Articoli

Anese Cho: Fragmentation

Laboratorium-Venezia è orgoglioso di presentare la mostra Anese Cho: Fragmentation organizzata dalla curatrice newyorkese Thalia Vrachopoulos.

La mostra sarà inaugurata il 21 giugno alle ore 19:00 e sarà visitabile fino al 22 luglio 2019. In questa serie di opere Cho vuole mettere in evidenza la condizione della donna oppressa ed esclusa non tanto attraverso un’interpretazione, ma dimostrando che la sua vita è condizionata da uno stato di incertezza. Per molte generazioni le donne hanno dovuto lottare per i propri diritti in un mondo patriarcale e dominato dagli uomini, dovendo dividersi tra la loro carriera e la vita domestica come mogli e madri. In modo molto concreto, questa è la frammentazione che si ritrova nelle opere di Cho che, come artista, deve concentrarsi sulle sue creazioni, ma come madre deve prendersi cura del proprio figlio. Questo ruolo “frammentato” della donna come madre, moglie, figlia, donna in carriera è stata una delle ispirazioni che stanno alla base di questa serie di sculture. Contemporaneamente, attraverso la sua opera, Cho fa riferimento alla cura della “Dea Madre” come evidenziato nella sua Fragmentation # 7.

Questa monumentale scultura, eseguita in lacca nera con un cut-out negativo di un seno femminile in rosso, ridimensiona di rimando le proporzioni dello spettatore quasi per costringerlo a riconoscere l’importanza del soggetto. Fragmentation # 4 è una scultura più giocosa in cui vengono ripetuti diversi cerchi che rappresentano un soggetto simile e che fanno riferimento a Several Circles di Kandinsky, opera del 1925. Cho ha lavorato per molti anni nell’ambito dell’astratto ed ha utilizzato forme circolari anche nei suoi lavori passati. Si può quindi comprendere come questa scultura murale rappresenti una continuazione logica del suo lavoro artistico e contestualizzi alla sua attuale produzione e alla tematica trattata le sue precedenti esperienze. Le sculture 3D e murali di Cho sono realizzate con superfici molto lisce, come il raso di seta, e su tonalità contrastanti come il rosso e il nero ottenendo una consistenza scintillante. Le sue scelte di colore, rosso e nero, sono come i due lati della stessa moneta, proprio come nella ruota dei colori in cui il nero, che è mix di tutti i colori, rappresenta la morte, e il rosso può significare al contempo sia la vita che la morte.

 

 

Dal 21 Giugno 2019 al 22 Luglio 2019

Venezia

Luogo: Laboratorium-Venezia

Indirizzo: Calle de Mezo 1592

Curatori: Thalia Vrachopoulos

Sito ufficiale: http://www.laboratorium-venezia.com

Adrian Ghenie. The Battle between Carnival and Feast

Venerdì 19 aprile 2019 la Galleria di Palazzo Cini apre la nuova stagione con una mostra d’eccezione: la prima personale mai presentata in Italia di Adrian Ghenie(1977), dal titolo The Battle between Carnival and Feast.

Dopo progetti significativi al Centre Pompidou di Parigi e al San Francisco Museum of Modern Art, tra gli altri, saranno la Fondazione Cini e Venezia a ospitare, in un dialogo inedito con gli spazi e la storia della casa-museo, un nuovo momento di conferma istituzionale per l’acclamato pittore rumeno che per l’occasione esporrà un ciclo di nove teledi grande impatto, alcune inedite e ispirate proprio dalla storia veneziana, ma sempre legate anche ai temi più controversi e tenebrosi dell’attualità. La mostra è realizzata in collaborazione con Galerie Thaddaeus Ropac.
Grazie ad Assicurazioni Generali, main partnerdella Galleria fin dalla sua riapertura nel 2014 e da molti anni sostenitore istituzionale della Fondazione Cini, la stagione espositiva sarà aperta al pubblico fino al 18 novembre 2019.

Uno dei pittori più conosciuti della sua generazione, nella sua opera Adrian Ghenie riunisce ricordi personali e traumi collettivi, passati e presenti. I suoi quadri non si misurano esclusivamente con la storia della pittura, ma si confrontano anche con l’atto di “dipingere la trama della storia” e con le personalità che, con le loro azioni, ne hanno definito il corso. La ricerca delle potenzialità della pittura come mezzo espressivo è sempre al centro dell’attività di Ghenie i cui quadri, fondendo i temi e la narrativa della pittura storica con figure del mondo attuale, risultano meno concentrati sul soggetto e più sull’atto stesso del dipingere.

