Articoli

Il secondo principio di un artista chiamato Banksy

Nessuno lo ha mai visto, nessuno conosce il suo viso, non circolano foto che lo mostrino: eppure Banksy conquista il mondo attraverso opere di inaudita potenza etica, evocativa e tematica. Originario di Bristol, nato intorno al 1974, inquadrato nei confini generici della Street Art, Banksy rappresenta un esemplare caso di popolarità per un artista vivente dai tempi di Andy Warhol. Ad oggi possiamo considerarlo il più grande artista globale del nuovo millennio.

La mostra riunisce opere e oggetti originali dell’artista britannico. Ci sono i dipinti a mano libera della primissima fase della sua carriera e numerosi stencil. Ci sono le serigrafie che Banksy considera vitali per diffondere i suoi messaggi. Ci sono oggetti installativi e altre opere provenienti da Dismaland (come la scultura Mickey Snake con Topolino inghiottito da un pitone).

Banksy mette in discussione concetti come l’unicità, l’originalità e soprattutto la verità dell’opera, tratteggiando una nuova visione che propone qualcosa di nuovo sulla relazione tra opera e mercato, istituendo di fatto un nuovo statuto dell’opera arte, una nuova verità dell’arte stessa: l’opera originale non commerciabile. Banksy preferisce da sempre la diffusione orizzontale di immagini rispetto alla creazione di oggetti unici. Una lezione mutuata da Andy Warhol con il suo approccio seriale e l’uso metodico della serigrafia. Come è stato ribadito da molte firme internazionali, Banksy rappresenta la miglior evoluzione della Pop Art originaria, l’unico che ha connesso le radici del Pop, la cultura hip hop, il graffitismo anni Ottanta e i nuovi approcci del tempo digitale.

La sua forza sta nell’aver capito che in un mondo digitale come il nostro, l’arte doveva fermarsi un attimo prima della sua digitalizzazione, nascendo solida per poi diventare liquida. Un’arte facile in apparenza ma complessa oltre l’apparire, ovvia eppure controversa, empatica per attitudine e cattiva per natura.
Quello di Banksy è un immaginario semplice ma non elementare, con messaggi che esaminano i temi del capitalismo, della guerra, del controllo sociale e della libertà in senso esteso e dentro i paradossi del nostro tempo.

Sostiene Stefano Antonelli: Banksy ha scritto che “Se vuoi dire qualcosa e vuoi che la gente ti ascolti, allora indossa una maschera. Se vuoi dire la verità devi mentire”. In seguito disse anche “Non saprete mai chi sono e ogni verità che dirò sarà mascherata da bugia”. Traslando le due affermazioni, il primo principio di Banksy stabilisce che egli abbia qualcosa da dire, il secondo che quanto ha da dire sia una verità. Avere qualcosa da dire è il mandato artistico per definizione, che si tratti di verità non è affatto scontato. Secondo Hegel la religione ci offre la verità come rappresentazione, la filosofia come forma suprema del concetto, l’arte come forma del sensibile. Attraverso questa prospettiva possiamo sostenere come l’opera di Banksy sia una verità che egli somministra ai nostri sensi, affinché possiamo percepirla. Ora, non ci resta che comprendere di quale verità si tratti. Tuttavia, il secondo principio ci suggerisce che l’artista presenta le verità sotto forma di menzogna. E qui la contraddizione diventa irrisolvibile, finché ci accorgiamo che il cortocircuito lo rende uno degli artisti più veritieri e profondi del nostro tempo.

 

 

Fino al 29 Marzo 2020

Genova

Luogo: Palazzo Ducale

Indirizzo: piazza Matteotti 9

Orari: da martedì a domenica 10-19 chiuso il lunedì; la biglietteria chiude un’ora prima

Curatori: Stefano Antonelli, Gianluca Marziani, Acoris Andipa

Enti promotori:

  • Comune di Genova
  • Regione Liguria

Costo del biglietto: intero 10 €, ridotto 8 €, ridotto scuole 4 €

Telefono per informazioni: +39 010 8171600

E-Mail info: biglietteria@palazzoducale.genova.it

Sito ufficiale: http://www.palazzoducale.genova.it/

Patrimonio Indigeno e altre storie: intervista a Lucamaleonte

Lo storico quartiere di San Lorenzo a Roma negli ultimi tempi è stato spesso protagonista della cronaca nera. Recentemente è tornato a far parlare di sé, ma per fortuna con una notizia positiva. Lo scorso 8 febbraio è stato inaugurato infatti tra via dei Reti e via dei Piceni un nuovo murale, realizzato dallo street artista romano Lucamaleonte. L’opera, un monumentale dittico di 9,50×7,90 e 9,50×4,50 metri, si intitola Patrimonio Indigeno e rappresenta una sorta di “ritratto” del quartiere, che attraverso una complessa iconografia ne comunica l’identità e la memoria.

