Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Leonardo Da Vinci – La scienza prima della scienza

A 500 anni dalla morte di Leonardo Da Vinci le Scuderie del Quirinale di Roma, in collaborazione con il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano e la Veneranda Biblioteca Ambrosiana presentano la mostra Leonardo Da Vinci – La scienza prima della scienza, un progetto espositivo che si focalizza sulle ricerche e le scoperte effettuate dal grande genio toscano nel campi dell’ ingegneria e della tecnica.

Non aspettatevi quindi di trovare in questa sede delle opere di pittura o uno dei suoi famosi ritratti; potrete invece ammirare più di 200 opere, articolate in 10 sezioni disposte su due piani, che includono una serie di modelli di macchine progettate ed ideate per i più svariati usi (si va dall’edilizia all’arte bellica, dall’ingegneria idraulica alle incredibili anticipazioni sulle possibilità del volo da parte degli esseri umani), oltre a rari volumi e disegni tecnici, senza dimenticare alcuni particolari progetti di edifici, come il modello in gesso del Pantheon e i grandi portelli delle chiuse del Naviglio, esposti qui al pubblico per la prima volta.

Oltre ai modelli, la mostra presenta un ricchissimo corpus di disegni e manoscritti: si parte dalle 10 illustrazioni del Codice Atlantico di Leonardo Da Vinci, in prestito dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano, fino al trattato di Francesco Di Giorgio, proveniente dalla Biblioteca Laurenziana, volume appartenuto al grande artista, come si evince dalla serie di annotazioni scritte di suo pugno all’interno; e ancora da Ginevra uno dei due manoscritti della Divina Proportione di Luca Pacioli, che contiene la rappresentazione di sessanta solidi basati sui disegni preparatori eseguiti da Leonardo stesso.

La mostra, curata da Claudio Giorgione, è parte centrale del ricco calendario di celebrazioni che si svolgeranno dal 13 marzo al 30 giugno presso le Scuderie del Quirinale, e si pone l’obiettivo di raggiungere un pubblico vasto e variegato: le audio guide infatti offriranno due percorsi, uno riservato agli adulti, l’altro studiato per i bambini. E non è finita: per i giovani visitatori infatti, saranno previsti nei weekend anche dei laboratori educativi per le scuole.

Scuderie del Quirinale
dal 13 marzo al 30 giugno 2019
Via XXIV Maggio 16 – Roma
Dalla domenica al giovedì dalle 10.00 alle 20.00 -Venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30
www.scuderiequirinale.it

Limiti di curvatura: la prima personale di Milena Rossignoli da White Noise Gallery

Sabato 23 marzo 2019 apre alla White Noise Gallery di Roma la prima mostra personale in galleria della giovanissima Milena Rossignoli (1990). Nata a Quito in Ecuador e cresciuta in Italia, oggi vive e lavora a Barcellona. La mostra, Limiti di curvatura a cura di Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti, sintetizza nello spazio l’indagine artistica che l’artista porta avanti: un processo fortemente connesso all’intuizione che lavora nello spazio e per lo spazio, ricercandone le contrazioni o le eventuali dilatazioni che si creano attraverso il rapporto con la luce, il vuoto e la sua stessa presenza nell’ambiente.

Il lavoro di Rossignoli si divide in due fasi, una iniziale che prevede la creazione di relazioni intime e interpersonali con lo spazio, e una seconda che partendo proprio da questa relazione, ne sviscera le caratteristiche liberandolo dalle stesse e portandone via le tracce. L’artista, utilizzando la tecnica dello strappo su pavimenti, pareti o finestre, crea nuovi medium che sembrano tele dalle geometrie instabili in cui è impresso il pattern della superficie.

In una continua ricerca introspettiva del legame tra Terra e Cosmo e tra contenitore fisico e contenuto umano, Rossignoli fa appello a simboli quasi arcaici, le tele e gli altri elementi utilizzati diventano non solo basi, superficie estetiche ma percorsi cognitivi in cui si nascondono processi mentali di costruzione e decostruzione che mantengono però in questa presenza/assenza un forte legame con il luogo, il territorio e l’essere in trasformazione. Come se fossero delle impronte, l’artista crea degli archivi immaginari in cui le stanze anonime diventano il contenitore di un processo in divenire in cui anche il non-finito, l’incompleto, diventa ricerca e indagine insieme. Una sorta di nido ideale, simbolo di casa e dunque luogo sicuro, ma anche connotato esperienziale di un processo, quasi ludico, che ci porta a immaginare, combinare, scombinare gli elementi dello spazio ma ritrovandone sempre degli elementi riconoscibili.

