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Scienza, arte e cultura: in arrivo a Torino la prima edizione del Festival della Tecnologia

Il Politecnico di Torino in occasione del 160esimo anniversario dalla sua fondazione, apre alla cultura con la prima edizione del Festival della Tecnologia, una rassegna inedita – pensata e organizzata dal Politecnico di Torino con la curatela del Rettore Guido Saracco, del delegato per la Cultura e la Comunicazione Juan Carlos De Martin e del giornalista Luca De Biase – che per la prima volta si propone di esplorare la relazione tra tecnologia e società con un approccio umanistico e democratico, partendo dal presupposto che la tecnologia non sia soltanto il risultato di scienza e innovazione, ma sia prima di tutto il frutto di un’abilità squisitamente umana, la creatività.

Per quattro giorni (dal 7 al 10 di novembre 2019) l’Ateneo aprirà le porte dei propri laboratori, Dipartimenti, Centri di ricerca interdipartimentali e collezioni storiche e si allargherà alla città e all’intera Regione. Oltre 50 partner hanno aderito e contribuito a una rassegna di ampio respiro per offrire alla cittadinanza una riflessione articolata, inclusiva e accessibile su questi temi. Soggetti culturali del territorio come Polo del ‘900, Museo del Cinema insieme a Torino Film Festival e Circolo dei Lettori hanno collaborato fin da subito alla realizzazione del Festival, con iniziative organizzate e ospitate in diversi luoghi della città.

Il Politecnico di Torino con questa iniziativa, vuole fare dono alla città e alla cittadinanza di una rassegna di ampio respiro che offra gratuitamente approfondimenti e riflessioni articolate, una chiave di lettura per il mondo complesso in cui viviamo e da cui la tecnologia è inevitabilmente plasmata. Il programma, quindi, è caratterizzato da una forte interdisciplinarità e da un fitto calendario di eventi e incontri con grandi personalità del mondo della scienza e della cultura. Il Festival si apre giovedì 7 novembre con il conferimento della Laurea ad honorem in Ingegneria Gestionale al Premio Nobel Joseph Stiglitz, mentre sabato 9 novembre verrà conferita la Laura ad honorem in Ingegneria Aerospaziale a Samantha Cristoforetti.

Tra le tante iniziative, si darà spazio anche all’arte e alla cultura nelle sue declinazioni, con eventi mirati e incontri. Il Museo Nazionale del Cinema, partner del Festival della tecnologia con Torino Film Festival, proporrà una Notte da brivido: una notte al museo, fino all’alba, interamente dedicata al tema delle tecnologie, della fantascienza e dell’horror, con proiezioni – con effetti speciali dal vivo – sui maxischermi dell’Aula del Tempio.

Alessandro Baricco, si interrogherà su cosa ha guadagnato e cosa ha perso l’uomo con la rivoluzione digitale, mentre l’architetto e docente cinese Zhang Li e Antoine Picon, docente di Harvard, racconteranno come gli edifici diventino quasi creature vive, capaci di interagire tra loro e con i cittadini grazie alla tecnologia. Protagonista della giornata di domenica 10 novembre, invece, Piero Angela, che terrà una lectio dal titolo Tecnologia, cultura e informazione, dedicata all’importanza della diffusione delle conoscenze scientifiche.

Non mancherà, infine, la voce di un grande artista. In linea con lo spirito del Festival, Michelangelo Pistoletto si farà portavoce di una riflessione su come riconciliare umanità, tecnologia e natura, ovvero promuovere un nuovo umanesimo costruendo il Terzo Paradiso: una terza fase dell’umanità che viene dopo il paradiso della comunione con la natura e dopo l’attuale paradiso artificiale.

 

Festival della Tecnologia

7 – 10 novembre 2019

Politecnico di Torino (sedi varie)

 

Ingresso libero

Tutti gli eventi e gli incontri del Festival sono ad accesso gratuito e libero, fino ad esaurimento dei posti disponibili in sala, ad eccezione della “Notte da brivido” al Museo del Cinema, che prevede un biglietto d’ingresso. Per alcuni incontri è richiesta la prenotazione obbligatoria sul sito www.festivaltecnologia.it

 

Programma completo e info

Il programma completo è disponibile online al sito www.festivaltecnologia.it

È disponibile sia per dispositivi Android che iOS la webapp Festival della Tecnologia.

