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L’ironia kitsch della denuncia: Guan Xiao e l’arte per accostamenti

Guan Xiao giovane artista di origine cinese che vive e lavora a Beijing, è conosciuta in Europa grazie alla sua partecipazione alla Biennale di Berlino, e alle sue esposizioni all’ICA di Londra e al Jeu de Paume di Parigi. L’artista fa della tradizione cinese un presupposto che denota un forte attaccamento alla produzione di massa e all’approccio enfatico, a tratti kistch dell’oggetto. Non a caso la sua produzione è un ibrido non solo di stili, ma un incessante accostamento di immagini, suoni e aspetti della vita quotidiana che si mettono in relazione. È questa tendenza al vario, al confuso, all’immagine ripetuta, il presupposto per un’arte che spazia dal video, alla scultura, fino alla produzione di veri e propri ambienti.

L’arte di Guan Xiao mette davanti due strade la prima è quella dell’ironia, la seconda, più sottile, è quella della percezione delle cose. Con il suo video a tre canali dal titolo David esposto all’ultima Biennale di Venezia all’interno del Padiglione delle Tradizioni, chiarisce la sensazione primordiale di sarcasmo per poi spazzarla via lasciando la percezione di un disagio ossessivo, di un amore sconsiderato e di una fruibilità prêt-à-porter che inneggia all’arte, ma la distorce, la commercializza e la ridicolizza.

Il video è un miscuglio di filmati tratti da internet a cui l’artista accosta brevi frasi, accompagnate da una canzone da lei prodotta che richiama sonorità synth pop, retaggio forse di una cultura di tendenza orientale. David è una denuncia camuffata in ironia kitsch, che tramite il dilettevole, contesta la superficialità con cui è oggi considerata l’arte. Con una sottile riflessione sul riuso, ruolo e diffusione dell’immagine del David, Guan Xiao elabora una produzione artistica non immediata, ma fatta di piccoli pezzi che esprimo una riflessione oltre ogni superficialità. L’artista ci porta a compiere un passo indietro e ad affrontare la repentina necessità di riconsiderare l’arte come nucleo unico e inimitabile, ammirando e reimparando a meravigliarsi.

Guano Xiao produce accostamenti che diventando seriali. Riproponendoli all’occhio del fruitore in un circolo costante e infinito, invitano a porre l’attenzione sul singolo elemento in un paradosso di sensazioni. Ciò che percepiamo è una coralità che diventa una voce e una messa a fuoco che illumina, ingrandisce e distorce mille altri volti.

 

Ars Captiva 2017 – De_locazioni

Stendardi, opere pittoriche, fotografie, video, installazioni e perfomance che ruotano intorno a due concetti complementari: lo spostarsi e l’abitare. E’ questo Ars Captiva 2017, il progetto, unico in Italia, di formazione artistica rivolto agli studenti degli istituti superiori piemontesi. La sesta edizione biennale apre a Torino, sotto la direzione artistica di Maria Teresa Roberto, dal 26 ottobre al 9 novembre 2017, nelle settimane dedicate all’arte contemporanea. Dopo Le Nuove, il Museo regionale di Scienze naturali e l’ex Manifattura Tabacchi, l’iniziativa, nata dieci anni fa su impulso del Comitato Creo per avvicinare le scuole alle pratiche dell’arte contemporanea, ha scelto quest’anno di confrontarsi con gli spazi condivisi dell’Housing Giulia, in via Cigna 14/L, proseguendo così la collaborazione con l’Opera Barolo iniziata lo scorso anno.