The Battle Between Carnival and Feastpresenta tutte opere recenti, alcune dipinte appositamente per la mostra. Da un lato, richiamano il fiorente passato marittimo della città di Venezia con le sue numerose vie d’acqua, dall’altro il conflitto e i tumulti causati dalle odierne questioni geopolitiche. Il tema dell’acqua unisce queste opere, dipinte in una tavolozza marina di verdi-acqua scuri, blu intensi e grigi cangianti.

“Ancora una volta gli spazi di Palazzo Cini, in occasione di Biennale Arte, si confermano capaci di fungere da vero e proprio radar della contemporaneità, presentando al pubblico un estratto dei risultati delle ricerche pittoriche più straordinarie dei nostri tempi– commenta Luca Massimo Barbero, Direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Cini e ideatore del ciclo di mostre che dal 2015 anima il secondo piano di Palazzo Cini, che ha ispirato con i suoi capolavori di arte antica, e quindi ospitato, la mostra Ettore Spalletti. Palazzo Cini (2015) e quindi Afterglow: Pictures of Ruins, personale di un altro artista di fama internazionale come Vik Muniz (2017) – la pittura si rivela ancora estremamente vitale e capace di esprimere la grande complessità del nostro tempo, che nell’opera di Ghenie è strumento di sintesi potente di attualità e storia, bellezza e grottesco”.

Il dipinto principale della mostra è un’immensa composizione neobarocca che rappresenta una zattera sormontata da una massa vulnerabile di piedi e gambe spogli, che si stagliano contro un cielo e un mare in tempesta. Il quadro ricorda le immagini strazianti trasmesse nei notiziari di oggi, che mostrate le traversate piene di insidie che i profughi sono costretti a intraprendere per fuggire dai conflitti. L’opera può anche essere interpretata come un analogo contemporaneo de La zattera della Medusa (1818-1819) di Théodore Géricault, pittore francese di epoca romantica, che ritrae i sopravvissuti al naufragio della fregata Méduse, aggrappati a una zattera dopo che la loro imbarcazione si arenò nel 1816.

Un altro grande dipinto orizzontale, il più cinematografico del percorso espositivo, richiama inizialmente alla mente un enorme acquario, ma a uno sguardo più attento rivela un corpo parzialmente decomposto che galleggia sul dorso di un pesce tropicale e su rigogliose alghe marine. Figure with Dog invece è dominato da un’enorme figura semivestita, in piedi vicino a un cane accovacciato e pietrificato, che si staglia contro un paesaggio rousseauiano. Metà donna, metà mostro, l’enorme massa contorta di carne e capelli della figura seduce e disgusta allo stesso tempo l’osservatore.

Tre dipinti di dimensioni inferiori illustrano poi l’interesse dell’artista nel destrutturare il genere del ritratto. In queste opere, Ghenie interpreta il volto come se fosse un paesaggio, le cui caratteristiche vengono cancellate da una texture a macchia che allude all’anatomia sottostante senza ritrarla. Al centro dell’opera ritrattistica di Ghenie c’è la sua attrazione per la singolare abilità umana di antropomorfizzare segni e simboli astratti, completando mentalmente gli spazi vuoti così da interpretare una figura senza volto in un ritratto il cui soggetto diventa addirittura riconoscibile.
In particolare, queste opere sono unite da una gestione emotiva della pittura, che sulla tela viene grattata e manipolata dall’artista per creare un palinsesto pittorico sovrapponendo i temi più controversi di storia, politica, ideologia e mass media, con esiti in cui il significato non resta mai fisso.

Nel 2015 Darwin Room, il progetto presentato da Ghenie per il Padiglione Rumeno alla 56° edizione della Biennale d’Arte di Venezia, gettò luce sul suo universo pittorico complesso e sfaccettato. La sua esplorazione del concetto di sopravvivenza si ispirava a teorie di evoluzionismo biologico e ai modi in cui queste sono state coscientemente mal interpretate per trasformare le società. Lóránd Hegyi scriveva nel catalogo: “I dipinti di Adrian Ghenie si presentano come un teatro gigante, un palco insolitamente profondo, semi-buio, inscrutabile e densamente popolato, ravvivato da effetti di luce incredibili (…). La sua pittura è sensuale, immediata, vivace, suggestiva e dinamica, pur essendo simultaneamente molto strutturata e bilanciata.”

The Battle between Carnival and Feastsarà accompagnata da un catalogo bilingue (italiano – inglese) introdotto da un dialogo tra il Direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini Luca Massimo Barberoe l’artista stesso.