 

Per informazioni: info.festival@polito.it

Art nouveau. Il trionfo della bellezza

Architettura, pittura, arredamento, scultura, musica sono invasi da rimandi alla natura, al mondo vegetale e a un’immagine nuova della figura femminile: a Torino è il tempo dell’Art Nouveau che scaccia da ogni dove regole accademiche e tradizione. Considerata come una corrente internazionale, essa si fonda sulla rottura con l’eclettismo e lo storicismo ottocenteschi e rappresenta la risposta moderna a una società sempre più industrializzata.

Concepita come arte totale, il Modern Style diventa Tiffany negli Stati Uniti, Jugendstil in Germania, Sezession in Austria, Nieuwe Kunst nei Paesi Bassi, Liberty in Italia, Modernismo in Spagna e s’impone rapidamente in Inghilterra, patria dei maggiori teorici del movimento, e passa sotto il nome di Art Nouveau in Francia.

Proprio a Torino fu presentata nel 1902 con l’Esposizione internazionale di Arte Decorativa Moderna e diede il via al Liberty in Italia a partire dalla città, all’epoca in espansione.

Con il patrocinio della Città di Torino, prodotta e organizzata dal Consorzio delle Residenze Reali Sabaude con Arthemisia, è curata da Katy Spurrell con testi in catalogo di Victor Arwas (1937 – 2010), Katy Spurrell e Valerio Terraroli.

Dal 17 Aprile 2019 al 26 Gennaio 2020

Venaria Reale | Torino

Luogo: Reggia di Venaria Reale

Indirizzo: piazza della Repubblica 4

Orari: da martedì a venerdì dalle ore 9 alle 17; sabato, domenica e festivi dalle ore 9 alle 18.30.​​ La Reggia e le Mostre sono aperte nei giorni Festivi, con gli stessi orari della domenica. Le biglietterie e gli ingressi chiudono 1 ora prima

Curatori: Katy Spurrell

Enti promotori:

Con il patrocinio della Città di Torino

Costo del biglietto: Intero 14 euro, Ridotto 12 euro, Gruppi di min. 12 persone, maggiori di 65 anni e quanti previsti da Gratuiti e Ridotti, Ridotto 8 euro Under 21 (ragazzi dai 6 ai 20 anni) e universitari under 26, Scuole 4 euro Classi minimo di 12 studenti, ingresso gratuito per 2 accompagnatori ogni 27 studenti. Gratuito Minori di 6 anni e quanti previsti da Gratuiti