Il percorso espositivo, composto da circa 40 opere realizzate per l’occasione, si sviluppa negli spazi esterni e nelle storiche cantine del complesso ottocentesco, aperte per la prima volta al pubblico. Nel cortile sono collocati, in corrispondenza dei pilastri esterni del portico, nove stendardi di grandi dimensioni, mentre sei opere pittoriche su tela occupano i vani delle nicchie nel lato breve del sottoportico. All’aperto trova spazio anche un grande Ikebana realizzato, nel corso di un workshop aperto agli studenti di Ars Captiva e agli ospiti della residenza, dal maestro Mario Sonsini, responsabile del Northern Italy Study Group che rappresenta in Italia la prestigiosa scuola Ikebana Sogetsu di Tokyo. L’opera collettiva, composta da materiale vegetale non convenzionale disposto secondo un’antica tradizione giapponese, è frutto di un progetto didattico portato avanti in collaborazione con la Gam di Torino, dove a fine settembre è stato allestito un altro Ikebana in omaggio all’opera realizzata nel 1960 dal maestro Sofu Teshigahara, proprio nei giardini della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea. Le cantine di Housing Giulia ospitano poi una ventina di altre opere, tra sculture, dipinti, fotografie e installazioni sonore, dedicate ai temi della biennale. Tra queste, merita citare l’installazione di Lorenzo Gnata (Biella, 1997): una sorta di albero le cui foglie sono simbolicamente rappresentate da tanti post-it contenenti le risposte, raccolte dall’artista anche tra i residenti del luogo, alla domanda “Qual è l’ultima cosa che hai imparato?”.

 

 

Dal 26 Ottobre 2017 al 09 Novembre 2017

Torino

Luogo: Housing Giulia

Enti promotori:

  • Regione Piemonte
  • Consiglio Regionale del Piemonte
  • Città di Torino
  • Fondazione CRT

Mounir Fatmi. Transition State

Dal 26 ottobre 2017 al 7 gennaio 2018, la galleria Officine dell’Immagine di Milano inaugura la nuova sede di via Carlo Vittadini 11, ospitando la più ampia personale mai realizzata in Italia di Mounir Fatmi (Tangeri, Marocco, 1970), a cura di Silvia Cirelli. Molto noto a livello internazionale, Mounir Fatmi è tra i protagonisti dell’attuale Biennale di Venezia con una doppia partecipazione al Padiglione Tunisino, all’interno della mostra The Absence of Paths, e al NSK State Pavilion.

Artista poliedrico, Mounir Fatmi si relaziona costantemente con temi di attualità come l’identità, la multiculturalità, le ambiguità del potere e della violenza. Negli anni è riuscito a rinnovarsi costantemente, esplorando una molteplice varietà di linguaggi stilistici che vanno dal video all’installazione, dalla fotografia alla performance. Il suo è un percorso narrativo che oltre a confermare una notevole abilità lessicale, miscela ingredienti personali a testimonianze del reale, tracciando importanti passaggi della storia contemporanea.

La mostra milanese, dal titolo Transition State, ripercorre i tratti distintivi della sua vasta sintesi poetica, ponendo l’accento sul concetto di “ibridazione” culturale, una combinazione di preconcetti e stereotipi svelati e poi screditati, che rafforzano una visione d’insieme costruita sul dialogo fra religione, scienza, le ambivalenze del linguaggio e quanto queste si trasformino nel corso della storia.

Un chiaro esempio del potere del linguaggio sulla verità è Martyrs, un dittico realizzato su neri pannelli di legno, la cui superficie è tagliata da una moltitudine di linee che sembrano muoversi come ferite sulla pelle di un corpo. L’emblematico titolo gioca sulle varianti semantiche di questa parola che, nel corso della storia, hanno trasformato il suo significato. Dall’antico greco martus “testimone”, a colui che sacrifica se stesso in nome della fede, fino ad arrivare all’accezione di oggi, quando viene erroneamente affiancato al concetto di kamikaze.

Il tema del martirio torna anche nel video The Silence of Saint Peter Martyr (2011), con protagonista San Pietro Martire, anche noto come Pietro da Verona, un prete del XIII secolo appartenente all’Ordine dei Domenicani, che fu giustiziato atrocemente a causa della sua forte opposizione agli eretici. La quiete della scena, che vede il soggetto muovere lentamente il dito mimando il pacifico gesto del silenzio, si contrappone violentemente all’audio del video stesso, un sottofondo disturbante e aggressivo.

L’ispirazione di materia religiosa si riconferma nella serie fotografica Blinding Light (2013), un progetto che vede la manipolazione sia concettuale che visiva della cosiddetta “Guarigione del Diacono Giustiniano”, un miracolo immortalato anche in un noto dipinto del Beato Angelico. La storia narra di due santi, Cosma e Damiano – celebri per le loro capacità mediche – che una notte entrarono nella stanza di Giustiniano e gli scambiarono la gamba malata con quella di un etiope appena deceduto. Al risveglio Giustiniano si accorse quindi di avere la gamba destra guarita, ma di colore. Giocata sulle sovrapposizioni fra il dipinto antico e scene di chirurgia odierna, Mounir Fatmi sorprende per l’abilità lessicale con la quale riesce ad affrontare temi di grande richiamo come l’identità etnica, l’ibridazione e la nozione di diversità con una sorprendete sensibilità culturale.