Adrian Ghenie è nato nel 1977 a Baia Mare, Romania. Attualmente vive e lavora a Berlino, dopo aver conseguito la laurea dall’Università di Arte e Design di Cluj, Romania. Nel 2015 ha rappresentato il Padiglione Rumeno alla 56° edizione della Biennale d’Arte di Venezia e ha partecipato a importanti mostre in tutto il mondo. Attualmente la sua installazione The Darwin Roomdel 2013-2014 è in mostra al Centre Pompidou, Parigi, fino a dicembre 2020, la seconda delle sue installazioni presentata come una “stanza dentro una stanza”. La prima, The Dada Room, del 2010, è ora inserita nella collezione permanente di S.M.A.K. Ghent. Le sue precedenti personali includono tra le altre: Villa de Medici, Roma; CAC Málaga, the Museum of Contemporary Art, Denver; Stedelijk Museum voor Actuele Kuns (S.M.A.K.), Ghent, e il Museo Nazionale di Arte Contemporanea di Bucarest. Ha anche partecipato a mostre a Palazzo Grassi, François Pinault Foundation, Venezia; Fondation Van Gogh, Arles; Tate Liverpool; Prague Biennale; San Francisco Museum of Modern Art; Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze; Centre Pompidou, Parigi.

Dal 19 Aprile 2019 al 18 Novembre 2019

Venezia

Luogo: Palazzo Cini

Indirizzo: Campo San Vio, Dorsoduro 864

Sito ufficiale: http://www.cini.it

La Collezione Peggy Guggenheim presenta a Venezia La natura di Arp

Dal 13 aprile al 2 settembre 2019 la Collezione Peggy Guggenheim presenta La natura di Arp a cura di Catherine Craft e organizzata dal Nasher Sculpture Center di Dallas, prima sede espositiva della mostra. Arriva a Venezia una lettura suggestiva e a lungo attesa della produzione dell’artista franco-tedesco Jean (Hans) Arp (1886–1966), il cui approccio sperimentale alla creazione e il ripensamento radicale delle forme d’arte tradizionali lo hanno reso uno degli artisti più influenti del Novecento. Nel corso di una carriera durata ben sei decenni, Arp realizza un corpus di opere di notevole influenza in un’ampia gamma di materiali e formati. Fondatore del movimento Dada e pioniere dell’astrazione, sviluppa un linguaggio di forme organiche e curvilinee che si muovono con fluidità tra astrazione e rappresentazione, diventando un punto di riferimento per generazioni d’artisti.

Arp occupa un posto di particolare rilievo alla Collezione Peggy Guggenheim: la prima opera mai acquistata dalla collezionista americana fu infatti una sua scultura, Testa e conchiglia (Tête et coquille) del 1933. “La prima cosa che comprai per la mia collezione fu un bronzo di Jean Arp. [Arp] mi portò alla fonderia dove era stato fuso e me ne innamorai tanto che chiesi di poterlo tenere tra le mani: nello stesso istante in cui lo sentii volli esserne la proprietaria” ricorda Peggy Guggenheim nella sua autobiografia Una vita per l’arte (Rizzoli Editori, Milano, 1998). La mecenate continuò ad aggiungere sculture, collage, rilievi e opere su carta alla collezione, e oggi sono sette le opere di Arp appartenenti al museo veneziano, tutte esposte in occasione della mostra. Peggy Guggenheim espose le opere di Arp in diverse mostre di scultura contemporanea da lei organizzate, prima nella sua galleria londinese Guggenheim Jeune nel 1938, poi nella sua galleria-museo Art of This Century a New York, in una personale del 1944. Inoltre il legame tra Arp e la collezionista proseguirà anche a Venezia. Nel 1954 l’artista verrà infatti insignito del Gran Premio per la scultura alla XXVII Biennale di Venezia e nel corso degli anni Cinquanta soggiornerà più volte in città facendo visita a Peggy, come testimoniano gli schizzi da lui lasciati nel libro degli ospiti del palazzo.

La natura di Arp sarà accompagnata da un ricco catalogo con un saggio principale della curatrice della mostra, Catherine Craft, e contributi di studiosi di Arp affermati ed emergenti: Lewis Kachur, professore di Storia dell’arte presso la Kean University, New Jersey; Walburga Krupp, ricercatrice associata alla Zürcher Hochschule der Künste di Zurigo; Tessa Paneth-Pollak, assistente di Storia dell’arte presso la Michigan State University.

