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Eron. Artista parte integrante del tutto

Davide Salvadei, un artista italiano, conosciuto con pseudonimo di Eron, è un pioniere dell’arte urbana e del writting. Un’artista che ha realizzato un’arte comunicativa, richiamando i monumenti distrutti, restituiti alla città dal sottosuolo o dai bombardamenti, facendoli vivere come se avessero un’anima, che potesse comunicare il loro vissuto.

Un maestro eclettico della sua arte. Sviluppa una riflessione profonda sulla storia di un’opera, memorabile di un vissuto tormentato. L’estro dell’artista nasce sulle ferite di una testimonianza, che andrebbe dimenticata, offuscata dalla memoria. La sua pennellata non è basata sul restauro di un edificio, con ricostituzioni di parti mancate, ma sul recupero e la valorizzazione dei segni visibili delle distruzioni. Non cancella la memoria, ma la fa vivere all’interno di un’opera nel suo contesto naturale.

Davide salvadai riesce a mescolare elementi contraddittori che creano contrasto fondendoli in maniera armonica. L’utilizzo di materiali come la vernice, spray, corde, elementi antitetici in natura, che interagiscono con la superficie creando contrasti forti, per fondere insieme con il monumento in unica opera.

L’artista riesce a restituire in modo poetico un linguaggio ai luoghi e oggetti ricchi di storia e suggestioni, che scaturiscono un’emozione negli occhi di chi guarda e sa contemplare un monumento o una singola pennellata di colore e con un estremo realismo, senza artefici, dà vita alle sue opere.

La sua attenzione si posa sulla contemplazione della luce e sulla composizione del segno, che creano vibrazioni agli elementi astratti, stilizzati e a tratti offuscati dal gioco dell’espressione importante e universale del nostro tempo.

La sua arte è una cultura che proietta una visibilità pubblica. Eron realizza le sue opere contestualizzando l’ambiente circostante, possono essere muri o pareti di un edificio, dalle quali essere più o meno legato. Rivive quei monumenti, trovando un’espressione capace di riprodurre una comunicazione. Immagini realistiche si contrappongono a linee primordiali, segni che si mescolano l’uno contro l’altro. L’artista diventa una parte integrante dell’opera.

 

 

Il ritratto come specchio della società

Chiunque affronti lo studio inerente le discipline artistiche ha avuto a che fare col termine ritratto, ove generalmente si intende un’opera d’arte, pittorica, scultorea o fotografica, che riproduce la fisionomia di una persona. Facendo un salto indietro nei secoli con il ritratto veniva celebrata la persona che veniva raffigurata, il soggetto era riconoscibile a chi si trovava di fronte all’opera e nel caso si trattasse di persone appartenenti al rango della nobiltà, si pensi ad esempio ai ritratti dipinti dal Bronzino per i Medici nel XVI secolo, attraverso la perfezione del dipinto o della scultura veniva celebrato il potere politico della famiglia, la quale era degna di ricoprire un determinato ruolo.

Nell’era contemporanea il ritratto ha assunto un altro ruolo, non esistono solo i ritrattisti che mirano alla riproduzione fedele della fisionomia umana, il ritratto diventa un atto più profondo. I problemi della società contemporanea hanno influenzato il modo in cui vengono realizzati i ritratti, motivo per cui spesso ci si trova di fronte a opere, specialmente pittoriche, in cui la fisionomia è trasformata e l’essere umano rappresentato non è facilmente riconoscibile come nei secoli passati, la riproduzione dei volti non è più fedele alla realtà, si pensi ad esempio alle creazioni pittoriche di Jenny Saville, ciò che diventa fondamentale è far emergere l’interiorità del soggetto ritratto, con le proprie gioie, con le proprie ansie e fobie, emozioni che nascono dall’influenza che ha la storia attuale sull’essere umano. La psicoanalisi, la violenza della guerra, la distruzione dell’identità provocata nei campi di concentramento dai nazisti, la diffusione della fotografia e lo sviluppo dell’astrazione sono gli elementi in virtù dei quali già dalla fine del XIX secolo si è giunti alla nascita di un mondo in cui i volti raffigurati, intesi in senso tradizionale, non esistono più.

