi

Nell’ambito della V edizione Ravenna Mosaico Rassegna Biennale di Mosaico Contemporaneo, grazie al prezioso contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, di Marcegaglia Carbon Steel, il MAR – Museo d’Arte della Città di Ravenna, apre una mostra di ampio respiro sul rapporto tra la scultura e il mosaico, con l’intento di sondare e documentare la nascita, l’evoluzione di questo linguaggio e le differenti declinazioni del concetto di “tessera” da parte degli scultori a partire dagli anni Trenta del Novecento, momento in cui, dopo che Gino Severini rinnova la pratica del mosaico in funzione della decorazione architettonica, si avviano le ricerche plastiche mosaicate di Lucio Fontana e Mirko Basaldella, tra i più geniali artisti del secondo Novecento italiano.

Difficile pensare che, in quegli anni, tra fine anni Trenta e primi anni Quaranta, Fontana e Mirko possano aver intrapreso la sperimentazione del mosaico sulla scultura semplicemente trasponendo le riflessioni di Severini, Sironi e gli altri, alla loro arte, senza che sentissero l’esigenza di operare una riflessione storica, una ricerca che fornisse anche a loro un modello di riferimento antico, un punto di partenza che giustificasse la sperimentazione del mosaico facendola slittare dal piano bidimensionale a quello tridimensionale.

Come è stato storicamente dimostrato nel catalogo della mostra toscana del 2014 al Museo Civico di Montevarchi (Arezzo), ad innestare quel singolare “corto circuito” creativo alla base delle loro creazioni col mosaico furono gli esempi “primitivi” mesoamericani (presenti in mostra), che entrambi videro in momenti e luoghi diversi, anche grazie al crescente interesse per l’arte dell’antica America Latina esistente in Italia già negli anni Venti e che vedrà impegnate personalità di spicco nel censimento dei reperti provenienti da quell’area presenti sul nostro territorio nazionale, fino all’organizzazione della mostra dell’antica America Latina organizzata a Roma nel 1933.

Il percorso che coniuga la scultura al mosaico, dopo gli esempi di Fontana e Mirko tra anni Trenta e anni Quaranta, si interrompe per ricomparire di prepotenza tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, con alcune sporadiche eccezioni negli anni Cinquanta e Sessanta.

Se Fontana e Mirko sono “i precursori”, antesignani dell’unione felice tra scultura e mosaico, tra anni Sessanta e anni Settanta, Zavagno e Licata sono invece da considerare come i due indirizzi su cui si dipana la ricerca dei decenni seguenti soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo di materiali “non tradizionali”, il primo, e l’impiego delle tessere musive, lapidee o vitree, nel contemporaneo, il secondo.

Sulla trama di questo doppio e diverso utilizzo dei materiali – tradizionali e non – corre l’ordito della mostra che documenta le differenti temperature espressive della scultura tra XX e XXI secolo, iconica o aniconica, poetica o narrativa, simbolica o concettuale, sempre nella specifica coniugazione con l’arte del mosaico che si intensifica e si individua come “genere specifico” allo scadere degli anni Settanta ad opera di Antonio Trotta, Athos Ongaro e della Transavanguardia di Chia e Paladino; artisti che, anche nei decenni seguenti, faranno della scultura mosaicata una ricerca non episodica, soprattutto grazie alle innovazioni tecniche e tecnologiche date dai nuovi materiali di origine sintetica, che hanno permesso il superamento dei limiti tradizionali delle malte cementizie rendendo più agevole l’esecuzione musiva sulla tridimensionalità.

Tale ripresa non mancherà di suggestionare designer “colti” come Mendini e Sottsass che opereranno alcune incursioni sperimentali nella scultura. Dalla seconda metà degli anni Ottanta ad oggi, le ricerche e la produzione artistica in questa singolare declinazione della scultura si moltiplicano con esiti diversi e singolari e nel contempo tracciano il disegno della multiforme ricerca artistica dell’ultimo scorcio del XX secolo. Alcuni artisti e mosaicisti eseguiranno occasionali lavori tridimensionali, altri li alterneranno equilibratamente alla loro produzione bidimensionale, altri ancora si orienteranno verso la scultura in maniera più frequente, sino a farla diventare sempre più esclusiva.