Il limite di curvatura è dunque l’istante prima della rottura, una tensione in bilico tra il massimo potenziale e la lacerazione, fisica ed emotiva. Nella ricerca dell’artista non solo tela e cemento, ma anche legno e materiali da costruzione vengono spinti all’estremo e al limite della loro torsione o piegamento attraverso il vapore, il tempo, l’usura e la gravità. Tutti questi elementi diventano base di un linguaggio compositivo privo di regole, che coinvolge emotivamente lo spettatore accompagnandolo in un percorso onirico ed esperienziale che si rigenera sempre nel qui e ora.

Milena Rossignoli / Limiti di curvatura
opening: 23 marzo 18.30
dal 23 marzo al 25 maggio 2019
White Noise Gallery
Via della Seggiola n. 9, 00186 – Roma
Orari: dal martedì al venerdì, dalle 11:00 alle 19:00; il sabato dalle 16:00 alle 20:00
Ingresso libero

Della declinante ombra: Vincenzo Scolamiero al Museo Bilotti

Una pittura “evocativa, raffinata, sinestetica”. Una pittura che è anche poesia, musica, danza. Una pittura “solcata sempre da un vento malinconicamente inquieto che è prima di tutto soffio e respiro interiore”. Così è descritto dal curatore Gabriele Simongini il lavoro del pittore campano ma romano d’adozione Vincenzo Scolamiero, in mostra al Museo Carlo Bilotti di Roma fino al 9 giugno 2019.

Nella personale, intitolata Della declinante ombra, sono esposte le opere e le carte dell’artista. La mostra, ospitata in tutto il primo piano del Museo Bilotti e nella sala del Ninfeo al piano terra, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Roma, dove Scolamiero è docente di Pittura.

Le opere in mostra, alcune delle quali realizzate per l’occasione, appartengono a diversi cicli pittorici, a cui corrispondono le diverse sezioni dell’esposizione. Si tratta di quadri astratti, le cui forme sospese, misteriose e in divenire, sono però capaci di annullare ogni distinzione fra figurativo e non figurativo. Sono forme evocative, che conservano evidente memoria del gesto dell’artista, ma allo stesso tempo rimandano a immagini naturali come campi arati, deserti e foglie trascinate dal vento, o ancora ghiacci e paesaggi polari.

Quelle di Scolamiero sono opere fortemente intrise di poesia – come del resto si evince già dai titoli (“Lascia parlare il vento”, “Come l’aria alla terra legati”, “Ogni cosa ad ogni cosa ha detto addio” e soprattutto “Della declinante ombra”, da cui l’intera mostra prende nome) – il cui scopo è quello di isolare l’uomo moderno dalla troppo veloce, caotica e tecnologica realtà attuale, per riportarlo sulla via dell’illuminazione e dell’interiorità.

La sede che ospita la mostra, il Museo Carlo Bilotti all’interno di Villa Borghese, purtroppo spesso sottovalutato e a rischio chiusura, è in realtà uno spazio bellissimo, fermo nel tempo. L’ingresso (sia alle mostre che alla collezione permanente) è sempre gratuito e merita decisamente una visita!

Fino al 9 giugno 2019
Roma
Museo Carlo Bilotti

L’Orient des peintres, du rêve à la lumière al museo Marmottan-Monet

L’esposizione L’Orient des peintres, du rêve à la lumière al museo Marmottan-Monet, presenta una cinquantina di opere famose che sono state prestate per l’occasione da collezioni mondiali pubbliche e private. La curatrice Emmanuelle Amiot-Saulnier ha costruito un percorso che vuole mettere sotto luce un filo conduttore fra gli artisti che hanno segnato il movimento e l’esplorazione della figura umana e del paesaggio.

Questa mostra rivela il mito del mondo orientale ritratto dai più grandi artisti, che si concentrarono sui paesi mediterranei come il Marocco, l’Algeria, l’Egitto e l’Impero Ottomano. Il ‘mito’ è di fatto la parola giusta da usare, perché furono alcuni gli artisti a ispirarsi da racconti e fantasmi, come Jean-Auguste-Dominique Ingres che inventò la figura prototipa della donna nell’harem grazie alla tradizione classica e al racconto della sposa dell’ambasciatore britannico di Costantinopoli, la signora Lady Mary Wortley Montagu, che ebbe l’opportunità di andare nei bagni dell’harem di (le sue lettere furono pubblicate nel 1763 e sono state la fonte d’ispirazione di tutta una generazione di artisti). Di fatto, la figura femminile nasce da un immaginario, non essendo mai realmente vista, con l’entrata dell’harem vietata. Le donne rappresentate nei dipinti non sono altro che delle modelle francesi travestite da costumi e gioielli orientali. Il paesaggio però, al contrario della figura umana (femminile), fu la rappresentazione della vera esperienza degli artisti durante il loro viaggio. Un’esperienza fondamentale, grazie alla luce accecante e abbagliante che offre i suoi colori chiari e forti, ancora mai visti, del riflesso del sole sulla sabbia del Sahara, sulle facciate dei palazzi e delle città.