Da una fitta vegetazione, come quella che doveva caratterizzare la zona in antico, emergono diversi simboli legati al quartiere, tra cui la graticola di San Lorenzo, la mano della dea Cerere, l’alloro e il serpente della Minerva. La storia dell’arte, gli antichi erbari e i libri illustrati di zoologia sono come sempre fonte primaria d’ispirazione per Lucamaleonte. L’artista, infatti, laureato all’Istituto Centrale per il Restauro, ama coniugare l’arte e le tecniche più recenti con quelle del passato. Attivo già dal 2001 nel campo dell’arte urbana, con il suo linguaggio classico e contemporaneo allo stesso tempo, ha realizzato numerosi interventi in tutto il mondo. Anche a Roma si possono ammirare molte sue opere, come Il martirio di Rufina e Seconda realizzato per il progetto GRAArt, il Nido di vespe dipinto al Quadraro per MURo, Di lotta e di bellezza al Villaggio Globale, e Eden Effect nello stesso quartiere San Lorenzo.

Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio il progetto Patrimonio Indigeno, ma anche la sua opinione su alcuni temi caldi riguardanti la street art e soprattutto i suoi piani per il futuro.

Hai da poco concluso la tua ultima opera Patrimonio Indigeno. Ce la racconti?
Il progetto è nato insieme alla Fondazione Pastificio Cerere, al curatore Marcello Smarrelli e a SCS Immobiliare, che sono i costruttori del palazzo e avevano voglia di dare al quartiere un’immagine nuova (seppur poco visibile), di regalargli una nuova opera. Io ho proposto al Pastificio un progetto che prevedeva una serie di simboli legati al quartiere, e con loro abbiamo valutato quali erano i più efficaci: c’erano elementi che poi nel tempo sono stati eliminati e altri sono stati aggiunti, o hanno raggiunto maggior peso all’interno dell’immagine. Poi a Marcello piaceva molto l’idea di rappresentare l’agro Verano, e quindi fare un fondo che fosse più vivo, naturale. Io inizialmente lo avevo lasciato con una tinta piatta perché solitamente mi piace lasciare il muro visibile, ma in questo caso, essendo un muro nuovo, che non aveva ancora una storia da raccontare, ho trovato corretta questa idea, che era anche esteticamente funzionante. È bello avere un fondo che abbraccia tutti i vari simboli e dà continuità alle due pareti.

Come vivi il rapporto con i curatori? Nel tuo campo non è così usuale…
In realtà mi capita abbastanza spesso di confrontarmi con committenti o con chi si occupa di selezionare gli artisti, ed è sempre interessante perché ti offre dei punti di vista diversi dal tuo, ed è quindi stimolante in questo senso. Ad esempio il discorso dell’agro Verano era una cosa che io non avevo approfondito mentre a Marcello Smarrelli stava particolarmente a cuore, quindi insomma è un valore aggiunto.

A proposito di progetti ufficiali, qual è la tua posizione nella diatriba tra street art intesa come atto spontaneo illegale e come opera commissionata? Tu oggi lavori quasi esclusivamente all’interno di iniziative strutturate, ma se non sbaglio hai iniziato in maniera spontanea in strada…
Si, il mio inizio è stato per strada, in maniera illegale, ma ora non riesco più tanto a farlo per la quantità di lavoro che ho “commissionato”, chiamiamolo così. Da una parte tra le due c’è continuità, dall’altra il discorso è un po’ diverso, perché la street art – che per me è quella spontanea che nasce per strada – ha una freschezza diversa, è molto più immediata, anche di lettura più facile, mentre nei lavori commissionati senti più il peso della responsabilità di avere una struttura che ti circonda e dover rispondere a una serie di figure che garantiscono per te e ti hanno scelto. Sicuramente lo stimolo è diverso, e anche l’attenzione è diversa ovviamente. Quella poi secondo me può essere considerata arte pubblica più che street art…

Stavo appunto per chiederti: tu come definisci questo genere di opere? Ognuno ha la sua definizione preferita: arte pubblica, arte urbana, muralismo, street art…
Beh, sì, ma poi in realtà le varie definizioni si fondono abbastanza. Però arte pubblica credo che sia una sintesi giusta, perché è arte ed è pubblica, anche nel senso che è di accesso facile per chiunque.

