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I corpi nudi di Spencer Tunick tra installazione e azione

Fotografo statunitense, meglio conosciuto per gli scatti di masse di corpi nudi immortalati in scene comune di sfondo urbano, Spencer Tunick è l’artista che ha imposto un nuovo obbligo visivo ai consumatori e amatori dello scatto digitale: il corpo nudo. Milioni e milioni di volontari, gente comune, attivisti ecc, ricercati e ingaggiati dall’artista, si uniscono in un atto performativo in cui il corpo diventa oggetto estetico che nella totalità di visione appare come elegante addobbo pittorico di una più grande rappresentazione che unisce urbano e umano. Il corpo nudo, dunque, nelle opere di Spencer Tunick è il simbolo di una liberazione, una forma di vulnerabilità sostenuta da una forza unica e imperturbabile.

Intrappolate nel confine labile tra installazione e azione, gli ambienti fotografici di Tunick celano una filosofia legata alla nudità delle forme fisiche di qualsiasi sesso o etnia, che si divide in due percezioni di visione: la prima legata a quella sociale, ovvero come gli altri, o meglio la società, vedono il nostro corpo e la seconda che invece riflette sulla percezione del corpo senza relazioni o comparazioni, il corpo visto da sé stessi. Spencer Tunick fa propria questa idea secondo cui attraverso la nudità, il corpo non è “etichettabile”, ma acquista un senso di unione e allo stesso tempo di emancipazione, un’indipendenza estetica da qualsiasi forma di oppressione o repressione sessuale o intellettuale. Ogni singola persona che decide, come atto libero anch’esso, di prendere parte a questa iniziativa non solo artistica, ma sociale, diventa parte di un’entità più grande e indefinibile immortalata da uno scatto minuzioso, attento e dettagliato. L’atto ultimo che impone all’artista di scattare e immortalare la scena è definito dalla volontà di Tunick di far emergere o eventualmente coprire o anche estendere un paesaggio che sia esso urbano, immerso nella natura o in spazi architettonici.

Spencer Tunick esplora la forma, il contorno e l’aspetto del corpo umano, facendo del disadorno e dell’osceno una metamorfosi che lo traduce in oggetto pittorico rimuovendo qualsiasi appellativo o considerazione legato ad un uso sessuale del corpo, ma utilizzandolo come unica intenzione artistica di un’esplorazione sensibile e ravvicinata del fisico umano senza preconcetti. Il modo di osservare e considerare il corpo di Tunick è spesso in radicale contraddizione con alcune visioni della nudità, per questa ragione l’artista decide di sfidare questa difficoltà di percezione invitandoci a liberare il nostro corpo e osservarlo da un punto di vista estetico, razionale e critico, come attraverso la veduta di un obiettivo.

 

 

Perfect Stranger: Dara Friedman, la rivelazione del quotidiano

Nata in Germania e attiva a Miami, Dara Friedman è la grande rivelazione della video art made in USA. Con già ben vent’anni di carriera alle spalle, l’artista tedesca è stata protagonista di una grande mostra presso il Pérez Art Museum di Miami, conclusasi di recente e curata da René Morales. Dara Friedman utilizza suoni e immagini della vita reale e quotidiana come materia prima e base di tutte le sue produzioni video. Allieva del film-maker austriaco Peter Kubelka, Friedman produce una tipologia di film sperimentale inusuale. Non narrativa, né documentaria, la ricerca video dell’artista di origine tedesca basa le sue fondamenta sulla tendenza del cinema sperimentale del XX secolo, attraverso la riduzione totalizzante del mezzo e a favore di una rappresentazione assoluta della sua materia essenziale.

I video di Dara Friedman sono dunque spiegazioni e attimi di realtà che non si susseguono davanti gli occhi dello spettatore attraverso molteplici fotogrammi, ma spiegano una quotidianità che espone per immagini temi universali come la sensualità, l’intimità e la performatività del corpo. I performer chiamati, ricercati e rappresentati nei video di Friedman costituiscono e producono ponti culturali per una visione amplia e sfaccettata di argomenti del quotidiano. Ogni singola opera, come i sedici video presentati nella mostra Perfect Stranger (3 novembre 2017 – 4 marzo 2018), sono creati con cura meticolosa, attenta e precisa tenendo in considerazione ogni singolo aspetto dalla potenza comunicativa delle immagini, la scelta dei performer, la qualità delle apparecchiature e lo spazio fisico. Nulla è lasciato al caso, persino le scelte formali ed estetiche corrispondono ad un’attenta decisione predeterminata che segue linee guida e regole pianificate e attentamente studiate. In altri casi, però, è anche la capacità espressiva e performativa degli attori a definire il carattere ultimo del video.

