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Tattoo. L’arte sulla pelle

Artisti contemporanei, tatuatori e tatuati, opere e personaggi del passato si mescolano e dialogano in un percorso suggestivo, che guida il pubblico in un viaggio e una riflessione sull’uso sociale, culturale e artistico del corpo.

Nell’antichità il tatuaggio è visto come il marchio degli sconfitti, siano essi schiavi o malfattori, o rievoca la ferocia dei barbari come i Pitti e i Germani che premono minacciosi sui confini dell’Impero.
Quest’aura di ribrezzo, estraneità e fascinazione nei confronti del tatuaggio viene evocata e ampliata nel Settecento, quando i navigatori europei che raggiunsero il sud-est Asiatico e l’Oceano Pacifico, entrano in contatto con popoli che suscitano sorpresa, ammirazione o disprezzo, perché praticano in maniera estensiva il tatuaggio. La stessa parola “tattoo” ha origine polinesiana (in italiano mediata dal francese tatouage) viene introdotta in occidente dal navigatore James Cook. Proprio l’incontro/scontro con queste lontane popolazioni costituisce un momento decisivo nell’elaborazione dell’immaginario nei confronti del tatuaggio e di una tessitura simbolica in cui precipitano insieme esotismo e costruzione culturale del “selvaggio”.

La mostra ripropone alcuni passaggi cruciali in cui l’Occidente si nutre di rappresentazioni dell’altro, focalizzando l’attenzione su popoli che praticano in maniera estensiva il tatuaggio e che influenzeranno fortemente la cultura e l’arte contemporanea.

Verranno presentate in mostra, grazie ai prestiti del Museo delle Civiltà di Roma, strumenti collegati al tatuaggio provenienti dall’Asia e dall’Oceania, foto storiche scattate dal celebre fotografo Felice Beato nel Giappone degli anni ’60 dell’800 e fotografie, sempre storiche, dei Maori della Nuova Zelanda. A questo si aggiunge una selezione delle stampe del noto artista giapponese Kuniyoshi Utagawa che nel 1827 pubblica una serie di eroi popolari giapponesi noti come i 108 eroi suikoden, famosa per essere diventata un riferimento iconografico per i tatuaggi.

L’idea della irriducibile condizione selvaggia del tatuaggio sarà ripresa dal celebre studioso Cesare Lombroso che collega la condizione dei criminali tatuati del mondo occidentale con quella dei cosiddetti primitivi, collocando per la prima volta questa pratica nell’ambito scientifico. Disegni e oggetti provenienti dal museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso e dal museo di Anatomia di Torino costituiranno parte integrante dell’esposizione nella quale il materiale storico e iconografico si sovrappone e dialoga con la cultura contemporanea del tatuaggio, profondamente influenzata sia dalle tecniche e dagli stili provenienti dall’Asia, sia dalle teorie lombrosiane.
Se il tatuaggio ha ormai da decenni raggiunto la piena accettazione nel mondo delle culture popolari – decisiva in tal senso la “moda” di imprimere indelebilmente sul proprio corpo immagini, segni, parole – aumentano quei protagonisti dell’arte contemporanea, linguaggio ben più elitario e criptico, che utilizzano il tatuaggio proprio come uno strumento espressivo che non discende solo dalla Performance ma incontra persino il concettuale.

Diversi gli esempi in tal senso: il fiammingo Wim Delvoye ha tatuato grossi maiali non destinati all’alimentazione e lasciati morire di vecchiaia; lo spagnolo Santiago Sierra ne fa un uso politico e trasgressivo; il messicano Dr. Lakra si dedica a minuziosi disegni e interventi di street art; l’austriaca Valie Export e la svedese Mary Coble hanno trattato temi legati al femminismo. Tra gli italiani, inoltre, le fotografie ritoccate e decorate da Plinio Martelli, le statue in marmo di Fabio Viale.

Tra i tatuatori contemporanei sono state scelte immagini dei lavori di grandi professionisti noti proprio per il ruolo cruciale che hanno sulla scena contemporanea e la diffusione della cultura del tatuaggio, da Tin-Tin, a Filip Leu e a Horiyoshi III. Alle opere di questi influenti personaggi del mondo del tatuaggio, sono affiancati i lavori di altri tatuatori più o meno conosciuti al grande pubblico, sia italiani che stranieri, tra i quali Nicolai Lilin, Gabriele Donnini, Claudia De Sabe,che costituiscono una ristretta rappresentanza di una numerosa, notevole e mutevole comunità di lavoratori del settore.