Telefono per informazioni: +39 011 4992333

E-Mail info: prenotazioni@lavenariareale.it

Sito ufficiale: http://www.lavenaria.it

Dall’altra parte del reale: le visioni oniriche di Sandy Skoglund

Si è da poco conclusa a Torino la grande mostra antologica a cura di Germano Celant dedicata all’artista e fotografa statunitense, Sandy Skoglund. Camera – Centro Italiano per la Fotografia ha presentato un racconto dettagliato attraverso le molteplici visioni tra realtà e finzione di Sandy Skoglund. La sua stessa personalità, sembra essere il risultato di un ibrido. Fotografa, scultrice, storica, Sandy è un’artista a tutto tondo che ha rivoluzionato il concetto e l’uso stesso della fotografia e la sua capacità di ridurre, sospendere, degli aspetti del quotidiano che improvvisamente diventano onirici e fantastici.
Le opere dell’artista, per lo più di grande formato, nascono da un lavoro attento, minuzioso e in perenne divenire in cui la sospensione e il caso sembrano essere due componenti invariabili e dalle quali l’opera trae vantaggio, rendendo ad ognuna un senso di unicità ed eccezionalità. Un rigore concettuale che si avventura nello humor e che è sempre caratterizzato dal caso che determina dove andrà a finire l’azione, il gesto, la rappresentazione. Il lavoro è dunque sì, pensato e ragionato, curato nei dettagli. Le micro-sculture che giocano con il non-reale, generano le scene e le situazioni. Sono autentiche trame di una realtà che ci appartiene perché è riconoscibile ma, allo stesso tempo, ci illude e inganna. Come dei veri tableaux vivant, le scene dell’artista ci appaiono come dei sogni, dove tutto è sospeso e magico. I corpi vivi, l’uomo, il modello, da una parte ci riconducono al reale ma dall’altra alimentano questo aspetto onirico a tratti inquietante che genera necessariamente ulteriori domande su ciò che è reale e ciò che non lo è. I corpi, non sono estranei ma vivono negli incubi o nei sogni messi in scena dall’artista.
L’elaborazione artistica di Sandy Skoglund è un processo di studio, analisi e stratificazione che permette di dare luogo ad una immagine pensata e studiata nei minimi dettagli dove però il caso termina l’azione inserendo un elemento perturbante, ovvero lo scatto fotografico che ribalta il processo, trasformando dei rigidi pittorialismi in percezioni scultoree dalle molteplici visioni. Le opere realizzate vengono necessariamente percepite e trasmesse all’occhio di chi guarda in maniera totalmente diversa dal reale. Dunque, la fotografia è il mezzo ultimo e necessario a tramutare e ribaltare questo senso di chiarezza e quotidianità, perturbato appunto da una finzione, un non-reale che fa indugiare le nostre conoscenze e ci accoglie in un mondo altro fatto di colori brillanti, animali sospesi o sogni ricolmi di cibo.
Le opere di Sandy Skoglund ci accolgono in paure e sogni adulti inseriti in una scena giocosa, ludica e quasi infantile. Sono visioni ibride e oniriche in cui l’ossessione e la sistematicità provocano un accostamento in perfetto bilanciamento tra ciò che è razionale e ciò che non lo è, tra l’assurdo e la normalità.

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Michelangelo. Disegni da Casa Buonarroti

La Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli presenta, da giovedì 4 aprile a venerdì 21 luglio, la mostra Michelangelo. Disegni da Casa Buonarroti, a cura di Alessandro Cecchi.

In esposizione disegni autografi con studi per gli affreschi della volta della Cappella Sistina, studi di anatomia e studi di architettura, tutti provenienti da Casa Buonarroti, fondazione fiorentina che conserva, oltre all’archivio della famiglia, la più grande collezione al mondo di opere grafiche di Michelangelo. Sarà dunque l’occasione per ammirare preziosi studi di anatomia e di architettura abitualmente non esposti al pubblico.

In occasione delle celebrazioni per i 500 anni dalla scomparsa di Leonardo, che coinvolgeranno anche il Piemonte e la città di Torino con il programma “Leonardo a Torino”, la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli integra la proposta culturale offrendo la possibilità di riscoprire questo straordinario periodo del Rinascimento con un prezioso e rappresentativo percorso dell’opera michelangiolesca e dei processi di elaborazione formale che sottendono alle creazioni del maestro fiorentino.

Dal 04 Aprile 2019 al 21 Luglio 2019

Torino

Luogo: Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli

Indirizzo: via Nizza 230/103

Orari: da martedì a domenica dalle 10 alle 19 con orario continuato. Ultimo ingresso alle 18:15

Curatori: Alessandro Cecchi

Enti promotori:

Patrocinio di Città di Torino

Costo del biglietto: Intero € 10, Ridotto € 8 gruppi, over 65, convenzionati, Ridotto speciale € 4 scuole e ragazzi 6-16 anni. Gratuito 0-6 anni non compiuti, disabili, Abbonati Musei Torino Piemonte

Telefono per informazioni: +39 011.0062713

Sito ufficiale: http://www.pinacoteca-agnelli.it

Tattoo. L’arte sulla pelle

Artisti contemporanei, tatuatori e tatuati, opere e personaggi del passato si mescolano e dialogano in un percorso suggestivo, che guida il pubblico in un viaggio e una riflessione sull’uso sociale, culturale e artistico del corpo.

