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Drammaticità e teatralità nell’opera di Tintoretto

Uno degli artisti del Cinquecento noto per aver conquistato l’area veneta all’interno del panorama artistico, fino ad allora dominato da Tiziano, è certamente Tintoretto (1519 – 1594). Jacopo Robusti era il figlio di un tintore di panni, motivo per cui l’artista è noto con l’appellativo di Tintoretto. La formazione dell’artista avvenne a Venezia, città nella quale poté apprendere le problematiche legate al plasticismo tosco – romano, portate in città dal Pordenone. Tintoretto riuscì ad assimilare gli elementi formali degli scritti teorici di Sebastiano Serlio, legati al fattore teatrale e scenico, insieme all’opera di Michelangelo dando vita in tal modo a un linguaggio nuovo, originale, con uno stile drammatico.
L’artista si impose sulla scena veneziana con l’opera intitolata Miracolo di San Marco, del 1548, realizzata per la Scuola grande del santo. Osservando il dipinto si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un palcoscenico, dove in primo piano si trovano delle persone disposte secondo uno schema semicircolare, al centro del quale si trova il corpo riverso dello schiavo liberato. Alzando lo sguardo si può ammirare al di sopra del corpo dello schiavo la figura di San Marco. La maturità dell’artista si evince proprio dal modo in cui tratta questo soggetto; San Marco è stato rappresentato scorciato, si cala dall’alto verso il basso arrivando dallo spazio in cui si trova il fruitore dell’opera. L’effetto drammatico che si percepisce osservando l’opera è determinato dall’effetto luministico, all’illuminazione dello sfondo si contrappone infatti la penombra della scena in primo piano, che è illuminata da un fascio di luce proveniente da destra, un artificio scelto da Tintoretto per mostrare al pubblico il miracolo che si sta compiendo nella scena dipinta.
Il tema dell’intervento soprannaturale caratterizzò la produzione artistica di Tintoretto. Nei teleri per la Scuola di San Marco è possibile ammirare il Ritrovamento del corpo di San Marco, realizzato fra il 1562 e il 1566, caratterizzato da guizzi improvvisi di luce e violente velature di colore. La scena è ambientata all’interno di una suggestiva architettura, ove le figure sono connotate da un dinamismo violento accentuato da forti contrasti di luce e dalle fughe oblique che danno profondità allo spazio.
A partire dal 1564 Tintoretto fu impegnato per circa vent’anni nelle decorazioni della Scuola di San Rocco, ove ancora una volta i soggetti dipinti fanno parte della sfera religiosa. Nel 1565 dipinse la Crocefissione, opera che ha il semplice scopo di istruire i fedeli cattolici sulla storia della Redenzione, un programma in linea con quello portato avanti dalla Chiesa dopo il Concilio di Trento.
L’illuminazione ricopre un ruolo importante nelle ultime opere dell’artista. L’Ultima Cena, dipinta nel 1594 per la chiesa veneziana di San Giorgio, ha come protagonista assoluta la luce, che annulla il colore ed è capace di conferire all’opera un tono drammatico.

Cindy Sherman. Cosmesi dello stereotipo

Cindy Sherman è nota come fotografa, ma forse la definizione che più le si addice è quella di teatrante. Si accosta all’arte tentando con la pittura ma presto si accorge che non la soddisfa ed inizia a fotografare sé stessa, travestendosi da altro da sé.

La prima serie dei suoi lavori è quella degli Untitled Film Stills, lunga serie di scatti che sembrano altrettanti fotogrammi di una pellicola cinematografica. La Sherman posa come un’attrice, interpretando in ogni immagine un ruolo, un’identità, uno stereotipo associato al femminile, tanto spesso presente nei film d’epoca: la casalinga, la prostituta, la donna sedotta e abbandonata, i vari ruoli la rivestono e sono da lei indossati a loro volta. Negli anni della lotta femminista, queste immagini sembrano voler polemizzare contro il ruolo spesso minoritario o limitante attribuito alle donne, ma in realtà l’ironia che traspare da queste foto non è polemica né giudicante, non prende posizioni nette ma diventa semplice e lucida interpretazione.

Questa attitudine recitativa e performante trova un ulteriore sviluppo negli History Portraits, un esperimento che la vede indossare i panni e i colori di una serie di figure tratte da famosi dipinti della storia dell’arte; un’operazione di mimesi con la pittura e con quello che l’ha preceduta come artista, con effetti stranianti e speso divertenti; un’ironia malcelata, il gusto di compiacersi in una mascherata che fa il verso a un’arte forse ormai sorpassata.

Con le Sex Pictures invece l’ironia diventa incubo, il piacere diventa pornografia macabra e asfissiante. Le immagini non la vedono più protagonista, al suo posto una serie di manichini o di parti anatomiche in plastica, montate spesso in modo non lineare creando una commistione di generi sessuali e di forme. L’esito è raccapricciante e ributtante, si perde qualsiasi attrazione, rimpiazzata da una sorta di repulsione. La meccanica dei corpi incastrati toglie qualunque naturalezza all’atto fisico, che diventa qui un avvilente mercificazione, quasi un negozio di sex toys dell’incubo.

La Sherman ha il potere di appropriarsi dello stereotipo che vuole rappresentare in modo completo e convincente, dote che hanno tutte le grandi attrici quando danno vita a un ruolo. Si trucca e si traveste da concetto. Un esempio su tutti l’interpretazione della tipica quarantenne americana, ex reginetta di bellezza, ora casalinga in tuta da ginnastica occupata a spalmarsi di crema autoabbronzante mentre segue corsi di aerobica nella tv via cavo, una versione al cerone della famosa Barbie a stelle e strisce. Definirla fotografa è per questo limitante, l’artista in questo caso diventa tableu vivant del concetto stesso che la sua opera vuole rappresentare.