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Cosmogonie. Personale di Mario Coppola

La Fondazione Plart è lieta di presentare Cosmogonie, prima mostra personale dell’architetto Mario Coppola, a cura di Angela Tecce, Direttore della Fondazione Real Sito di Carditello. L’esposizione inaugurerà il 14 ottobre 2017 presso la sede del Plart in occasione della Tredicesima Giornata del Contemporaneo indetta da AMACI – Associazione dei Musei d’arte contemporanea italiani e abiterà i suoi spazi fino al 22 dicembre 2017.

Mario Coppola (1984), architetto e designer napoletano, sperimenta nei suoi progetti la fusione tra design, architettura e ambiente. Nel 2010, dopo aver lavorato a Londra presso lo studio Zaha Hadid Architects su numerosi progetti, fonda a Napoli Ecosistema Studio, dove, in rete con artigiani, imprese campane e collaborazioni internazionali con altri architetti sviluppa e realizza progetti volti a una simbiosi uomo-biosfera e crea oggetti direttamente ispirati ai caratteri di complessità, dinamismo e leggerezza del mondo contemporaneo. Il design di Mario Coppola s’ispira alla forma e al cinematismo della natura e del corpo umano, gettando un ponte tra lo spazio domestico e l’ambiente naturale.

La mostra Cosmogonie è stata concepita intorno all’opera Dafne, monumentale installazione site-specific plasmata in fluida continuità con le volte della Fondazione Plart, con una serie di sculture e rilievi di grande formato realizzati proprio per l’occasione. Ispirate alle teorie della complessità, le opere si configurano come luogo in cui prende forma l’inestricabile intreccio tra uomo, natura e macchina; non a caso, gli oggetti in mostra emergono dalle pareti o dal pavimento alla conquista dello spazio, frutto di una sensibilità colma di reminiscenze dell’arte antica e moderna, da Bernini a Moore, da Michelangelo a Boccioni.

Con i lavori di Mario Coppola, il Plart ci avvicina ancora una volta al mondo delle plastiche d’autore, per mostrarci come le dimensioni dello spazio, del corpo e dell’esperienza ricostruiscono un universo multiforme che diviene manifesto del nostro tempo. Se infatti l’ecosistema è insieme fonte di vita e dimora dell’uomo, pur senza mai rinnegare le conquiste della tecnica, è solo in simbiosi con esso che può rendersi possibile ogni attività antropica.

 

 

14 ottobre – 22 dicembre 2017

Apertura 14 ottobre 2017, 12:00 – 20:00

Fondazione Plart

Via Giuseppe Martucci 48 – Napoli

Ps. I Love You. Jung Lee: neon e fotografia per raccontare l’amore

Jung Lee, artista e prima di tutto fotografo, vive e lavora a Seoul in Corea del Sud. Dopo gli studi di fotografia alla Royal Collage of Art, inizia a praticare l’uso del neon in una precisa e accurata operazione artistica che vede la parola e la semantica, la chiave d’accesso alla scoperta e alla totale immersione della sua produzione artistica.

Il neon, tra gli elementi prediletti delle ultime serie realizzate dall’artista, è una tecnica molto conosciuta e amata da numerosi artisti, come Bruce Nauman o Maurizio Nannucci, che pone a dialogare lo spazio e il pubblico. Nel caso di Jung Lee, gli spazi scelti sono luoghi ameni, a tratti inquietanti o freddi, che permettono una totale ricognizione dell’elemento e una maggiore affettività. Il mezzo fotografico immortala un momento creando un frame narrativo che racchiude, al suo interno, un intramezzo di emozioni e riferimenti letterari che appaiono immortalati da uno scatto.

Ciò che davvero sorprende è il continuo rimando a grandi letterature tra cui la Divina Commedia o Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes per una delle sue ultime serie dal titolo Aporia dal greco ἀπορία, letteralmente strada senza uscita. Nell’antica filosofia greca era utilizzata per dare una risposta sicura a un quesito che poneva due risposte entrambe valide. Nel caso dei neon di Jung Lee, l’artista coreano utilizza frasi a tratti banali sull’amore, ma allo stesso tempo reali o apparentemente prive di alcun significato e, astraendole dal proprio contesto, vengono adagiate in luoghi in cui la natura crea un processo di evoluzione della semantica assimilandola, riflettendola o inglobandola.