Cosa ne pensi della direzione che sta prendendo questo fenomeno negli ultimi anni qui in Italia?
Io conosco abbastanza bene la scena della street art perché ci vivo dentro da tanto, l’ho vista più o meno nascere, e ovviamente si è molto persa la spontaneità che c’era prima. Le nuove generazioni secondo me, a parte qualche fortunato caso, non sono state in grado di replicare la potenza comunicativa che aveva all’inizio, forse perché chi inizia a farlo adesso è un po’ più smaliziato e sa già che lo fa per fare un gradino successivo poco dopo, mentre quando ho iniziato io non c’era l’intento di entrare nel mondo dell’arte, c’era l’intento di seguire il proprio istinto e basta. E questo forse dava più ricchezza alle opere, mentre adesso ormai è tutto un po’ più mainstream, vale un po’ tutto. C’è da dire che anche noi come street artist (o muralisti o come vogliamo chiamarci) non siamo stati evidentemente in grado di educare il pubblico a riconoscere cosa è di valore e cosa no. C’è un po’ un appiattimento, anche a livello comunicativo, e mancano le capacità di discernere tra cosa è realmente arte e cosa invece è un disegno molto grande su un muro. Ad esempio c’è tutto il mondo dei social, questi gruppi di fotografi di street art, che mettono tutto sullo stesso piano… Una cosa che a me ha sempre fatto schifo è il “ah che bello tutto colorato, la città tutta colorata”: in realtà non funziona così, non basta fare la città tutta colorata per fare interventi che siano considerabili arte. Questo porta ad un appiattimento secondo me notevole, anche nel gusto, e non c’è capacità di approfondire. Ad esempio Patrimonio Indigeno è un lavoro che ha un sacco di livelli di lettura diversi: quello estetico, quello in cui uno riesce ad approfondire quei due o tre simboli che magari riconosce, e poi c’è un livello più profondo, e si possono riconoscere una serie di segni che sono riconoscibili sia nel mio lavoro che in tutti quelli a cui io mi sono ispirato… Invece in giro ci sono molte cose che si fermano proprio alla superficie della decorazione in se stessa, però per il pubblico sono la stessa cosa. La scena per me è un po’ questa adesso, è un po’ una farsa.

E della scena dell’arte contemporanea più in generale?
Per quanto riguarda la scena dell’arte contemporanea vera e propria io sono molto fuori, perché come dico sempre ci sono entrato dalla finestra, non dalla porta bussando. La mia gavetta l’ho fatta per strada, non ho fatto un percorso da artista professionale. Ho una conoscenza molto superficiale di quel mondo e mi muovo anche male, però in un certo senso mi piace perché mi fa mantenere un po’ di freschezza. Sta poi al gallerista che mi affianca dimostrarmi se è in grado di promuovere il mio lavoro nella maniera più corretta e più simile a me, oppure se mi ha chiamato soltanto perché faccio la street art (la maggior parte delle volte succede così). Il mondo dell’arte contemporanea insomma lo conosco veramente poco, non è il mio, nel senso che ci sto ma ci sto da straniero, da visitatore ecco.

Un tema su cui si discute molto recentemente è la conservazione della street art. Tu essendo sia artista che restauratore sei doppiamente coinvolto in questo dibattito: qual è la tua opinione in merito?
Sono tristemente doppiamente coinvolto, perché in realtà non dico che ho ripudiato il mondo del restauro, ma non ne conservo esperienze meravigliose. Ho studiato restauro in un momento in cui ero molto giovane e cominciavo a fare le prime cose per strada in maniera cosciente di me, quindi l’ho vissuto come una forzatura, perché per me era tempo buttato in cui avrei preferito fare arte. Diciamo che non ho maturato una coscienza da restauratore vera e propria. La mia idea però è che tutto quello che è in strada è della strada, non è più tuo, ed è anche difficile da controllare. Io non ho la pretesa di farlo. Nel senso che quello che faccio è un dono alla strada, e poi sta a chi vive l’opera auto-responsabilizzarsi e riuscire a conservarla, anche se questo non avviene per i monumenti, figurati per una mia opera…