 

 

Fino al 03 Marzo 2019

Torino

Luogo: MAO Museo d’Arte Orientale

Curatori: Luca Beatrice, Alessandra Castellani, MAO Museo d’Arte Orientale

Enti promotori:

  • Città di Torino
  • Fondazione Torino Musei

Costo del biglietto: intero € 10, ridotto € 8, gratuito Abbonati Musei Torino Piemonte e aventi diritto. Possibilità di biglietto cumulativo Mostra + Museo a tariffa agevolata

Telefono per informazioni: +39 011.4436927

E-Mail info: mao@fondazionetorinomusei.it

Sito ufficiale: http://www.maotorino.it/

CAMERA POP – La fotografia nella Pop Art di Warhol, Schifano & Co.

È in corso presso Camera Centro Italiano per la Fotografia a Torino la mostra CAMERA POP – La fotografia nella Pop Art di Warhol, Schifano & Co., che per la prima volta indaga il rapporto tra fotografia e arte Pop in tutta la sua complessità e in tutte le sue molteplici manifestazioni.

Il rapporto tra Pop Art e fotografia è sempre stato un argomento molto discusso. La Pop Art è stata forse la prima corrente artistica ad aver inglobato in maniera forte e costante la fotografia all’interno del proprio linguaggio, e secondo molti pertanto la prima ad aver interrotto il famoso “combattimento per l’immagine” (per citare un’altra storica mostra torinese) ingaggiato tra pittura e fotografia fin dalla nascita di quest’ultima. Nella Pop Art però la fotografia non è presente solo in maniera diretta, attraverso l’uso esplicito del mezzo da parte di molti artisti, ma anche in un modo più sottile, indiretto, in quella che è stata definita la “filosofia del fotografico” che sostiene e caratterizza tutta la poetica pop. A prescindere dall’utilizzo del mezzo o meno, in sostanza, c’è una coincidenza profonda e concettuale tra arte Pop e fotografia, quella che Claudio Marra ha definito “fotograficità implicita della Pop Art”. Walter Guadagnini – direttore di Camera e curatore della mostra, oltre che uno dei maggiori esperti di fotografia in Italia – ha impegnato la galleria nell’ambiziosa impresa di analizzare una volta per tutte questo complesso rapporto attraverso una grande esposizione. Con circa 150 opere esposte e la collaborazione di musei, fondazioni, artisti, collezioni private e archivi, italiani e stranieri, CAMERA POP rappresenta il più grande sforzo organizzativo messo in atto da Camera.

La mostra è divisa in sei sezioni, ognuna delle quali incentrata su un tema particolare e caratterizzata da un vocabolo significativo (i primi cinque sono tratti da una famosa definizione della Pop Art formulata da Richard Hamilton, l’ultimo da una altrettanto nota dichiarazione di Andy Warhol, il famoso slogan “Vorrei essere una macchina”).

La prima sala, definita dal vocabolo Popular, raccoglie gli incunamboli della Pop Art internazionale e i volti dei primi protagonisti della scena pop tra Londra, New York e Roma. Non poteva mancare in questa sezione un dittico eccezionale: il collage fotografico What is it that makes today’s homes so different, so appealing? di Richard Hamilton, considerato la prima opera pop della storia (qui nella versione digitalizzata dall’artista del 2004), affiancato dalla sua versione aggiornata sui cambiamenti della società e della tecnologia.

La seconda sala, intitolata Glamorous, è dedicata alle icone e ai miti pop. Le dieci Marilyn di Warhol (del 1967) dominano l’ambiente ed evidenziano come la Pop Art debba alla fotografia una parte centrale della propria natura, e anche del proprio successo.

La terza sala, Mass-produced, è dedicata all’altro grande tema del linguaggio pop: gli oggetti di uso comune e la produzione in serie. Nella sala sono riunite opere di Pistoletto, Jim Dine, Joe Tilson, Mimmo Rotella, e soprattutto è esposto il capolavoro Every building on the sunset strip di Ed Ruscha.