La sensazione è che si tratti di un eco lontano e, allo stesso tempo, immortale in cui l’operazione di Jung Lee si compie attraverso il mezzo fotografico che blocca l’attimo e permette che le parole, le lettere, i colori assumano e riprendano possesso del proprio significato. L’alienazione del mezzo semantico è un’altra forma di riappropriazione della parola che aberra ogni riferimento e si presenta senza veli in una sorta di forzatura che l’artista ci costringe a leggere, interpretare e fare nostra. È una sorta d’incoscienza poetica attraverso il minimalismo color neon e lo spazio deserto, freddo e isolato. Uno spazio puro e incontaminato focalizza un pensiero e lo fa riecheggiare all’infinito.

La produzione di Jung Lee non inventa nulla di nuovo, i mezzi scelti dall’artista sono quelli più comuni, a ben tutti conosciuti, ciò che cambia e che fa di queste serie delle vere e proprie forzature d’arte, in senso buono, è il significato che portano dentro di sé non solo filosofico e letterario ma personale che si amplia e si riproduce ogni volta che qualcuno si ferma davanti all’immagine. La potenza e la forza del mezzo visivo permettono una profonda immersione nel senso e nel gesto e diventano parte di un qualcosa che va di là da uno sguardo furtivo, ma riecheggia nell’immediato momento successivo.

 

Sandi Renko. Windows

La PoliArt Contemporary annuncia Windows la nuova mostra dedicata a Sandi Renko. Il progetto site-specific, realizzato in più di un anno di lavoro, crea un affascinante straniamento rispetto a un allestimento abituale. Le circa venticinque opere, infatti, lasciando libere le pareti, s’aggregano in patchwork per coprire le grandi finestre e nicchie della galleria milanese, come nelle vetrate di una cattedrale gotica.
Sono proprio le caratteristiche della ricerca di Renko ad avere reso possibile un simile progetto, in grado di modificare invertendola la percezione dello spazio espositivo.
Nella ricerca recente dell’artista italo-sloveno una forza quasi auto-generativa interna alle opere – caratterizzata dalle cangianze cinetiche delle forme e dei colori – aveva prodotto vere e proprie trasformazioni percettive, in grado di rompere l’ortogonalità, nella creazione di oggetti poligonali. In una sorta di attività antigravitazionale, le singole opere di Renko acquisivano un’inedita leggerezza sulle pareti, richiamandosi come in uno stormo in volo.
Partendo dalla constatazione di questo legame tra le opere, il cui tramite è lo spazio-luce, la ricerca di Renko si è orientata verso la deframmentazione, per identificare il luogo esatto del luogo espositivo in cui singolarità e molteplicità potessero raccogliersi insieme allo spazio e alla luce. Windows è la straordinaria proposta di Renko, nella quale c’è qualcosa in più di un’idea d’arte contemporanea e qualcosa in più di un luogo allestito, perché l’artista riesce a evocare persino la sacralità di colore, luce e spazio mutevoli, tipici delle grandi vetrate nell’interno delle grandi cattedrali gotiche.

Il ritmo espositivo accade per grandi blocchi cromatici e pause silenziose. I dettagli restano la difficilissima semplicità della tecnica di Sandi Renko, fatta di contrappunti di linee tra i micro rilievi del canneté (un leggero cartone da imballaggio).

In occasione della mostra sarà realizzato un catalogo in 120 esemplari numerati, ognuno contenente un’opera unica realizzata da Sandi Renko.

La ricerca di Sandi Renko, dagli anni Settanta a oggi ha cercato una sintesi tra un riduzionismo rigoroso, l’arte minimalista e le esperienze cinetiche, con una grande attenzione allo spazio in cui le opere interagiscono. In quest’ottica, è connaturata alla ricerca dell’artista una propensione alle installazioni ambientali e ai progetti site-specific. È proprio il sincretismo a fare della ricerca di Renko un originalissimo capitolo dell’arte contemporanea aperto sul futuro. Con un’incredibile povertà di mezzi, cartone ondulato e pennarelli acrilici (e tiralinee), l’artista riesce a creare complesse e raffinatissime visioni mutevoli, spesso incentrate sulla figura del cubo e in grado di modificare dall’interno anche i bordi delle opere.

