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Arte di coscienza. La comunicazione attraverso l’arte di Danilo Murtas

E’ possibile che il cuore di un essere umano possa battere per l’arte, per la comunicazione esistente grazie alle arti visive? E’ possibile che un artista possa andare oltre la semplice pittura coinvolgendo nelle proprie opere l’artigianato, l’attività di riciclo dei materiali, il fumetto e il muralismo? La risposta è sì, tutto ciò è confermato osservando le opere di Danilo Murtas, in arte Mastru Murtas, artista nato a Cagliari nel 1981, autodidatta, che vive e opera a Muravera, paese situato nella costa Sud Orientale della Sardegna, dove possiede il suo laboratorio.

Edward Hopper, Salvador Dalì, Pablo Picasso, Vincent Van Gogh, Diego Rivera, Eugenio Tavolara, Costantino Nivola e Francesco Ciusa sono alcuni degli artisti che hanno influenzato Danilo Murtas nella passione per l’arte, ma come si può ben capire quando ci si trova di fronte a una sua opera è evidente che l’artista abbia subito sia il fascino della Lowbrow Art californiana, nota anche con il nome di Pop Surrealismo, in particolare di Ed “big daddy” Roth e Robert Williams, un movimento culturale delle arti visive caratterizzato da toni che sono spesso umoristici, come si evince anche dalle opere di Murtas, il quale riprende dal movimento americano una gamma di colori accesi e brillanti che attirano immediatamente lo sguardo curioso dell’osservatore, sia il fascino dell’arte del fumetto, in modo particolare di Benito Jacovitti e Robert Crumb.

Due grandi temi caratterizzano l’operato dell’artista, la musica e la cultura della propria terra, la Sardegna, ove quest’ultima tematica è fortemente influenzata dal muralismo di Orgosolo e da quello messicano, argomenti che conferiscono un dato autobiografico alle sue creazioni. La cultura sarda che emerge dalle opere d’arte viene chiamata dallo stesso artista s’arti de sa cuscienzia, ovvero arte di coscienza, che fa capire alla persona in questione chi è e da dove proviene, emerge la cultura, la tradizione popolare che affascina il pubblico, infatti con Danilo Murtas vengono portate in auge le storie della Sardegna, spesso poco conosciute, attuando in questo modo un processo di promozione della terra d’origine.

In virtù di ciò che si è scritto finora, l’operato dell’artista dovrebbe far riflettere il pubblico su quanto sia importante la presa di coscienza della propria identità, sapere chi siamo, quali sono le nostre origini e la nostra storia, anche attraverso il recupero di materiali e oggetti riconducibili al contesto territoriale inseribili nelle opere, dovrebbe essere d’aiuto alla formazione della persona, in quanto sapere chi siamo è il migliore strumento per aiutarci a capire chi vogliamo essere.

Per l’artista in questione l’arte rappresenta un’esigenza, una modalità grazie alla quale è possibile evadere dalla realtà, l’arte è un mezzo di comunicazione universale, a volte diretto, altre volte più complicato, grazie alla quale è possibile viaggiare con la fantasia, l’arte è un universo in cui l’artista rappresenta ciò che è di proprio gradimento come vorrebbe che fosse effettivamente.

Ambivalenze e complessità dell’Iran. Jalal Sepher

Jalal Sepher  non è un’artista qualunque. Dal 1995 inizia a fotografare e lo fa da autodidatta raccontando la società iraniana con uno sguardo sempre più definito e personale. La tormentata storia dell’Iran degli ultimi decenni, la complessità di una storia millenaria e le contraddizioni del presente di un paese che è sempre alla ricerca di un equilibrio fra desiderio di modernità e difesa delle tradizioni.

Sepher si esprime attraverso un linguaggio ricco di elementi ricorrenti e fortemente identificativi dell’Iran e del Medioriente dando vita ad immagini sintetiche, pulite e rigorose che si concentrano su pochi elementi.
Spazi aperti, ambienti desertici e naturali, villaggi rurali in cui può materializzarsi l’essenza delle cose. L’elemento umano è apparentemente messo in secondo piano ma è comunque sempre presente, anche attraverso l’inserimento in scena di oggetti utilizzati metaforicamente come coscienza storica del luogo.

Se nella foto Color As Grey le scarpe ammucchiate nella spiaggia, tante quante sono state le vittime degli scontri a Gaza nel 2014, richiamano alla drammaticità della guerra, in tanti altri scatti l’elemento intorno a cui viene costruito il sistema allegorico dell’immagine è il tappeto persiano.
Il tappeto rappresenta la memoria e la storia del popolo Iraniano, perciò diventa l’elemento depositario del tempo, legato alla tradizione e alla quotidianità della preghiera, simbolo identitario per eccellenza del popolo persiano.

Tappeti come erba, tappeti come libri, tappeti che segnano il confine con il mare, tappeti minacciati da tempeste di sabbia a volte rovinati, alle volte schiacciati. Tappeti come piste di atterraggio o decollo di aerei che hanno la forza di raccontarci il desiderio di allontanamento ma, al tempo stesso, simbolo e richiamo costante alla tradizione, elementi indispensabili per riuscire ad affrontare al meglio il presente. L’artista attraverso i suoi scatti ci fa entrare in una dimensione onirica con costruzioni di estrema pulizia e linearità in cui tutto, come nei sogni, dal momento che lo si estrapola dal proprio contesto originario, è capace di generare libere associazioni e continue sequenze di illuminazioni. Con i suoi scatti Sepher crea suggestioni inaspettate, creando uno story-telling simbolico che è capace di trasportare il pensiero molto lontano, più di quanto il nostro occhio possa vedere.

