Articoli

Gianni Bertini. Il tempo

Inaugura sabato 4 novembre alle ore 19 presso la Galleria RoccaTre Gianni Bertini. Il Tempo a cura di Raffaella A. Caruso.

La mostra che apre durante la notte delle arti contemporanee è un focus particolare sulla figura di Gianni Bertini e analizza attraverso opere che vanno dal 1949 al nuovo Millennio il tema del tempo come costante della sua produzione.

Così se da un lato il tempo è la struttura ritmica portante di ogni composizione, dall’altra il testo in catalogo, dello stesso curatore, evidenzia come Bertini abbia percorso e anticipato ogni movimento artistico dalla fine degli anni 40 (Mac, Nucleare, Informale) uscendone prima che diventasse per lui esercizio di stile.

Così pare di sentire il ritmo di bielle, pistoni, ingranaggi con cui asseconda la forza gestuale delle composizioni informali e il fruscio delle pagine di quei giornali dalle cui immagini assembla rapido le opere con cui dà il via la pop art italiana. Lo spettatore si trova così catapultato in una dimensione narrativa dove conta solo l’immagine, e un racconto istantaneo in cui prima e dopo si prendono beffe dello spettatore. Tra le opere in mostra un rarissimo Grido (Tricolore, 1949), una tela del MAC (Autografico, 1949) con cui Bertini partecipa alla Biennale di Venezia del 1950, la celeberrima Tempesta sull’Olimpo del 1955 sino alle opere della Mec art e a quelle di impegno civile del ciclo Per non dimenticare sulla Guerra del Golfo in cui Bertini sperimenta la pittura digitale che nel nuovo Millennio meglio gli permette di seguire il rapido correre delle idee.

 

 

Dal 04 Novembre 2017 al 09 Dicembre 2017

TORINO

LUOGO: Galleria RoccaTre

CURATORI: Raffaella A. Caruso

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 011836765

E-MAIL INFO: roccatre@gmail.com

SITO UFFICIALE: http://https://www.galleriaroccatre.com

Time is running out: Félix González-Torres

Era un giorno qualunque, in un luogo qualunque. Era il 1988. Su di un foglio due simboli, due cerchi, sembra l’infinito, ma un ticchettio inizia a riempiere gli occhi e le orecchie. Due orologi si toccano. Più in fondo, una mano nervosa spinge dei tasti che riempiono il vuoto silenzio della pagina bianca: «[…] We are synchronized, now and forever». Dall’altra parte un uomo, un’artista, scrive le ultime parole d’amore al proprio compagno e disegna due orologi, simbolo di eternità sperando di rubare del tempo a quel tempo che troppo presto gli è stato sottratto.

Si tratta di una delle lettere che Félix González-Torres scrisse al proprio compagno, Ross Laycock malato di AIDS e prossimo alla morte. La lettera rappresenta una delle più intense dediche d’amore che mostrano un’artista fragile e, allo stesso tempo, consapevole che il tempo, da lui tanto odiato e amato, gli porterà via per sempre un pezzo di sé. L’amore sofferto, idilliaco, nei confronti del compagno, scomparso prematuramente nel 1991, diventa uno dei moventi che fanno della sua opera un segno tangibile di come il tempo sia detentore di memoria.

Da sempre studiato e conosciuto per la sua arte partecipativa, Felix González-Torres è da considerare anche il maestro del tempo. L’artista individua nella temporalità un vero e proprio recipiente di memorie, un tempo scandito dal ticchettio di due orologi o da due lampadine i cui fili s’intrecciano divenendo un tutt’uno. Il numero due nei suoi lavori diventa ossessione e, contemporaneamente, presenza/assenza di un amore che lentamente si spegne. Il numero due rappresenta da sempre l’unione di due elementi, pertanto è comunemente considerato come il numero delle relazioni di coppia, in González-Torres è una presenza velata ma costante. Il riferimento alla duplicità diventa per l’artista un leitmotiv e l’unico modo possibile per esprimere una temporalità che non ha specificità ma che sopravvive nel suo “qui ed ora”. «La cifra due è onnipresente, ma non è mai un’opposizione binaria» afferma Nicolas Bourriaud nella sua Estetica relazionale, «la solitudine non è mai raffigurata dall’1, ma dall’assenza del 2». Ogni singola forma, sia che si tratti di due specchi, due cuscini su un letto disfatto o due lampadine, rappresenta metaforicamente l’idea della coppia, che in González-Torres è un’unità doppia e quieta, come un’ellisse o un otto, simbolo dell’eternità e dell’amore assoluto.

Nel lavoro di González-Torres ci troviamo spesso di fronte ad una presenza iconica in cui le immagini, attraverso l’assenza del corpo, prendono vita. L’assenza può essere temporanea o definitiva, come nel caso della morte. Lì, dove il corpo non c’è più, esiste «un’assenza visibile», che permette di trasformare l’assenza in una presenza.

È un tempo che scivola continuamente via, quello di Felix González-Torres. Drammaticamente poetico, mette in scena una straziante visione personale dell’amore, quello per il suo compagno, in un tentativo di esorcizzare la morte attraverso la presenza/assenza di un corpo effimero che gradualmente scompare dalla vista ma che resta ben saldo nelle forme e nell’essenza.