Nell’antichità il tatuaggio è visto come il marchio degli sconfitti, siano essi schiavi o malfattori, o rievoca la ferocia dei barbari come i Pitti e i Germani che premono minacciosi sui confini dell’Impero.
Quest’aura di ribrezzo, estraneità e fascinazione nei confronti del tatuaggio viene evocata e ampliata nel Settecento, quando i navigatori europei che raggiunsero il sud-est Asiatico e l’Oceano Pacifico, entrano in contatto con popoli che suscitano sorpresa, ammirazione o disprezzo, perché praticano in maniera estensiva il tatuaggio. La stessa parola “tattoo” ha origine polinesiana (in italiano mediata dal francese tatouage) viene introdotta in occidente dal navigatore James Cook. Proprio l’incontro/scontro con queste lontane popolazioni costituisce un momento decisivo nell’elaborazione dell’immaginario nei confronti del tatuaggio e di una tessitura simbolica in cui precipitano insieme esotismo e costruzione culturale del “selvaggio”.

La mostra ripropone alcuni passaggi cruciali in cui l’Occidente si nutre di rappresentazioni dell’altro, focalizzando l’attenzione su popoli che praticano in maniera estensiva il tatuaggio e che influenzeranno fortemente la cultura e l’arte contemporanea.

Verranno presentate in mostra, grazie ai prestiti del Museo delle Civiltà di Roma, strumenti collegati al tatuaggio provenienti dall’Asia e dall’Oceania, foto storiche scattate dal celebre fotografo Felice Beato nel Giappone degli anni ’60 dell’800 e fotografie, sempre storiche, dei Maori della Nuova Zelanda. A questo si aggiunge una selezione delle stampe del noto artista giapponese Kuniyoshi Utagawa che nel 1827 pubblica una serie di eroi popolari giapponesi noti come i 108 eroi suikoden, famosa per essere diventata un riferimento iconografico per i tatuaggi.

L’idea della irriducibile condizione selvaggia del tatuaggio sarà ripresa dal celebre studioso Cesare Lombroso che collega la condizione dei criminali tatuati del mondo occidentale con quella dei cosiddetti primitivi, collocando per la prima volta questa pratica nell’ambito scientifico. Disegni e oggetti provenienti dal museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso e dal museo di Anatomia di Torino costituiranno parte integrante dell’esposizione nella quale il materiale storico e iconografico si sovrappone e dialoga con la cultura contemporanea del tatuaggio, profondamente influenzata sia dalle tecniche e dagli stili provenienti dall’Asia, sia dalle teorie lombrosiane.
Se il tatuaggio ha ormai da decenni raggiunto la piena accettazione nel mondo delle culture popolari – decisiva in tal senso la “moda” di imprimere indelebilmente sul proprio corpo immagini, segni, parole – aumentano quei protagonisti dell’arte contemporanea, linguaggio ben più elitario e criptico, che utilizzano il tatuaggio proprio come uno strumento espressivo che non discende solo dalla Performance ma incontra persino il concettuale.

Diversi gli esempi in tal senso: il fiammingo Wim Delvoye ha tatuato grossi maiali non destinati all’alimentazione e lasciati morire di vecchiaia; lo spagnolo Santiago Sierra ne fa un uso politico e trasgressivo; il messicano Dr. Lakra si dedica a minuziosi disegni e interventi di street art; l’austriaca Valie Export e la svedese Mary Coble hanno trattato temi legati al femminismo. Tra gli italiani, inoltre, le fotografie ritoccate e decorate da Plinio Martelli, le statue in marmo di Fabio Viale.

Tra i tatuatori contemporanei sono state scelte immagini dei lavori di grandi professionisti noti proprio per il ruolo cruciale che hanno sulla scena contemporanea e la diffusione della cultura del tatuaggio, da Tin-Tin, a Filip Leu e a Horiyoshi III. Alle opere di questi influenti personaggi del mondo del tatuaggio, sono affiancati i lavori di altri tatuatori più o meno conosciuti al grande pubblico, sia italiani che stranieri, tra i quali Nicolai Lilin, Gabriele Donnini, Claudia De Sabe,che costituiscono una ristretta rappresentanza di una numerosa, notevole e mutevole comunità di lavoratori del settore.

 

 

Fino al 03 Marzo 2019

Torino

Luogo: MAO Museo d’Arte Orientale

Curatori: Luca Beatrice, Alessandra Castellani, MAO Museo d’Arte Orientale

Enti promotori:

  • Città di Torino
  • Fondazione Torino Musei

Costo del biglietto: intero € 10, ridotto € 8, gratuito Abbonati Musei Torino Piemonte e aventi diritto. Possibilità di biglietto cumulativo Mostra + Museo a tariffa agevolata

Telefono per informazioni: +39 011.4436927

E-Mail info: mao@fondazionetorinomusei.it

Sito ufficiale: http://www.maotorino.it/

CAMERA POP – La fotografia nella Pop Art di Warhol, Schifano & Co.