E la tecnologia con gli sviluppi a essa collegati? Il mondo digitale ha influenzato lo sviluppo del ritratto? Non bisogna dimenticare come fin da bambini c’è la tendenza di fissare il proprio aspetto o quello di un’altra persona per dimostrarne l’esistenza, infatti attuare la composizione di un ritratto significa che l’essere umano sente il bisogno di dimostrare la propria presenza su questo pianeta. Questo aspetto è ben evidente in una tendenza quasi ossessiva che ha preso piede negli ultimi anni, ovvero la moda dei selfie, una vera e propria mania in cui l’individuo tende a immortalare la propria immagine in qualsiasi momento e luogo, un autoritratto fotografico in cui si ha la volontà di esternare al pubblico del web lo stato d’animo che lega un individuo a un gesto, a un luogo o a un evento. Non sono solo le emozioni a emergere, è l’apparir belli e alla moda che deve comparire in questi autoritratti contemporanei, testimonianza del modo di essere, degli interessi della società attuale.

Storia, società, psicologia e sviluppo tecnologico sono i tre elementi che influenzano il modo in cui l’artista si cimenta con il ritratto, ma non bisogna dimenticare che anche la parodia è molto amata dagli artisti contemporanei, motivo per cui sul web circolano immagini rappresentanti ritratti realizzati nei secoli passati i cui soggetti sono intenti a scattarsi dei selfie.

 

 

Innocenti. Un’artista dalla sensibilità contemporanea

Roberto Innocenti non si limita all’aspetto tecnico ma deve necessariamente coinvolgere la personalità dell’artista in tutta la sua complessità. Narra la storia per immagini delle campagne toscane, dei suoi monumenti vista, dal fulcro socio familiare fino a una spersonalizzazione della sua arte.

L’osservatore si trova così di fronte a una linea interpretativa ben precisa che invita a contemplare l’opera da diversi punti di vista.

La capacità dell’opera d’arte è creare un rapporto simbolico, un’attitudine a creare un legame intellettuale, sociale, con coloro che la scoprono.

Innocenti adotta l’ottica del bambino protagonista e tramite i suoi occhi mostra al lettore i suoi sentimenti, attraverso una presa di coscienza che va progressivamente a inserirsi nell’osservatore. La sua funzione narrativa diventa luogo mitico del distacco e del disincantato ingresso nel mondo reale fatto di finzione. Innocenti unisce abilmente realtà e finzione, facendo interagire piani e schemi narrativi diversi da creare la narrazione che servirà da impalcatura a una storia fantastica.

Innocenti, con la sensibilità del grande artista, sente e avverte l’importanza del frangete storico e grazie alla sua arte costantemente fondata su un’attenta documentazione tende a ideare un racconto che trasmette all’occhio la forza immediata dell’arte.

Ciascuna immagine crea un vero e proprio album fotografico, tanto che le immagini costituiscono metafore iconografiche della vita. Il protagonista è il colore. Esso è in grado di conciliare modernità, tradizione e nuovi approcci alla visione in delicato connubio di un grande artista dei nostri giorni.

Emerge subito dalla personalità dell’artista come la definizione del contemporaneo non si debba limitare all’aspetto tecnico ma debba coinvolgere l’artista.

Innocenti con la sensibilità del grande artista sente e avverte l’importanza autodidattica dell’opera da raccontare, fondata su un’accurata documentazione storica, ideando così un racconto per immagini insieme potente e delicato. L’opera d’arte così crea il suo esistere in rapporto alla sua epoca e alla storia, creando testimonianze tangibili della sua esistenza.

 

Il Novecento nelle collezioni dei Musei Civici a Pavia

Il Novecento nelle collezioni dei Musei Civici intende valorizzare le ricche collezioni dei Musei di Pavia attraverso una settantina di opere normalmente non incluse nel comune percorso espositivo, ma conservate nei depositi, in quella che si dice anche reserve di un museo, da cui attingere per occasioni speciali. Si tratta di opere – soprattutto dipinti, ma anche incisioni – comprese tra i primi decenni del Novecento e i giorni nostri, frutto di donazioni, legati testamentari e recenti acquisizioni, che in attesa di trovare una collocazione definitiva nello sviluppo dell’esposizione delle collezioni dei Musei, vengono così valorizzate nel percorso della mostra. Un’occasione per approfondirne lo studio e consentirne quindi la conoscenza anche ad un pubblico più vasto di quello degli studiosi.

