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Le vibrazioni temporali di Giorgio Griffa in mostra alla Galleria Lorcan O’Neill

Tempo, sequenze ritmate e segni ridotti al minimo invadono le bianche mura asettiche della Galleria Lorcan O’Neill in vicolo dei Catinari a Roma, vicino Campo de’ Fiori. Giorgio Griffa torna a invadere gli spazi della galleria che occupa la corte del bellissimo palazzo rinascimentale Santacroce. Dopo, infatti, la mostra del 2014 Danza dei Neuroni, Griffa presenta la sua seconda mostra personale nei locali capitolini dal titolo Giorgio Griffa: Paintings 1970-2017, una sintetica retrospettiva che ripercorre la sua cifra stilistica dalla fine degli anni Sessanta a oggi. È un viaggio che ci conduce in un mondo parallelo in cui l’opera è in costante divenire, dove vige su tutto una temporalità precaria e sospesa.

Giorgio Griffa dai suoi primissimi esordi ha introdotto una nuova visione del colore e del tempo, scegliendo in perfetta autonomia un metodo di lavoro che oggi ne identifica la sua pratica: la tela grezza. Si tratta, infatti, di materiali non trattati, dalla iuta al lino, poggiati e lavorati sul pavimento per evitare sgocciolamenti di colore. La cornice è assente, questo permette alle opere, una volta disposte sulle mura, di diventare parte viva del luogo creando un dialogo inaspettato tra le opere stesse e il supporto su cui sono presentate. Inoltre, Griffa ha da sempre prediletto un approccio fisico, come Pollock creava movimento e dinamismo, come una moderna danza, l’artista torinese cammina, calpesta la canapa, il cotone e lascia che ogni imperfezione della materia diventi parte integrante delle sue rappresentazioni.

In particolare, la mostra presenta una selezione di dipinti scelti per ogni decade della sua carriera caratterizzati dalla peculiarità lirica di ridurre il segno pittorico al minimo e concentrarsi su tre aspetti fondamentali: ritmo, sequenza e segno. Si tratta, infatti, di posizioni precise e ragionate del colore che non invadono la tela, ma ne costituiscono una sorta di work in progess in cui l’opera dà la sensazione di essere un “non finito”. Appaiono, poi, numerazioni prima semplicemente legate alla volontà di fare parte di un ciclo di lavori. Il numero è l’indizio per comprendere il divenire di ogni singola opera, altre volte i numeri diventano dei rapporti matematici come ad esempio nei lavori più recenti incentrati sul Canone Aureo. Il canone crea una sequenza di numeri che ha un inizio e mai una fine, può continuare ossessivamente all’infinito. È un salto nel buio, un’opera che tende all’ignoto e all’incontrollabile.

Sono segni primari, frequenze vibranti di pennellate color pastello e numeri che ci incuriosiscono e ci distraggono, li troviamo ovunque. Le opere di Giorgio Griffa nel loro essere analitiche, minimalisticamente originali, si presentano con le sembianze di narrazioni attraverso scelte tonali calde e rincuoranti e un segno puro, tradizionale che riporta a una vicinanza terrena con il primitivo o il primordiale. La terra che ci sta sotto i piedi è la stessa che è stata calpestata, integrata e accorpata alle tele e il tempo si presenta come il ticchettio di un orologio che non si ferma mai, continua a risuonare nella testa nel ricordo di un tempo che non avrà fine.

 

 

Galleria Lorcan O’Neill

Vicolo dei Catinari 3,

00186 – Roma

21 febbraio – 13 maggio 2017

Orari di apertura: Dal martedì al sabato ore 11.00 – 19.00

Ingresso: Gratuito

Informel. L’esperienza in Francia e Italia dell’arte senza forma

1951. E’ l’anno in cui il pittore francese Georges Mathieu utilizzò il termine informel (informale) per raggruppare quelle esperienze artistiche varie, aventi in comune la volontà di voler rinunciare a qualsiasi riferimento con il passato, superando ogni tipo di tradizione, figurativa e non.

L’arte informale nasce dal desiderio di abbandonare lo studio riguardante i rapporti fra gli elementi che costituiscono la rappresentazione, preferendo invece il contatto diretto fra la materia e l’artista, elementi fondamentali per la nascita dell’opera d’arte informale.

Le basi dell’arte informale europea furono poste in atto fin dal 1943 da Jean Fautrier con la serie Ostaggi. La materia pittorica è il cuore della ricerca dell’artista francese, il quale ancora non abbandona del tutto la figurazione, infatti, come allude il titolo della serie precedentemente nominata, l’immagine è tenuta in ostaggio dal segno creativo e soprattutto dalla materia senza forma, o informale. Cosa potrebbe aver condotto Fautrier a realizzare delle simili opere? Cosa potrebbero simboleggiare? Senza dubbio è un riferimento all’uomo, all’essere umano che è stato annientato dal dominio tedesco durante la guerra.