Oltre al vandalismo però ci sono anche altri inevitabili agenti di degrado come quelli atmosferici. Diversi progetti ormai prevedono addirittura fin dall’inizio la partecipazione di restauratori, che ne pensi?
Questo ovviamente è un bene. Poi finché ci sono io a disposizione se mi richiamano sono contento. Ad esempio quattro anni fa ho dipinto al porto di Catania un silos molto grande che nel tempo si è deteriorato, perché molto esposto sul mare. Io me ne sono accorto quest’estate passandoci davanti, ed è stato mio interesse sentire l’organizzatore, perché così l’opera invece che benessere crea degrado, e rischia di diventare controproducente. Invece che un restauro però gli ho proposto di ridipingerlo da zero, di fare un’opera ex novo. Abbiamo tutti un timore sacro dell’arte – e per quello che ormai è storicizzato ha anche un senso – ma nel caso dell’arte urbana da una parte forse si, dall’altra mettere il plexiglass davanti a Banksy mi sembra un po’ una forzatura ecco. A questo punto preferisco Blu che dà una mano di grigio per protesta sui suoi disegni storici e cancella così una pagina di storia dell’arte importantissima, che però continua a vivere nella memoria collettiva.

Ultima domanda di rito: progetti per il futuro?
Sto iniziando a lavorare concettualmente ad una mostra che farò a Roma tra fine 2019 e inizi 2020. Sarà un progetto molto articolato, anche se il gallerista ancora non lo sa. Ho in mente di coinvolgere anche uno scrittore, di far uscire un libro di illustrazioni e racconti legati alle opere. Insomma mi piace molto complicarmi la vita, perché gestire tutti questi piani in contemporanea diventa una fatica improba, però mi piace la multidisciplinarietà, mi diverte e credo che aggiunga sempre qualcosa in più anche per lo spettatore. Oltre a questo progetto che va un po’ a rilento ho anche una serie di lavori con brand e realtà più commerciali diciamo, che è un secondo lavoro ma in realtà anche il primo, perché è quello che mi mantiene in vita in questo momento.

L’arte di smuovere l’anima

Sempre più spesso ci si imbatte nelle sue scritte, nelle sue opere che danno vita a quei muri spogli. Il più delle volte si incontrano nelle strade a scorrimento veloce, nelle scuole o vicino ai monumenti simbolo delle maggiori città. Spunti, riflessioni, emozioni, speranza, positività; sono tante le emozioni che questo tipo di street art trasmette. Autore di queste opere è lui: Manu Invisible.

Nato a Cagliari, la sua identità è un mistero. Sono poche le persone che possono dire di averlo visto all’opera, poiché il più delle volte lavora la notte. Maschera sul viso, quasi a voler separare la vita da artista da quella privata.Oggi abbiamo il piacere di intervistarlo e conoscere un po’ meglio quello che la sua maschera nera cela.

Cosa ti ha spinto a fare arte?
«Inizialmente pura passione, poi sacrificio, tempo ed esperienza. È diventato poi un lavoro, faticoso come qualsiasi lavoro.»

Le tue opere sono rivolte ad un pubblico ben preciso?
«Le mie opere toccano i più deboli, ma anche i più forti che hanno un briciolo di debolezza. Essendo ubicate in strade a scorrimento veloce vengono viste da chiunque, dal camionista al bambino che si affaccia dal finestrino e questo per me è un’immensa gratificazione, significa che la mia arte comunica a uno spettro molto ampio di persone ed è quello che mi interessa maggiormente.»

C’è un legame tra le tue opere e il luogo in cui sei nato?
«La Sardegna, la mia terra natia, è tutt’ora un legame molto forte; sono molto fiero di esserne la figura di riferimento nel mondo.»

Gli domando e chiedo se nella vita avesse potuto fare altro se non l’artista.
«Assolutamente no! Ho sempre voluto fare arte, l’ho sempre pensato molto testardamente, anche quando attorno avevo solo persone che dicevano fosse una cosa impossibile.»

