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Philippe Pasqua, l’artista della vulnerabilità

«Io non voglio dipingere le persone come appaiono. Voglio dipingere le persone come sono». Lucian Freud.

La citazione del pittore Lucian Freud è la chiave di lettura che è stata scelta in questa sede per trattare l’esperienza artistica di un altro pittore e scultore, il francese Philippe Pasqua (1965), il quale operato è chiaramente influenzato dal lavoro di Freud, da Jenny Saville e da Francis Bacon, artisti che non solo possiedono la stessa energia nel tratto creativo, ma che, come Pasqua, hanno condotto un’attenta indagine intorno agli attimi intimi del corpo umano e alle emozioni facciali.

I ritratti di Philippe Pasqua danno all’osservatore la straordinaria sensazione di essere vivi, l’artista rende giustizia a ciò che è vulnerabile ritraendo persone portatrici della sindrome di Down, ciechi e transessuali, ovvero individui che ancora oggi purtroppo sconvolgono la società. Ogni volto rappresentato è il risultato di un continuo conflitto esistente tra ciò che la società tende a tollerare, quindi tra ciò che viene mostrato, e fra ciò che viene represso, ovvero fra quello che gli individui vorrebbero nascondere.

I volti rappresentati da Pasqua, in modo particolare i ritratti realizzati con le vernici, sono ben lontani dalla tendenza artistica secolare del rappresentare i volti così come sono realmente, l’artista non si cimenta nella banale riproduzione reale o per così dire “fotografica” dell’aspetto esterno, Pasqua propone invece una visione psicologica del soggetto, propone al pubblico il carattere fragile dell’uomo, la parte vulnerabile dell’essere umano, ponendo così in luce la debolezza che è celata nell’interiorità umana.

Concentrarsi sulla rappresentazione dei ritratti consente all’artista francese di prestare la massima attenzione al volto del soggetto, non concedendo attenzioni ad altri dettagli per non alterare l’immagine creata. E’ l’energia proposta dalla pittura di Pasqua a conferire carattere all’immagine, il gesto violento ma delicato allo stesso tempo e che conferisce lo stato di shock a chi osserva le opere permette all’interiorità del soggetto preso in esame di emergere in tutto il suo tragico splendore, facendo ricordare all’uomo, a quell’osservatore figlio di una società dominata dalla tecnologia e dal denaro, che esiste un’umanità vulnerabile, che esiste la caducità delle cose terrene.

Sempre alla Vanitas, ossia alla vulnerabilità, Pasqua dedica le sue opere scultoree, consistenti in teschi umani ricoperti, per esempio, di farfalle, simbolo per eccellenza della morte, della fugacità della vita, tematica che tende ad avvicinare l’artista francese all’operato del britannico Damien Hirst e che ancora una volta invita l’essere umano a riflettere sulla temporaneità dei beni materiali e sulla bellezza insita nella brevità della vita.

L’essere umano non è eterno e invincibile, non bisogna celare il suo essere fragile, così Philippe Pasqua propone un’arte indirizzata verso la reale essenza dell’essere vivente, dipinge e scolpisce l’uomo come è realmente, vulnerabile.

 

Damien Hirst. Tassidermia della paura

Se la vita e la morte sono due facce della stessa medaglia, quella relativa all’esistenza di qualsiasi essere vivente, il maggior sostenitore di questa tesi non può che essere l’artista britannico Damien Hirst. Le sue opere sono nella maggior parte dei casi dei memento mori ironici e provocatori, che esorcizzano la paura della morte tramite la sua stessa celebrazione.

L’opera icona The physical impossibility of death in the mind of someone living trasforma in oggetto d’arte un gigantesco squalo tigre posto sotto formaldeide all’interno di una scatola di vetro. L’attacco potenzialmente mortale del morso della creatura degli abissi rimane congelato in modo imperituro, offrendosi come totem della morte sempre in agguato, privata però di un reale pericolo; il titolo gioca proprio sull’incapacità dell’uomo di far suo il concetto di fine, che resta una visione lontana, da contemplare con distacco, privandola in tal modo di reale esistenza.

Se quest’opera fornisce una reazione passiva alla paura della fine, Hirst propone anche una difesa attiva. Nella famosa serie dei medicine cabinets, ad esempio, l’ossessione del preservarsi in buona salute e il tentativo di trovare un elisir di lunga vita, ad ogni costo, viene ben rappresentata dall’esposizione quasi estetica di file e file di medicinali, flaconi, compresse, simbolo di un progresso scientifico che dona conforto, ma che si interpone spesso al naturale rituale di passaggio dall’esistenza al suo termine.

La dialettica vita/morte ricorre continuamente nei suoi lavori; anche un angelo, creatura immune dalla corruzione alla quale tutti noi siamo destinati, viene rappresentato in sezione, come un busto utilizzato dagli studenti di anatomia di una facoltà di medicina, mostrando oltre alle ali e agli attributi di grazia celeste un interiorità fatta di viscere e ossa: la morte si nasconde ovunque, anche in ciò che apparentemente la sublima. I rosoni che Hirst crea utilizzando centinaia di farfalle, che diventano elementi decorativo/costruttivi, sono una celebrazione della vita e della sua bellezza, esemplificata dall’animale simbolo di caducità per eccellenza: un battito di ali e già siamo altrove, trasformati in ricordo cristallizzato dalla luce, quella di un altro mondo, forse.

Se devo convivere con lo spettro della fine, tanto vale renderlo allettante, abbellirlo, ornarlo con gemme dal valore immenso: è il caso del celebre For the love of God, un teschio umano provvisto dei denti originali ricoperto da 8.601 diamanti. Celebrare la morte ricavandone un tornaconto economico: Hirst riesce ad unire all’operato artistico un talento da vero business man. D’altronde, nell’attesa della fine, provare a vivere al meglio e magari anche e a guadagnarci non è una cattiva idea.