La quarta sala, caratterizzata dal termine Young, è dedicata interamente al lavoro di Ugo Mulas, il fotografo che più di tutti ha saputo documentare – ma anche interpretare – la natura e lo spirito dell’arte Pop e dei suoi rappresentanti. Circa 40 scatti di Mulas ci mostrano gli artisti nei loro studi newyorkesi (notevoli sopratutto le fotografie che ritraggono Warhol in azione nella sua Factory) e raccontano la mitica Biennale di Venezia del 1964.

La quinta sala, a tema Sexy, è una galleria di figure femminili (tra cui le modelle del celebre Calendario Pirelli e la Ragazza che cammina di Pistoletto) dedicata alla natura voyeuristica dello spettatore, tipica sia del mezzo fotografico che dello spirito pop.

Machine-like è il tema della sesta e ultima sala, che racconta più nello specifico il rapporto della pittura con la fotografia nella pratica della pop attraverso una serie di dipinti di grande qualità e impatto visivo, tra cui le celeberrime sedie elettriche di Warhol.

Nel corridoio principale sono poi rappresentati alcuni precursori della Pop, primo fra tutti ovviamente Robert Rauschenberg, ed esposte opere di Schifano, Franco Angeli, Bruno di Bello e Gianni Bertini. Uno spazio è poi dedicato alle polaroid di Warhol, esposte insieme a una delle macchinette con cui l’artista le scattava.

 

POP ART Portfolio – Ken Heyman
Roy Lichtenstein

 

Fino al 13 gennaio 2019.

Per maggiori informazioni: http://camera.to/mostre/camera-pop-la-fotografia-nella-pop-art-warhol-schifano-co/

 

C-CUT Homo Ab Homine Natus. La terza personale di Francesco Vezzoli alla Galleria Franco Noero

Tra la fitta agenda di eventi che ha invaso Torino durante la fiera dai numeri strabilianti di quest’anno, Artissima, una particolare menzione merita la mostra C-CUT Homo Ab Homine Natus, di Francesco Vezzoli presso la Galleria Franco Noero. Piazza Carignano, ha infatti accolto per la terza personale dell’artista, un ambientazione noire, con riferimenti chiari al cinema horror degli anni ‘70, che si lega profondamente con la Torino occulta di quegli anni. L’allestimento si è da subito adattato agli splendidi spazi interni del palazzo dove è ubicata la galleria. La mostra parte da un hambient con neon rossi che accompagnano il cammino dello spettatore preparandolo più che visivamente, mentalmente, all’opera C-CUT una scultura di un milite romano, dalla cui schiena con uno squarcio appare una testa in bronzo, anch’essa citazione di copie d’epoca romana, tardo repubblicana. L’opera ruota in maniera lenta, inquietante, come se si trattasse di un carillon a grandezza naturale, introducendo un’azione improbabile o forse dai tratti eccezionali: un parto di un uomo da un altro uomo.

Nell’irriverenza formale ed estetica che rappresenta un dato imprescindibile dell’operato artistico di Vezzoli, si incatena ancora una volta un’arte fatta di citazioni e richiami a un mondo antico, con pregi e difetti, che si reinventa e ripropone sotto gli occhi degli spettatori sotto molteplici forme. Nel caso di C-CUT, è chiara la connessione con la pratica della copia, diffusa in epoca romana e considerata come disgrazia e testimonianza, come lati di una stessa medaglia. Era anche pratica diffusa, l’utilizzo di dettagli contemporanei al tempo del committente dell’opera che si stagliavano in modo tante volte evidente nel rifacimento della scultura. Allo stesso modo, il taglio profondo che dilata e squarcia la schiena del milite è un riferimento estetico ai tagli di Fontana. Un concetto spaziale che Vezzoli adatta, ancora una volta, come rilettura di una precisa necessità: possibili aperture verso un’altrove e la scoperta di un infinito.