Hai una tua opera personale preferita? In quale città si trova?
«Ne ho molte, le esperienze internazionali: Francia, Londra, Bratislava, sono state esperienze e di conseguenza opere di cui ho un legame molto forte.»

Ritroviamo la tua arte in varie città, ma c’è una particolare città cui vorresti lasciare la tua firma?
«Vorrei e probabilmente ci riuscirò nel 2019: Africa, America ed Australia.»

C’è un messaggio che vuoi trasmettere con le tue opere?
«Le opere che realizzo partono tutte da parole positive, quelle che non lo sono mandano sempre dei messaggi costruttivi e positivi, sopratutto per la società e i più giovani. In una società dove i valori sono solo un lontano miraggio.»

Immediatezza, fruibilità e colori: questa è la street art. Arte del vivere quotidiano che abbraccia tutte le età.

Decades

Beetroot, Diamond, Solo, Lucamaleonte e Gomez, cinque tra i più interessanti street artist attivi sulla scena romana, si trovano attualmente riuniti in un’unica mostra: Decades. Il progetto, ideato da Philobilon Urban Project, è ospitato all’interno del Guido Reni District, il nuovo spazio espositivo sorto negli spazi dell’ex caserma situata proprio di fronte al MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, al quale sempre più si sta affiancando come punto di riferimento per la cultura e la creatività contemporanea della capitale.

Non è un caso infatti che la mostra sia dedicata proprio a degli artisti attivi nel campo della Street art, che attualmente si è imposta come la nuova linfa vitale per l’arte contemporanea, soprattutto a Roma, dove il fenomeno sta raggiungendo dimensioni monumentali e quasi incontenibili. Molto apprezzabile a tal proposito la scelta dell’ingresso gratuito, che rispetta la modalità di fruizione libera che normalmente caratterizza le opere di questo genere e stempera il più che giustificato scetticismo nei confronti del loro passaggio dalla strada alla galleria.

I cinque artisti, come suggerisce il titolo stesso della mostra, sono stati invitati a rappresentare altrettante decadi del Novecento, dagli anni Cinquanta ai Novanta, attraverso il proprio stile e il proprio punto di vista personale. Tutta la seconda metà del secolo scorso è stata perciò da loro interpretata attraverso tele, murales e installazioni.

Si parte con gli anni Cinquanta, raccontati da Riccardo Rapone, in arte Beetroot. Protagoniste di questa sezione sono le icone del cinema dell’epoca, da James Dean a Charlie Chaplin, da Marilyn a Audrey Hepburn, rappresentate dall’artista attraverso la sua inconfondibile tecnica dello spray su stucco lavorato a trapano, con un risultato materico molto originale.

È Flavio Solo, invece, a raccontare gli anni Sessanta. Il decennio è rappresentato dall’artista attraverso il soggetto tipico di tutta la sua produzione: i supereroi. Personaggi come Spiderman, I fantastici 4, Hulk e Iron Man, creati dalla Marvel proprio in quegli anni, non potevano che essere del resto la chiave di lettura naturale dell’artista verso quegli anni.

Gli anni Settanta sono reinterpretati da Diamond, che ci restituisce le icone del tempo attraverso il suo elegante stile a metà tra il Pop e il Liberty.

Lucamaleonte ci racconta invece gli anni Ottanta, conducendoci tramite la sua tecnica impeccabile attraverso i ricordi personali di chi in quegli anni era ancora un bambino.

Particolarmente riuscita è infine la sezione dedicata a Luis Gomez de Teran, vera protagonista della mostra. L’artista ha scelto di descrivere gli anni Novanta attraverso il filtro della musica. Le numerose opere esposte, tutte realizzate con tecniche e materiali inusuali (tra cui ragni e semi di marijuana), sono infatti ispirate ognuna a una canzone nata in quegli anni e divenuta di culto per intere generazioni, come Smells like teen spirit, Zombie, Fear of the dark e così via.

Per visitare l’esposizione c’è tempo ancora solo fino a domenica 22 ottobre, quando in occasione della chiusura si svolgerà l’ultimo dei vari eventi di live painting che l’hanno accompagnata durante tutto il suo svolgimento.