È in corso presso Camera Centro Italiano per la Fotografia a Torino la mostra CAMERA POP – La fotografia nella Pop Art di Warhol, Schifano & Co., che per la prima volta indaga il rapporto tra fotografia e arte Pop in tutta la sua complessità e in tutte le sue molteplici manifestazioni.

Il rapporto tra Pop Art e fotografia è sempre stato un argomento molto discusso. La Pop Art è stata forse la prima corrente artistica ad aver inglobato in maniera forte e costante la fotografia all’interno del proprio linguaggio, e secondo molti pertanto la prima ad aver interrotto il famoso “combattimento per l’immagine” (per citare un’altra storica mostra torinese) ingaggiato tra pittura e fotografia fin dalla nascita di quest’ultima. Nella Pop Art però la fotografia non è presente solo in maniera diretta, attraverso l’uso esplicito del mezzo da parte di molti artisti, ma anche in un modo più sottile, indiretto, in quella che è stata definita la “filosofia del fotografico” che sostiene e caratterizza tutta la poetica pop. A prescindere dall’utilizzo del mezzo o meno, in sostanza, c’è una coincidenza profonda e concettuale tra arte Pop e fotografia, quella che Claudio Marra ha definito “fotograficità implicita della Pop Art”. Walter Guadagnini – direttore di Camera e curatore della mostra, oltre che uno dei maggiori esperti di fotografia in Italia – ha impegnato la galleria nell’ambiziosa impresa di analizzare una volta per tutte questo complesso rapporto attraverso una grande esposizione. Con circa 150 opere esposte e la collaborazione di musei, fondazioni, artisti, collezioni private e archivi, italiani e stranieri, CAMERA POP rappresenta il più grande sforzo organizzativo messo in atto da Camera.

La mostra è divisa in sei sezioni, ognuna delle quali incentrata su un tema particolare e caratterizzata da un vocabolo significativo (i primi cinque sono tratti da una famosa definizione della Pop Art formulata da Richard Hamilton, l’ultimo da una altrettanto nota dichiarazione di Andy Warhol, il famoso slogan “Vorrei essere una macchina”).

La prima sala, definita dal vocabolo Popular, raccoglie gli incunamboli della Pop Art internazionale e i volti dei primi protagonisti della scena pop tra Londra, New York e Roma. Non poteva mancare in questa sezione un dittico eccezionale: il collage fotografico What is it that makes today’s homes so different, so appealing? di Richard Hamilton, considerato la prima opera pop della storia (qui nella versione digitalizzata dall’artista del 2004), affiancato dalla sua versione aggiornata sui cambiamenti della società e della tecnologia.

La seconda sala, intitolata Glamorous, è dedicata alle icone e ai miti pop. Le dieci Marilyn di Warhol (del 1967) dominano l’ambiente ed evidenziano come la Pop Art debba alla fotografia una parte centrale della propria natura, e anche del proprio successo.

La terza sala, Mass-produced, è dedicata all’altro grande tema del linguaggio pop: gli oggetti di uso comune e la produzione in serie. Nella sala sono riunite opere di Pistoletto, Jim Dine, Joe Tilson, Mimmo Rotella, e soprattutto è esposto il capolavoro Every building on the sunset strip di Ed Ruscha.

La quarta sala, caratterizzata dal termine Young, è dedicata interamente al lavoro di Ugo Mulas, il fotografo che più di tutti ha saputo documentare – ma anche interpretare – la natura e lo spirito dell’arte Pop e dei suoi rappresentanti. Circa 40 scatti di Mulas ci mostrano gli artisti nei loro studi newyorkesi (notevoli sopratutto le fotografie che ritraggono Warhol in azione nella sua Factory) e raccontano la mitica Biennale di Venezia del 1964.

La quinta sala, a tema Sexy, è una galleria di figure femminili (tra cui le modelle del celebre Calendario Pirelli e la Ragazza che cammina di Pistoletto) dedicata alla natura voyeuristica dello spettatore, tipica sia del mezzo fotografico che dello spirito pop.