Le opere di Friedman creano tensioni e sono rappresentazione di concetti quotidiani e normali che si spiegano in modi anormali spostandosi dalla forma, alla struttura e per finire alla composizione. Le rappresentazioni dell’artista ci mettono davanti a momenti di intimità e a verità che spesso mettiamo da parte, ignoriamo o dimentichiamo. La forza sta nel riuscire a captare un richiamo o una sensazione nascosta dentro di noi e ad affrontarla senza sapere cosa potrebbe accadere nell’attimo successivo. I video di Dara Friedman sono dunque il mezzo che ci permette di comunicare con noi stessi, guardando e ascoltando attimi e momenti privati o affrontando domande impertinenti e dirette attraverso un uso attento e meticoloso del mezzo di riproduzione.

 

 

La violenza nell’arte: il Neoespressionismo

Abbiamo avuto modo di parlare del gruppo CoBra, dell’informale, dell’espressionismo astratto. Ma esattamente cosa vuol dire il termine Neoespressionismo? Si tratta di un movimento artistico sviluppato negli anni Settanta in Europa e in America, rappresentato da una forte espressività, colori molto accesi ed energiche pennellate.

Etimologicamente parlando possiamo dare la definizione di nuovo espressionismo, nuovo rispetto all’avanguardia sviluppatasi all’inizio del secolo scorso, in Europa e in America. Ora, dopo le sperimentazioni astratte ed informali, l’arte figurativa, intrisa di tragiche esperienze politiche e sociali, tornò alla ribalta per comunicare, anzi per denunciare la miseria sociale dovuta al capitalismo ed alle profonde diversità collettive. Le ragioni dell’Espressionismo vengono rivisitate con una forte coscienza della contemporaneità, alcune volte anche con velate o dichiarate nostalgie nazionaliste.

Si tifa per un deciso recupero della figura rappresentata come riflesso del malessere sociale, un’immagine che si deteriora, si consuma e si rende immateriale dietro il ruvido trattamento pittorico.

Ancora una volta, sembra di respirare una nuova aria. La nuova ricerca artistica si connota come una serie di differenti ambiti d’indagine, spesso non separati gli uni dagli altri, ma che si intersecano e si sovrappongono nel tentativo di dare forma ad una nuova idea dell’opera. Il ruolo tradizionale della pittura da cavalletto è ancora contestato per un tipo di espressività fredda e distaccata, che usa il quadro quale supporto di immagini desunte dal nuovo panorama socio politico, in cui la storia dell’arte si congiunge con la società, facendo in modo che parte integrante dell’opera sia la propria attiva partecipazione e quella stessa del pubblico.

Le opere degli artisti Neoespressionisti si impongono con la drammaticità e con la violenza delle loro immagini, ma non sarà il loro stile ad accumunarli, perché ogni artista si riteneva libero di esprimersi con tecniche diverse. In Germania, personaggio di spicco del neoespressionismo fu Anselm Kiefer, che ha partecipato alla creazione del gruppo Cobra, propone molteplici versioni del tema dell’olocausto. In America i  neoespressionisti, conosciuti con il nome di New Image Painting, creavano opere figurative, a soggetto violento, figure distorte, con forti cromatismi; spesso l’immagine è quasi persa nel disfacimento di linee e colori sparsi sulla tela.

In America questo stile venne alternativamente etichettato come new fauvism, punk art e bad painting, i maggiori protagonisti furono Julian Schnabel, di cui ricordiamo le opere con frammenti di ceramica decorata, e famoso per i titoli irriverenti delle sue opere, come Circumnavigare nel mare di merda. Donald Sultan, legato all’Informale Materico, il suo stile allude alla sofferenza per la lotta con la materia, il disagio. In Italia, il Neoespressionismo prenderà il nome di Transavanguardia, e si sviluppa leggermente più tardi rispetto alla Germania e l’America. Personaggio di spicco: Achille Bonito Oliva, poi Sandro Chia, Enzo Cucchi, Francesco Clemente, Mimmo Paladino e  Nicola De Maria. Questi artisti teorizzavano un ritorno alla manualità, al piacere anche fisico del dipingere, restituendo al pennello, alla tela ed ai colori il posto, loro di diritto, nell’arte della pittura. Il Neoespressionismo italiano si identifica anche attraverso la riscoperta delle radici locali e popolari di ciascun artista. Protagonisti francesi infine, nominiamo Robert Combas, Hervè di Rosa, creatori della corrente Figuration Libre.