Per chi è amante dell’Oriente, andare all’esposizione sarà l’occasione di viaggiare attraverso l’occhio e la mano dei più famosi artisti come Ingres, Eugène Delacroix, Henri Matisse, Wassily Kandinsky, Felix Edouard Vallotton… che fra gli anni dell’Ottocento e del Novecento, condivideranno questa ammirazione per la poesia dell’oriente.

Jules-Alexis Muenier , “Le Port d’Alger”, 1888

« L’Orient des peintres » au musée Marmottan-Monet, 2, rue Louis-Boilly, Paris, 75016 Paris. www.marmottan.fr, dal 7 marzo al 21 luglio.

Conosciamo Emanuela Cau

L’artista Emanuela Cau si racconta attraverso una serie di domande che ripercorrono ed affrontano gli aspetti quotidiani di ogni artista dei giorni nostri.

Se ti dico Arte, cosa ti viene in mente?
Un bambino, una stanza, tre porte chiuse, due chiavi.

Tu sei un’artista, che cosa comporta nella tua vita quotidiana questo?
Che burocrazia, scadenze o semplici schede da compilare possono facilmente mettermi in crisi suppongo per via della mia consuetudine ad astrarmi, a percorrere vie irrazionali, a cambiare ritmi e a stravolgere continuamente il mio punto di vista .Per esempio andare spesso in uno stesso luogo, percorrendo sempre lo stesso tragitto per me è quasi irragionevole .

Come è nato il tuo amore per l’arte?
Io ho sempre amato l’arte, ma ha avuto nomi diversi durante il corso della mia vita. Quando ero bambina la chiamavo gioco.

Esiste un luogo dove hai esposto che ti è rimasto nel cuore?
Ho sempre sentito impellente il desiderio che qualcuno si prendesse cura delle mie mostre, è talmente intimo il rapporto che creo con ciascuno dei miei lavori, che poi organizzarli in un insieme mi viene davvero difficile.
A breve esporrò nella galleria Marte, sarà ufficialmente la mia prima personale “curata”. La curatrice si chiama Flaminia Fanari e il rapporto di stima e fiducia che si è creato, promette di dare buoni frutti, di rimanere nel cuore. Poi naturalmente nel cuore rimarrà la mia prima personale 🙂 fortemente voluta da Michelangelo Sardo nel suo spazio Fine Art. Infine è già nel cuore la mostra che farò a luglio in Bretagna, Un meraviglioso faro ospiterà i lavori miei e di altre due talentuose artiste: Mariela Canchan e Laura Farneti.

Ti ho conosciuta a Paratissima Cagliari e mi hanno colpito tanto le tue opere, un mix di colori scuri, può raccontarci il perchè di questo?
Le opere esposte a Paratissima è vero, avevano dei toni scuri, in bianco e nero, ma in realtà io vario e sperimento molto, tanti altri miei quadri sono infatti ricchi di colori.
Ciò nonostante può essere vero però che i miei lavori, nonostante i colori, conservino una nota di fondo cupa; credo che ciò dipenda dal fatto che quando creo, attingo quasi sempre da qualcosa di profondo, di inconscio e di ben nascosto dentro di me.

Che tecniche utilizzi?
Io amo sperimentare in ogni modo e con tutto ciò che posso. Sperimento con il mio corpo, con le emozioni, gli stati d`animo, gioco con i colori, con i toni di grigio ; ripercorro sogni, paure, visioni. Sperimento anche varie tecniche fotografiche e intervengo materialmente sulle stampe.

Trai ispirazione da qualche artista del passato?
Devo dire che tutto mi ispira : le storie umane, la natura e la vita stessa. La vita è complicata, difficile, ma per chi è creativo le difficoltà sono continui spunti, sono occasioni per trasformare, migliorare, sono motivo di bellezza. Tra i tanti artisti che amo potrei citare Maya Deren per esempio o Diana Arbus ma anche Jan Saudek, Francesca Woodman, Duane Michals, David Lynch, Pina Bausch, Krzysztof Kiesloski e tanti tanti tanti altri .

L’artista degli anni 2000 è un artista itinerante?
Direi anche “virtualmente itinerante” oltre che fisicamente, il mio lavoro per esempio, ha cominciato a circolare e ad essere richiesto e riconosciuto nel virtuale quando ancora nel reale non esisteva.

Cosa vuoi esprimere con la tua arte?
Voglio far vibrare di inqueta bellezza.

Esiste una tua opera preferita? Se sì, perché?
Sono innamorata di quello che faccio, perché farlo mi fa stare bene mi ricongiunge, mi fa sentire un pesce che nuota nelle sue acque. Sono grata a tutto quello che ne è venuto, ogni mio lavoro ha dato un contributo a quello che è nato dopo, tutto ha contribuito a creare il mio “mare”.

Come sei emersa? Qualcuno ha scoperto la tua bravura o ti sei fatta promotrice di te stessa?
Non mi sono promossa, ma io dialogo con le immagini, per me è stato naturale crearle per poter comunicare. Le immagini parlano una lingua universale e forse è per questo che il mio lavoro è accolto apprezzato e condiviso un po’ in tutto il mondo.