Dal 13 Aprile 2019 al 02 Settembre 2019

Venezia

Luogo: Collezione Peggy Guggenheim

Indirizzo: Dorsoduro 701

Orari: 10-18. Chiuso il martedì e il 25 dicembre. La biglietteria chiude alle ore 17.30

Curatori: Catherine Craft

Costo del biglietto: Intero 15 €, Ridotto (incluso senior oltre i 65 anni) 13 €, Ridotto (incluso studenti fino a 26 anni) 9 €, Gratuito bambini fino a 10 anni, soci

Telefono per informazioni: +39 041.2405.411

E-Mail info: info@guggenheim-venice.it

Sito ufficiale: http://www.guggenheim-venice.it

Canaletto e Venezia

Il Settecento veneziano con le sue luci e ombre si snoda lungo le sale di Palazzo Ducale, nel racconto di un secolo straordinario e del suo protagonista: Giovanni Antonio Canal, il Canaletto. Una stagione artistica di grande complessità e valore, di eccellenze nel campo della pittura, della scultura, delle arti decorative. Fin dal suo inizio il 700 si mostra come un secolo di enorme vitalità e grandi cambiamenti, nel linguaggio dell’arte, nella storia delle idee e delle tecniche, nella vita sociale.

La mostra parte dall’affacciarsi nei primi anni di una nuova forma artistica, che rompe i legami con il rigore del Classicismo e con la teatralità del Barocco, mentre il colore prende il sopravvento sul disegno. Luca Carlevarijs pone le basi del vedutismo veneziano, Rosalba Carrera rinnova l’arte del ritratto. Due giovani coetanei dipingono opere in cui la luce acquista valenza fondante, costitutiva: Giambattista Tiepolo con pennellate aggressive in composizioni dinamiche, Canaletto nella pittura di vedute, lo stile di entrambi si farà poi più controllato e nitido. Il viaggio prosegue con la pittura di costume di Pietro Longhi, l’esplosione del vedutismo, la pittura di storia e quella di paesaggio, il capriccio. E la grande stagione dell’incisione, che diversi sperimentano, e di Giambattista Piranesi. Il racconto di questo secolo è anche quello della presenza europea della Serenissima e del viaggiare dei suoi artisti. Mentre anche l’arte vetraria di Murano vive i suoi fasti, con l’oreficeria e la manifattura di porcellane.

Protagonisti di fine secolo sono Francesco Guardi e Giandomenico Tiepolo, figlio di Giambattista. Nelle vedute di Guardi il linguaggio pittorico, tremolante e allusivo, lontano dalle solari certezze di Canaletto, sembra evocare una Venezia in disfacimento, mentre il tempo del vivere felice e aristocratico lascia il posto a un popolo di irriverenti Pulcinella, dove tutti sono liberi e uguali, e sullo sfondo la rivoluzione infiamma la Francia. Il secolo dei lumi, e il percorso espositivo, si chiude con l’affermarsi del Neoclassicismo, su tutti giganteggia Antonio Canova.

Dal 23 Febbraio 2019 al 09 Giugno 2019

Venezia

Luogo: Palazzo Ducale

Indirizzo: San Marco 1

Orari: 8.30-17.30 (ingresso consentito fino alle 16.30). Dal 1 aprile 8.30-19 (ingresso consentito fino alle 18)/

Curatori: Alberto Craievich

Costo del biglietto: Un unico biglietto valido per: Palazzo Ducale e per il percorso integrato del Museo Correr, Museo Archeologico Nazionale, Sale Monumentali della Biblioteca Nazionale Marciana: intero € 20, ridotto € 13, gratuito secondo normativa vigente

Telefono per informazioni: +39 041 2715911

E-Mail info: info@fmcvenezia.it

Sito ufficiale: http://palazzoducale.visitmuve.it

Lo sguardo del fotografo: intervista a Pier Paolo Fusciani

Veneto di origine ma sardo di adozione, il fotografo Pier Paolo Fusciani è stato da poco protagonista della mostra Sguardi ospitata presso il Monte Granatico e il Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri. La mostra, inserita all’interno della manifestazione Artecracy.eu: l’arte contemporanea in Sardegna, indagava una vasta gamma di emozioni attraverso una serie di primi piani fotografici. Esperienze e sentimenti erano cioè raccontati solo attraverso le espressioni del volto dei soggetti rappresentati. Lo sguardo, infatti, ha spiegato lo stesso Fusciani, “riesce a trasmettere delle emozioni e delle sensazioni anche senza che queste vengano descritte, indipendentemente cioè dalla cultura, dal linguaggio parlato. La cosa bella è che gli sguardi non si possono fingere, e la fotografia ha il potere di congelarli”.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’artista per conoscere meglio la sua storia e il suo lavoro.