 

 

Fino al 22 ottobre 2017

Guido Reni District

via Guido Reni, 7

Roma

http://www.philobiblon.org/mostre/decades

http://guidorenidistrict.com/eventi/

 

David Zinn. Le creature fantasiose

David Zinn è un artista americano cresciuto nei dintorni di Manhattan, si avvicina alla Street art da autodidatta, senza nessuna imposizione accademica o circolo che imponesse regole da seguire. Ha iniziato a dipingere girovagando per le strade del Michigan, attratto da quella vita senza colore, offuscata dalla nebbia e dal fumo.

«Comincio a disegnare sulle strade o sui muri, bizzarri personaggi che richiamano lo stile dei fumetti come una sorta di ribellione a una vita senza colori».

Un’arte quasi fiabesca, un miscuglio di cartoon, a modo di bambino. Il suo stile diretto e spontaneo gli permette di narrare una storia con un linguaggio infantile, adatto sia a un pubblico maturo sia a un bambino.

L’artista per la sua arte usa gessetti colorati e carbone o oggetti ritrovati lungo il girovagare della città.

La maggior parte dei suoi disegni compaiono sui marciapiedi, o su rocce lungo il corso di un fiume, come un mostro verde brillante che cerca di uscire, o su una semplice recezione, come un gruppo di conigli flemmatici.

Un’arte divertente che si misura con la sperimentazione dell’animo puerile, fuori da ogni codice.

La sua opera ironica, divertente, si inserisce negli spazi più comuni, cantieri, snodi, come ha dare un tocco di brio e di vita alla città. Un’opera d’arte di strada, che a far parte del mondo bambinesco dell’artista, alla ricerca del suo “io”, dei valori dimenticati della società.

I suoi personaggi creano magicamente un mondo fantastico che viaggia senza limiti di tempo.

Tutto questo diventa materia prima con cui operare, tra l’ironia e lo spirito sprovveduto, immaturo, e dello spaesamento dell’esistenza di un’opera diversa.

L’elemento centrale del suo mondo sono gli animali che si adattano ai muri dove vengono ritratti, che si schiacciano, si allungano, prendano vita e dimensione intorno alle pareti urbane della città dove vivono.

Un’idea diversa di arte che entra a far parte di diritto di quel curioso mondo fatato.

 

Street Art e Murales: le immagini di via San Saturnino a Cagliari. Galleria a cielo aperto nella Villanova più nascosta

La città di Cagliari a due passi dal Terrapieno di viale Regina Margherita, presenta al pubblico un’esposizione di graffiti, un’arte non legata in maniera specifica allo studio all’interno di una galleria, ma concepita sullo sfondo di emozioni personali, una forma di denuncia, di critica della società. Una passeggiata circondata dai murales più belli, la città si presenta come una tela sulla quale gli artisti hanno usato le bombolette al posto dei pennelli, dando vita a una parte di vita e animando una parte di un quartiere senza anima.

Attraverso le immagini è subito chiaro che non si tratta di arte di cattivo gusto che imbratta le mura della città, ma di una vera e propria esplosione artistica. La mostra s’inserisce all’interno del paesaggio, un incontro tra il genio degli artisti e la loro personalità, invitando il pubblico alla scoperta di un altro modo di vedere l’arte, senza barriere di una galleria.

Volti, creature fantastiche fatte di tinte sgargianti sono un piacere per lo spirito e gli occhi. Gli autori di queste opere sono spesso anonimi, o meglio le loro personalità, perché nella maggior parte dei casi la loro firma è nascosta in maniera indecifrabile nei murales, nei graffiti.

Il quartiere di Villanova può sfoggiare un volto nuovo, poco conosciuto, che fa aggiungere la bellezza alla bellezza. Un’espressione di sintesi del pensiero e dell’animo umano. Un confine sottile che separa ciò che vede l’occhio da ciò che vede la mente, attraverso una fusione di colori e prospettive, rappresenta stati d’animo, un vissuto interiore, esprimendo al tempo stesso dinamismo ed energia.

Una mostra che si può toccare con mano e decidere, secondo il proprio gusto, se quei muri sono meglio con o senza murales. Una cosa è certa si è cercato di attraversare quel confine che separa l’arte dalle regole dall’animo umano considerandolo una forte tangibile espressione e materializzazione del pensiero dell’artista.