Pierre Soulages il «maestro del nero»

L’artista di Rodez che compirà 100 anni alla fine dell’anno, ha trovato la strada della pittura grazie al foglio. Il museo consacrato all’artista nella sua città natale espone in una mostra l’integralità di centodiciotto opere realizzate su foglio, donazione della coppia Soulages nel 2005. Questa esibizione dovrebbe essere vista da chi è amante dell’arte astratta, perché Soulages fu uno dei maggiori esponenti del movimento alla fine della Seconda guerra mondiale. L’artista si fece notare da giovane grazie ai suoi dipinti e alla passione che loro trasmettono e anche se il suo nome può rimanere sconosciuto, sono numerosi i musei attraverso il mondo che espongano le sue opere.
Pourquoi le noir? Parce-que.

Soulages usa il nero da sempre, le sue opere sono per gran parte monocrome. Tintura di mallo di noce, inchiostro, carboncino… e il paradosso del suo lavoro è come il nero, una volta modellato dall’artista, diventa una materia che tramite la luce prende sfumature e colori diversi. Per settant’anni, i segni che Soulages crea sulla tela appaiono in base alla luminosità e al nostro movimento. Così il movimento sul nero esiste grazie alla luce.

Se andate a fare un giro nel sud-ovest della Francia e avrete quindi la possibilità di fermarvi a Rodez, potrete vedere la mostra consacrata ai disegni su foglio (dal primo uso del ‘mallo di noce’ nel ‘46 fino ai suoi ultimi nei primi del 2000) nella stanza d’esposizione temporanea, dove sono presentati con una selezione di fotografie e di filmati sull’artista, con uno spazio di documentazione che mette in luce gli ultimi acquisiti del museo.

Patrimonio Indigeno e altre storie: intervista a Lucamaleonte

Lo storico quartiere di San Lorenzo a Roma negli ultimi tempi è stato spesso protagonista della cronaca nera. Recentemente è tornato a far parlare di sé, ma per fortuna con una notizia positiva. Lo scorso 8 febbraio è stato inaugurato infatti tra via dei Reti e via dei Piceni un nuovo murale, realizzato dallo street artista romano Lucamaleonte. L’opera, un monumentale dittico di 9,50×7,90 e 9,50×4,50 metri, si intitola Patrimonio Indigeno e rappresenta una sorta di “ritratto” del quartiere, che attraverso una complessa iconografia ne comunica l’identità e la memoria.

Da una fitta vegetazione, come quella che doveva caratterizzare la zona in antico, emergono diversi simboli legati al quartiere, tra cui la graticola di San Lorenzo, la mano della dea Cerere, l’alloro e il serpente della Minerva. La storia dell’arte, gli antichi erbari e i libri illustrati di zoologia sono come sempre fonte primaria d’ispirazione per Lucamaleonte. L’artista, infatti, laureato all’Istituto Centrale per il Restauro, ama coniugare l’arte e le tecniche più recenti con quelle del passato. Attivo già dal 2001 nel campo dell’arte urbana, con il suo linguaggio classico e contemporaneo allo stesso tempo, ha realizzato numerosi interventi in tutto il mondo. Anche a Roma si possono ammirare molte sue opere, come Il martirio di Rufina e Seconda realizzato per il progetto GRAArt, il Nido di vespe dipinto al Quadraro per MURo, Di lotta e di bellezza al Villaggio Globale, e Eden Effect nello stesso quartiere San Lorenzo.

Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio il progetto Patrimonio Indigeno, ma anche la sua opinione su alcuni temi caldi riguardanti la street art e soprattutto i suoi piani per il futuro.

Hai da poco concluso la tua ultima opera Patrimonio Indigeno. Ce la racconti?
Il progetto è nato insieme alla Fondazione Pastificio Cerere, al curatore Marcello Smarrelli e a SCS Immobiliare, che sono i costruttori del palazzo e avevano voglia di dare al quartiere un’immagine nuova (seppur poco visibile), di regalargli una nuova opera. Io ho proposto al Pastificio un progetto che prevedeva una serie di simboli legati al quartiere, e con loro abbiamo valutato quali erano i più efficaci: c’erano elementi che poi nel tempo sono stati eliminati e altri sono stati aggiunti, o hanno raggiunto maggior peso all’interno dell’immagine. Poi a Marcello piaceva molto l’idea di rappresentare l’agro Verano, e quindi fare un fondo che fosse più vivo, naturale. Io inizialmente lo avevo lasciato con una tinta piatta perché solitamente mi piace lasciare il muro visibile, ma in questo caso, essendo un muro nuovo, che non aveva ancora una storia da raccontare, ho trovato corretta questa idea, che era anche esteticamente funzionante. È bello avere un fondo che abbraccia tutti i vari simboli e dà continuità alle due pareti.