Come è nata la sua passione per la fotografia?

Ho la fortuna di ricordare perfettamente cosa mi è successo, quando mi è stato inoculato il virus. Io avevo uno zio fotografo che mi portava sempre in giro perché non aveva figli. Mi ricordo che un giorno siamo andati su un canale, nella Riviera del Brenta. Era una brutta giornata, c’era questa barca di legno da pescatore e io ero lì quando mio zio l’ha fotografata. Sul momento mi ricordo solo che faceva freddo, poi quando siamo andati a casa ha sviluppato il rullino, ha fatto questa stampa su carta baritata in bianco e nero e vedendo quell’immagine mi sono emozionato, l’ho trovata una cosa fighissima. Avevo dodici anni e vedere tutto il processo per me è stata una cosa bellissima. Secondo me è un’espressione di potenza il fatto di poter prendere quella cosa e portarsela a casa, mettersela al muro e poter ricreare delle sensazioni ogni volta che riguardi quell’immagine.

Quali sono i soggetti che preferisce?

Amo molto il ritratto perché mi interessano le persone, ma amo molto anche il paesaggio, mio malgrado. Diciamo che amo tutto quello che mi emoziona. Penso che la fotografia abbia questo grosso vantaggio, che ci permette di trasmettere su file (una volta era su carta) quello che i nostri occhi ci fanno vedere. Se non abbiamo la sensibilità per emozionarci di fronte a quello che vediamo non ci fermiamo a scattare. Abbiamo le lenti, le ottiche e così via, ma la fotografia si forma innanzitutto nella testa. Noi potremmo andare in giro a fotografare insieme per la città e scattare fotografie diverse pur nello stesso posto, perché dipende dalla nostra sensibilità, da ciò che ci colpisce.

Io sono veneziano, perciò sono anche particolarmente appassionato al carnevale di Venezia, su cui ho fatto diverse mostre. Mi piace la maschera perché è l’esatto opposto della street photography, in cui vediamo il viso e le persone si pongono esattamente come sono. Il carnevale è dissimulazione, è l’esagerazione della finzione, l’illusione personificata e autorizzata.

C’è qualche grande fotografo a cui è particolarmente legato?

A parte i grandi che hanno fatto la storia della fotografia come Cartier-Bresson, che mi piacciono per il loro talento naturale nel saper guardare e la loro capacità di linguaggio, dal punto di vista della narrazione e degli aspetti sociali mi piace molto Salgado. Quello che apprezzo della fotografia infatti è anche che riesce a farci vedere altri mondi, è un modo per condividere delle cose che altrimenti non si potrebbero vedere, che non si possono raccontare.

Lei scatta ancora in analogico o solo in digitale?

Io non sono uno di quei nostalgici che usano ancora l’analogico, anzi, ero uno che usava il computer già da prima. Il digitale ha semplificato l’esistenza dei fotografi, e se molte persone sono rimaste attaccate all’analogico non è per l’emozione della pellicola, ma perché erano in difficoltà a dover imparare a usare un computer, si sono trovati a non essere più detentori dei segreti del mestiere.

Sicuramente oggi fotografare è diventato più semplice, ormai si fanno le foto col telefonino e tutti sono fotografi. L’importante però è capire cosa si sta facendo, perché scattare in automatico qualsiasi cosa si veda diventa fastidioso, c’è uno spamming di immagini indiscriminato e siamo sottoposti quasi a una tortura. Se c’è condivisione, diffusione di una qualsiasi espressione artistica, io sono contento, però deve essere anche accompagnata da uno sviluppo della cultura in questo senso. Ci manca un po’ questo allenamento a guardare, perché è aumentato il numero di immagini che ci passano sotto gli occhi ma non è aumentato anche il nostro senso estetico, non abbiamo appreso cioè anche il linguaggio.

A proposito di questo, come è cambiato il mestiere del fotografo nell’epoca in cui tutti scattiamo centinaia di foto al giorno?

Non esiste più il mestiere, tutti sono fotografi. Quelli che ci si guadagnano da vivere sono solo i fotografi di matrimoni e quelli di moda. Adesso le immagini sono ovunque, ma è anche vero che vengono fruite e dimenticate in pochissimo tempo. Siamo diventati veramente voraci in questo senso, ma non so quanto di quello che ci arriva viene digerito. Mi deprime un po’ tutto questo. Chi fotografa poi normalmente non lo fa per un pubblico, lo fa per se stesso, come esigenza espressiva. Il problema però oggi non è solo che tutti si possono permettere un mezzo per fotografare, il problema è che abbiamo tutti un pubblico, cioè i nostri amici sui social. All’inizio questa mi sembrava una grande opportunità, i social mi sembravano di grandissima utilità per accorciare le distanze e raggiungere qualsiasi tipo di pubblico, ma adesso sta diventando tossico, non li frequento più molto.