Machine-like è il tema della sesta e ultima sala, che racconta più nello specifico il rapporto della pittura con la fotografia nella pratica della pop attraverso una serie di dipinti di grande qualità e impatto visivo, tra cui le celeberrime sedie elettriche di Warhol.

Nel corridoio principale sono poi rappresentati alcuni precursori della Pop, primo fra tutti ovviamente Robert Rauschenberg, ed esposte opere di Schifano, Franco Angeli, Bruno di Bello e Gianni Bertini. Uno spazio è poi dedicato alle polaroid di Warhol, esposte insieme a una delle macchinette con cui l’artista le scattava.

 

POP ART Portfolio – Ken Heyman
Roy Lichtenstein

 

Fino al 13 gennaio 2019.

Per maggiori informazioni: http://camera.to/mostre/camera-pop-la-fotografia-nella-pop-art-warhol-schifano-co/

 

C-CUT Homo Ab Homine Natus. La terza personale di Francesco Vezzoli alla Galleria Franco Noero

Tra la fitta agenda di eventi che ha invaso Torino durante la fiera dai numeri strabilianti di quest’anno, Artissima, una particolare menzione merita la mostra C-CUT Homo Ab Homine Natus, di Francesco Vezzoli presso la Galleria Franco Noero. Piazza Carignano, ha infatti accolto per la terza personale dell’artista, un ambientazione noire, con riferimenti chiari al cinema horror degli anni ‘70, che si lega profondamente con la Torino occulta di quegli anni. L’allestimento si è da subito adattato agli splendidi spazi interni del palazzo dove è ubicata la galleria. La mostra parte da un hambient con neon rossi che accompagnano il cammino dello spettatore preparandolo più che visivamente, mentalmente, all’opera C-CUT una scultura di un milite romano, dalla cui schiena con uno squarcio appare una testa in bronzo, anch’essa citazione di copie d’epoca romana, tardo repubblicana. L’opera ruota in maniera lenta, inquietante, come se si trattasse di un carillon a grandezza naturale, introducendo un’azione improbabile o forse dai tratti eccezionali: un parto di un uomo da un altro uomo.

Nell’irriverenza formale ed estetica che rappresenta un dato imprescindibile dell’operato artistico di Vezzoli, si incatena ancora una volta un’arte fatta di citazioni e richiami a un mondo antico, con pregi e difetti, che si reinventa e ripropone sotto gli occhi degli spettatori sotto molteplici forme. Nel caso di C-CUT, è chiara la connessione con la pratica della copia, diffusa in epoca romana e considerata come disgrazia e testimonianza, come lati di una stessa medaglia. Era anche pratica diffusa, l’utilizzo di dettagli contemporanei al tempo del committente dell’opera che si stagliavano in modo tante volte evidente nel rifacimento della scultura. Allo stesso modo, il taglio profondo che dilata e squarcia la schiena del milite è un riferimento estetico ai tagli di Fontana. Un concetto spaziale che Vezzoli adatta, ancora una volta, come rilettura di una precisa necessità: possibili aperture verso un’altrove e la scoperta di un infinito.

Vezzoli che come pratica diffusa si occupa di interventi estetici caratterizzati da ironia sarcastica e humor, ancora una volta reagisce al vecchio con un’estetica delle plastiche arbitraria, ancora una volta sfrontato, ma incessantemente ancorato a elementi indiscutibili e che hanno le loro radici in un passato, nemmeno troppo remoto. L’opera diffusa di Vezzoli, fa riflettere su un infinito che ha mille sfaccettature, induce a imparare a non soffermarsi sul superficiale, ma con caratteri quasi ludici, spinge ad andare oltre con l’immaginazione, facilitando collegamenti e spaziando da una forma d’arte a un’altra mantenendo ben chiaro il ruolo dello spettatore. L’essere umano, homo inter homines, è l’elemento centrale attraverso cui questa composizione arbitraria e, superficialmente, illogica prende vita e si attiva, in una contingenza di forme, l’opera si trasforma in una dimensione temporale sospesa che si espande all’infinito.

