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Una politica che si fa arte. Il corpus critico di Thomas Hirschhorn

Il primo impatto è la caotica perdita di sé all’interno di un labirintico e claustrofobico groviglio di elementi. Successivamente è il richiamo ad ogni senso per poter ritrovare la via e non lasciarsi sprofondare in un moderno horror vacui. Questi i due elementi necessari per prepararsi ad affrontare l’esperienza, a tratti mistica, che l’amato e allo stesso tempo odiato artista svizzero Thomas Hirschhorn ci costruisce intorno.

Se nella prima metà del Novecento Kurt Schwitters iniziava a dare forma al suo Merzbau, Thomas Hirschhorn a distanza di un secolo sembra rielaborare la stessa necessaria immediatezza e caotica esperienza del famosissimo Merzbau, espressione del labirintico processo di memoria, ricordo e sensazioni proposta dall’artista tedesco.

Thomas Hirschhorn crea le sue ambientazioni lasciando che il caso si disponga libero nello spazio, utilizzando soprattutto media contemporanei, ad esempio, il video e oggetti del quotidiano: nastri adesivi, plastica, cartone. I temi, però, sono seri e trattano prevalentemente di politica. La scelta pragmatica per l’utilizzo di precisi materiali è l’emblema di una lotta, dall’interno, contro ogni forma di sopruso politico e sociale. Il groviglio di elementi che ci coinvolgono e ci lasciano a tratti spaventati, è un’incommensurabile fonte di spunti e idee che chiamano in gioco, prima di tutto, la coscienza politica di ognuno di noi. Non si tratta, quindi, di una scelta estetica quella che lega e mette insieme le installazioni “terrificanti” di Hirschhorn, è il caos che unisce e crea alleanze. All’interno del caos va ricercato, come in un’impossibile caccia al tesoro, il senso critico che aiuta a raggiungere una verità universale.

Sebbene le opere di Hirschhorn siano fonte inesauribile di contraddittorie sensazioni che lo portano a essere, forse, tra gli artisti più amati e odiati allo stesso tempo, le sue impressionanti ambientazioni lasciano un segno in chiunque sia immerso nel suo caotico mondo. Nella paura di una repentina perdita di coscienza civile, Thomas Hirschhorn, sente la necessità di riempire grandi o piccole stanze, come in un moderno horror vacui in cui tutto è necessario e nulla può, essere eliminato. Al pari del Merzabu di Schwitters, l’artista svizzero rende visibile la labirintica espressione del reale socio-politico, oltrepassando qualsiasi confine personale o contestuale e diventando la forma espressiva più immediata che punti al risveglio di una coscienza critica e informata.

La produzione artistica di Thomas Horschhorn è prima di tutto un’arma, affilata e distruttiva, che coinvolge la politica attiva e fa della sua manifestazione l’aggressiva denuncia di un sistema totalitario e capitalistico che fa perno sui massimi principi della filosofia. Non è banale quindi pensare che per la maggior parte degli affluenti consumatori di arte, Hirschhorn, non sia tra i più ben visti, la politica è scomoda e lo è ancora di più quando diventa evidente, alla portata di tutti e inesauribilmente reale.

 

Strumentalizzare la guerra attraverso l’immagine

Talvolta le immagini possono essere considerate maligne, soprattutto se hanno a che fare con un tema delicato come la guerra, un orrore che ancora nel XXI secolo fa parte della vita dell’essere umano.

L’immagine di guerra è una vera e propria strategia, ove i mass media hanno il potere di far apparire un evento tragico che è reale in una sorta di mondo virtuale, come se l’osservatore fosse catapultato in un videogame fatto di esplosioni, in cui bombe con telecamere incorporate creano un vero e proprio intrattenimento familiare, senza trascurare il fatto che i resoconti dei combattenti hanno fatto in modo che tale sequenza di immagini fosse trasformata in una sorta di film eroico hollywoodiano.

La Guerra d’Iraq è l’esempio migliore per trattare questa tematica, in quanto è stata “sceneggiata” dettagliatamente dai mass media per garantire un “consumo domestico”, mettendo quasi da parte le immagini legate alle violenze scaturite dall’invasione, ponendo invece note di merito circa la tecnologia degli armamenti invasori, proprio come se ci si trovasse di fronte a un videogame o a uno schermo ad alta definizione.

Utopia, utopia = Un mondo, una guerra, un esercito, un abito, risalente al 2005, e Impegno superficiale, inaugurata nel 2006, sono due mostre dell’artista svizzero Thomas Hirschhorn rappresentanti chiaramente le modalità in cui la società, dunque i fruitori delle immagini trasmesse da televisione e giornali, ha percepito la guerra. Con la prima mostra è stato possibile osservare come la diffusione del motivo decorativo mimetico abbia invaso la comunità anche nel campo della moda, proponendo look mimetici in modo ripetitivo, abolendo così il collegamento fra mondo militare e violenza. Differente è stata Impegno superficiale, una mostra che ha posto di fronte agli occhi del pubblico un crudo scenario di guerra con fotografie immortalanti corpi devastati dalla violenza, crani esplosi e parti del corpo sparse qua e là, una vera e propria rappresentazione della realtà che nonostante il forte impatto che ha provocato sull’emotività del pubblico ha reso giustizia alla verità nuda e cruda che è stata omessa dai mass media.

La scelta di determinate immagini per la diffusione dell’informazione è lo strumento perfetto per indirizzare il pubblico verso una specifica corrente di pensiero, l’immagine legata alla guerra diventa un vero e proprio mezzo di controllo della mente dell’uomo, della società.