Come vivi il rapporto con i curatori? Nel tuo campo non è così usuale…
In realtà mi capita abbastanza spesso di confrontarmi con committenti o con chi si occupa di selezionare gli artisti, ed è sempre interessante perché ti offre dei punti di vista diversi dal tuo, ed è quindi stimolante in questo senso. Ad esempio il discorso dell’agro Verano era una cosa che io non avevo approfondito mentre a Marcello Smarrelli stava particolarmente a cuore, quindi insomma è un valore aggiunto.

A proposito di progetti ufficiali, qual è la tua posizione nella diatriba tra street art intesa come atto spontaneo illegale e come opera commissionata? Tu oggi lavori quasi esclusivamente all’interno di iniziative strutturate, ma se non sbaglio hai iniziato in maniera spontanea in strada…
Si, il mio inizio è stato per strada, in maniera illegale, ma ora non riesco più tanto a farlo per la quantità di lavoro che ho “commissionato”, chiamiamolo così. Da una parte tra le due c’è continuità, dall’altra il discorso è un po’ diverso, perché la street art – che per me è quella spontanea che nasce per strada – ha una freschezza diversa, è molto più immediata, anche di lettura più facile, mentre nei lavori commissionati senti più il peso della responsabilità di avere una struttura che ti circonda e dover rispondere a una serie di figure che garantiscono per te e ti hanno scelto. Sicuramente lo stimolo è diverso, e anche l’attenzione è diversa ovviamente. Quella poi secondo me può essere considerata arte pubblica più che street art…

Stavo appunto per chiederti: tu come definisci questo genere di opere? Ognuno ha la sua definizione preferita: arte pubblica, arte urbana, muralismo, street art…
Beh, sì, ma poi in realtà le varie definizioni si fondono abbastanza. Però arte pubblica credo che sia una sintesi giusta, perché è arte ed è pubblica, anche nel senso che è di accesso facile per chiunque.

Cosa ne pensi della direzione che sta prendendo questo fenomeno negli ultimi anni qui in Italia?
Io conosco abbastanza bene la scena della street art perché ci vivo dentro da tanto, l’ho vista più o meno nascere, e ovviamente si è molto persa la spontaneità che c’era prima. Le nuove generazioni secondo me, a parte qualche fortunato caso, non sono state in grado di replicare la potenza comunicativa che aveva all’inizio, forse perché chi inizia a farlo adesso è un po’ più smaliziato e sa già che lo fa per fare un gradino successivo poco dopo, mentre quando ho iniziato io non c’era l’intento di entrare nel mondo dell’arte, c’era l’intento di seguire il proprio istinto e basta. E questo forse dava più ricchezza alle opere, mentre adesso ormai è tutto un po’ più mainstream, vale un po’ tutto. C’è da dire che anche noi come street artist (o muralisti o come vogliamo chiamarci) non siamo stati evidentemente in grado di educare il pubblico a riconoscere cosa è di valore e cosa no. C’è un po’ un appiattimento, anche a livello comunicativo, e mancano le capacità di discernere tra cosa è realmente arte e cosa invece è un disegno molto grande su un muro. Ad esempio c’è tutto il mondo dei social, questi gruppi di fotografi di street art, che mettono tutto sullo stesso piano… Una cosa che a me ha sempre fatto schifo è il “ah che bello tutto colorato, la città tutta colorata”: in realtà non funziona così, non basta fare la città tutta colorata per fare interventi che siano considerabili arte. Questo porta ad un appiattimento secondo me notevole, anche nel gusto, e non c’è capacità di approfondire. Ad esempio Patrimonio Indigeno è un lavoro che ha un sacco di livelli di lettura diversi: quello estetico, quello in cui uno riesce ad approfondire quei due o tre simboli che magari riconosce, e poi c’è un livello più profondo, e si possono riconoscere una serie di segni che sono riconoscibili sia nel mio lavoro che in tutti quelli a cui io mi sono ispirato… Invece in giro ci sono molte cose che si fermano proprio alla superficie della decorazione in se stessa, però per il pubblico sono la stessa cosa. La scena per me è un po’ questa adesso, è un po’ una farsa.

E della scena dell’arte contemporanea più in generale?
Per quanto riguarda la scena dell’arte contemporanea vera e propria io sono molto fuori, perché come dico sempre ci sono entrato dalla finestra, non dalla porta bussando. La mia gavetta l’ho fatta per strada, non ho fatto un percorso da artista professionale. Ho una conoscenza molto superficiale di quel mondo e mi muovo anche male, però in un certo senso mi piace perché mi fa mantenere un po’ di freschezza. Sta poi al gallerista che mi affianca dimostrarmi se è in grado di promuovere il mio lavoro nella maniera più corretta e più simile a me, oppure se mi ha chiamato soltanto perché faccio la street art (la maggior parte delle volte succede così). Il mondo dell’arte contemporanea insomma lo conosco veramente poco, non è il mio, nel senso che ci sto ma ci sto da straniero, da visitatore ecco.