Fino al 16 Settembre 2017

MILANO

LUOGO: PoliArt Contemporary Milano

CURATORI: Leonardo Conti

ENTI PROMOTORI:

  • PoliArt Contemporary

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 02 70636109

E-MAIL INFO: info@galleriapoliart.com

SITO UFFICIALE: http://www.galleriapoliart.com

Giuseppe Gabellone

La Fondazione Memmo presenta la mostra personale di Giuseppe Gabellone (Brindisi, 1973), a cura di Francesco Stocchi, confermando il desiderio di promuovere l’arte contemporanea attraverso produzioni site-specific e opere inedite.

Caratterizzata da un deciso rigore formale e da un approccio sperimentale ai diversi linguaggi della pratica artistica, dalla fotografia alla scultura, l’intera ricerca di Gabellone è rivolta a una riflessione sull’uso dello spazio e alla relazione con i suoi diversi aspetti sensoriali e temporali. L’opera dell’artista si concentra sull’analisi dello spazio espositivo, sul ruolo dell’artista e di quei meccanismi capaci di attivare una trasformazione all’interno di un sistema apparentemente chiuso.

Di forte impatto visivo, gli interventi di Giuseppe Gabellone pensati per gli spazi della Fondazione intendono rompere la tradizionale separazione tra naturale e artificiale, tra spazio interno ed esterno: un serrato dialogo tra opposti che pone al tempo stesso l’attenzione sul fare scultoreo. Il visitatore, inizialmente disorientato, si trova al centro di una assenza risaltata dall’illuminazione esterna, come fosse un palcoscenico. In un ritmo speculativo tra verticale e orizzontale è possibile modellare uno spazio per “per forza di levare”, lasciando le opere affacciarsi e liberarsi fino a creare nuovi luoghi all’interno dello stesso spazio.

Fino al 15 Ottobre 2017

ROMA

LUOGO: Fondazione Memmo Arte Contemporanea

CURATORI: Francesco Stocchi

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 06 68136598

E-MAIL INFO: artecontemporanea@fondazionememmo.it

SITO UFFICIALE: http://www.fondazionememmo.it

Human: la condizione umana oltre il corpo di Antony Gormley

Antony Gormley, mondialmente riconosciuto per le sue sculture, installazioni e lavori pubblici è, prima di tutto, l’architetto di una nuova percezione di sé che ci riporta a valutare e a ripensare la condizione dell’uomo nel mondo. Gormley è l’artista per eccellenza che ha fatto della ricerca filosofica intorno al corpo la sua linea stilistica. Le sue sculture sono inaspettate e imbevute di una condizione umana legata in maniera imprescindibile al corpo stesso dell’artista. Infatti, ogni scultura nasce da un calco grezzo del corpo dell’artista britannico, che ne diventa la matrice e sistema di misura per ogni traccia scultoria che realizza. Al di là dell’aspetto puramente formale, Gormley ha impostato la sua intera carriera artistica delineando un’unica ragione di pensiero che oltre al corpo, vede centrale la relazione spaziale e architettonica in cui il corpo sta al mondo. In una sartriana idea di corporeità, il corpo intriso di soggettività, non è più semplice oggetto ma corpo-soggetto che assume caratteristiche in evoluzione e diventa simbolo dell’essere davanti al mondo.

La triade artistica di Gormley si enfatizza attraverso la percezione di sé nel mondo. Corpo, anima e spazio sono i tre aspetti dell’umano che fanno dell’opera dell’artista britannico una costante in continua ascesa verso un’esasperata ricerca di sé. La presenza del corpo è spesso relazionata al suo essere collettivo, la folla è uno degli espedienti attraverso cui l’artista esplora l’idea di scultura sociale affidando al pubblico la capacità di relazionarsi alla massa, ai volumi e a una ricerca psicofisica.

Oltre al corpo lo spazio, circoscritto da leggi architettoniche e spaziali delle mura che lo possono circondare o delimitare da vitalità naturali, è dotato di forze contrastanti. Lo spazio è per Gormley una cassa di risonanza per una produzione costante e notevole di energia. Gli ultimi lavori dell’artista, infatti, si relazionano allo spazio come prodotto nato dall’incontro di sistemi di energia e campi di forza. L’attenzione si sposta dal corpo e dai volumi verso una ricerca sulla capacità di creare strutture apparentemente leggere, all’interno delle quali Gormley costruisce un ambiente claustrofobico in cui il corpo è incline a perdere ogni punto di riferimento.