La visione sensoriale dello spettatore viene poi esortata nel video Technologia del 2010, dove il susseguirsi convulso di dettagli geometrici e motivi calligrafici arabi di natura religiosa, danno vita a un processo dal forte carattere ipnotico. Lo sguardo dello spettatore a fatica riesce a resistere, così come anche il suo udito, messo alla prova da suoni stridenti.

La giustapposizione fra oggetto, il suo utilizzo e il suo significato culturale si conferma centrale nell’installazione Civilization(2013), realizzata semplicemente con un paio di scarpe nere da uomo poste sopra un libro che riporta la scritta “civilization”. Con questi due oggetti, spesso utilizzati come indicatori del livello di civilizzazione delle persone, l’artista marocchino s’interroga sulla seduzione della materialità e sul suo ingannevole potere nella cultura contemporanea.

Durante l’inaugurazione, giovedì 26 ottobre alle ore 19.00, si terrà una performance costruita attorno all’installazione Constructing Illusions, un’opera partecipativa che gioca sugli equilibri fra immaginazione e realtà, concetti che spesso si mescolano fra loro, fino ad arrivare anche a scambiarsi completamente di significato.

 

 

Dal 26 Ottobre 2017 al 07 Gennaio 2018

Inaugurazione: giovedì 26 ottobre, ore 19

Milano

Luogo: Officine dell’Immagine

Curatori: Silvia Cirelli

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 02 91638758

E-Mail info: info@officinedellimmagine.com

Sito ufficiale: http://www.officinedellimmagine.com/

Marina Abramović. Holding the Milk

La famiglia Cerettofamosa per l’eccellenza dei suoi vini, prosegue il suo impegno nella promozione dell’arte contemporanea, e ospita a settembre 2017 ad Alba, nel cuore delle Langhe, la straordinaria artista di fama internazionale Marina Abramovic.

Giovedì 28 settembre, alle ore 18, nella Chiesa di San Domenico, si terrà l’inaugurazione in presenza dell’artista della video-installazione HOLDING THE MILK da The Kitchen Homage to Saint Therese (2009). L’opera rimarrà esposta fino al 12 novembre (orari: da lunedì a venerdì dalle ore 15 alle ore 18, sabato e domenica dalle ore 10 alle ore 18 – ingresso libero).

The Kitchen, Homage to Saint Therese è un progetto artistico elaborato da Marina Abramovic nel 2009, costituito da nove fotoritratti e tre opere video, di cui ad Alba si vedrà Holding the Milk.

I video sono girati nella cucina dell’ex convento La Laboral a Gijón, un monastero certosino ormai abbandonato dove un tempo le monache accudivano bambini orfani; l’opera rimanda alla vita della mistica Santa Teresa di Avila, intrecciandosi coi ricordi dell’infanzia dell’artista.

Il giorno seguente, venerdì 29 settembre, alle ore 18,30, è previsto un incontro con Marina Abramovic al Teatro Sociale di Alba, in cui l’artista parlerà del proprio lavoro artistico e risponderà alle domande del pubblico (ingresso libero fino ad esaurimento posti).

 

 

Dal 28 Settembre 2017 al 12 Novembre 2017

Alba | Cuneo

Luogo: Ceretto

Telefono per informazioni: +39 0173 282582

Sito ufficiale: http://www.ceretto.com/

Jakub Julian Ziolkowski

Fino al 1 ottobre 2017 la project room del Museo MAN ospiterà la mostra Nasellini, prima personale in un museo italiano dell’artista polacco Jakub Julian Ziolkowski, a cura di Lorenzo Giusti, con la collaborazione di Rowena Chiu.

Ziolkowski è conosciuto principalmente per i suoi dipinti surreali, popolati da creature fantastiche e spesso inquietanti. Un “organicismo pittorico” nutrito di riferimenti eterogenei, in cui le tradizioni occidentali e orientali si mescolano, dialogando con la storia delle avanguardie artistiche. Le iconografie che ne derivano raccontano stati della mente, mondi caotici in cui realtà e immaginazione si confondono l’una con l’altra, proiettando lo spettatore in un universo di sogni, ricordi, desideri.

