Articoli

Marina Abramovic e Ulay. Due corpi nudi per la performance Imponderabilia

Il corpo non è solo lo strumento per eccellenza attraverso il quale l’uomo riesce a esprimere i propri sentimenti, il corpo è il mezzo attraverso il quale numerosi artisti hanno deciso di affrontare temi differenti, presentandoli al pubblico attraverso un’ottica nuova, originale e moderna.

Tornando indietro di qualche decennio è possibile esaminare come negli anni ’70 la nudità del corpo umano fosse considerata un tabù, l’esser nudi provocava disagio fra i membri della società, era un oltraggio al pudore, uno scandalo per la pia morale cattolica.

Marina Abramovic ha affrontato tale questione attraverso la performace Imponderabilia, un’esibizione del 1977 realizzata presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna insieme al proprio compagno, l’artista tedesco Frank Uwe Laysiepen, meglio noto con l’appellativo di Ulay.

Si tratta della messa in scena di due corpi completamente nudi, posti uno di fronte all’altro in uno spazio stretto. Qual è però la particolarità della performance? Se il corpo nudo crea imbarazzo, scandalo, perché non viene semplicemente ignorato dal pubblico? Non è possibile far finta che i corpi dei due artisti non esistano, per entrare nel museo il pubblico è obbligato a oltrepassare i due corpi e trattandosi di uno spazio strettissimo non c’è la possibilità di passare dritti, senza interagire con i corpi estranei, i visitatori sono costretti a rivolgersi verso Marina Abramovic o in direzione di Ulay.

E’ la psicologia dell’individuo ad entrare in gioco nella performace: verso quale corpo si volgerà il pubblico? E’ il corpo femminile o quello maschile a creare minor turbamento? La nudità provoca disagio, perciò per molti individui dover operare una scelta diventa una vera e propria sfida. Non sono gli artisti a sentirsi in imbarazzo, essi hanno trasferito tale sensazione al pubblico, il quale deve fare i conti con le proprie emozioni e istinti, affronta il tabù ed entra letteralmente in contatto con esso, diventando così parte integrante della performance artistica.

 

Ren Hang, quando la fotografia è libertà di espressione

Il mercato d’arte asiatico negli ultimi anni è vertiginosamente decollato, diventando un polo artistico sempre più occidentalizzato grazie anche a manifestazioni artistiche quali l’Expo a Shangai e le Olimpiadi a Pechino, che hanno decisamente contribuito a rendere una più moderna immagine del paese. Allo stesso tempo anche il mercato occidentale si è mostrato sempre più incuriosito nei confronti degli artistici asiatici, in particolar modo di quelli cinesi e koreani, perchè per certi aspetti risultano pioneri di nuovi linguaggi – spesso provocatori – per altri risultano ancora molto legati ad una cultura conservatrice. Ecco che alla 55 edizione della Biennale di Venezia, all’interno del padiglione tedesco, è stata scelta l’installazione dell’artista cinese Ai Wewey o a parigi, un’istituzione come il Palais de Tokyo, ha affiancato ad una sua esposizione la mostra Inside China.

Ren Hang è un fotografo cinese, classe 1987, che si trova in prima linea nella battaglia per la libertà creativa portata avanti quotidianamente dagli artisti cinesi. Uno dei suoi modelli di ispirazione è l’artista Ai Wewei con il quale condivide il fatto di essere particolarmente apprezzati nel resto del mondo ma essere visti come personaggi controversi in patria.

Hang non vuole essere considerato un ribelle o un’artista che usa il tabù per far parlare di se. Più semplicemente vuole essere libero di esprimersi: ecco che ritrae spesso i suoi amici, familiari e sostenitori completamente nudi, quasi sempre in contesti all’aperto, su alberi o su vertiginosi tetti di palazzi con elementi bizzarri addosso. Sebbene la carica erotica delle sue foto e l’uso enfatico di alcuni clichè, ad esempio lo smalto rosso delle modelle, richiamano fortemente la fotografia di moda, Ren invece afferma di essere ispirato prevalentemente dalla cultura tradizionale cinese quella delle grafiche di propaganda maoista, delle stampe di valore e delle grafiche prodotte su ceramica antica.

Il suo modello artistico per eccellenza è il fotografo giapponese Shuji Terayama, molto attivo negli anni 70 in Occidente, conosciuto principalmente per il suo cinema e allievo di Nobuyoshi Araky – fotografo del bondage e del sesso.

A guardarle bene le fotografie di Hang risultano affascinanti e particolari. I suoi nudi non sono volgari ne tantomeno sensuali, al contrario evocano un erotismo pudico e velato soprattutto nelle espressioni. Riesce a fotografare i suoi modelli come se fossero dei burattini inserendoli in scenari surreali e affiancando alle loro figure elementi estranei come animali, braccia, fiori. Foto di grande impatto, tutte realizzate su pellicola, in grado di trasmettere sentimenti ed emozioni contrastanti come allegria, senso di libertà, angoscia e tanta avanguardia.

Hang è interessato al corpo come semplice mezzo di relazione tra l’uomo e la natura, attraverso i suoi scatti si riesce ad esplorare l’intimo e profondo rapporto che l’essere umano intrattiene con chi lo circonda.

I suoi lavori sono stati spesso oggetto di cesura da parte della Cina, additati come osceni ed impresentabili, ma tutto ciò ha reso sempre più grande la forza di Hang nel voler contribuire in modo attivo a dare una scossa ai tabù di un paese ancora troppo conservatore.

Ren Hang è stato protagonista di oltre 20 esposizioni personali e 70 collettive internazionali in solo cinque anni di carriera, oltre a numerose pubblicazioni su media nazionali ed internazionali.

«I’m restricted here, but the more I’m limited by my country, the more I want my country to take me in and accept me for who I am and what I do». R.H.