Progetti per il futuro?

A metà mese parto per il Brasile e ho già un programma di cose che vorrei fare. C’è anche un progetto a cui ho iniziato a pensare due-tre anni fa che mi piacerebbe realizzare, ma è impegnativo dal punto di vista economico e quindi per ora rimarrà nel cassetto: quello della “fabbrica dei sogni”. Riguarda le scuole di samba che ogni anno si sfidano a chi fa la rappresentazione più bella durante il carnevale di Rio de Janeiro. Ogni anno viene dato un tema, su cui queste scuole lavorano tutto l’anno. Mi piacerebbe accompagnare dall’inizio il lavoro delle migliaia di persone che di anno in anno realizzano tutto il materiale che va in sfilata in quei tre-quattro giorni della festa, perché il carnevale non è solo l’esplosione di gioco e di follia che avviene in sfilata, crea tantissimi posti di lavoro anche a persone che molto spesso vivono nelle favelas e in questo modo riescono a portarsi a casa il pezzo di pane.

[Articolo collegato alla mostra “Sguardi” che si è svolta a Serri (Sud Sardegna) a partire dal 29 dicembre 2017 e che ha visto l’esposizione di alcuni “scatti” del fotografo Pier Paolo Fusciani. Evento realizzato dall’associazione Youth Caravella con il contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna e dalla partnership con il Comune di Isili, del Comune di Serri, del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri, dall’Associazione Culturale Artecrazia e del giornale Artecracy.eu].

Markku Piri

Il finlandese Markku Piri ha progettato per il Museo del Vetro opere realizzate dai maestri vetrai di Murano, con i quali lavora da anni, dove il dialogo fra colori e forme rielabora suggestioni arcaiche che lo hanno suggestionato durante i suoi viaggi e le sue ricerche storico-artistiche.

Nel suo lavoro Piri tende a raggiungere una perfetta armonia estetica progettando e realizzando i suoi vetri con la massima attenzione ai minimi particolari, nell’intento di esaltare le potenzialità estetiche del materiale d’adozione. La mostra prevede un’installazione particolare con “perle giganti” che formeranno un filo di cinque metri; inoltre alcune opere contestualizzeranno la tecnica della doppia filigrana, quale peculiarità virtuosistica muranese, all’interno della nuova concezione formale dell’artista.

 

 

Dal 07 Ottobre 2017 al 07 Gennaio 2018

Venezia

Luogo: Museo del Vetro

Enti promotori:

  • MUVE
  • Città di Venezia
  • Con il patrocinio di Ambasciata di Finlandia a Roma

Paolo Amico e Daniele Basso. Luce & Pensieri

Luce e ombra, pensiero e narrazione sono i temi che accomunano le opere presentate dal 4 ottobre al 26 novembre nella bipersonale Paolo Amico e Daniele Basso. Luce & Pensieri.

A Venezia, nella suggestiva cornice di Palazzo Contarini Polignac, a pochi passi dalla Collezione Peggy Guggenheim e dalla Fondazione Pinault di Punta della Dogana, oltre venti lavori in parte inediti – tra sculture di grandi e medie dimensioni e opere su carta – si snodano in un percorso che lega, per similitudini e differenze, la ricerca dei due artisti.

La luce rappresenta un riferimento imprescindibile sia per le sculture di Basso che per le carte a biro di Amico. L’acciaio e il bronzo bianco lucidati a specchio, a mano, di Daniele Basso sono innanzitutto un modo per dare forma alla luce: il fenomeno della riflessione sulle superfici specchiate diventa infatti, in questo genere di sculture, fattore importante quanto la materia stessa.

Emblematica, in questo senso, l’opera Gabriel, in bronzo bianco, realizzata appositamente per questa esposizione, in cui la lavorazione sinuosa del metallo traccia le linee di un aitante corpo maschile.

Quasi per contrapposizione, le opere di Paolo Amico – penna a sfera su carta – ritraggono invece paesaggi notturni. La sua ricerca si dedica in particolare alla città, alla notte e al colore della notte. Attratto da questi elementi, l’artista siciliano dà vita a vedute fatte di luci fluorescenti che proiettano su strade e palazzi colori artificiali, dotandoli di una cromia innaturale.