Apparentemente dominate dal caos, le opere di Ziolkowski contengono in realtà un ordine interno, regolato da flussi narrativi intrecciati.

La mostra al MAN, terza di un programma annuale che vede il museo impegnato in un’indagine diffusa sulla possibile attualità del mezzo pittorico, ruota attorno a una particolare tipologia di pasta, i Nasellini, un formato inesistente, derivato dalla forma della cavità nasale, che evoca la leggenda dei tortellini, nati, stando a quanto si narra, osservando la forma dell’ombelico.

Attraverso dipinti, sculture e una serie di brevi video realizzati durante un periodo di residenza in Sardegna, l’artista metterà in scena una surreale campagna pubblicitaria per la promozione dei Nasellini, esplorando il confine tra reale e irreale e sconsacrando, attraverso l’ironia, l’espediente ludico e il sarcasmo, l’immaginario collettivo legato alla pasta, uno dei principali elementi identitari dell’Italia. Le opere troveranno alloggio in un ambiente modificato per l’occasione, quasi un’installazione site specific, evocante le atmosfere di una tradizionale trattoria, con pareti colorate e quadri e poster appesi in maniera disordinata.

I video, tutti girati tra Nuoro e le coste della Sardegna con attori non professionisti, sono stati realizzati grazie al contributo speciale della Fondazione Sardegna Film Commission.

Fino al 01 Ottobre 2017

NUORO

LUOGO: Museo MAN

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 0784 25 21 10

SITO UFFICIALE: http://www.museoman.it/

Nature Forever: il MAXXI racconta Piero Gilardi tra arte, attivismo e impegno sociale

Ha inaugurato lo scorso 13 aprile presso la Galleria 3 del MAXXI la mostra a cura di Hou Hanru, Bartolomeo Pietromarchi e Marco Scotini, dedicata all’opera di Piero Gilardi, artista, attivista e critico tra i più importanti nel panorama italiano contemporaneo.

Con le sue oltre 60 opere, dai celeberrimi Tappeti-natura fino al Parco d’Arte Vivente di Torino, la grande monografica ripercorre e racconta cinquant’anni di attività del grande maestro. Cinquant’anni in cui pratica artistica, critica e politica si sono intrecciate in maniera indissolubile, in cui cioè arte e vita hanno finito per identificarsi totalmente, convertendosi così in costante impegno militante.

La mostra si articola in quattro sezioni, attraverso cui è illustrata al pubblico tutta l’evoluzione e l’articolazione del pensiero di questo complesso personaggio.

La prima sezione ripercorre la produzione degli anni Sessanta, attraverso una serie di opere riconducibili al concetto di arte interattiva, “abitabile”, che fin dal suo esordio ha caratterizzato l’attività di Gilardi. Sono esposte in questa sezione alcune tra le prime opere realizzate dall’artista, come Macchina per discorrere (1963), e alcuni Vestiti-Stati d’Animo, opere che rimandano al futurismo in chiave di cultura di massa. È esposta poi in questa sezione Terrazza (1966), struttura realizzata per la famosa mostra Arte Abitabile alla Galleria Sperone di Torino, ed eccezionalmente ricostruita per la prima volta in questa occasione. Immancabili poi i celeberrimi Tappeti-Natura, rappresentazioni iperrealistiche di porzioni di natura, realizzate però in un materiale estremamente artificiale, il poliuretano espanso, a creare una sorta di esorcismo nei confronti del cambiamento del mondo causato dall’industrializzazione e dal progresso tecnologico.

 La seconda sezione, invece, è dedicata alla ricerca di Gilardi nel campo della New Media Art, sviluppatasi a partire dagli anni Ottanta. Su un pavimento di prato sintetico sono esposte diverse opere appartenenti a questo tipo di ricerca, come Sassi Pulsanti (1999), Ipogea (2010) e Aigues Tortes (2007), in cui l’artista ha utilizzato la tecnologia per aumentare ulteriormente l’aspetto relazionale, e permettere allo spettatore di interagire in maniera immersiva e multisensoriale. Esposta in questa sede anche Inverosimile (1989), grande installazione multimediale e interattiva, restaurata per l’occasione e riallestita dopo tanti anni.

