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Urs Fischer, il maestro del paradosso

Ironia e dramma sono due aspetti uguali e contrari per definire a grandi linee la produzione artistica di Urs Fischer. Un’arte di ossimori è quella realizzata dall’artista, di origine svizzera e con base a New York, che sorprende e allo stesso tempo fa storcere il naso chiedendo un passo cauto ma giocoso per le strade e le atmosfere oniriche create dall’artista.

Urs Fischer è visionario e allo stesso tempo realista, mette in scena accorte produzioni di oggetti o riproduzioni di opere della storia dell’arte ponendosi sempre in bilico tra un’attenzione iperrealistica, precisa e minuziosa, e una dimensione fantastica, fatta di sogni e di colore. L’universo artistico di Fischer mette in gioco tanti elementi che si contrappongono e si raccontano in maniera chiara e immediata. Non sono gli oggetti, però, ad essere il centro dell’attenzione di Fischer, bensì la sua abilità nel percepire e chiamare a sé tutti i sensi, avvicinarli allo spettatore e lasciarli andare con sfrontata delicatezza.

Con un particolare debole per il paradosso, l’artista distrugge dall’interno ogni singolo elemento, attuando una graduale separazione a più livelli dell’oggetto, devitalizzandolo e riambientandolo in nuove contingenze. Tuttavia, la separazione da significato e significante conduce a un lavoro che predilige il processo ideativo che precede la creazione piuttosto che la ricerca, a volte caratterizzata da errori e tentativi falliti. Non è dunque il punto di vista compositivo il protagonista dell’opera di Urs Fischer, bensì le contingenze, i racconti e i legami che nascono tra paradossi, tra visioni contrastanti, esuberanti ed eccessive. L’interazione è il racconto frammentato che l’artista tenta di costruire, una contingenza che ha al suo interno, celata, una forte critica politica ma che si astiene e si lega in maniera elegante e sofisticata alla storia dell’arte.

L’attualità visiva immaginaria di Fischer racconta anche di una confusione totalizzante, che annienta l’essere umano in ogni secolo. Questo spaesamento è descritto tramite racconti frammentati, oggetti annientati o destrutturati, abbandonati e dimenticati. Tutta la produzione di Fischer descrive una situazione che mano a mano si arricchisce di elementi, confusi e offuscati da una produzione quasi pop, divertente, umoristica e gioiosa. Questo grande controsenso, permette all’operato artistico di Urs Fischer di sperimentare e presentare un’arte logica e assurda, ironica e drammatica che tenta di catturare un momento che si smonta agli occhi dello spettatore, restando in sospeso, indefinito. Un’arte che riflette sul tempo e sulla sua caducità, attraverso drammatiche ironie colorate.

 

Il centro storico di Firenze non è il Bronx

Grottesco. Non ci sono altri aggettivi per definire l’intervento di Urs Fischer in Piazza della Signoria a Firenze. L’artista svizzero è stato chiamato per la manifestazione d’arte contemporanea In Florence, ideata da Fabrizio Moretti e Sergio Risaliti in concomitanza alla Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze. L’idea è stata quella di portare una grande firma dell’arte contemporanea nel cuore del centro storico del capoluogo toscano, come già avvenuto nel 2015 con Jeff Koons. Fin qui niente da obiettare, anzi, è lodevole il tentativo di portare la creatività odierna nei luoghi dove l’arte ha raggiunto la perfezione e promuovere il dialogo tra arte contemporanea e storia.

Il problema è che in questo caso non si assiste a un dialogo ma a una vera e propria rissa verbale degna di un Costanzo Show dei primi anni ’90, tanto è il contrasto tra il contesto e le nuove opere proposte. Si tratta di un totem di alluminio alto 12 metri che a detta dell’artista simboleggia «un monumento alla semplicità e alla primordialità del gesto umano che plasma la materia», accompagnato da due statue di cera che andranno via via a sciogliersi durante la mostra che finirà il 21 gennaio 2018.

Come per tutte le opere contemporanee è inutile discutere sulla forma di Big Clay (questo il nome scelto da Fischer per l’opera d’alluminio). Si può invece discutere di come sculture di questo tipo siano totalmente incompatibili con il centro storico di una delle città più eleganti del mondo. Per dirla con un esempio semplicissimo: un conto è mettere Big Clay in mezzo ai palazzacci del Bronx di New York, un altro è sistemarlo al cospetto di un palazzo trecentesco.