Da questo momento, anche grazie alla realizzazione di alcuni lavori di importanza internazionale realizzati a Ravenna, come la tomba di Rudolf Nureyev a Parigi – oggi inamovibile, ma presente in allestimento mediante una installazione virtuale e multimediale – il fenomeno scultura e mosaico vedrà un’accelerazione con artisti di varia provenienza che si connoteranno fortemente come scultori mosaicisti tout court, consolidando la percezione che la scultura mosaicata abbia ormai imboccato una strada di assoluta autonomia.

Tra XX e XXI secolo il linguaggio musivo nella scultura si evolve in differenti e metamorfiche declinazioni del concetto di “tessera”, anche grazie alle sollecitazioni delle ricerche internazionali sui concetti di accumulo, assemblaggio parcellizzato e “poetica dell’oggetto” messi in campo dal Nouveau Realisme francese e poi dalla Nuova Scultura Britannica, per poi proseguire con elementi di spiccata originalità sino alle attuali generazioni, che lo impiegano in modo sempre più innovativo ed inatteso.

 

 

Dal 06 Ottobre 2017 al 07 Gennaio 2018

Ravenna

Luogo: MAR – Museo d’Arte della Città di Ravenna

Enti promotori:

  • Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna
  • Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna
  • Marcegaglia Carbon Steel
  • MAR – Museo d’Arte della Città di Ravenna

Telefono per informazioni: +39 0544 482017

Sito ufficiale: http://mar.ra.it

Il centro storico di Firenze non è il Bronx

Grottesco. Non ci sono altri aggettivi per definire l’intervento di Urs Fischer in Piazza della Signoria a Firenze. L’artista svizzero è stato chiamato per la manifestazione d’arte contemporanea In Florence, ideata da Fabrizio Moretti e Sergio Risaliti in concomitanza alla Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze. L’idea è stata quella di portare una grande firma dell’arte contemporanea nel cuore del centro storico del capoluogo toscano, come già avvenuto nel 2015 con Jeff Koons. Fin qui niente da obiettare, anzi, è lodevole il tentativo di portare la creatività odierna nei luoghi dove l’arte ha raggiunto la perfezione e promuovere il dialogo tra arte contemporanea e storia.

Il problema è che in questo caso non si assiste a un dialogo ma a una vera e propria rissa verbale degna di un Costanzo Show dei primi anni ’90, tanto è il contrasto tra il contesto e le nuove opere proposte. Si tratta di un totem di alluminio alto 12 metri che a detta dell’artista simboleggia «un monumento alla semplicità e alla primordialità del gesto umano che plasma la materia», accompagnato da due statue di cera che andranno via via a sciogliersi durante la mostra che finirà il 21 gennaio 2018.

Come per tutte le opere contemporanee è inutile discutere sulla forma di Big Clay (questo il nome scelto da Fischer per l’opera d’alluminio). Si può invece discutere di come sculture di questo tipo siano totalmente incompatibili con il centro storico di una delle città più eleganti del mondo. Per dirla con un esempio semplicissimo: un conto è mettere Big Clay in mezzo ai palazzacci del Bronx di New York, un altro è sistemarlo al cospetto di un palazzo trecentesco.

È bene che l’arte contemporanea di questo genere arrivi dove c’è veramente bisogno di arte, non dove si è saturi di bellezza. Il pericolo è quello di avere una percezione completamente distorta dell’intervento dell’artista che, come in questo caso, provoca solo fastidio. Chi arriva oggi in Piazza della Signoria non vede altro che una gigantesca prova di arroganza del contemporaneo sull’antico e percepisce la forma priva della sostanza.

Nessuno ragionerà sull’uomo che plasma la materia, nessuno farà caso alle impronte digitali dell’artista impresse nel manufatto che si sta formando. Tutti ricondurranno l’opera al risultato di caffè e sigaretta dopo colazione, fermandosi al massimo per un selfie come si farebbe con un Suv parcheggiato in mezzo a una spiaggia affollata.