 

 

Astrattismo ed effetti ottici con Mark Grotjahn

Astrattismo è il termine da affiancare a un artista contemporaneo che non ha intenzione di essere figurativo nella propria arte in quanto si pone come obbiettivo il raggiungimento, sempre maggiore, dell’astrazione: si tratta di Mark Grotjahn, un pittore americano che crede fortemente nell’importanza di attribuire un ricco significato alle proprie creazioni artistiche.

Ispirato da Kandinsky, Klee e dal Bauhaus, Mark Grotjahn è particolarmente noto al pubblico come il realizzatore della serie Face Paintings, facce aventi occhi che ricordano l’aspetto di un totem, che immergono lo spettatore in un mondo magico e primitivo, e della Butterfly series, in cui delle farfalle sembrano svolazzare con le loro ali colorate e dalle linee marcate verso coloro che le ammirano.

L’interesse per la costruzione dell’immagine tridimensionale su un piano bidimensionale è il fulcro del lavoro dell’artista, ove due o più punti di fuga sono il mezzo impiegato per l’ottenimento dell’effetto ottico.

Quando si osserva un’opera di Grotjahn, si pensi alla serie Face Paintings, lo sguardo del fruitore viene catturato al centro dell’opera e successivamente si espande verso l’esterno in modo simmetrico. Cosa ricorda questo “accesso centrale”? Sicuramente la prospettiva Rinascimentale, un paragone inevitabile, una tecnica straordinaria che ha permesso all’artista di riempire gli spazi della tela in modo più veloce. L’osservatore, in virtù della distanza che mette tra sé e l’opera, è in grado di cogliere le forme del mondo naturale, quali arbusti, foglie o insetti, oppure perde l’orientamento in un intricato labirinto di linee e colori, lasciandosi coinvolgere in quell’effetto ottico studiato dall’artista come se fosse un gioco.

Non solo prospettiva, ma anche colore e atmosfera caratterizzano la serie delle farfalle, dove giochi di colore coinvolgono lo spettatore, imprigionandolo prima nella tela e poi catapultandolo all’esterno.

Non è necessario che esista il figurativismo in un’opera per poter coinvolgere emotivamente l’osservatore, Mark Grotjahn ha saputo dimostrare come si possa essere attratti da un manufatto artistico semplicemente lasciandosi trascinare all’interno della tela da un gioco ottico fatto di linee e colori, ove regina è la prospettiva, che da secoli coinvolge gli ammiratori dell’arte.

 

 

Berenice Abbott. Topografie

Il Museo MAN è lieto di annunciare l’imminente apertura della prima mostra antologica in Italia dedicata a Berenice Abbott (USA, 1917-1991), una delle più originali e controverse protagoniste della storia fotografica del Novecento.

Terza di un grande ciclo dedicato alla Street Photography, la mostra al MAN di Nuoro, a cura di Anne Morin, presenta, per la prima volta in Italia, una selezione di ottantadue stampe originali realizzate tra la metà degli anni Venti e i primi anni Sessanta. Suddiviso in tre macrosezioni – Ritratti, New York e Fotografie scientifiche – il percorso espositivo fornisce un quadro generale del grande talento e della variegata attività di Berenice Abbott.

Nata a Springfield, in Ohio, nel 1898, Berenice Abbott si trasferisce a New York nel 1918 per studiare scultura. Qui entra in contatto con Marcel Duchamp e con Man Ray, esponenti di punta del movimento dada. Con Man Rayin particolare, stringe un rapporto di amicizia che la spingerà a seguirlo a Parigi e a lavorare come sua assistente tra il 1923 e il 1926. Sono di questo periodo i primi ritratti fotografici dedicati ai maggiori protagonisti dell’avanguardia artistica e letteraria europea, da Jean Cocteau, a James Joice, da Max Ernst ad André Gide. Ritratti che – secondo molti interpreti – costituiscono il canale espressivo attraverso il quale Berenice Abbott – lesbica dichiarata, in un’epoca ancora lontana dall’accettare l’omosessualità femminile – racconta la propria dimensione sessuale.

