Tutto è Arte, Arte è tutto: Cesàr Paternosto e la lezione degli Inca

Il mondo come lo conosciamo, noi figli della modernità, è un mondo fatto di categorie: c’è la nostra società e la società degli altri, l’economia, la finanza, la religione e così via; la lista può allungarsi all’infinito. Viviamo in un mondo diviso in compartimenti quasi stagni che comunicano una volta tanto, come delle isole servite da traghetti irregolari e capitani pigri. Ma questo mondo non è sempre stato così. Lo sa bene Cesàr Paternosto, lo sapevano bene gli Inca.

La vita, fino a che la luce dell’Illuminismo non ha abbagliato tutti, era un continuum che creava categorie solo per il piacere di mischiarle, sporcarle e farle sovrapporre. Così come fino alla Rivoluzione Industriale non si poteva nemmeno pensare un’economia non subordinata alla società (Polanyi, 1968); fino al Rinascimento era ugualmente inimmaginabile un’arte completamente fine a sé stessa, creata con l’unico scopo di esistere esteticamente. Il mondo prima di noi se ne fregava delle categorie, ma noi ce ne siamo dimenticati, o ce lo hanno fatto dimenticare. Cesàr Paternosto, però, ha provato a ricordarcelo nel suo saggio No Borders: The Ancient American roots of Abstraction (Schneider & Wright, 2006:158), dove ci presenta la preziosa lezione degli Inca. Lui, pittore e scultore nato a La Plata nel 1931 – figlio del genere astratto e araldo del Concretismo – ha speso più di metà della sua vita a New York, dove ha prodotto ed esposto con grande successo. Gli artisti veri, però, finita quella brevissima carica di euforia e agio economico, del successo non sanno bene che farsene. Gli artisti veri vogliono l’ispirazione, sfidano la noia, cercano le radici. Cesàr Paternosto non fa eccezione, e le radici se le andò a cercare nel 1977 dove le aveva veramente: nella sua Argentina. Originariamente volato a Buenos Aires per esporre all’Artmùltiple Gallery decise poi di trascorrere il resto dell’inverno in Sud America. Cercava le radici, le ha trovate ovunque: sulle rive del Titicaca, a Cuzco, a Ollantaytambo; soprattutto le ha trovate a Machu Picchu. Tutti a volte abbiamo bisogno di una piccola spinta nella vita, di un suggerimento, di uno schiaffo morale che ci riattivi i sensi: se per la maggior parte di noi c’è nostra madre e le sue mani mai dome a svolgere questo compito, solo per pochi, forse solo per Cesàr Paternosto ci poteva essere l’Intiwatana. Apparentemente, in quel monolite di linee geometriche appoggiato tra i picchi delle Ande c’erano tutte le radici che Paternosto cercava; c’erano le radici della sua gente, nuova linfa per la sua arte. Le linee squadrate ma armoniose dell’Intiwatana gli mostrarono una nuova dimensione artistica, lui la colse e la traspose nell’ultima fase della sua produzione – la cui opera più rappresentativa è forse Northeast Window. Soprattutto, però, gli ricordarono cos’era l’arte per gli Inca, cosa è sempre stata l’arte per l’uomo: tutto. L’Intiwatana, infatti, era per la civiltà Inca un monumento di carattere religioso legato indissolubilmente al calendario e al trascorrere del tempo, aveva una funzione principalmente pratica, un ruolo sociale consolidato e riconosciuto; esso era dunque asservito ad uno scopo. Questo però, ci dice Paternosto, non gli impediva di essere anche un pezzo di arte, una scultura, benché per gli standard artistici classici dell’Occidente fosse classificato come artefatto architettonico o pietra decorata. Le forme geometriche dell’Intiwatana, spiega l’artista argentino, seguono un pattern socialmente condiviso di idee artistiche che avevano corrispondenze profonde nella mitologia Inca, la cui cultura non distingueva minimamente tra estetica ed utilità, tra manufatti artistici e oggetti pratici. Lo stesso discorso può essere applicato agli intarsi sul Tempio del Sole, o ancor di più ai complessi motivi t’oqapu, le cui trame intricate ricoprivano tuniche ed arazzi Inca. Secondo recenti rivisitazioni, infatti, i motivi t’oqapu rappresentavano una struttura parallela alla scrittura, in un sistema simile ai geroglifici dove ogni disegno recava in sé un messaggio facilmente decodificabile dagli altri membri della società. Le tuniche Inca, quindi, non erano semplicemente decorate ma erano artisticamente disegnate in modo da essere inserite in un sistema culturale di comprensione e trasmissione di messaggi. Il velo di etnocentrismo che ha accompagnato studiosi e critici al momento delle loro valutazioni – e accompagna tuttora anche noi – li spinse a declassare molta della produzione Inca a decorazione o artefatti in pietra e metallo invece che identificarli per quello che realmente erano: dipinti e sculture. Il segreto, però, è proprio qui. Questo è il messaggio di Cesàr Paternosto, questo è il messaggio degli Inca: tutto è arte, arte è tutto. I confini spaziali-concettuali-formali che rinchiudono la nostra vita in categorie rigide, in una sorta di autolesionistica celebrazione dei limiti di Kant, non esistono “realmente”; la differenza tra arte e decorazione, intaglio della pietra e scultura, fine utilitaristico e aspirazione artistica non sussiste universalmente ma è una peculiarità della cultura occidentale. La dicitura Belle Arti, in definitiva, è una categoria costruita da noi, che comporta una rigidissima distinzione tra manufatti con un fine puramente estetico-artistico e altri con un fine decorativo-utilitaristico; tra manufatti la cui produzione è fine a sé stessa ed altri che hanno uno spiccato ruolo pratico. Le Belle Arti, e i rigidi confini che una tale etichetta comporta, sono, insomma, parte della nostra cultura e del nostro modo di rapportarci al mondo. Cosa ne pensano, però, le altre culture di una simile categorizzazione e di simili confini? Alla maggior parte di esse, tra cui indubbiamente gli Inca e tutte le altre civiltà del Centro-Sud America, sarebbe stato forse impossibile anche solo spiegare che un disegno o è un pezzo d’arte oppure è una decorazione; che una roccia è intagliata oppure è artisticamente scolpita. Molte di esse, probabilmente, lo troverebbero banalmente divertente. Il nucleo di No Borders è proprio quello di presentare una cultura tra le tante per cui non c’erano confini che demarcassero la differenza tra ciò che è arte e ciò che non lo è. Quello su cui vuole spingerci Cesàr Paternosto è sicuramente un viaggio affascinante, catartico, educativo; è un viaggio che può mostrare non solo differenti modi di guardare all’arte, ma anche un diverso modo di approcciarsi a tutte le altre sfere del nostro vivere. Quello attraverso l’arte del Centro America pre-ispanico è un viaggio che Paternosto ha percorso tutto, e che poi ha trasposto nella sua rinnovata, rafforzata produzione artistica. Chissà se non potremmo percorrerlo anche noi, e attraversare così qualcuno di quegli scomodi confini su cui spesso ci troviamo a sedere annoiati.

[Diego Salvati]

NorthEast Window -Anthropology & Contemporary Art - Arnd Schneider and Christopher Wright - 2006

NorthEast Window – Anthropology & Contemporary Art – Arnd Schneider and Christopher Wright – 2006

Tunica t'oqapu

Motivi t’oqapu

Intiwatana

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