Nella terza sezione, dedicata alle cosiddette “Animazioni politiche”, sono esposte maschere, trofei, costumi e altre opere realizzate da Gilardi, dalla fine degli anni Sessanta ad oggi, per essere utilizzate durante cortei e manifestazioni, secondo la sua idea di arte militante, intesa come mezzo di sensibilizzazione e trasformazione sociale.

La quarta sezione, una sorta di galleria di documentazione, racconta invece il Gilardi teorico. Interessanti materiali d’archivio come progetti, cataloghi, video, scritti e così via, illustrano la sua attività di curatore e critico, fondamentale per la storia dell’arte internazionale tanto quanto quella artistica.

Una mostra, insomma, quella del MAXXI, che volgendo lo sguardo all’indietro su mezzo secolo di lavoro, fornisce un quadro ampio e completo sull’attività e sulla poetica di questo grande maestro. Una mostra che, con le sue installazioni interattive, le sue opere riproposte in via eccezionale e i suoi numerosissimi materiali di archivio, si presta ad essere apprezzata da qualsiasi tipo di pubblico, a partire dai bambini fino ai maggiori esperti del settore.

Nature Forever. Piero Gilardi

Fino al 15 ottobre 2017

MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Via Guido Reni 4A

Roma

 

http://www.fondazionemaxxi.it/events/piero-gilardi/

 

 

Giovanni Coda. Exposition

Il Search comunale di Cagliari presenta una mostra dedicata a Giovanni Coda, un filmmarker, un artista multimediale, con un’esposizione che sarà visitabile fino al 6 maggio.

Un operatore multimediale, un videoartista, anche se definirlo così è obsoleto, che spazia dalla fotografia, al video proiezione, un’artista capace di far vivere le sue opere, che presentano una forza narrativa espositiva, presente in molte sue fotografie, contenenti molte caratteristiche parte del suo linguaggio.

Si tratta di un lavoro di denuncia sociale che affronta una tematica particolarmente forte come quella del bullismo omofobico.

Una carriera che intende ripercorrere l’attività di filmmarker e fotografo mettendo in relazione gli aspetti più drammatici del sociale, una denuncia contro la solitudine, contro un mondo crudele che volta le spalle.

Intanto le sue opere descrivono subbugli interiori e desideri di pace, basata esclusivamente su fatti reali.

Giovanni Coda coniuga cinema, fotografia e arti performative, con la costante di una voce narrante fuori campo che, come in un diario, documenta senza filtri la tematica in esame. Le sue opere sono caratterizzate da contrapposizioni stilistico-espressive tra il racconto di matrice documentaristica e quella parte più visionaria, più intima. Tutto il suo mondo è improntato sulla riflessione della devastazione del corpo come involucro sull’esistenza e sulla caducità della vita.

I suoi lavori vivono sul brulicare d’immagini che si fondano e si confondano, su squarci, frammenti di fotogrammi, che colgano un preciso istante. Questi lavori interagiscono tra di loro, offrendo un ritmo emozionale nel piacere di raccontare. Riprende in mano spunti dal quotidiano dando maggiore enfasi con una luce che inquadra uno scorcio o una parte del viso, come se l’altra parte fosse nascosta al visitatore che si attinge nel contemplare le sue opere.

Giovanni Coda predilige una serie di video clip nel raccontare le sue produzioni.

 

 

Search comune di Cagliari

Fino a maggio 2017

Largo Carlo Felice

Animazione attraverso il video

Intorno agli anni Sessanta fa il suo ingresso nella scena artistica un nuovo mezzo di comunicazione e di espressione, il video, esercitante un forte influsso sul pubblico, tanto da coinvolgerlo totalmente.

Le immagini pervenute, fatte scorrere su una sequenza, creano quell’effetto fantastico che realizza un nuovo impulso artistico, arte impressa sugli occhi nudi senza essere schermata.

Il video dona la vita, così, a una sorta di narrazione spettacolare dell’arte vista così com’è, senza alcun bisogno di essere manipolata o tradotta per essere compresa.

La nuova tecnologia arriverà ad affermarsi come una sorta di collage della pittura, le immagini vengono proiettate su una sorta di tavolozza del pittore, con il fine di plasmare una nuova arte.

