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Microcosmi onirici. Mostra personale di Simona Cozzupoli

Abbiamo già avuto l’onore di scrivere dell’arte di Simona Cozzupoli in questa sede. Ora abbiamo l’opportunità di invitarvi a visitare la mostra sui suoi “microcosmi onirici”, creati dentro a scatole e cornici di legno, che conducono lo spettatore in una dimensione originaria dominata dalla meraviglia.
Guardando attraverso un vecchio libro si aprono nuovi orizzonti percettivi. L’artista milanese, attraverso la realizzazione di scatole lignee chiuse nella parte anteriore da una superficie in vetro, generalmente di piccole dimensioni, offre al pubblico la possibilità di sognare, come quando si era bambini. Il pubblico si troverà di fronte a dei veri e propri “rebus oggettuali” uniti da un unico filo conduttore, quello della meraviglia e dello stupore.

 

 

Fino al 31 dicembre 2019

@Mare Culturale Urbano

Via Gabetti, 15 Milano

Orari mostra:
Dal lunedì al mercoledì h.11,30/24
Giovedì h.11,30/01,00
Venerdì h.11,30/02,00
Sabato h.10/02,00
Domenica h.10/24

Sito: www.simonacozzupoli.wixsite.com/simonacozzupoli

Facebook: https://www.facebook.com/simona.cozzupoli
Instagram: https://www.instagram.com/simona_cozzupoli/
Mail: millaisofelia@yahoo.it

I “micromondi” onirici di Simona Cozzupoli

Simona Cozzupoli è un’artista milanese contemporanea, che è possibile definire come una realizzatrice di “bacheche”, le prime delle quali sono risalenti al 2014. Si tratta di scatole lignee chiuse nella parte anteriore da una superficie in vetro, generalmente di piccole dimensioni, all’interno delle quali è possibile ammirare e rimanere affascinati da “micromondi” onirici, che, come ha spiegato l’artista, sono popolati da bamboline souvenir, figure delle carte da gioco ambientate in giardini fiabeschi, oggetti disparati che creano “Rebus oggettuali” da risolvere, “Templum” e “Templa” con uccellini origami in miniatura, realizzati a partire da un foglio quadrato di cm 2 x 2, ispirati alla tecnica divinatoria etrusca degli auspici, “Nature morte contemplative”, totalmente azzurre, da con-templare, tutti attraversati dal filo conduttore della meraviglia, intesa nel suo senso filosofico originario di accesso alla conoscenza.

A evocare  l’universo caleidoscopico delle Wunderkammer sono le farfalle e i pesci di carta. Le farfalle sono infilzate da spilli e catalogate in virtù dell’originale nomenclatura scientifica, una tecnica illusoria che inganna anche i più esperti. Tutto è nato da un vecchio libro illustrato di farfalle trovato in una libreria dell’usato. L’artista è rimasta colpita dalla verosimiglianza delle illustrazioni e ha giocato sul rapporto tra realtà e rappresentazione (gioco in cui gli artisti si cimentano da sempre), ritagliandole e collocandole dentro a scatole o cornici profonde che ne esaltassero l’apparente tridimensionalità ottenuta piegando le ali. L’artista aggiunge: «In queste opere la meraviglia induce ad una riflessione sulla percezione: siamo sicuri che la conoscenza del mondo attraverso i cinque sensi sia veritiera? A volte la rappresentazione della realtà può sovrapporsi ingannevolmente alla realtà stessa: l’illustrazione di una farfalla può essere scambiata per una vera farfalla. Sapere che i sensi possono ingannare per molteplici motivi (weltanschauung, abitudini percettive, conoscenze pregresse, aspettative, ecc.) può essere uno stimolo a indagare la realtà in maniera più approfondita».

Quando si parla di farfalle viene spontaneo pensare al tema della Vanitas, associando così le farfalle a quelle di Damien Hirst. Simona Cozzupoli però ammette di non aver pensato consapevolmente all’arte di Hirst, infatti crede che il concetto di “vanitas” sia strettamente intrecciato con quello di illusionismo ottico e di illusorietà e transitorietà del mondo materiale percepibile dai sensi. Si tratta di una tematica attuale in una società consumistica dominata dall’obsolescenza sempre più rapida delle sue merci. L’utilizzare materiali recuperati nei mercatini dell’usato è una reazione a questa condizione effimera degli oggetti moderni che hanno un ciclo vitale brevissimo.

Gli “Acquari” invece sono plasmati con pesci di carta creanti un effetto optical, in quanto collocati a diverse profondità all’interno della scatola.

Joseph Cornell è l’artista americano che maggiormente ha colpito l’immaginazione di Simona Cozzupoli, in particolar modo con le shadow boxes, scatole di legno chiuse da un vetro, contenenti gli oggetti più disparati trovati nei robivecchi durante i suoi vagabondaggi per le strade di New York e poi assemblaticasualmente”. L’aspetto più affascinante delle “scatole” di Cornell per la Cozzupoli è il ruolo riconosciuto al caso nel processo creativo. Ella si sente molto vicina a questo suo modo di vivere e di concepire l’arte, in quanto l’idea di cercare legami e corrispondenze tra gli oggetti sparpagliati in un mercatino dell’usato per poi creare una bacheca è uno dei metodi impiegati nel proprio procedimento artistico.

Ammirando le opere create da Simona Cozzupoli diventa spontaneo chiederle da cosa viene colpito maggiormente il pubblico quando si trova di fronte alla sue creazioni artistiche. Lei ha risposto così:

«Alcune persone sono colpite prevalentemente dall’esecuzione tecnica dei particolari più minuziosi, come gli origami in miniatura o le onde fatte con il cartoncino arrotolato a spirale.

Altre si soffermano sulle idee che sono dietro alle opere: gli archetipi; il legame tra il mondo dell’infanzia e quello delle origini dell’essere umano (rapporto micro-macro, ontogenesi-filogenesi); l’importanza dell’immaginazione; la divinazione dei popoli antichi che, vivendo in simbiosi con la natura, la consideravano una pratica quotidiana per conoscere la realtà; la dimensione onirica e le sue relazioni con la divinazione.

Qualcun altro invece è colpito dalla meraviglia che suscitano gli accostamenti bizzarri tra gli oggetti, come nei “rebus oggettuali”, o la loro decontestualizzazione, come nelle bacheche con le figure delle carte da gioco, che ho ritagliato e ricontestualizzato in ambienti tridimensionali vari, come teatri o giardini.In generale, la domanda più frequente che ricevo è: “come ti vengono in mente?”».