Un tema su cui si discute molto recentemente è la conservazione della street art. Tu essendo sia artista che restauratore sei doppiamente coinvolto in questo dibattito: qual è la tua opinione in merito?
Sono tristemente doppiamente coinvolto, perché in realtà non dico che ho ripudiato il mondo del restauro, ma non ne conservo esperienze meravigliose. Ho studiato restauro in un momento in cui ero molto giovane e cominciavo a fare le prime cose per strada in maniera cosciente di me, quindi l’ho vissuto come una forzatura, perché per me era tempo buttato in cui avrei preferito fare arte. Diciamo che non ho maturato una coscienza da restauratore vera e propria. La mia idea però è che tutto quello che è in strada è della strada, non è più tuo, ed è anche difficile da controllare. Io non ho la pretesa di farlo. Nel senso che quello che faccio è un dono alla strada, e poi sta a chi vive l’opera auto-responsabilizzarsi e riuscire a conservarla, anche se questo non avviene per i monumenti, figurati per una mia opera…

Oltre al vandalismo però ci sono anche altri inevitabili agenti di degrado come quelli atmosferici. Diversi progetti ormai prevedono addirittura fin dall’inizio la partecipazione di restauratori, che ne pensi?
Questo ovviamente è un bene. Poi finché ci sono io a disposizione se mi richiamano sono contento. Ad esempio quattro anni fa ho dipinto al porto di Catania un silos molto grande che nel tempo si è deteriorato, perché molto esposto sul mare. Io me ne sono accorto quest’estate passandoci davanti, ed è stato mio interesse sentire l’organizzatore, perché così l’opera invece che benessere crea degrado, e rischia di diventare controproducente. Invece che un restauro però gli ho proposto di ridipingerlo da zero, di fare un’opera ex novo. Abbiamo tutti un timore sacro dell’arte – e per quello che ormai è storicizzato ha anche un senso – ma nel caso dell’arte urbana da una parte forse si, dall’altra mettere il plexiglass davanti a Banksy mi sembra un po’ una forzatura ecco. A questo punto preferisco Blu che dà una mano di grigio per protesta sui suoi disegni storici e cancella così una pagina di storia dell’arte importantissima, che però continua a vivere nella memoria collettiva.

Ultima domanda di rito: progetti per il futuro?
Sto iniziando a lavorare concettualmente ad una mostra che farò a Roma tra fine 2019 e inizi 2020. Sarà un progetto molto articolato, anche se il gallerista ancora non lo sa. Ho in mente di coinvolgere anche uno scrittore, di far uscire un libro di illustrazioni e racconti legati alle opere. Insomma mi piace molto complicarmi la vita, perché gestire tutti questi piani in contemporanea diventa una fatica improba, però mi piace la multidisciplinarietà, mi diverte e credo che aggiunga sempre qualcosa in più anche per lo spettatore. Oltre a questo progetto che va un po’ a rilento ho anche una serie di lavori con brand e realtà più commerciali diciamo, che è un secondo lavoro ma in realtà anche il primo, perché è quello che mi mantiene in vita in questo momento.

Lei è una cagliaritana doc, ma le sue “bamboline” sono delle vere cittadine del mondo

Alessandra Pulixi meglio nota come la Fille Bertha è una giovane artista cagliaritana che si è spinta anche oltre oceano per le sue meravigliose ed affascinanti creazioni artistiche.
Dalla psicologia all’arte passando per i murales per arrivare poi sulle passerelle della moda. Oggi abbiamo il piacere di poterla conoscere un po’ meglio e scoprire cosa si cela dietro quelle faccine dagli occhi a mandorla e labbra carnose.

Come hai iniziato la tua carriera?
Ho dipinto sulla carta, sui muri, sul legno, creato delle edizioni di stampe su tessuto, poi su carta; ho collaborato con alcuni negozi e gallerie, ed ho esposto ad alcune mostre. Da lì, piano piano, le cose si sono sviluppate in modo via via crescente, sia sotto il profilo della produzione e della sperimentazione, che sotto il profilo delle commissioni.

Come è nato questo amore per l’arte?
E’ sempre stato presente, che io ricordi. Si è sviluppato e definito nel tempo attraverso varie forme espressive; direi che è cresciuto a partire dall’infanzia e in modo più pregnante dall’adolescenza.

Ti saresti mai aspettata questo grande successo?
Non saprei se definirlo esattamente così, ma ti ringrazio per il termine usato; diciamo che ci ho messo tutta me stessa e che sono molto felice di alcuni “traguardi” che ho raggiunto, e di molti lavori.