Ancora con Jean Dubuffet viene celebrato il trauma della guerra, con il quale la materia viene elaborata fino a ricavare immagini grezze rappresentanti corpi di donne dai lineamenti generici ed essenziali.

La guerra ha annientato l’uomo, fatto crollare città, così l’arte informale vuol far crollare il figurativismo. La forza del gesto, del segno, del colore della materia sono gli elementi che plasmano le opere d’arte informali, così Hans Hartung fa dell’energia del segno l’elemento portante dei suoi quadri.

L’informale viene accolto anche dagli artisti italiani. L’energia del gesto viene controllata da Lucio Fontana governando contemporaneamente materia e immagine, sabbie, vetri e lustrini vengono posti sulla tela e buchi e tagli, presenti nella serie delle Attese (1958) consentono all’artista italiano di superare la materia, di superare lo spazio conosciuto.

Le qualità della materia e l’abbandono del figurativismo sono le ricerche portate avanti dell’operato di Alberto Burri, grazie al quale materiali quali il legno, il ferro, la plastica o in generale i materiali di scarto assumono una nuova valenza estetica.

E’ evidente che l’uomo ha perso la propria centralità in quella che è possibile definire la civiltà meccanica, la sfiducia nei confronti del progresso, lo stesso progresso che ha condotto alla guerra con tutti i suoi orrori, è ben evidente all’interno dell’ampio panorama artistico che caratterizza l’Europa nell’immediato dopoguerra. La guerra ha distrutto la vita delle persone e i volti delle città, allo stesso modo schemi e costruzioni che portavano alla creazione di opere d’arte sono stati distrutti dagli artisti informali, traumatizzati dall’orrore della guerra.

 

Tanto non capirai niente. Tony Lewis

Il lavoro di Tony Lewis è incentrato sulla comunicazione e la tramandabilità di informazioni o concetti. Nella serie di opere Gregg Shorthand Drawings al centro di fogli di grandi dimensioni, con pieghe, rappezzamenti e macchie scure, campeggiano dei simboli corsivi tracciati con la grafite chiaramente identificabili come scrittura, ma di difficile interpretazione. Sono i simboli del sistema stenografico in uso negli Stati Uniti, Gregg Shorthand.
La stenografia è quel tipo di scrittura veloce che permette di riportare un discorso su carta, alla stessa velocità di chi parla. Questo mediante abbreviazioni di parole e semplici segni fonetici, un po’ come un alfabeto semplificato. Si omettono quindi lettere mute (numerose in inglese) e si utilizza lo stesso segno per suoni simili o composti. È dunque, più della scrittura tradizionale, un sistema per fissare e tramandare qualcosa di importante ma evanescente come un discorso, la cui partecipazione di pubblico è limitata.
Questo tipo di linguaggio è però sicuramente meno conosciuto dell’alfabeto latino, è comprensibile ad un numero ristretto di persone. Il suo scopo divulgativo è raggiunto a metà.

Lewis si cura di utilizzare polvere di grafite, quella che compone la mina delle matite, e carta per realizzare la quasi totalità delle sue opere.
Carta e matita, gli oggetti più semplici e diffusi per comunicare, usati anche dai bambini. I primi che ci vengono a portata di mano per appuntare qualcosa di memorabile per noi stessi o per qualcun altro.

Un sistema di scrittura veloce che permette di non perdere neanche una parola, strumenti veloci e semplici di facile reperibilità poi però quel che Lewis riporta sul foglio è un singolo segno, non un discorso, non una frase e neanche una parola compiuta.
Ricordano graffiti da strada, l’urgenza di lasciare la propria memoria, di dire qualcosa a chi passa, di farsi sentire da tutti senza distinzioni.
Ma nonostante tutti questi sforzi la comunicazione non avviene affatto.

Tutta la preoccupazione e l’ingegno messo in atto nella storia per trascrivere un pensiero espresso a parole e poter raggiungere più persone, poterle includere nel messaggio, renderle parte del discorso e farlo proseguire potenzialmente fino alla fine dei tempi, viene irreparabilmente meno.
Rimane un segno grafico affascinante che attira a se lo sguardo ma non comunica assolutamente niente.
Si legge una critica all’arte stessa, ai modi che assume oggi, a volte comprensibili a pochi o forse a nessuno. Arte a volte compiaciuta dell’immagine, della forma, del mezzo, della materia di cui è fatta ma senza alcun messaggio dietro. C’è della nostalgia in queste opere, manifesti rovinati, spiegazzati, rotti e sporchi come vecchi reperti che vorremmo ci parlassero ma alla fine non capiamo niente.