 

WARAL, la Street Art che fa sognare Varallo

Il progetto Waral, ideato e curato da Alessandro Dealberto, è un’iniziativa che valorizza il ruolo della Street Art in funzione della riqualificazione urbana. La città di Varallo ha colto brillantemente il valore dell’idea e ha dato vita a una kermesse che si appresta a trasformare il piccolo centro piemontese in un museo a cielo aperto.

La prima opera realizzata è un intervento di Andrea Ravo Mattoni, street artist nato a Varese nel 1981, che ha ereditato dal padre Carlo la passione per l’arte. La sua peculiarità è il riadattamento di opere antiche ai mezzi contemporanei, estrapolando i soggetti dei più famosi maestri dell’arte e riproponendoli con gli strumenti tipici del writer.

Il suo intervento a Waral si è rivelato un magnifico esempio di riqualificazione di uno spazio urbano. Attraverso la riproposizione del dipinto Davide e Golia di Tanzio da Varallo è riuscito a coniugare identità, storia dell’arte e senso del contemporaneo. Identità perché Tanzio da Varallo era un pittore locale e questo stesso dipinto lo si può trovare alla Pinacoteca cittadina; storia dell’arte perché si parla di un’opera del 1625 fortemente ispirata a Caravaggio; senso del contemporaneo perché la riproposizione attraverso il graffitismo, mezzo espressivo moderno per antonomasia, è volta a valorizzare uno spazio urbano altrimenti mesto e ignorabile.

Waral è dunque partito col piede giusto e già da subito ha mostrato tutte le potenzialità del progetto che durerà fino al 2018 sempre nella città di Varallo. Altri famosissimi street artist sono pronti a lasciare la loro impronta e chissà come sarà l’immagine del piccolo paese al termine della kermesse che per il momento sta riscuotendo un’ottima risonanza mediatica. Per il momento l’idea di Alessandro Dealberto sta prendendo forma e non c’è dubbio che sia sulla buona strada verso un risultato finale che potrebbe trasformare Varallo in un format da riproporre in giro per l’Italia.

 

Quando l’artista resuscita la natura morta: il caso di Andrea Gandini

Da qualche anno ormai le strade di Roma sono popolate da strane figure mai viste prima. Non si tratta di nuovi gruppi etnici o di eccentrici pellegrini, ma delle sculture di Andrea Gandini, giovane promessa della Street Art nostrana.

Conosciuto anche come “lo scultore dei tronchi abbandonati”, Gandini da qualche tempo si dedica con grande successo a scolpire i “tronchimorti” – come lui stesso li definisce – che infestano la capitale. Si tratta dei resti di alberi abbattuti e mai più ripiantati, che il ragazzo, mettendo la sua creatività al servizio del bene comune, sottrae al degrado e all’incuria trasformandoli in curiosi personaggi fiabeschi.

Street artist anomalo, che utilizza scalpello e mazzuolo al posto di bombolette e pennelli, nel suo personale progetto di riqualificazione urbana dà quindi risalto e trasforma in risorsa qualcosa su cui normalmente nessuno si soffermerebbe.

Le sue opere sono così un doppio simbolo di rinascita: non solo infatti sono realizzate con materiali abbandonati e poi riciclati, ma questi stessi materiali un tempo avevano una vita, che l’artista intende in un certo senso restituirgli. È proprio su questo dettaglio che si basano tutte le sue creazioni. Da questi tronchi morti, infatti, lo scultore si limita a togliere “il soverchio”, come avrebbe detto un suo illustre predecessore, e sfruttando le forme naturali del legno fa emergere volti e personaggi malinconici che – come spiega in tutte le interviste – rappresentano la personificazione del tronco stesso.

Con il suo lavoro semplice ma efficace, senza troppi fronzoli l’artista rende la città più piacevole, in maniera discreta e spontanea restituisce bellezza e dignità a qualcosa che l’aveva persa, producendo un forte effetto sorpresa in chi vi si imbatte.

Il progetto, iniziato nel cuore della città, tra Monteverde e Trastevere, si è poi allargato pian piano a conquistare tutta Roma (e non solo, iniziano infatti anche le prime trasferte). Lavorando sempre alla luce del sole, sotto lo sguardo curioso dei passanti, l’artista ha attirato l’attenzione del pubblico di ogni età ed è diventato una vera e propria star. Il pubblico infatti non solo lo ama, ma ormai ne invoca l’avvento per combattere il degrado del proprio quartiere: da qualche tempo infatti Andrea lavora anche su segnalazione, e chiunque può suggerirgli un tronco da scolpire attraverso i suoi profili social.