Il 900 nelle collezioni dei Musei Civici di Pavia

Se il “Nudo trasversale” di Renato Guttuso rappresenta la punta di diamante della collezione novecentesca dei Musei Civici, le altre opere non sono comunque di minore intensità. Un ampio gruppo punta l’attenzione sulle migliori espressioni artistiche del territorio, con pittori legati alla prestigiosa Accademia pavese, la Civica Scuola di Pittura, fondata grazie al generoso legato del filosofo, poligrafo e critico d’arte Defendente Sacchi. Tra coloro che hanno animato il contesto culturale e artistico della città compare Giorgio Kienerk (Firenze 1869 – Fauglia 1948), pittore, scultore, grafico e illustratore postmacchiaolo, allievo di Adriano Cecioni e Telemaco Signorini, che per ben 30 anni (dal 1905 al 1934) ha diretto la Civica Scuola di Pittura di Pavia e del quale le raccolte d’arte pavesi conservano numerose opere – tra paesaggi e ritratti –. Kienerk ha formato molti artisti, e la maggior parte dei suoi allievi sono ora presenti nel percorso espositivo: Erminio Rossi, Antonio Oberto, Romeo Borgognoni, Primo Carena, Oreste Albertini, Giovanna Nascimbene Tallone, Alfredo Beolchini, Mario Acerbi, figlio del più noto Ezechiele, nonché pronipote di Pasquale Massacra, e Antonio Villa, vincitore del Premio Frank nel 1904.
Tra i vincitori del Premio Frank – indetto dalla Civica Scuola di Pittura di Pavia, che ogni quattro anni, alla conclusione del ciclo di studi, sanciva l’alunno più promettente e artisticamente completo e maturo – ci sono Annibale Ticinese (nel 1907, con “Idillio”, ora esposto in mostra), Gino Testa (nel 1925), il pittore milanese Cesare Breveglieri (nel 1936 con “La madre prolifica”, ora in mostra), e Contardo Barbieri (nel 1936), pittore bronese, un diploma all’Accademia di Brera, di cui fu anche Direttore (venne nominato nel 1931), e poi personali in gallerie e spazi pubblici, e innumerevoli partecipazioni alla Biennale di Venezia, alla Triennale di Milano e alla Quadriennale romana.
Anche il pittore bergamasco Severino Bellotti (Bergamo 1900 – Milano 1964), presente in mostra con “Ritratto femminile”, e conosciuto a livello nazionale, fu Direttore per due anni dell’Accademia Carrara di Belle Arti di Bergamo, e profondo conoscitore e critico d’arte delle opere di Pellizza da Volpedo.
Tra le artiste spiccano le opere di Lina Sannazzaro (1878-1960), pittrice, moglie dello scultore Alfonso Marabelli, un amore incondizionato per i soggetti femminili, che ritrae con un simbolismo sensuale e talvolta morboso. Le sue donne sono forti, sicure, coi piedi ben saldi a terra, delle valchirie ritratte per lo più senza veli, che non si vergognano a coprire le proprie forme e a mostrare tutta la corporeità.
Tra gli artisti pavesi più contemporanei sono da segnalare le opere di Sandro Riboni (Pavia 1921-1986), personaggio eclettico e intellettualmente libero, in pratica autodidatta. Si è confrontato con i grandi maestri delle Avanguardie storiche (Picasso, Matisse, Mirò, Leger, Fontana, Licini), ha sperimentato tecniche e materiali diversi (la ceramica, l’olio, l’enacusto, l’incisione, la scultura) e ha persino girato mezza Europa in bicicletta (Parigi, Granada, la Costa Azzurra). E i dipinti di Francesco Saltara (Pavia 1930- 2010), esponente della pittura esistenzialista dagli anni Cinquanta agli anni Settanta del Novecento. Saltara si è imposto all’attenzione del pubblico nel 1959 quando partecipò al premio Bottigella Città di Pavia, mostra nazionale di pittura figurativa, dove la sua tela “Anguria” (presente nelle collezioni museali e ora in mostra) si aggiudicò il primo premio.
Tra i premi Bottigella Città di Pavia, donati alle collezioni museali dall’Associazione Commercianti, si trova il dipinto “Ritratto di donna in rosso”, del celebre pittore Fancesco Menzio (Tempio Pausania, Sassari 1899 – Torino, 1979), la cui formazione artistica si attua nell’ambiente torinese, grazie alla frequenza all’Accademia Albertina e all’influsso di Felice Casorati. Dopo l’esposizione alla galleria Pesaro di Milano (“Venti artisti italiani”) e un lungo soggiorno parigino (dove studia principalmente Matisse e i Fauves), Menzio nel 1929 aderisce al “Gruppo dei Sei”, di cui condivide il rifiuto per lo stile novecentista e l’apertura culturale verso le più vive esperienze europee. Con “Ritratto di donna in rosso” l’artista si aggiudica nel 1959 il primo premio al concorso Bottigella Città di Pavia, ex aequo con “Figura d’uomo”, di Cristoforo De Amicis (Alessandria 1902 – Milano 1987), anch’esso presente in mostra e nelle collezioni museali. De Amicis, come Menzio, si forma all’Accademia Albertina di Torino, e poi in quella milanese di Brera, presso cui nel 1924, si aggiudica il pensionato Hayez. I suoi paesaggi plasticamente costruiti ed intonati ad una cromia terrosa gli valgono il consenso del gruppo di Margherita Sarfatti, e nel 1929 sarà invitato all’esposizione milanese. La produzione successiva, presentata a numerose esposizioni su tutto il territorio nazionale, mostra un interesse sempre crescente per la figura umana, con richiami evidenti ad artisti francesi come Cézanne e Modigliani.
Tra gli artisti noti a livello nazionale e internazionale, troviamo poi: Roberto Aloi (Palermo 1897, Bergamo 1981), molto conosciuto nell’ambiente milanese: nel 1931 allestisce alla galleria Pesaro di Milano un’importante personale; il triestino Pietro Fragiacomo (Trieste 1856 – Venezia 1922), che trae profitto per la sua formazione artistica dall’intensa frequentazione di Giacomo Favretto e di Ettore Tito; il veneziano Eugenio Bonivento (Chioggia 1880 – Milano 1956), allievo di Guglielmo Ciardi all’Accademia di Venezia, una partecipazione all’Esposizione Internazionale di Bruxelles, a numerose edizioni della Biennale di Venezia e della Quadriennale romana. È veneziano anche Beppe Ciardi, figlio del Guglielmo Ciardi che formò, tra gli altri, Bonivento, e che ottenne numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero. E poi ancora, i bergamaschi Attilio Steffanoni e Ermenegildo Agazzi (medaglia d’oro nel 1900 e nel 1935 all’Esposizione di Parigi e presente a tutte le Biennali veneziane dal 1899 al 1928), i milanesi Leonardo Spreafico, Giuseppe Palanti e Gigi Comolli, formatosi a Brera e poi presente in numerose rassegne nazionali, come la Biennale veneziana, e la Quadriennale di Roma e di Torino. E i pavesi Alessandro Gallotti, Enzo Zanotti, Adolfo Mognaschi e Mario De Paoli.
Di grande interesse, tra gli artisti più contemporanei noti a livello nazionale e internazionale, sono le terrecotte policrome di Ernesto Ornati (Vigevano, classe 1932), artista noto e apprezzato nel panorama dell’arte contemporanea, anche internazionale. Nel 2013 Ornati ha donato ai Musei Civici la collezione di 31 ritratti (tutte terrecotte policrome, eccetto due bronzi) di personaggi della cultura e dell’arte del secolo scorso, già presentata alla Fondazione Stelline di Milano (nel 2002) e al Museo Archeologico di Potenza (nel 2004). Insieme ai dipinti che Dario Fo ha donato in occasione della mostra dedicata a La Battaglia di Pavia.