Vezzoli che come pratica diffusa si occupa di interventi estetici caratterizzati da ironia sarcastica e humor, ancora una volta reagisce al vecchio con un’estetica delle plastiche arbitraria, ancora una volta sfrontato, ma incessantemente ancorato a elementi indiscutibili e che hanno le loro radici in un passato, nemmeno troppo remoto. L’opera diffusa di Vezzoli, fa riflettere su un infinito che ha mille sfaccettature, induce a imparare a non soffermarsi sul superficiale, ma con caratteri quasi ludici, spinge ad andare oltre con l’immaginazione, facilitando collegamenti e spaziando da una forma d’arte a un’altra mantenendo ben chiaro il ruolo dello spettatore. L’essere umano, homo inter homines, è l’elemento centrale attraverso cui questa composizione arbitraria e, superficialmente, illogica prende vita e si attiva, in una contingenza di forme, l’opera si trasforma in una dimensione temporale sospesa che si espande all’infinito.

 

 

Francesco Vezzoli

C-CUT Homo Ab Homine Natus

fino al 12 gennaio 2019

Galleria Franco Noero

Piazza Carignano 2, Torino

Orari: dal martedì al sabato, h 12.00 – 20.00

Ingresso libero

 

Specie di spazi, Anna Capolupo

A partire da giovedì 7 giugno 2018, Burning Giraffe Art Gallery ospita la mostra Specie di spazi, personale dell’artista Anna Capolupo (Lamezia Terme, 1983). La mostra rinnova il sodalizio tra l’artista e la galleria torinese, a quattro anni dalla prima esposizione, che inaugurava l’attività espositiva di quest’ultima.

La mostra prende le mosse dalla riflessione sullo spazio, inteso sia in senso fisico che psichico e affettivo, che anima l’omonimo libro del 1974 di Georges Perec, in cui l’autore francese si proponeva di dare vita a “un bestiario di spazi”, che ne avrebbe mostrato diverse specie, come si fa con le differenti specie d’animali.

La ricerca portata avanti negli ultimi anni da Anna Capolupo ha nello spazio il suo soggetto di predilezione. Dapprima inteso come spazio urbano, tracciato con perizia architettonica e un’estrema attenzione ai giochi prospettici, dando vita a imponenti cattedrali suburbane di scheletri industriali, la presenza personale dell’artista nei luoghi ritratti nei suoi dipinti ruvidi si è fatta via via più tangibile, arrivando all’attuale forma di irrealismo urbano che sconvolge gli spazi attraverso un uso sempre più importante e maturo dell’astrazione, sia gestuale che cromatica. Così come Perec, l’artista sembra accorgersi del fatto che non esistano luoghi «stabili, immobili … immutabili, radicati», mostrandone l’evanescenza nelle sue opere pittoriche, tracciando i fantasmi, quasi irriconoscibili, di ciò che resta di interni ed esterni urbani post-industriali che hanno da tempo perso la loro funzione.

Per la prima volta, alle opere pittoriche dell’artista viene affiancata una serie di lavori più intima, in cui lo spazio ritratto è quello della memoria, dell’anima e dell’infanzia. Si tratta della materializzazione artistica di oggetti ritrovati in vecchie fotografie: le coperte che la bisnonna realizzava con amore per ciascuno dei membri della famiglia. L’artista parte dallo stesso supporto che utilizza per i dipinti – la carta ruvida da incisione, che dona una matericità quasi tattile agli elementi urbani –, ricamando su di essa segmenti di cotone e lana colorati che ricostruiscono le trame di quelle coperte antiche, andate perdute, di cui l’unica memoria conservata è quella di una fotografia sbiadita. Performando il gesto lento e ripetitivo del ricamo su fogli di carta di grandi dimensioni, ricostruisce quegli spazi famigliari riscoprendone la lentezza fatta di amorevole cura e attenzione.

Per Anna Capolupo, come per Perec, lo spazio è «ciò che arresta lo sguardo, ciò su cui inciampa la vista: l’ostacolo», e questi ostacoli danno vita a una mostra di spazi invisibili ai più, intangibili perché quasi dimenticati, inutilizzati, ma mai inutili.