Che tecniche utilizzi e perchè queste bamboline?
Disegno con diverse tecniche, dall’inchiostro su carta, al digitale, all’acrilico su tela e su muro. Attraverso l’espressione delle creature che nascono dai miei disegni, sento di riuscire ad esplorare diversi mondi e stati d’animo.

I tuoi prossimi lavori?
Sta per uscire una collezione di pattern, tema giungla e animalier, che ho disegnato per iBlues, brand del gruppo italiano Max Mara. Verrà presto lanciata da loro on line e worldwide; è una PE 2019. Potrete vedere dunque molto presto anche quest’altra collaborazione, meglio non svelare troppo!

Chi sono i soggetti delle tue opere? Perchè hai scelto proprio loro?
Come dicevo sento di riuscire a dialogare bene con le mie creature e i mondi che le circondano. La maggior parte delle volte trovano una loro identità nello stesso momento in cui prendono vita.. altre volte, invece, traggono ispirazione da personaggi realmente esistiti, o attualmente esistenti, oppure da elementi di altro tipo.

Che messaggio vuoi lanciare con le tue opere? e a chi sono rivolte?
Le mie opere non si rivolgono a nessuno in particolare ma a chiunque abbia interesse ad osservarle.

Fra dieci anni come ti vedi?
Non riesco bene ad immaginare come sarò tra dieci anni, spero di poter essere appassionata al mio lavoro, così come lo sono oggi, o anche di più!

Ringrazio Alessandra per la sua immensa disponibilità.
Colgo anche l’occasione per augurarle il meglio per questo fantastico mondo d’arte che è riuscita a costruire e che giorno dopo giorno arricchisce anche le nostre giornate; perché siamo sempre di corsa ma davanti alla Fille Bertha non puoi non fermarti.
Buona fortuna per tutto dolce Alessandra.
Grazie.

PH: albertofeltrin.com

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Vedeteci un po’ quello che volete o quello che vi serve

Non sono qui per presentarvi la solita e banale intervista ad un artista; qui sotto riporto quelle che
sono emozioni e percorsi di vita di Andrea Milia. Ho conosciuto questo artista a Paratissima
Cagliari nel 2018, io facevo parte dello staff tecnico, lui esponeva l’opera che poi l’avrebbe fatto
salire sul palco come vincitore. Un uomo alto che trasportava delle opere davvero pesanti, in
pietra; e ricordo la fatica che fece per fissarle al muro…faceva molto caldo in quel di agosto a
Cagliari.
Pirandello diceva uno, nessuno e centomila; e si perché nella vita siamo tante persone e per
ognuna siamo qualcuno di diverso, ma poi ti imbatti in qualcuno che di te conosce già la storia o
che almeno prova a indirizzarti in quella che sarà la tua strada…visionari, sognatori? No, sono
solo persone che credono in te!.
Qui Andrea ci racconta la sua arte:

Come è nato l’amore per l’arte?
Ricordo che quando ero alle medie il professore di disegno aveva consigliato di mandarmi al liceo
artistico; ma si sa, i genitori poi hanno le loro convinzioni… e così finii iscritto allo scientifico.
“Rido… fu impossibile per me trattenere la risata”
Comunque in famiglia già da piccolo ero “quello che sapeva disegnare”. Non vado a vantare chissà
quale talento innato, insomma non è che fossi un’ enfant prodige; diciamo che avevo una buona
predisposizione. Quello che penso di avere sempre avuto è la voglia di creare, di emergere con
qualcosa che fosse fatto da me. Ci ho provato con la musica e qualche piccola soddisfazione l’ho
avuta; anche se non mi considero un musicista di talento posso dire di essere un discreto paroliere.
Io ho sempre voluto fare l’artista, più che altro non capivo in che modo.

Che tipo di materiale utilizza per le sue opere?
Un giorno, lo ricordo come fosse ieri, ero al secondo anno di accademia, il mio professore di pittura
arrivò a scuola con una sua scultura avvolta in un pezzo di un vecchio tappeto sardo; la svolse e
buttò il tappeto in un angolo. Io gli chiesi se gli serviva; lui mi disse “no”, che se volevo potevo
prenderlo. Presi il tappeto e lo decorai, mi sembra con una specie di danza; Enzo, il professore, mi
guardò e disse: “tu non lo sai ma hai appena fatto quello che farai per tutta la vita”. Penso che in
quell’occasione si sia formato il mio embrione d’artista. Avevo trovato la mia strada, anche se ci
avrei comunque messo del tempo ad affinarla. Dipingere su supporti già decorati, già popolari. Ho
dipinto su tappeti, sulle tende del balcone, su stoffe e su sky, finché alla fine sono arrivato alle
tovaglie cerate ed è nato il concetto delle “Tiallas”, che in sardo vuol dire appunto tovaglie.
Poi c’è l’altro mio amore: la pietra. Oltre che “pittore di tovaglie” sono anche “incisore di granito”.
Con la pietra è stato amore al primo tocco; e tocco dopo tocco quella che era una bella amicizia è
diventata anche una fantastica collaborazione. Devo molto agli amici della GRA. MAR. che per
anni mi hanno fornito le pietre permettendomi di affinare le tecniche e la fantasia su questo
bellissimo materiale. Una delle cose su cui lavoriamo da anni sono i quadri di pietra; uno dei miei
sogni è di presentare una mostra di quadri alla fiera del marmo, in un ambiente dove quando si parla
di arte immancabilmente si va a pensare alla scultura.