L’arte di Antoni Gormley non è un’arte relazionale, è un processo di mistificazione dell’essere umano nella costante battaglia dualistica tra corpo e mondo. Ogni percezione di sé o di sé nel mondo è riprodotta attraverso l’uso di materiali pesanti, geometrici che lavorati e giustapposti creano strutture fragili e in bilico tra sé e il reale. Ogni costruzione volumetrica, pur nel suo astrattismo diventa riconoscibile e mantiene il suo aspetto più tangibile attraverso l’attenzione corporea che l’artista affida alle sue sculture. La matrice è il reale che permette ai corpi ferrosi di Gormley di ancorarsi a un racconto intimo, privato che ci conduce alla riflessione più antica del mondo circa la presenza dell’uomo nel mondo e le infinite possibilità di connessioni che ci legano indissolubilmente gli uni agli altri.

 

 

Antonio Carbone e Salvatore Giunta. Forme e scritture mutanti

L’esposizione, curata da Laura Turco Liveri, è composta da venti opere sul tema della percezione di equilibri instabili nella identificazione della realtà, individuata in nuove forme-spazio e cripto-scritture, immaginando un presente in perenne dinamica evoluzione.

I due artisti, di formazione differente sviluppano, con modalità diverse, una personale ricerca sui concetti di scrittura e sovrascrittura, di spazio, forma e luce. Ad accomunarli vi è l’ individuazione di una continua armonizzazione dei linguaggi estetici e formali, espressa con essenzialità cromatica. Comuni sono anche i materiali: carte lavorate, incise graficamente, collage e cartoni dipinti. La carta materiale povero, a forte impatto simbolico e concettuale, si presta a svolgere una funzione evocativa, in grado di esprime finalità simili, che per Giunta si sviluppano  mediante un rapporto diretto con i problemi del reale, mentre per Carbone, in maniera più criptica, si realizzano nella ricerca di una nuova espressività estetica e linguistica.

Le opere proposte compongono un insieme espositivo intenso e minimalista, con un impatto concettuale.

Al vernissage, con gli artisti, dopo i saluti del presidente del Circolo La Scaletta, Ivan Franco Focaccia, interverranno Francesco Mollica, presidente del Consiglio regionale della Basilicata, Angelo Tortorelli, presidente del Consiglio comunale di Matera e Nicola Cicoria, amministratore unico EGRIB.

Fino al 01 Aprile 2017

Matera

Luogo: Circolo La Scaletta

Curatori: Laura Turco Liveri

Enti promotori:

  • Regione Basilicata
  • Circolo La Scaletta
  • Matera 2019

Costo del biglietto: ingresso gratuito

E-Mail info: circololascaletta@gmail.com
Orari: lunedì-venerdì 10-13 / 17- 20.

L’arte di condensare interi film in singole immagini: Jason Shulman alla White Noise Gallery

La storia dell’arte contemporanea è segnata da continui tentativi di rappresentare il movimento e lo scorrere del tempo. L’artista inglese Jason Shulman ha trovato la sua originale strada per farlo, condensando l’intera durata di un film in una singola immagine, senza però adoperare un qualsiasi criterio selettivo, semplicemente fotografandolo con tempi di esposizione allungati fino all’inverosimile. In questo modo tempo e spazio vengono compressi e destrutturati, fino a creare immagini incredibilmente dense e altrettanto enigmatiche.

Ecco così che nascono le 13 tavole di grande formato esposte alla White Noise Gallery di San Lorenzo a Roma, per la prima personale italiana dell’artista londinese. Ognuna di esse è tratta da un capolavoro del cinema italiano (in una operazione che è stata giustamente definita “Italian-specific”), ripreso attraverso uno schermo ad altissima risoluzione e con una fotocamera molto grande, in una sorta di esperimento scientifico il cui risultato è affidato al caso e in nessun modo prevedibile dall’artista, che come un novello Man Ray non fa altro che attendere di essere sorpreso.