Le immagini in movimento trasmesse sullo schermo creando un linguaggio che ha la tendenza all’astrazione visibile e conoscibile da tutti, visti su uno schermo del televisore o computer, portate direttamente in casa, senza bisogno di una galleria, è un’arte accessibile, da influenzare i protagonisti della scena artistica internazionale.

Le opere di pittura e scultura proiettate hanno la tendenza a trasformare cose comuni ed insignificanti grazie al gioco di luci e ombre.

La video arte s’inserisce nell’ambito della scena artistica internazionale, dando origini a diversi campi, come del cinema, del teatro o spettacolo. Danza, teatro, cinema non sono movimenti artistici chiusi in se stessi, ma movimenti in continua contemplazione.

Una pennellata contaminata di linguaggi, espressioni diverse, danno vita a un’evoluzione dell’arte da parte dei mass-media.

L’arte è lo specchio che riflette la vita dell’uomo, che cerca di esprimere la realtà così come appare, una rappresentazione della vita.

La nuova corrente propone una selezione di esperienze visive diversissime fra loro, privilegiando scelte non comuni e di qualità. Una collezione di artisti, in un sorprendente gioco di specchi. Si confronta con la fotografia, con il design, scenografia teatrale, fino all’editoria, al cinema, alla pittura. Mostrano un modo ansioso di allargare i confini delle proprie esperienze.

 

Gli schermi assurdi di Eva e Franco Mattes

Troppo in alto, troppo in basso, troppo attaccati alla parete o girati al contrario: questo è il modo in cui gli schermi di Befnoed, opera ideata dal sovversivo e sempre provocatorio duo Eva e Franco Mattes, si offrono (o meglio si negano) allo sguardo dello spettatore.

L’opera, in mostra fino a pochi giorni fa in Italia all’interno della sedicesima Quadriennale di Roma, è composta da diversi video di brevi performance filmate con webcam o telefonini, messe in atto da lavoratori anonimi assoldati dagli artisti attraverso siti di crowdsourcing. L’aspetto più originale dell’opera sono le modalità piuttosto bizzarre con cui questi video vengono mostrati al pubblico. Essi si trovano innanzitutto sparsi su social network pressoché sconosciuti in cui, in assenza di riferimenti alla loro origine e al loro scopo, possono essere visualizzati casualmente da “pubblici accidentali”. Vengono poi anche esposti in musei e gallerie, con un metodo installativo a dir poco fuori dal comune: attraverso schermi posizionati in modi assurdi, che costringono lo spettatore a performance fisiche e grande inventiva per riuscire a guardarli.

Due sono perciò i contesti in cui vive quest’opera: sia nel mondo aperto di Internet che nel circuito protetto dell’arte, due sistemi opposti ma che, come i Mattes si impegnano a dimostrare già da anni, non sono necessariamente in conflitto e non per forza si escludono a vicenda.

In entrambi questi contesti però (è questa la peculiarità del lavoro) i video si sottraggono alla ipervisibilità contemporanea, alla ricezione immediata a cui siamo ormai abituati per ogni genere di immagine e informazione, scelta che non nasconde una certa intenzione critica. L’attenzione alla rete sotterranea che si nasconde al di là dei soliti siti che visitiamo quotidianamente in maniera meccanica e ripetitiva, ad esempio, sembra un modo per criticare il valore di totale trasparenza e libertà comunemente (ed erroneamente) attribuito alla rete. Anche un’altra riflessione critica, poi, può essere individuata alla base dell’opera: quella sull’estrema disattenzione attuale nei confronti delle immagini, generata dell’enorme bombardamento visivo a cui tutti siamo soggetti, e ancor più esasperata all’interno di una rete in cui ormai tutti producono contenuti ma nessuno è più interessato a svolgere il ruolo di spettatore.

L’interazione con le immagini è del resto uno degli oggetti principali di tutta la ventennale pratica artistica del duo. Anche nel tempio dell’arte tradizionale allora, quanto di più distante dai canali in cui agiscono abitualmente, i Mattes hanno trovato un valido escamotage per combattere la disattenzione rispetto alle immagini e la loro ricezione passiva da parte del pubblico. Dopo i personaggi anonimi che hanno realizzato le performance e il pubblico inconsapevole che in esse si è imbattuto sul web, anche il pubblico che visita fisicamente l’opera è infatti coinvolto in maniera attiva dagli artisti e, spinto ad assumere posizioni imbarazzanti e a generare ilarità nel resto dei visitatori, si trasforma esso stesso in una sorta di performer.