 

 

Giacomo Balla. I tempi del Tempo

Se oggi la fotografia viene considerata da tutti noi come il mezzo più rapido per catturare un’immagine che colpisce la nostra vista e immaginazione, in tempi passati questa tecnica presupponeva un lavoro paziente, e soprattutto un’attesa, che diviene temporalità estesa. Il processo di ripresa, e poi quello di sviluppo e asciugatura poteva durare diverse ore, a volte anche un giorno.

Giacomo Balla era figlio di un fotografo; lui stesso lo aiutava spesso nella sua professione. La ricerca della resa della quarta dimensione nella sua pittura viene indubbiamente dalla matrice professionale paterna, che va ad unirsi felicemente con la parabola Futurista in cui entrerà a far parte, lui, più anziano rispetto agli altri membri dell’avanguardia italiana, ne assimilerà gli assiomi, arricchendola con la sua esperienza artistica più matura.

I Futuristi anelavano alla fusione delle tre dimensioni (lunghezza, larghezza profondità) nel minimo comun denominatore del movimento, inteso come dinamismo interiore o esteriore, volto alla rappresentazione di una spinta veloce verso l’avvenire. Balla sposa queste idee, ma introduce una quarta dimensione, legata al tempo e alla durata. Anche i Futuristi avevano condotto questa ricerca, ma in loro la resa della temporalità veniva divorata dal moto velocissimo che fondeva l’immagine in macchia quasi indistinta. Il concetto di durata proposta da Balla è di tipo più meccanico, offre una scansione dell’immagine che non perde mai nitidezza.

In una prima fase della sua carriera, Balla dipinge tramite la tecnica divisionista. Scomposizione dell’immagine in puntini luminosi, che, saggiamente distribuiti in base a ben precise leggi scientifiche teorizzate alla fine dell’800, la frantumano dapprima per poi ricomporla alla giusta distanza nella retina dello spettatore. Balla usa questa tecnica nel quadro Fidanzata a villa Borghese del 1902. L’immagine è un’istantanea di un pigro ed assolato pomeriggio domenicale, una passeggiata romantica in un parco romano. Ma già qui l’interesse per la durata degli eventi trapela dalla scelta della tecnica esecutiva, che come dicevamo presuppone un lavoro di smembramento e poi di nuovo di assimilazione del nervo ottico, quindi una durata. Ma oltre a ciò, l’immagine riassume in un tempo una sequenza di eventi: l’aver camminato a lungo con un clima probabilmente afoso, azione passata che porta a quella presente, contraddistinta dalla necessità di sedersi all’ombra a riposare, dallo sguardo stanco della donna, alla muta richiesta che le si legge negli occhi di procedere, in un futuro prossimo, al ritorno a casa, per ristorarsi.

Quando Balla diventa Futurballa, la resa del concetto temporale avanza ulteriormente. In Dinamismo di un cane al guinzaglio del 1912 ad esempio, lo scodinzolare e lo zampettare di un cagnolino a spasso con la padrona vengono resi in maniera simultanea, come se potessimo vedere in una sola immagine la condensazione dei tempi del tempo della sua passeggiata. Ciò è ancora più evidente in Ragazza che corre sul balcone, dello stesso anno: il suo correre avanti e indietro, appoggiata alla ringhiera del terrazzino, le cui sbarre diventano struttura fusa alla sua stessa massa muscolare ed ossea, integrate nell’equazione movimento + durata.

Ma la quintessenza di questa ricerca si ha con il dipinto Volo di rondini, del 1913. Le rappresentazioni delle fasi di volo dell’uccello si mescolano alla descrizione di diversi momenti di vita degli oggetti intorno a lui e a quelli dell’aria stessa, quasi che anche i dettagli atmosferici e le cose fossero suscettibili di mutamenti continui, che prendono corpo in questa rappresentazione che si estende, permettendoci di divorare con uno solo sguardo attimi diversi che si coniugano insieme in modo amabile, amalgamandosi senza mai perdere la loro specifica durata.

L’arte di condensare interi film in singole immagini: Jason Shulman alla White Noise Gallery

La storia dell’arte contemporanea è segnata da continui tentativi di rappresentare il movimento e lo scorrere del tempo. L’artista inglese Jason Shulman ha trovato la sua originale strada per farlo, condensando l’intera durata di un film in una singola immagine, senza però adoperare un qualsiasi criterio selettivo, semplicemente fotografandolo con tempi di esposizione allungati fino all’inverosimile. In questo modo tempo e spazio vengono compressi e destrutturati, fino a creare immagini incredibilmente dense e altrettanto enigmatiche.

Ecco così che nascono le 13 tavole di grande formato esposte alla White Noise Gallery di San Lorenzo a Roma, per la prima personale italiana dell’artista londinese. Ognuna di esse è tratta da un capolavoro del cinema italiano (in una operazione che è stata giustamente definita “Italian-specific”), ripreso attraverso uno schermo ad altissima risoluzione e con una fotocamera molto grande, in una sorta di esperimento scientifico il cui risultato è affidato al caso e in nessun modo prevedibile dall’artista, che come un novello Man Ray non fa altro che attendere di essere sorpreso.