 

 

Francesco Vezzoli

C-CUT Homo Ab Homine Natus

fino al 12 gennaio 2019

Galleria Franco Noero

Piazza Carignano 2, Torino

Orari: dal martedì al sabato, h 12.00 – 20.00

Ingresso libero

 

Specie di spazi, Anna Capolupo

A partire da giovedì 7 giugno 2018, Burning Giraffe Art Gallery ospita la mostra Specie di spazi, personale dell’artista Anna Capolupo (Lamezia Terme, 1983). La mostra rinnova il sodalizio tra l’artista e la galleria torinese, a quattro anni dalla prima esposizione, che inaugurava l’attività espositiva di quest’ultima.

La mostra prende le mosse dalla riflessione sullo spazio, inteso sia in senso fisico che psichico e affettivo, che anima l’omonimo libro del 1974 di Georges Perec, in cui l’autore francese si proponeva di dare vita a “un bestiario di spazi”, che ne avrebbe mostrato diverse specie, come si fa con le differenti specie d’animali.

La ricerca portata avanti negli ultimi anni da Anna Capolupo ha nello spazio il suo soggetto di predilezione. Dapprima inteso come spazio urbano, tracciato con perizia architettonica e un’estrema attenzione ai giochi prospettici, dando vita a imponenti cattedrali suburbane di scheletri industriali, la presenza personale dell’artista nei luoghi ritratti nei suoi dipinti ruvidi si è fatta via via più tangibile, arrivando all’attuale forma di irrealismo urbano che sconvolge gli spazi attraverso un uso sempre più importante e maturo dell’astrazione, sia gestuale che cromatica. Così come Perec, l’artista sembra accorgersi del fatto che non esistano luoghi «stabili, immobili … immutabili, radicati», mostrandone l’evanescenza nelle sue opere pittoriche, tracciando i fantasmi, quasi irriconoscibili, di ciò che resta di interni ed esterni urbani post-industriali che hanno da tempo perso la loro funzione.

Per la prima volta, alle opere pittoriche dell’artista viene affiancata una serie di lavori più intima, in cui lo spazio ritratto è quello della memoria, dell’anima e dell’infanzia. Si tratta della materializzazione artistica di oggetti ritrovati in vecchie fotografie: le coperte che la bisnonna realizzava con amore per ciascuno dei membri della famiglia. L’artista parte dallo stesso supporto che utilizza per i dipinti – la carta ruvida da incisione, che dona una matericità quasi tattile agli elementi urbani –, ricamando su di essa segmenti di cotone e lana colorati che ricostruiscono le trame di quelle coperte antiche, andate perdute, di cui l’unica memoria conservata è quella di una fotografia sbiadita. Performando il gesto lento e ripetitivo del ricamo su fogli di carta di grandi dimensioni, ricostruisce quegli spazi famigliari riscoprendone la lentezza fatta di amorevole cura e attenzione.

Per Anna Capolupo, come per Perec, lo spazio è «ciò che arresta lo sguardo, ciò su cui inciampa la vista: l’ostacolo», e questi ostacoli danno vita a una mostra di spazi invisibili ai più, intangibili perché quasi dimenticati, inutilizzati, ma mai inutili.

 

 

ANNA CAPOLUPO. Specie di spazi
Luogo: Burning Giraffe Art Gallery – Via Eusebio Bava, 8/a, Torino
Vernissage: giovedì 7 giugno, ore 18:30-21:30
Periodo mostra: dal 7 giugno al 21 luglio 2018
Orario di apertura: martedì-sabato, 14:30-19:30 (mattina su appuntamento)
Contatti: www.bugartgallery.cominfo@bugartgallery.com – t. 0115832745

Gianni Bertini. Il tempo

Inaugura sabato 4 novembre alle ore 19 presso la Galleria RoccaTre Gianni Bertini. Il Tempo a cura di Raffaella A. Caruso.

La mostra che apre durante la notte delle arti contemporanee è un focus particolare sulla figura di Gianni Bertini e analizza attraverso opere che vanno dal 1949 al nuovo Millennio il tema del tempo come costante della sua produzione.

Così se da un lato il tempo è la struttura ritmica portante di ogni composizione, dall’altra il testo in catalogo, dello stesso curatore, evidenzia come Bertini abbia percorso e anticipato ogni movimento artistico dalla fine degli anni 40 (Mac, Nucleare, Informale) uscendone prima che diventasse per lui esercizio di stile.