 

 

ANNA CAPOLUPO. Specie di spazi
Luogo: Burning Giraffe Art Gallery – Via Eusebio Bava, 8/a, Torino
Vernissage: giovedì 7 giugno, ore 18:30-21:30
Periodo mostra: dal 7 giugno al 21 luglio 2018
Orario di apertura: martedì-sabato, 14:30-19:30 (mattina su appuntamento)
Contatti: www.bugartgallery.cominfo@bugartgallery.com – t. 0115832745

Gianni Bertini. Il tempo

Inaugura sabato 4 novembre alle ore 19 presso la Galleria RoccaTre Gianni Bertini. Il Tempo a cura di Raffaella A. Caruso.

La mostra che apre durante la notte delle arti contemporanee è un focus particolare sulla figura di Gianni Bertini e analizza attraverso opere che vanno dal 1949 al nuovo Millennio il tema del tempo come costante della sua produzione.

Così se da un lato il tempo è la struttura ritmica portante di ogni composizione, dall’altra il testo in catalogo, dello stesso curatore, evidenzia come Bertini abbia percorso e anticipato ogni movimento artistico dalla fine degli anni 40 (Mac, Nucleare, Informale) uscendone prima che diventasse per lui esercizio di stile.

Così pare di sentire il ritmo di bielle, pistoni, ingranaggi con cui asseconda la forza gestuale delle composizioni informali e il fruscio delle pagine di quei giornali dalle cui immagini assembla rapido le opere con cui dà il via la pop art italiana. Lo spettatore si trova così catapultato in una dimensione narrativa dove conta solo l’immagine, e un racconto istantaneo in cui prima e dopo si prendono beffe dello spettatore. Tra le opere in mostra un rarissimo Grido (Tricolore, 1949), una tela del MAC (Autografico, 1949) con cui Bertini partecipa alla Biennale di Venezia del 1950, la celeberrima Tempesta sull’Olimpo del 1955 sino alle opere della Mec art e a quelle di impegno civile del ciclo Per non dimenticare sulla Guerra del Golfo in cui Bertini sperimenta la pittura digitale che nel nuovo Millennio meglio gli permette di seguire il rapido correre delle idee.

 

 

Dal 04 Novembre 2017 al 09 Dicembre 2017

TORINO

LUOGO: Galleria RoccaTre

CURATORI: Raffaella A. Caruso

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 011836765

E-MAIL INFO: roccatre@gmail.com

SITO UFFICIALE: http://https://www.galleriaroccatre.com

Ars Captiva 2017 – De_locazioni

Stendardi, opere pittoriche, fotografie, video, installazioni e perfomance che ruotano intorno a due concetti complementari: lo spostarsi e l’abitare. E’ questo Ars Captiva 2017, il progetto, unico in Italia, di formazione artistica rivolto agli studenti degli istituti superiori piemontesi. La sesta edizione biennale apre a Torino, sotto la direzione artistica di Maria Teresa Roberto, dal 26 ottobre al 9 novembre 2017, nelle settimane dedicate all’arte contemporanea. Dopo Le Nuove, il Museo regionale di Scienze naturali e l’ex Manifattura Tabacchi, l’iniziativa, nata dieci anni fa su impulso del Comitato Creo per avvicinare le scuole alle pratiche dell’arte contemporanea, ha scelto quest’anno di confrontarsi con gli spazi condivisi dell’Housing Giulia, in via Cigna 14/L, proseguendo così la collaborazione con l’Opera Barolo iniziata lo scorso anno.

Il percorso espositivo, composto da circa 40 opere realizzate per l’occasione, si sviluppa negli spazi esterni e nelle storiche cantine del complesso ottocentesco, aperte per la prima volta al pubblico. Nel cortile sono collocati, in corrispondenza dei pilastri esterni del portico, nove stendardi di grandi dimensioni, mentre sei opere pittoriche su tela occupano i vani delle nicchie nel lato breve del sottoportico. All’aperto trova spazio anche un grande Ikebana realizzato, nel corso di un workshop aperto agli studenti di Ars Captiva e agli ospiti della residenza, dal maestro Mario Sonsini, responsabile del Northern Italy Study Group che rappresenta in Italia la prestigiosa scuola Ikebana Sogetsu di Tokyo. L’opera collettiva, composta da materiale vegetale non convenzionale disposto secondo un’antica tradizione giapponese, è frutto di un progetto didattico portato avanti in collaborazione con la Gam di Torino, dove a fine settembre è stato allestito un altro Ikebana in omaggio all’opera realizzata nel 1960 dal maestro Sofu Teshigahara, proprio nei giardini della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea. Le cantine di Housing Giulia ospitano poi una ventina di altre opere, tra sculture, dipinti, fotografie e installazioni sonore, dedicate ai temi della biennale. Tra queste, merita citare l’installazione di Lorenzo Gnata (Biella, 1997): una sorta di albero le cui foglie sono simbolicamente rappresentate da tanti post-it contenenti le risposte, raccolte dall’artista anche tra i residenti del luogo, alla domanda “Qual è l’ultima cosa che hai imparato?”.