Una sezione della mostra è dedicata alle opere prodotte dalle tre giovani artiste Iris Dittler, Teresa Cinque e Isabella Mara, durante il loro soggiorno alla “Residenza d’artista”, organizzata dal 2014 dall’ Associazione “Ar.Vi.Ma. Arti Visive Marabelli. Scuola Civica di Pittura di Pavia. Le tre opere (donate alla Civica Scuola, e allestite insieme ai bozzetti preparatori, per mostrare lo sviluppo dell’opera) risultano particolarmente significative dello speciale rapporto che ciascuna delle artiste residenti ha individualmente instaurato con la città di Pavia, la sua storia, la sua cultura, la sua dimensione emotiva. “Abita sotto la lingua”, dell’austriaca Iris Dittler, mette in scena un dialogo evocativo tra contemporaneità e storia di Pavia, quale la relazione suggestiva con il nostro Romanico. “Bosco di dentro”, di Teresa Cinque, cattura le atmosfere sospese, plasmate dall’artista, che si è ispirata al paesaggio naturale extra moenia. “L’estate di Albert”, di Isabella Mara, propone una restituzione poetica dell’esperienza pavese di Albert Einstein. La permanenza delle artiste ospiti è stata documentata da due film brevi, diretti dalla regista Silvia Migliorati, che si offrono come ulteriori racconti delle singole esperienze artistiche in comunione con i luoghi, le persone, gli artisti locali della città.

Fino al 27 Novembre 2016

da martedì a domenica: 10.00 – 17.50
chiuso lunedì

Biglietto intero: euro 8.00 (tutti i musei)
Biglietto ridotto: euro 4.00 (singoli musei o sezioni)
Biglietto Famiglia (due genitori + figli fino a 18 anni): euro 10.00
Corte del Castello: gratuito

Musei Civici di Pavia, Castello Visconteo
Viale XI Febbraio 35, Pavia