Così pare di sentire il ritmo di bielle, pistoni, ingranaggi con cui asseconda la forza gestuale delle composizioni informali e il fruscio delle pagine di quei giornali dalle cui immagini assembla rapido le opere con cui dà il via la pop art italiana. Lo spettatore si trova così catapultato in una dimensione narrativa dove conta solo l’immagine, e un racconto istantaneo in cui prima e dopo si prendono beffe dello spettatore. Tra le opere in mostra un rarissimo Grido (Tricolore, 1949), una tela del MAC (Autografico, 1949) con cui Bertini partecipa alla Biennale di Venezia del 1950, la celeberrima Tempesta sull’Olimpo del 1955 sino alle opere della Mec art e a quelle di impegno civile del ciclo Per non dimenticare sulla Guerra del Golfo in cui Bertini sperimenta la pittura digitale che nel nuovo Millennio meglio gli permette di seguire il rapido correre delle idee.

 

 

Dal 04 Novembre 2017 al 09 Dicembre 2017

TORINO

LUOGO: Galleria RoccaTre

CURATORI: Raffaella A. Caruso

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 011836765

E-MAIL INFO: roccatre@gmail.com

SITO UFFICIALE: http://https://www.galleriaroccatre.com

Ars Captiva 2017 – De_locazioni

Stendardi, opere pittoriche, fotografie, video, installazioni e perfomance che ruotano intorno a due concetti complementari: lo spostarsi e l’abitare. E’ questo Ars Captiva 2017, il progetto, unico in Italia, di formazione artistica rivolto agli studenti degli istituti superiori piemontesi. La sesta edizione biennale apre a Torino, sotto la direzione artistica di Maria Teresa Roberto, dal 26 ottobre al 9 novembre 2017, nelle settimane dedicate all’arte contemporanea. Dopo Le Nuove, il Museo regionale di Scienze naturali e l’ex Manifattura Tabacchi, l’iniziativa, nata dieci anni fa su impulso del Comitato Creo per avvicinare le scuole alle pratiche dell’arte contemporanea, ha scelto quest’anno di confrontarsi con gli spazi condivisi dell’Housing Giulia, in via Cigna 14/L, proseguendo così la collaborazione con l’Opera Barolo iniziata lo scorso anno.

Il percorso espositivo, composto da circa 40 opere realizzate per l’occasione, si sviluppa negli spazi esterni e nelle storiche cantine del complesso ottocentesco, aperte per la prima volta al pubblico. Nel cortile sono collocati, in corrispondenza dei pilastri esterni del portico, nove stendardi di grandi dimensioni, mentre sei opere pittoriche su tela occupano i vani delle nicchie nel lato breve del sottoportico. All’aperto trova spazio anche un grande Ikebana realizzato, nel corso di un workshop aperto agli studenti di Ars Captiva e agli ospiti della residenza, dal maestro Mario Sonsini, responsabile del Northern Italy Study Group che rappresenta in Italia la prestigiosa scuola Ikebana Sogetsu di Tokyo. L’opera collettiva, composta da materiale vegetale non convenzionale disposto secondo un’antica tradizione giapponese, è frutto di un progetto didattico portato avanti in collaborazione con la Gam di Torino, dove a fine settembre è stato allestito un altro Ikebana in omaggio all’opera realizzata nel 1960 dal maestro Sofu Teshigahara, proprio nei giardini della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea. Le cantine di Housing Giulia ospitano poi una ventina di altre opere, tra sculture, dipinti, fotografie e installazioni sonore, dedicate ai temi della biennale. Tra queste, merita citare l’installazione di Lorenzo Gnata (Biella, 1997): una sorta di albero le cui foglie sono simbolicamente rappresentate da tanti post-it contenenti le risposte, raccolte dall’artista anche tra i residenti del luogo, alla domanda “Qual è l’ultima cosa che hai imparato?”.

 

 

Dal 26 Ottobre 2017 al 09 Novembre 2017

Torino

Luogo: Housing Giulia

Enti promotori:

  • Regione Piemonte
  • Consiglio Regionale del Piemonte
  • Città di Torino
  • Fondazione CRT