Allontanatasi dallo studio si Man Ray per aprire il proprio laboratorio di fotografia – frequentato da un circolo di intellettuali e artiste lesbiche – già nel 1926 Abbott espone i propri ritratti nella galleria Le Sacre du Printemps. È in questo momento che entra in contatto con il fotografo francese Eugène Atget, conosciuto per le sue immagini delle strade di Parigi, volte a catturare la scomparsa della città storica e le mutazioni nel paesaggio urbano.

Per Abbott è un punto di svolta. La fotografa decide di abbandonare la ricerca portata avanti fino a quel momento e di fare propria la poetica del negletto Atget – del quale, alla morte, acquisterà gran parte dell’archivio, facendolo conoscere in Europa e negli Stati Uniti – dedicandosi, da quel momento in poi, al racconto della metropoli di New York.

La mostra al Museo MAN, realizzata grazie al contributo della Regione Sardegna e della Fondazione di Sardegna, racconta le tre principali fasi della produzione fotografica di Berenice Abbott attraverso una ricca selezione di scatti, tra i più celebri della sua produzione, e materiale documentario proveniente dal suo archivio.

Berenice Abbott, Dorothy Whitney, 1926, Fonte arte.it

Dal 17 Febbraio 2017 al 31 Maggio 2017

Nuoro

Luogo: Museo MAN

Costo del biglietto: intero € 5, ridotto € 3 (dai 18 ai 25 anni), gratuito under 18

Telefono per informazioni: +39.0784.252110

E-Mail info: info@museoman.it

Sito ufficiale: http://www.museoman.it

Inaugurazione Venerdì 17 febbraio ore 19

La sensualità femminile di Tom Wesselmann

Un consumismo che parla attraverso la sensualità, le donne e il corpo. È Tom Wesselmann, classe 1931, uno dei pilastri storici della Pop Art, che a partire dagli anni Sessanta diventa famoso per i suoi Great American Nudes.

Sono gli anni del rapporto Kinsey e della rivista Playboy, della sessualità sfacciata del mondo americano e del corpo della donna come oggetto di desiderio maschile, tutti argomenti che prima non erano altro che un tabù. Ed ecco che ora nel palco dell’arte contemporanea americana fioriscono i nudi di Wesselmann, concepiti come opere dall’estrema attualità.

Nel 1957 venne liberato dalla censura il romanzo Lolita di Nabokov, che racconta la storia delle prime esperienze amorose della protagonista tredicenne con un uomo molto più maturo, e i nudi richiamano tantissimo i temi del romanzo.

Dalla pittura al collage, Wesselmen propone principalmente figure femminili ridotte ai minimi termini, di cui accentua l’aspetto erotico. Donne sdraiate, sedute, seducenti, rilassate, che si esprimono solo tramite un mezzo: il corpo. Sempre donne, sempre nude. Non ti guardano perché non hanno occhi, o, se li hanno sono super truccati. Parlano attraverso le curve, i seni prosperosi e le labbra carnose. Sdraiate in ambienti comuni come camere da letto, le troviamo sempre vicino a telefoni, radio televisioni accese, frigoriferi, porte e finestre, asciugamani, ritratti appesi. Successivamente escono di scena i corpi nudi femminili per dare spazio alle labbra. Le labbra diventano un contrassegno dell’artista, semiaperte, in procinto di fumare una sigaretta, ma sempre e comunque laccate di Chanel.

Un richiamo a Matisse? Forse. È chiaramente visibile la vicinanza alle figure dai colori accesi della Danza o La gioia di vivere, che infatti insieme a de Kooning sono i principali riferimenti per l’artista che infatti afferma «mi diedero il contenuto e la motivazione. Il mio lavoro si sviluppò da ciò».

Ovviamente siamo in un ambiente completamente diverso dal lirismo francese di Matisse e dall’armonia sensuale e calma dei suoi nudi. Le donne di Wesselmann sono marchiate da questa chiave di lettura superattuale del consumismo, quasi imbruttite da quell’attualità, quel panorama sociale che ha investito l’arte americana degli anni Cinquanta e Sessanta.

 

Ma una cosa è certa, un po’ come ha fatto Wharol, Wessekmann ha saputo porre un timbro così personale e riconoscitivo da trasformare le sue tele in icone.

 

Keith Haring, artista a tuttotondo

Il grande maestro americano Keith Haring pone l’accento sulle stesse ispirazioni dell’artista, fornendo gli strumenti necessari per comprendere e capire l’arte.