Il Big Clay è un segno grave di come la supponenza delle artistar odierne abbia superato ogni limite. Personaggi totalmente incapaci di autocritica e convinti che dalle loro menti esca fuori solo oro colato, vivono in un mondo ovattato circondati da broker dell’arte il cui unico interesse è muovere il mercato. L’equivoco di Piazza della Signoria è frutto di una sopravvalutazione della firma rispetto al contesto, causata dal provincialismo al contrario di chi, dall’alto del suo cosmopolitismo, pensa di poter applicare ovunque quello che funziona oltre Oceano. Far dialogare un artista contemporaneo col centro storico di Firenze è una cosa, imporlo è un’altra. Non si va a parlare col Papa masticando un chewingum in infradito e bermuda.

 

Paolo Amico e Daniele Basso. Luce & Pensieri

Luce e ombra, pensiero e narrazione sono i temi che accomunano le opere presentate dal 4 ottobre al 26 novembre nella bipersonale Paolo Amico e Daniele Basso. Luce & Pensieri.

A Venezia, nella suggestiva cornice di Palazzo Contarini Polignac, a pochi passi dalla Collezione Peggy Guggenheim e dalla Fondazione Pinault di Punta della Dogana, oltre venti lavori in parte inediti – tra sculture di grandi e medie dimensioni e opere su carta – si snodano in un percorso che lega, per similitudini e differenze, la ricerca dei due artisti.

La luce rappresenta un riferimento imprescindibile sia per le sculture di Basso che per le carte a biro di Amico. L’acciaio e il bronzo bianco lucidati a specchio, a mano, di Daniele Basso sono innanzitutto un modo per dare forma alla luce: il fenomeno della riflessione sulle superfici specchiate diventa infatti, in questo genere di sculture, fattore importante quanto la materia stessa.

Emblematica, in questo senso, l’opera Gabriel, in bronzo bianco, realizzata appositamente per questa esposizione, in cui la lavorazione sinuosa del metallo traccia le linee di un aitante corpo maschile.

Quasi per contrapposizione, le opere di Paolo Amico – penna a sfera su carta – ritraggono invece paesaggi notturni. La sua ricerca si dedica in particolare alla città, alla notte e al colore della notte. Attratto da questi elementi, l’artista siciliano dà vita a vedute fatte di luci fluorescenti che proiettano su strade e palazzi colori artificiali, dotandoli di una cromia innaturale.

Il processo di realizzazione e stesura del colore è molto simile a quello dei pastelli: la penna biro consente infatti di modulare l’intensità del segno col variare della pressione esercitata. Si procede per strati, dai toni più chiari sino al nero, trame su trame, fino a coprire il foglio, la carta bianca è la luce.

In omaggio alla città che lo ospita, Paolo Amico ha realizzato per la mostra alcuni scorci di Venezia, tra cui Confusione veneziana in cui si percepisce la vitalità della città, con tutte le sue bellezze e le sue contraddizioni.

L’altro nucleo concettuale da cui prende spunto la mostra è quello del pensiero, del racconto che scaturisce dalle opere dei due artisti. Entrambi, infatti, hanno una spiccata vocazione narrativa.

Nell’utilizzare la penna, Paolo Amico fa proprio lo strumento principe deputato alla narrazione: da sempre usato per la scrittura, l’artista lo adopera per raccontare, ma “per immagini” e non più per parole. Anche il modo con cui sceglie i suoi soggetti ha a che fare con una modalità di racconto, quella del reportage.

Nella ricerca di Daniele Basso è viva la volontà di stimolare le coscienze per raggiungere una maggior consapevolezza della propria identità personale e collettiva. Le sue sculture contengono sempre una storia su temi d’interesse universale – l’infanzia, la maternità, il cambiamento, il bene – che ciascuno può riportare alle proprie esperienze personali. Boogeyman, per esempio, bronzo bianco lucidato a specchio, è la metafora della paura, quella irrazionale e incontrollata che viviamo da bambini: un manto argenteo privo di volto, vuoto e inconsistente, pronto a sgonfiarsi a un piccolo cenno di coraggio.

 

 

Inaugurazione martedì 3 ottobre ore 18.30

Dal 03 Ottobre 2017 al 26 Novembre 2017

Venezia

Luogo: Palazzo Contarini Polignac – Magazzino Gallery

Curatori: Ermanno Tedeschi

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 011.8178627

E-Mail info: info@galleriazabert.com