Legarsi alla montagna. Maria Lai

8 settembre 1981. E’ una data ben nota alla piccola comunità di Ulassai, un paesino nel cuore dell’Ogliastra, in Sardegna.
E’ la data di nascita dell’intervento performativo Legarsi alla montagna, un’operazione artistica realizzata da Maria Lai (27 settembre 1919 – 16 aprile 2013), artista che ha saputo unire le tradizioni delle proprie origini ai grandi movimenti del suo tempo quali Arte Povera, Land Art e Public Art.
Per realizzare Legarsi alla montagna Maria Lai coinvolge l’intera comunità di Ulassai, rende complice l’ambiente sul quale sorge il paese, l’artista inserisce la tradizione, la cultura, la leggenda per plasmare quella che è una delle sue più celebri opere.

E’ un immenso nastro di stoffa celeste, jeans per l’esattezza, ad attraversare una comunità in cui vivono rapporti di amore e odio fra gli abitanti, un lungo filo che si lega alla montagna, emblema di una leggenda locale, fonte d’ispirazione anche per la realizzazione di Fiabe intrecciate, scultura dedicata ad Antonio Gramsci dalla Lai, secondo la quale una bambina, per sfuggire a una frana, riuscì ad acchiappare un nastro azzurro che le permise di mettersi in salvo. La leggenda e la tradizione sono elementi presenti nelle opere della Lai, i quali vengono mescolati alle tendenze contemporanee dell’arte, una fusione che ha sancito il successo dell’artista.

Perché è importante Legarsi alla montagna? Oltre alla difficoltà tecnica inerente la realizzazione dell’opera, dove l’artista insieme alla comunità si sono serviti di chilometri di stoffa che poi son stati “appesi” alla montagna grazie all’ausilio di due arrampicatori professionisti, è fondamentale l’elemento che verte intorno ai rapporti sociali. Giovani e anziani devono collaborare, devono dialogare, ma non c’è solo il colloquio fra generazioni diverse, con la creazione di Legarsi alla montagna devono essere superati i vecchi rancori tra le famiglie, si lavora tutti insieme per raggiungere un unico obbiettivo. C’è un codice che stabilisce quali sono i rapporti fra gli abitanti della comunità: se il filo passa dritto fra due portoni non c’è armonia fra chi dimora in quelle abitazioni, se viene realizzato un nodo significa che vi è sintonia e amicizia, se viene appeso un pane vi regna l’amore. Ma far passare il filo dritto cosa comporta in una piccola comunità? Ovviamente gli abitanti potrebbero interrogarsi sui motivi del disaccordo, meglio dunque legare un nodo per evitare pettegolezzi.

Filiberto Menna scrisse nel 1982: «C’è voluta la capacità di ascolto di Maria Lai che ha saputo restituire la parola a un intero paese e rendersi partecipe della memoria e dei fantasmi della gente comune, aiutandola a liberarsi della parte distruttiva di sé e ad aprirsi con disponibilità nuova al colloquio e alla solidarietà».

 

Identità liquefatta. Faig Ahmed

Faig Ahmed analizza il tema dell’identità culturale, della sua modernizzazione e deformazione ineluttabile. Inscena quel misto di nostalgia e voglia di novità, di locale e globale, chè è uno dei tratti salienti del nuovo millennio.

Per farlo non può che partire dalla sua identità culturale utilizzando il simbolo della tradizione dell’Azerbaigian, il tappeto.
Ahmed affranca il tappeto dal pavimento per esporlo alle pareti come un vero e proprio quadro, un simbolo.
La raffinata tecnica di realizzazione delle opere è quella della tessitura tradizionale azera, famosa nel mondo. Il disegno classico e universalmente noto viene però deformato, disturbato o affiancato da nuove forme più contemporanee.

Vediamo allora in alcune opere che la ricca e complessa geometria dei disegni intessuti ad un certo punto si liquefà perdendo definizione e forma ricadendo organicamente sul suolo. Oppure il solito motivo viene stirato trasformandosi in stringhe di colore per poi tornare a ricomporsi, la forma totale è cambiata, gli elementi caratteristici ci sono ancora ma se ne sono aggiunti altri.
Talvolta il disegno diventa tridimensionale grazie a deformazioni figlie dell’estetica informatica.
Altre volte ancora una colata di un unico colore copre le cifre identitarie dell’oggetto.

La ricerca e le opere di Ahmed si rivelano ricche di sfumature e fortemente rappresentative di una società in costante bilico tra internazionalismo e amor patrio. Quest’ultimo a volte va celato nella paura di scoprire il proprio provincialismo.
Il passare del tempo risulta sempre una fonte inarrestabile di imbastardimento dell’immagine identitaria. Imbastardimento dovuto al fenomeno di un evoluzione generata non in autonomia o con scambi proporzionati tra culture diverse. Generata invece per confluenza a un’unica corrente sovranazionale e sovracontinentale dove il singolo apporto si perde nella vastità delle presenze. Tutto si scioglie in un unico fluido omogeneo, per quanto con colori a contrasto, dove l’origine a volte diventa difficilmente riconoscibile.