Diverse tecniche sono contemporaneamente presenti in questa serie di opere. Fotografia e film, indiscusse protagoniste, ripercorrono a ritroso la loro evoluzione. La pittura, invece, è altrettanto presente ma come riferimento estetico: le opere sono infatti stampate in grande formato e su tela di cotone, e visivamente ricordano, non a caso, alcuni lavori dell’Espressionismo Astratto, gli ultimi quadri di Monet, e soprattutto le atmosfere romantiche di Turner.

Si tratta infatti di composizioni quasi astratte, in cui sarebbe piuttosto difficile rintracciare il modello originale senza il suggerimento del titolo. Nel processo di sintesi che le ha generate, infatti, in cui le centinaia di migliaia di frame che compongono un film sono sovrapposte in una unica immagine statica e muta, si perde inevitabilmente il livello della comprensione logica, del significato, in favore di una esperienza puramente estetica ed emotiva. Il risultato, quindi, è un intero che è qualcosa di diverso, o di più, rispetto alla somma delle sue singole parti.

L’immagine figurativa è apparentemente assente, così come la narrazione e come lo scorrere del tempo. Ne resta però il ricordo, la memoria. Ci sono ma non si vedono. Proprio come il suono, o anche come il silenzio.

La personale di Shulman è del resto il primo appuntamento di un progetto espositivo diviso in tre parti, denominato appunto “Trilogia del silenzio”, che con la curatela di Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti ospiterà prossimamente le opere di altri due artisti internazionali, Lee Madgwick e Mar Hernandez, tenendo impegnata la galleria fino al 31 luglio.

 

 

Jason Shulman – Fast Forward

28 gennaio – 25 marzo 2017

White Noise Gallery

Via dei Marsi, 20/22 – Roma

Ingresso libero

www.whitenoisegallery.it

 

Il tempo è una condanna. Roman Opalka

Raffigurare il tempo è l’obiettivo titanico che Roman Opalka ha dato alla sua opera di artista. Il risultato è un unico quadro con infinite sfumature digradanti. Un unico quadro dalle stesse identiche dimensioni con lo stesso tema eppure mai uno realmente uguale all’altro.
Raffigurare il tempo, darne coscienza e analizzarlo nelle sue diverse forme e significati è stato un progetto che ha richiesto dedizione, impegno e costanza straordinaria per tutta una vita.
Il progetto è stato questo: iniziare a disegnare col pennello sulla tela i numeri in progressione da 1 fino all’infinito, o meglio fino a che avrebbe potuto farlo, per tutti i giorni della sua esistenza. Una pratica ossessiva, ogni giorno una tela che inizia dall’ultimo numero di quella del giorno precedente, in ordinate righe orizzontali dall’alto a sinistra verso destra e il basso.  Il titolo è unico per tutti i quadri perchè è unica l’opera che compongono: 1965 / 1 – ∞, il ‘65 è l’anno in cui ha iniziato a disegnare da 1 fino all’infinito. Ogni singola tela si chiama detail. Un’opera destinata a non dare tregua e a finire solo con la fine dell’autore. Una conta precisa e quotidiana verso la propria morte.

Il risultato di questo impegno così rigido e asettico sono invece tele dalla forte carica espressiva, sensibili ed ipnotiche.
Il pennello intinto nel pigmento a furia di dare colore ai numeri esaurisce il proprio potenziale, ricaricato di tempera riprende a rigare la tela con un balzo di intensità formando da lontano striature evanescenti sempre diverse che creano composizioni astratte di variazioni tonali dettate da un caso derivato dalla regola principale. Il tempo è sempre uguale ma si manifesta a noi in modi apparentemente dinamici, a volte più veloce altre più lento.

Nell’arco di tempo coperto dalla vita dell’artista tante tele si esauriscono; nello spazio di una tela tanti carichi di colore finiscono, tante righe terminano, tanti numeri scorrono.
Tutto è relativo anche se la regola principale, il tempo, è sempre il medesimo.

Dettagli, si chiamano i signoli quadri, tutto è un dettaglio di qualcosa di più grande, di più duraturo. Ad un certo punto della sua opera Opalka decide di far tendere lo sfondo delle tele verso l’acromia, aggiungendo una stessa percentuale di bianco ogni giorno. I numeri, anch’essi disegnati in bianco, sono quindi via via meno evidenti, pian piano svaniscono del tutto nella tela, perdono forza per acquistare estensione, perdono dettaglio per tornare al tutto.

Ciclicità, slancio, stanchezza, persistenza, impegno, ripetizione, monotonia, infinite variazioni che tendono a una fine certa, c’è tutta la filosofia del tempo, dal panta rei di Eraclito all’esistenzialismo di Sartre. 

Si dice che ogni artista dipinga sempre lo stesso quadro, Opalka nell’onestà di dichiararlo fin dal principio ci dimostra come in realtà sia impossibile ripetersi.