 

 

Dal 26 Ottobre 2017 al 09 Novembre 2017

Torino

Luogo: Housing Giulia

Enti promotori:

  • Regione Piemonte
  • Consiglio Regionale del Piemonte
  • Città di Torino
  • Fondazione CRT

Romina Bassu. Campionario analogico

Da giovedì 26 ottobre 2017, Burning Giraffe Art Gallery presenterà la mostra intitolata Campionario analogico dell’artista Romina Bassu, nata a Roma, classe 1982.

Un’attenta ricerca di foto d’archivio costituisce il punto di partenza dell’indagine pittorica della Bassu, ove fan da padrone ritagli di vecchi rotocalchi e locandine del cinema classico, un piccolo campionario di immagini attraverso il quale la pittrice prende in prestito le atmosfere e le suggestioni.

La mostra si compone di una decina di opere su tela e su carta, realizzate appositamente per questa personale dell’artista nella galleria torinese, un’occasione in cui è stato possibile concentrare la propria attenzione sulla figura femminile. La staticità caratterizza le figure dipinte, appaiono quasi prive di vita e sembrano sacrificate al loro apparire. I personaggi che popolano i quadri sono stati inseriti dell’artista in un passato recente, gli anni Cinquanta, con la presenza di immediati riferimenti iconografici e culturali. Tale scelta permette di far emergere una concezione dei ruoli sociali e di genere più rigida e pervasiva, la scena è trasportata su una dimensione senza tempo e le figure diventano degli archetipi, estremamente contemporanei allo spettatore.

L’oggettivazione del corpo femminile è il concetto su cui verte la riflessione portata avanti da Romina Bassu, che avrebbe nello sguardo del genere maschile la principale azione di tale oggettivazione. Il volto dipinto, presente in quasi tutte le opere in mostra, sottolinea tale meccanismo, in quanto, nel momento in cui ci si limita all’apparenza, il corpo subisce la sostituzione da un prodotto universale e disincarnato, che non contempla il riconoscimento del valore in senso soggettivo.

«Un individuo privato dei suoi connotati e dei suoi caratteri distintivi – spiega l’artista – si confonde in un’anonima istantanea e si trasforma in un personaggio simbolico. L’anonimato è un carattere importante nella mia indagine; fornisce la possibilità di sovrapporre l’identità collettiva a quella individuale, ritrovando inevitabilmente nei volti e nelle persone ritratte qualcosa che ci appartiene attivando un processo di agnizione e immedesimazione».

Luogo: Burning Giraffe Art Gallery – Via Eusebio Bava, 8/a, Torino
Vernissage: giovedì 26 ottobre, ore 18:30-21:30
Periodo mostra: dal 26 ottobre al 2 dicembre 2017
Orario di apertura: martedì-sabato, 14:30-19:30 (mattina su appuntamento)
Contatti: www.bugartgallery.cominfo@bugartgallery.com – t. 0115832745

Buio Luce e Meraviglia. I piccoli fragilissimi mondi di Alice Serafino

Buio Luce e Meraviglia è la personale di Alice Serafino che è stata inaugurata giovedì 8 giugno (e sarà aperta fino all’8 luglio) alla Elena Salamon Arte Moderna, piccola ed elegante galleria nella centrale piazza IV marzo, a Torino.

L’arte di Alice molto assomiglia a quella del danzatore. Dietro la semplicità dei suoi lavori si nascondono la ricerca meticolosa, lo studio appassionato e la sperimentazione testarda. A ispirare la sua opera è stato Man Ray che, in piena sintonia con il pensiero dadaista, rinunciò alle tecniche tradizionali utilizzando materiali e procedimenti in maniera non convenzionale. Allo stesso modo Serafino realizza i suoi capolavori in un laboratorio, un non-luogo, fatto di cianotipie e rayografie dalla fortissima eleganza poetica.