Va notato, però, che una delle reazioni più tipiche del pubblico di fronte a un’opera, in questo momento storico, è quella di fare una foto e postarla su Internet. Questo atteggiamento alimenta ovviamente proprio quella ipervisibilità, quella disattenzione e quel ristagno sulla superficie della rete oggetto della riflessione all’origine dell’opera stessa, generando perciò quello sembra essere una sorta di circolo vizioso, che a questo punto speriamo possa favorire in futuro la nascita di nuovi lavori dell’eccentrico duo.

 

Chiara Dynys. Look Afar

M77 Gallery presenta Look Afar, un nuovo progetto espositivo dell’artista italiana Chiara Dynys. La mostra è articolata in tutti gli spazi della Galleria M77 e propone un corpus di opere inedite, che utilizzano diversi medium, frutto di un lungo lavoro di ricerca dell’artista.

Chiara Dynys approda a una nuova ricerca che trae origine da un fenomeno cosmico, l’aurora boreale. Look Afar è il risultato di un viaggio fisico e mentale nella Lapponia svedese compiuto dall’artista lo scorso inverno. Per giorni, settimane, mesi, Chiara Dynys ha realizzato lunghi appostamenti, nel corso dei quali ha documentato con dovizia i fenomeni naturali che caratterizzano questa magica terra e che riempiono il metafisico paesaggio siderale di una luce ineguagliabile, la Luce del Nord, ripresa in un periodo di particolare intensità. Risultato di queste osservazioni sono migliaia di immagini, segmenti di una potenza fantastica in grado di riconnettere il microcosmo umano al macrocosmo universale, così da spingere l’osservatore a guardare lontano, Look Afar, appunto. Al ritorno da questo profondo confronto con la natura estrema della Lapponia, Chiara Dynys ha lavorato sulla documentazione raccolta e sui suoi ricordi, per trascrivere i fenomeni cosmici verificati nel corso del viaggio in una dimensione altra. Il risultato è una serie di lavori pittorici, in cui la suggestione e la forza evocativa diventano allo stesso tempo testimonianza e narrazione, in una forma che l’artista stessa definisce “liquida”.

La valenza espressiva del materiale utilizzato continua a essere centrale nella pratica artistica di Chiara Dynys. Le diverse traduzioni dell’esperienza vissuta, la documentazione fotografica e la memoria visiva, si ripropongono così nelle scelte espressive utilizzate dall’artista: un gruppo di opere pittoriche a parete mette insieme visioni simultanee distinte, piccole sorprese che testimoniano le diverse tappe del percorso, racchiuse entro lenti che enfatizzano il dettaglio: quasi “sfere di cristallo” che ne sottolineano l’aspetto magico e divinatorio. Fotografie e visioni pittoriche ritornano in una diversa tipologia di lavori, alternandosi, mischiandosi per poi dissolversi secondo le logiche proprie del linguaggio utilizzato. Infine, un video seleziona in questo immenso corpus di scatti una serie di vedute montate in sequenza secondo la tecnica del time-lapse. L’opera si offre in una sorta di cinerama contemporaneo, dove l’osservatore si trova catapultato nel cuore dell’esperienza vissuta dall’artista ripercorrendo le tracce dei suoi appostamenti alla ricerca delle manifestazioni cosmiche, secondo una sceneggiatura che rievoca metaforicamente la relazione tra l’artista, l’infinito e la Luce del Nord.

Look Afar è un progetto che prosegue la ricerca artistica condotta da Chiara Dynys sulla luce in quanto archetipo di un orizzonte da raggiungere, punto focale di un cono ottico che attraverso il linguaggio dell’arte permette di spingersi verso una sempre maggiore condizione di coscienza, proiettandosi verso l’infinito. «Quella luce siamo noi», afferma Chiara Dynys.

L’esposizione Look Afar presentata alla M77 Gallery sarà accompagnata da un catalogo a cura di Michele Bonuomo, e sarà aperta al pubblico sino a domenica 12 marzo 2017.

Chiara Dynys, Fonte arte.it

Fino al 12 Marzo 2017

Milano

Luogo: M77 Gallery

Telefono per informazioni: +39 02 84571243

E-Mail info: info@m77gallery.com

Sito ufficiale: http://www.m77gallery.com/