Il processo di realizzazione e stesura del colore è molto simile a quello dei pastelli: la penna biro consente infatti di modulare l’intensità del segno col variare della pressione esercitata. Si procede per strati, dai toni più chiari sino al nero, trame su trame, fino a coprire il foglio, la carta bianca è la luce.

In omaggio alla città che lo ospita, Paolo Amico ha realizzato per la mostra alcuni scorci di Venezia, tra cui Confusione veneziana in cui si percepisce la vitalità della città, con tutte le sue bellezze e le sue contraddizioni.

L’altro nucleo concettuale da cui prende spunto la mostra è quello del pensiero, del racconto che scaturisce dalle opere dei due artisti. Entrambi, infatti, hanno una spiccata vocazione narrativa.

Nell’utilizzare la penna, Paolo Amico fa proprio lo strumento principe deputato alla narrazione: da sempre usato per la scrittura, l’artista lo adopera per raccontare, ma “per immagini” e non più per parole. Anche il modo con cui sceglie i suoi soggetti ha a che fare con una modalità di racconto, quella del reportage.

Nella ricerca di Daniele Basso è viva la volontà di stimolare le coscienze per raggiungere una maggior consapevolezza della propria identità personale e collettiva. Le sue sculture contengono sempre una storia su temi d’interesse universale – l’infanzia, la maternità, il cambiamento, il bene – che ciascuno può riportare alle proprie esperienze personali. Boogeyman, per esempio, bronzo bianco lucidato a specchio, è la metafora della paura, quella irrazionale e incontrollata che viviamo da bambini: un manto argenteo privo di volto, vuoto e inconsistente, pronto a sgonfiarsi a un piccolo cenno di coraggio.

 

 

Inaugurazione martedì 3 ottobre ore 18.30

Dal 03 Ottobre 2017 al 26 Novembre 2017

Venezia

Luogo: Palazzo Contarini Polignac – Magazzino Gallery

Curatori: Ermanno Tedeschi

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 011.8178627

E-Mail info: info@galleriazabert.com

Werner Bischof. Fotografie 1934-1954

Dal 22 settembre 2017 al 7 gennaio 2018, Casa dei Tre Oci di Venezia ospita una grande antologica dedicata a Werner Bischof (1916-1954), uno dei più importanti fotografi del Novecento, tra i fondatori dell’agenzia Magnum.

La mostra, curata dal figlio Marco Bischof, organizzata da Fondazione di Venezia e Civita Tre Venezie, in collaborazione con Magnum Photos e con la Werner Bischof Estatate presenterà 250 fotografie, in larga parte vintage, tratte dai più importanti reportage di Werner Bischof, che consentiranno di ripercorrere i lunghi viaggi che portarono l’artista svizzero negli angoli più remoti del mondo, dall’India al Giappone, dalla Corea all’Indocina fino ad arrivare a Panama, in Cile ed in Perù.

Per la prima volta, sarà esposta una selezione di 20 fotografie in bianco e nero inedite che hanno nell’Italia il suo soggetto privilegiato. In essa si coglie l’originalità dello scatto che rivela l’occhio ‘neorealista’ di Werner Bischof.

Il percorso espositivo trasporterà il visitatore nell’età dell’oro del fotogiornalismo, conducendolo sulle tracce di Werner Bischof. Sarà un itinerario che, partendo dall’Europa, appena uscita devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, giungerà in India dove ci si troverà di fronte a un paese attanagliato dalla povertà e dalla miseria, ma in cui si iniziano a intravvedere gli sviluppi industriali che la porteranno a essere una delle nazioni leader del nuovo millennio.

Quindi, il confronto spietato tra gli elementi della cultura tradizionale giapponese e il dramma della guerra di Corea introdurrà all’analisi del continente americano.

Il viaggio di Bischof, infatti, proseguirà nelle città statunitensi, di cui coglierà lo sviluppo metropolitano, anche con una serie di fotografie a colori, e si chiuderà idealmente tra i villaggi del Perù e sulle cime andine dove trovò la morte.

Bischof, considerato uno dei migliori fotogiornalisti, non si limitò a documentare la realtà con il suo obiettivo, quanto si fermò a riflettere di fronte ai soggetti, cercando di raccontare quelle dicotomie tra sviluppo industriale e povertà, tra business e spiritualità, tra modernità e tradizione.

Non mancherà una sezione dedicata alle fotografie di paesaggio e di natura morta, realizzate in Svizzera, tra la metà degli anni trenta e quaranta del Novecento.

Accompagna la mostra un catalogo aperture (in inglese).