In un mondo dominato dal digitale dove fare fotografie, modificarle e condividerle in tempo reale è consuetudine, Alice Serafino utilizza tecniche analogiche, camera oscura, bacinelle, lavaggi e acidi – dove l’errore non può essere riparato con un click – riscoprendo il piacere della lentezza e dell’attesa. Il suo lavoro è nutrito dalla pazienza, dalla tenacia, dal legame quasi carnale per ciò che raccoglie, sceglie, conserva e protegge in attesa che prenda vita sulla carta fotografica o nel blu delle cianotipie.

L’artista si esprime destabilizzando l’immagine attraverso il frapporsi di micro-installazioni dove luci e ombre dall’immaginario fluiscono creando una narrazione, un linguaggio fatto di staticità capace di fissare l’attimo che fluttua nell’etere. Nella camera oscura, infatti, l’energia creativa di Alice si condensa in una fiaba dal profumo pittorico che, stampa dopo stampa, immagine impressa dopo immagine impressa, racconta una storia. Celata dalla semplicità delle realizzazioni Alice Serafino dirige l’attenzione oltre l’immagine della materia reale, fissando quegli attimi di vita in teche affinché si possano preservare dal deterioramento mentale.

Alice è alla continua ricerca di fiori, piante e insetti delicatamente raccolti, già senza vita, e fatti rinascere grazie alla sua creatività e alla luce del sole. Luminosità che ancora oggi è determinante per realizzare le cianotipie.

La cianotipia è una tecnica di stampa a contatto, mediante raggi UV, risalente alla metà dell’800, l’agente sensibile è un sale del Ferro trivalente che viene ridotto, in presenza di luce UV, a bivalente. Nel caso della Cianotipia i composti in gioco sono: il Ferro Ammonio Citrato e il Potassio Ferricianuro. Durante l’esposizione alla luce si viene a formare il Ferrocianuro Ferrico (Blu di Prussia) che rimane intrappolato nelle fibre della carta per formare un’immagine che ricorda  l’acquerello seppur riprodotta con i mezzi e le idee della fotografia primordiale di metà Ottocento.

Le opere in mostra alla Elena Salamon Arte Moderna parlano del background personale di Alice Serafino, della sua passione per i liquidi e per le attrezzature della camera oscura, fino a creare una commistione con gli studi all’Accademia delle Belle Arti.

All’interno della galleria di piazza IV Marzo, che da sempre seleziona stampe originali dell’Ottocento e del Novecento con qualche escursione nell’arte contemporanea e nella fotografia, si potrà ammirare una selezione dei lavori, tutte opere uniche realizzate in camera oscura con la tecnica e la chimica della stampa. Nessun apparecchio fotografico, nessun negativo da riprodurre, solo oggetti.

Fino al 08 Luglio 2017

TORINO

LUOGO: Elena Salamon – Arte Moderna

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 011 7652619

E-MAIL INFO: elena@elenasalamon.com

SITO UFFICIALE: http://www.elenasalamon.com

Luca Moscariello, Fasmide

Dal 9 giugno al 2 luglio 2017, come ultima mostra della stagione, CRAG Gallery propone Fasmide, la personale dell’artista bolognese Luca Moscariello con una selezione opere su tavola realizzate negli ultimi due anni.

Da sempre il lavoro di  Luca Moscariello è legato ad antiche pratiche di writing: muove forme in uno spazio di sintesi per estrarne la quiete e il silenzio che custodiscono; decostruisce ed assembla dando vita a modalità differenti e novità creative. Nella sua opera tutto si muove e si posa nello stesso momento, irretendo l’occhio in una simultaneità data dal proliferare di superfici che ambiscono ad essere un tutto. L’impossibilità effettiva di addentrarsi in questi spazi etorotopici fa si che questo “tutto” resti come sospeso nell’atemporalità di una attesa infinita e perciò assurda.