Dietro figure stilizzate, geometriche, si nasconde un grande studioso dell’arte e del suo significato, una continua e disperata ode alla vita, alla quale continua ad aggrapparsi anche negli ultimi atti della sua vita, con l’intenzione di lasciare un messaggio ai posteri.

Keith Haring, dalla sfavillante New York arriva a toccare anche gli ambienti meno rinomati e conosciuti. La sua arte inizia dai graffiti sui treni, sui muri fino arrivare alle grandi gallerie e alle commissioni, fino a essere richiesta e riprodotta in serie. Volle parlare a tutti con un linguaggio diretto e universale, fino a toccare artisti come Andy Warhol. L’artista stesso racconta le diverse sfaccettature di questo personaggio fornendo la chiave per comprendere l’arte contemporanea.

Le sue opere sempre più richieste, continuano a salire sul mercato della quotazione.

Poco prima di morire trova dentro di se una grande energia con la consapevolezza che sarebbe stata ripresa dagli altri. L’arte riflette la sua vita caotica e disorganizzata, con la convinzione che la comprensione non fa aumentare il piacere della visione.

Scopre trucchi, accorgimenti e l’infinita pazienza che serve a mettere in ognuno di noi un poeta dell’arte. Un universo caotico che lo seduce e lo affascina in una perdita della sua identità in un’arte sentimentale. La sua produzione va dall’astrazione fino a un realismo necessariamente approssimativo.

L’artista americano considera come stimoli creativi, essenziali, le potenzialità espressive della realtà concreta nei materiali, non solo pittorici e transizionali ma anche, in particolare, quelli di ogni genere prelevati dal metaforico quotidiano, elaborati attraverso una continua e inesauribile tensione sentimentale.

La sua pittura in un’evoluzione di stili, di tecniche, lo affascina, lo appaga tanto da sperimentale tecniche e graffiti sempre nuovi. Si tratta di una sorta di propaganda contro New York, che è sempre più corrotta.

Le sue opere sembrano danzare in un universo di colori.

 

Mediare la realtà. La Pop Art di Roy Lichtenstein

Non apprezzato dalla critica dell’epoca, poiché se messo a confronto con l’Espressionismo Astratto di Jackson Pollock risultava essere un creatore di superfici fredde, Roy Lichtenstein oggi è invece considerato uno dei più illustri geni della Pop Art americana, che iniziò la sua carriera artistica dipingendo soggetti come Braccio di Ferro e Topolino, o oggetti d’uso comune come ad esempio palline da golf, quindi elementi popolari fra la società dell’epoca, per poi aggiungere al suo repertorio, a partire dal 1961, immagini tratte da fumetti di guerra e avventura.

Roy Lichtenstein non opera un banale processo di copia e incolla dei soggetti scelti per esprimere il proprio talento artistico, egli presenta al pubblico una realtà mediata, con immagini filtrate, ovvero percepisce fin dagli anni ’60 che il modo di vedere la realtà, di leggere e scorrere l’informazione, visuale o di altro genere, avviene con una sorta di scansione, così l’artista americano pone in scena un modo di vedere che è diventato predominante nell’era in cui ogni cosa viene vista attraverso lo schermo di un computer.

«Non sono contro l’industrializzazione, ma deve lasciarmi qualcosa da fare. Non disegno un’immagine per riprodurla, ma per ricomporla». Attraverso le parole di Lichtenstein è possibile cogliere la chiave di lettura del proprio lavoro, è possibile capire che la volontà dell’artista pop è inserire se stesso, la propria anima, nell’opera d’arte, il che non sarebbe possibile se Lichtenstein si limitasse a ricopiare in modo meccanico i soggetti prescelti. In virtù di ciò, colui che osserverà una creazione dell’artista pop affiancandola al soggetto del fumetto originale potrà cogliere, con occhio vigile, delle differenza fra le due rappresentazioni, per esempio i puntini riprodotti in serie, meccanici, del fumetto originale saranno differenti da quelli creati da Lichtenstein, realizzati a mano, differenti l’uno dall’altro, portatori di quella personalità che le macchine non possiedono.

A differenza dell’altro colosso della Pop Art americana, Andy Warhol, viene elaborato un processo di “lichtensteinizzazione”, ovvero nelle immagini venivano cancellati i marchi connotanti un celebre prodotto per fare in modo che quel soggetto fosse invece simile «alle “sue” immagini», come affermato da Michael Lobel, così quel soggetto non è più legato a una specifica casa di produzione ma diventa un’immagine esclusiva, unica, dell’artista Roy Lichtenstein.