In un momento in cui (per fortuna) Roma è in generale centro di numerosi interventi di riqualificazione attraverso l’arte urbana, questa voce emerge dal coro, e con talento e determinazione porta avanti il suo originale progetto per risollevare la bellezza malinconica, che ben si riflette nelle sue sculture, di una città troppo spesso maltrattata.

 

 

Multi Street Art

The AB Factory è lieta di presentare la mostra Multi Street Art con l’esposizione, per la prima volta in Sardegna, di multipli e opere uniche degli street artists di fama mondiale tra i quali Banksy, Invader, Kaws, Ron English, Shepard Fairey Jonone provenienti dalla nota galleria milanese The Don Gallery di Matteo Donini.

Gli Street Artists, diventati icone del nostro tempo, spesso avvolti nel fascino dell’anonimato, esprimono sui muri, come una “guerriglia urbana”, la forza di una rivoluzione artistica condivisa dalla gente.

Le loro immagini, apparentemente semplici, guardano al futuro dei giovani, alle guerre, al capitalismo che avanza, all’inarrestabile inquinamento del mondo, ritrovando, nella strada e nella semplificazione dei segni, la “democrazia sociale dell’arte”.

The AB Factory in collaborazione con Art Backers e  The Don Gallery di Milano, offre ai suoi collezionisti e al suo pubblico, a Cagliari, le opere degli artisti internazionali: Banksy, Invader, Kaws, Ron English,  Obey Giant, Mr. Brainwash, Simone Fugazzotto e gli street artists italiani AC, Andrea Casciu, Crisa, Fidia Falaschetti, Giorgio Casu, Manu Invisible e altri artisti di Art Backers.

Banksy, Love Rat, Fonte arte.it

Fino al 08 Gennaio 2017

Cagliari

Luogo: AB Factory

Telefono per informazioni: +39.070.657665

E-Mail info: info@theabfactory.it

Sito ufficiale: http://www.TheABFactory.it

Tremendamente originale: Jon Inoue

La bellezza della grafìa giapponese e l’influenza che tale scrittura ha suscitato nell’arte sono assai note. Basti pensare a tutti quegli artisti, come ad esempio Mark Tobey, che hanno fatto dell’immediatezza del gesto la prerogativa delle loro creazioni e che hanno preso spunto direttamente o indirettamente dalla cultura dell’estremo oriente.

Jun Inoue è un artista giapponese che ha avuto l’intuizione di reinventare lo Shodo (la calligrafia orientale) fondendo l’eleganza di quelle linee con la vivacità della street art. Nasce uno stile fluido che trasmette la sensazione di pura energia rilasciata senza filtri, un flusso ininterrotto dalla mente alla superficie dipinta. Il risultato è straordinariamente decorativo, si formano scie di colore sinuose capaci di dare grande ritmo alla composizione, il tutto con un effetto liquido come se quelle immagini fossero state disegnate con un calamo gigante.

Jun Inoue è un esempio di come si possano ottenere opere originalissime combinando più elementi presi in prestito da ambiti già abbondantemente indagati come possono essere la tradizione orientale, l’arte non figurativa e la street art.

La grande difficoltà del contemporaneo sta proprio nel riuscire a reinventare continuamente i linguaggi già esistenti per adattarli a uno stile personale, unico e irripetibile. La nostra è un’epoca dove sembra non essere rimasto più nulla da scoprire a livello artistico, tutto è stato ormai indagato e sviscerato con una velocità che dal Novecento in poi è cresciuta a dismisura rispetto al passato, tanto da spingerci spesso a definire arte anche quello che arte non dovrebbe essere. Abbiamo saputo tutti del recentissimo Nobel per la letteratura a Bob Dylan, pensiamo allora al fatto che lui si è sempre servito di ventisei lettere per scrivere i suoi testi e che per comporre la musica è sempre partito da sette note. L’arte contemporanea oggi funziona allo stesso modo: si combinano elementi già dati per comporre opere originali, quindi alla fine c’è chi riesce a creare capolavori, chi qualcosa di interessante, chi qualcosa di brutto e poi c’è sempre chi si ostina a cercare maldestramente di inventare nuove lettere o nuove note. Inoue non si inventa niente, eppure è tremendamente originale.