In questo ciclo di opere, di cui Fasmide è quella guida, l’artista crea dei rovi compositivi, risultato dell’emersione dell’immagine e del suo contemporaneo mimetizzarsi. Moscariello si rifà al libro La conoscenza accidentale del grande storico dell’arte Georges Didi-Huberman dove un capitolo tratta dei Fasmidi, insetti che mimetizzandosi nell’ambiente se ne nutrono ed appropriano indisturbati. L’artista parte da analisi analoghe a questi paradossi e si muove pensando l’opera come una coloratissima scrittura che, attraverso reiterati eccessi, perde la sua linearità per aprirsi ad un effetto sinestetico, in cui la percezione del fruitore subisce una contaminazione tra immagine, colore e suono. Sulla tavola dipinta tutto è “nascosto in piena vista” come sospeso sulla superficie della memoria.

Dal 09 Giugno 2017 al 02 Luglio 2017

TORINO

LUOGO: CRAG Gallery

CURATORI: Karin Reisova, Marco Petrocchi

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 347 3420598

E-MAIL INFO: info@cragallery.com

SITO UFFICIALE: http://www.cragallery.com

Stefano Cerio. Night Games

Approda a CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia una suggestiva selezione di scatti notturni dei parchi divertimento, tratta dal lavoro fotografico di Stefano Cerio NIGHT GAMES, in mostra dal primo giugno al 30 luglio, nella Project Room del Centro di Via delle Rosine 18 a Torino, prima personale dell’artista in uno spazio pubblico nazionale.

Con la serie Night Games, Stefano Cerio prosegue la sua ricerca, apparentemente oggettiva, sui luoghi e sulle macchine del consumo del divertimento di massa, avviata con lavori quali Aqua Park (2010), Night Ski (2012) e Chinese Fun (2015). In mostra, ben 12 spettacolari immagini, di cui 8 di grande formato – oltre un metro di altezza per quasi un metro e mezzo di larghezza – e 4 di misure più contenute, che ben rappresentano la poetica di Cerio.

Cosa succede in un parco dei divertimenti quando si spengono le luci? Cosa succede di notte nei parchi per bambini? Nel suo lavoro, Stefano Cerio offre alcune risposte a tali interrogativi e suggestive testimonianze visive, esplorando il tema dell’intrattenimento, del divertimento, della distrazione e lasciando che sia la realtà da lui immortalata a parlare, a raccontarsi.

Stefano Cerio non realizza un inventario dei parchi divertimento e nemmeno cerca di declinare le fotografie al servizio di certe tematiche. Night Games riunisce luoghi e spazi differenti, come sono differenti i mondi a cui fanno riferimento gli scenari dei parchi: cinematografico, urbano, militare… Tutte le fasce di età sono in qualche modo coinvolte nella varietà dei parchi ai quali si interessa Cerio; compresa l’infanzia, perché Cerio fotografa anche nei giardini pubblici con giostre e scivoli. La composizione dell’immagine è di grande sobrietà. Il soggetto è spesso posto al centro e l’angolatura è rigorosa, in genere frontale. In compenso, ai margini è sempre presente qualche punto di riferimento che dà un’indicazione di scala. La gigantesca giostra di Coney Island a forma di fiore e il piccolo cavallo a molla del giardino di Villa Pamphili differiscono per dimensioni, ma non per il modo, identico, in cui sono trattate, un modo che rappresenta l’elemento unificatore dell’opera. (Gabriel Bauret)

Il progetto di Stefano Cerio potrebbe inscriversi – continua Gabriel Bauret – all’interno della dialettica artificio contro autenticità, poiché le sue immagini esprimono l’artificialità che invade il nostro mondo moderno. Potrebbe anche essere interpretato come una riflessione sul destino dell’America, soprattutto nel caso di Night Games e degli scenari del parco Mirabilandia a Ravenna, che rappresentano il crollo dei monumenti simbolici di Manhattan e danno l’immagine di un paesaggio urbano in preda alla decadenza.

Dal 01 Giugno 2017 al 30 Luglio 2017

TORINO

LUOGO: CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia

COSTO DEL BIGLIETTO: Intero € 10 Ridotto € 6. Gratuito bambini fino a 12 anni possessori Abbonamento Musei Torino Piemonte possessori Torino+Piemonte Card

E-MAIL INFO: camera@camera.to

SITO UFFICIALE: http://www.camera.to/