 

 

Disprezzare il buon gusto. Il caso della Bad Painting

Accade spesso che di fronte ad un’opera d’arte contemporanea il pubblico faccia dei confronti con gli antichi lavori dell’arte, per esempio con i dipinti del Botticelli, di Raffaello o del Tintoretto, giusto per citare alcuni celebri nomi, giungendo alla banale conclusione che nel passato si sapesse operare meglio rispetto al presente e che le opere realizzate ai giorni nostri, esposte nei musei, potrebbero essere realizzate anche da un bambino.

L’arte contemporanea non è sempre apprezzata dal pubblico, così spesso viene definita orribile, disgustosa, brutta. E’ proprio sull’ultimo termine utilizzato nella frase precedente che si vuole porre l’attenzione in questa sede, perché la maggior parte dei fruitori di un museo ignorano sicuramente l’esistenza di una tendenza pittorica americana celebrata nel 1978 dal critico Marcia Tucker, che organizzò la prima esposizione della Bad Painting.

Fra gli artisti più celebri operanti all’interno di questa tendenza artistica di annoverano James Albertson, Joan Brown, Eduardo Carrillo e Charles Garabedian, ma tanti altri continuano a portare avanti il proprio operato artistico in questo campo. L’abbandono delle modalità classiche del disegno è l’elemento che caratterizza gli artisti della Bad Painting, i quali hanno l’obbiettivo di voler trasmettere a chi osserva le loro creazioni una personale visione del mondo, con la finalità di far divertire il pubblico, quindi ironica.

L’ironia viene raggiunta attraverso la deformazione della figura, ove a far da padrone è il disprezzo per la rappresentazione accurata, una caratteristica scandalosa perché il buon gusto viene messo da parte, il che risulta essere divertente e commovente allo stesso tempo, con un contenuto che è fantastico e impertinente. Possono essere definiti “chiassosi” i colori che imbrattano le tele, pronti a catturare l’attenzione dell’osservatore, di certo non corrispondenti alla realtà, aventi una visione del mondo anti – fotografica, come nel caso dell’artista Neil Jenny, il quale nonostante attribuisca al suo stile l’appellativo di realismo, si intende che le verità narrative si trovano nei semplici rapporti esistenti fra gli oggetti.

La Bad Painting pone in ridicolo temi considerati importanti, i quali vengono sminuiti nella loro rilevanza storico artistica, attribuendo invece un notevole rilievo a frivole e banali tematiche, come accadde ad esempio con il quadro di sterco di elefante, brillantini e ritagli porno, The Holy Virgin Mary (1996), dell’artista Chris Ofili, opera che ha attirato una copiosa quantità di visitatori in occasione della mostra Sensation (1997).

 

Joan Jonas

Fino al 27 febbraio 2017 sarà presente alla Galleria Alessandra Bonomo la terza mostra di Joan Jonas ideata per questo spazio. Joan Jonas è una figura emblematica nell’arte contemporanea americana del dopoguerra. Si distingue come una outsider dalle prime performance a New York negli anni ’70, nel momento in cui la città era un luogo di scambio per gli artisti più innovativi.

Cominciando dalla danza e dai video in bianco e nero, nei quali utilizza il corpo e il movimento come unico mezzo espressivo, l’artista evolve continuamente il proprio linguaggio, ampliando costantemente la sua ricerca con nuovi codici espressivi, influenzata nei suoi viaggi come in Islanda ed in Giappone.

I video tratti dalle performance interagiscono nei suoi lavori con elementi vecchi e nuovi, oggetti diversi trovati o disegnati dall’artista, la sua voce o la musica da lei scelta (Jason Moran) creano un filo continuo con la narrazione.
Il lavoro recente dell’artista si concentra sulla fragilità della natura e il suo legame con la condizione umana, come nella performance della Biennale di Venezia 2015, alla quale è ispirata la mostra.
Gli elementi principali sono un grande schermo, vari specchi che riflettono le proiezioni, oggetti trovati casualmente ed oggetti costruiti per la performance, i video e i disegni che mettono in relazione spazio e tempo intesi come materiali scenici.

Jonas, Fonte arte.it

Fino al 27 Febbraio 2017

Roma

Luogo: Galleria Alessandra Bonomo

Telefono per informazioni: +39 06 69925858

E-Mail info: mail@bonomogallery.com

Sito ufficiale: http://www.bonomogallery.com/