 

 

Fino al 07 Gennaio 2018

Venezia

Luogo: Casa dei Tre Oci

Enti promotori:

  • Fondazione di Venezia
  • Civita Tre Venezie
  • In collaborazione con:
  • Magnum Photos
  • Werner Bischof Estate

Costo del biglietto: Intero 12 € | Ridotto 10 € (studenti under 26 anni, over 65, titolari di apposite convenzioni) | Ridotto speciale 8 € (gruppi superiori alle 15 persone | Ridotto famiglia 24 € (2 adulti + 2 under 14) | Ridotto scuole 5 € | Gratuito: bambini fino ai 6 anni, un accompagnatore per ogni gruppo, disabili e accompagnatore, due insegnanti accompagnatori per classe, giornalisti con tessera, guide turistiche

Telefono per informazioni: +39 041 2412332

E-Mail info: info@treoci.org

Sito ufficiale: http://www.treoci.org/

Sergio Ragalzi. Respiro Nero

Dopo la mostra CAOS organizzata nello Spazioborgogno di Milano la primavera scorsa, una ricca retrospettiva di Sergio Ragalzi dagli esordi fino agli anni 2000, che ha testimoniato con oltre 400 opere la straordinaria energia di questo artista, a Venezia, in collaborazione con Grossetti Arte di Milano e la  Galleria Totem Il Canale, da sempre collocata negli splendidi spazi di Palazzo Brandolin Rota sul Canal Grande, presentiamo una nuovissima serie di lavori su carta di grandi dimensioni ed una efficacissima selezione di opere recenti, scultoree, pittoriche ed installative.

Respiro Nero è il titolo di questa nuova mostra, al cui centro ancora il corpo dell’uomo, fulcro  della ricerca  di questo importantissimo artista italiano, qui ritratto nella forza della sua spinta vitale: l’energia propria dell’essere umano che si manifesta sempre, con entusiasmi voraci, pur nella drammatica difficoltà della sua esistenza. Un respiro cercato nelle gabbie catramose del nostro pianeta umiliato, nel nero del tunnel in cui l’uomo sensibile faticosamente arranca nella sua avventura. Il destino collettivo ed individuale affrontato  alla ricerca dell’oro spirituale che a questo si contrappone e verso cui tutti vogliamo tendere, e che mai ci deve abbandonare. Ancorchè il nostro respiro si faccia ogni giorno più faticoso, l’oro della sua luce è li ad infonderci vita, sostenere ogni nostro istante, illuminare e orientare, pur nel buio più fitto, la sacra forza della nostra anima.

Sergio Ragalzi nasce a Torino nel 1951, dove vive e lavora. Esordisce sulla scena dell’arte italiana agli inizi degli anni ottanta, nel 1984 prende parte a Extemporanea, la mostra che consacra la riapertura degli spazi espositivi della galleria L’Attico, a Roma. Ha lavorato con alcune delle principali gallerie italiane, Paludetto, Sargentini, Weber, Cannaviello, Annunciata, Grossetti, Repetto poi ancora Carlina, Allegretti, Delloro, Rolando Anselmi. Il suo lavoro è stato seguito e trattato da i più importanti critici: R. Fuchs, E. Crispolti, A. Bonito Oliva, E. Villa, M. Vescovo, M. Frisa, E. Pontiggia, L. Beatrice, R. Lambarelli, G. Curto, E. Forin, A. Rubini, S. Pezzato, M. Bazzini, M. Tonelli, A. Dambruoso, ed altri ancora.

 

 

Dal 02 Settembre 2017 al 30 Settembre 2017

Venezia

Luogo: Palazzo Brandolin Rota

Telefono per informazioni: +39 344 2046825

E-Mail info: galleria@grossettiart.it

Davide Lantermoz. Grasslands

Si è inaugurata il 2 settembre presso gli spazi del Magazen dell’ Arte a Venezia la nuova personale di Davide Lantermoz.

Una serie di composizioni surreali che sovrapponendo, manipolando, confondendo diversi media (collage, fotografia, pittura, disegno) restituiscono il valore di una continua e instancabile ricerca tesa ad allontanarsi sempre di più dai rigidi confini del progetto per immergersi in uno spazio dotato della massima apertura di senso.

La mostra sarà fruibile gratuitamente fino al 17 settembre, tutti i giorni dalle 11.00 alle 18.00.

 

 

Dal 02 Settembre 2017 al 17 Settembre 2017

Venezia

Luogo: El Magazen dell’Arte

E-Mail info: fontanamgmt@gmail.com

Sito ufficiale: http://https://lantermoz.com/