È bene che l’arte contemporanea di questo genere arrivi dove c’è veramente bisogno di arte, non dove si è saturi di bellezza. Il pericolo è quello di avere una percezione completamente distorta dell’intervento dell’artista che, come in questo caso, provoca solo fastidio. Chi arriva oggi in Piazza della Signoria non vede altro che una gigantesca prova di arroganza del contemporaneo sull’antico e percepisce la forma priva della sostanza.

Nessuno ragionerà sull’uomo che plasma la materia, nessuno farà caso alle impronte digitali dell’artista impresse nel manufatto che si sta formando. Tutti ricondurranno l’opera al risultato di caffè e sigaretta dopo colazione, fermandosi al massimo per un selfie come si farebbe con un Suv parcheggiato in mezzo a una spiaggia affollata.

Il Big Clay è un segno grave di come la supponenza delle artistar odierne abbia superato ogni limite. Personaggi totalmente incapaci di autocritica e convinti che dalle loro menti esca fuori solo oro colato, vivono in un mondo ovattato circondati da broker dell’arte il cui unico interesse è muovere il mercato. L’equivoco di Piazza della Signoria è frutto di una sopravvalutazione della firma rispetto al contesto, causata dal provincialismo al contrario di chi, dall’alto del suo cosmopolitismo, pensa di poter applicare ovunque quello che funziona oltre Oceano. Far dialogare un artista contemporaneo col centro storico di Firenze è una cosa, imporlo è un’altra. Non si va a parlare col Papa masticando un chewingum in infradito e bermuda.

 

Urs Fischer. Attenzione al quotidiano in primo piano

Noto come il Cattelan svizzero, Urs Fischer, classe 1973, è un artista contemporaneo che innalza l’oggetto quotidiano alla qualità di opera d’arte. Fonte d’ispirazione per l’arte di Fischer è sicuramente il mondo di Hollywood, in quanto il cinema, con il mondo dello spettacolo, influenza la vita di tutti i giorni, crea un’immagine di ciò che è giusto e sbagliato, ha la tendenza di formare immagini idealizzate, un po’ come accade, secondo quanto affermato dallo stesso artista, dal ruolo del Vaticano per la Chiesa Cattolica, ove il Vaticano, con il suo Credo, è l’esempio d’eccellenza per i fedeli.

Nonostante il cinema sia fonte d’ispirazione, il pubblico non deve cadere nell’errore, come spesso accade, di soffermare il proprio sguardo sugli oggetti presenti nello sfondo della scena, sono gli oggetti in primo piano, quelli che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi e che distrattamente non notiamo, a catturare l’attenzione, la sensibilità artistica di Fischer, i quali possono essere considerati grandi o piccoli in base al rapporto intercorrente con lo spazio che li ospita. Così in base a un rapporto oggetto – spazio, dove per oggetto si allude all’opera d’arte, Fischer reputa grande l’Hitler di Maurizio Cattelan, in quanto collocato in una sala di grandi dimensioni. Se la frenetica società contemporanea appare distratta nei confronti del quotidiano, arrivando spesso a non notare i semplici oggetti che accompagnano la nostra vita, niente paura! Ci pensa l’artista svizzero a omaggiarli.

Quotidiano non è solo l’oggetto rappresentato, ma anche la materia utilizzata per rappresentare l’opera, così Fischer servendosi della cera che solitamente si troverebbe in una casa sotto forma di una semplice candela ha plasmato il Ratto delle Sabine, sul modello della scultura del Giambologna. Con lo stoppino acceso, la scultura del Fischer è andata incontro al proprio destino sciogliendosi, emblema del tempo che scorre tutti i giorni inarrestabile, una condizione comporta un cambiamento dell’opera d’arte ma che non la distrugge totalmente perché, anche se si è sciolta la creazione del Fischer rimane lì, cambia solo la forma. Tale mutamento non comporta solamente la perdita della forma originale, viene alterato il rapporto opera – spazio in quanto la creazione artistica è legata allo spazio che la ospita, così se viene alterato il rapporto fra i due subisce un cambiamento e tali metamorfosi sono al centro degli studi di Fischer.