Diverse tecniche sono contemporaneamente presenti in questa serie di opere. Fotografia e film, indiscusse protagoniste, ripercorrono a ritroso la loro evoluzione. La pittura, invece, è altrettanto presente ma come riferimento estetico: le opere sono infatti stampate in grande formato e su tela di cotone, e visivamente ricordano, non a caso, alcuni lavori dell’Espressionismo Astratto, gli ultimi quadri di Monet, e soprattutto le atmosfere romantiche di Turner.

Si tratta infatti di composizioni quasi astratte, in cui sarebbe piuttosto difficile rintracciare il modello originale senza il suggerimento del titolo. Nel processo di sintesi che le ha generate, infatti, in cui le centinaia di migliaia di frame che compongono un film sono sovrapposte in una unica immagine statica e muta, si perde inevitabilmente il livello della comprensione logica, del significato, in favore di una esperienza puramente estetica ed emotiva. Il risultato, quindi, è un intero che è qualcosa di diverso, o di più, rispetto alla somma delle sue singole parti.

L’immagine figurativa è apparentemente assente, così come la narrazione e come lo scorrere del tempo. Ne resta però il ricordo, la memoria. Ci sono ma non si vedono. Proprio come il suono, o anche come il silenzio.

La personale di Shulman è del resto il primo appuntamento di un progetto espositivo diviso in tre parti, denominato appunto “Trilogia del silenzio”, che con la curatela di Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti ospiterà prossimamente le opere di altri due artisti internazionali, Lee Madgwick e Mar Hernandez, tenendo impegnata la galleria fino al 31 luglio.

 

 

Jason Shulman – Fast Forward

28 gennaio – 25 marzo 2017

White Noise Gallery

Via dei Marsi, 20/22 – Roma

Ingresso libero

www.whitenoisegallery.it

 

Il potere avvincente dell’installazione

Quante volte ci è capitato di rimanere incantati da una struttura che, intesa come opera d’arte, non era altro che un insieme di oggetti diversi aggrovigliati tra loro? Monumentale, poliedrica, costruita con più materiali e spesso in tecnica mista, l’installazione è senza dubbio la forma d’arte che tra tutte suscita più curiosità.

Esposta in uno spazio stabilito dall’autore, è in grado di suscitare nello spettatore una particolare emozione, costringendolo ad interagire con le varie componenti artistiche.

Le primissime origini di questa coinvolgente forma d’arte risalgono ai ready-made di Duchamp, ma col tempo anche altri artisti hanno proposto una loro versione di installazione, a seconda della loro poetica e della loro visione del mondo, pensiamo ad esempio agli impacchettamenti di Christo, alle varie forme di Land Art come Robert Smithson o Richard Long, oppure ancora i coloratissimi ombrelli fluttuanti che vennero appesi lungo le vie del centro di Algueda in Portogallo.

I materiali usati possono essere del tutto nuovi o rimandare ad entità reali naturali come piante o pietre, industriali come travi, vetro o mattoni, oppure ancora elementi di recupero o uso comune.

Lo spazio che occupa l’installazione può corrispondere anche solo ad un tratto di parete, o ad una parte di una stanza, o ancora ad una sezione più o meno grande di un luogo all’aperto, come un cortile, una piazza o un parco. Spesso e volentieri l’installazione è accompagnata oltre che da vari materiali, anche da giochi di luce e di suono e soprattutto dal movimento. Può comprendere media come ad esempio musiche e registrazioni di vario genere, sequenze di immagini o proiezioni di video, insomma forme espressive di qualsiasi tipo installate in un determinato ambiente, si parla infatti di multi-dimensionalità. Tali forme comportano poi l’introduzione di una quarta dimensione, oltre le dimensioni spaziali tradizionali: la dimensione del tempo.

Ciò che rimane fondamentale per qualsiasi tipo di installazione, è l’interazione da parte dell’osservatore. Ogni particolare è studiato per sollecitare la percezione dello spettatore, divenendo così il soggetto principale, parte integrante dell’opera.

La sua presenza rimane variabile e limitata, si può muovere liberamente attorno alla struttura per scoprirne le varie parti, può camminare o sedersi su essa, oppure se più ampia si impegna a seguire la sequenza di una trasformazione, o a intervenire in modo diretto azionando alcuni comandi. È così che tutti questi particolari fanno dell’installazione una vera e propria opera d’arte originale, sorprendente e inaspettata.