Arazzi come è nata?
Non per caso, niente nasce per caso. Ogni cosa ha una storia e ogni storia comincia da prima di
quando noi iniziamo a raccontarla. Tanto per capirci l’idea di disegnare degli arazzi piuttosto che un
altro qualsiasi soggetto nasce da un articolo che ho letto forse online, non ricordo. Parlava del fatto
che la tradizione dell’arazzo in Sardegna sta andando via via perdendosi nel tempo, che le ragazze
moderne non sono più interessate a impararne le tecniche, che l’arazzo sembra destinato a diventare
un concetto da museo dell’artigianato. Allora ho pensato di disegnare arazzi per poter parlare di
quest’argomento, per portare l’attenzione su questo discorso, per parlare della mia terra e difenderne
le tradizioni. Ma non credo si riduca a questo. Un artista non fa politica, l’artista è egoista, nelle sue
opere parla di se. L’artista è introspettivo. Io sono sempre stato affascinato dalle trame. La casa di
fianco alla mia era ornata da un grande ago che pareva cucirne il tetto, solo dopo anni ho scoperto
che quell’ago che con gli amici cercavamo di colpire col pallone era un opera di Maria Lai; solo
dopo che già conoscevo e apprezzavo il lavoro di Maria ho scoperto di essere cresciuto sotto una
sua opera. Forse in realtà gli arazzi nascono da quell’ago.

Come è venuto fuori l’artista che c’è in lei? Qualcuno ha scoperto
il suo talento o si è fatto lei promotore di se stesso?
C’è sempre qualcuno che ti dice che sei bravo; va bene avere la testa dura ma se non ti fanno un
complimento magari è meglio cambiare strada. I complimenti, o meglio, le critiche , sia positive che
negative sono il sale e il miele per l’artista. Io ne ho avuti anche tanti di complimenti, ma più che
altro le persone mi facevano notare che avevo delle idee particolari. Mia madre in primis era sempre
affascinata dai miei lavori, anche se da madre temeva per il mio futuro e non riusciva a essere
totalmente incoraggiante verso una strada così incerta. Il successo è un po’ come le disgrazie, si
pensa che possano capitare solo agli altri.
C’è però una persona che non ringrazierò mai abbastanza, una professoressa di disegno che era
venuta a farci supplenza al liceo; il nostro professore si era assentato per un lungo periodo e Giulia
ci fece supplenza praticamente per tutto l’anno; fu lei a convincermi che dovevo fare l’accademia.
Così una volta diplomato mi sono iscritto in lettere, ma solo per seguire i corsi di storia dell’arte e
nel frattempo andavo all’artistico come visitatore nella classe di Giulia, che nel frattempo aveva
avuto la cattedra, per colmare le lacune che avevo nelle tecniche del disegno.
Non posso poi non citare la mitica Brunetta, che molti conoscono a Cagliari perché proprietaria di
una galleria che aveva sede a Pula nei mesi estivi e a Cagliari, nel quartiere di castello, in quelli
invernali. Brunetta è stata la prima a esporre le mie opere, a comprarmele e venderle, mi vuole bene
come un figlio e ha creduto in me dalla prima volta che ha visto i miei quadri.
Comunque penso di non dover niente a nessuno, quello che faccio è quello che devo fare. E’ quello
che il mondo mi ha messo a disposizione e io cerco di farne il miglior uso possibile.

Che messaggio vuole lanciare con le sue opere?
Non cerco di lanciare un messaggio. Non salverò ne il mondo ne l’arte con le mie opere, semmai
sarà il contrario. Ho sempre visto con terrore l’ipotesi di fare altro, di stare alle dipendenze, di avere
orari imposti. Per me creare è viscerale. Fare l’artista è un lavoro a tempo pieno, lo fai anche quando
dormi. Penso che creare sia importantissimo, il mondo ha sempre bisogno di andare avanti, di
evolvere; c’è bisogno di innovazione. L’arte è l’antiruggine della storia. E molto spesso è capitato
che il peso di un artista si sia sentito a molti anni di distanza dal suo operato, quindi penso che si
debba creare senza porsi troppe domande. L’artista è solo uno che ha il dono della creazione; e
come noi abbiamo il libero arbitrio penso che un’opera debba essere lasciata libera di trasmettere.
Per questo l’arte va esposta, deve essere mostrata, le risposte sono negli occhi di chi guarda; perché
l’arte non da risposte, pone domande.

L’arte serve per comunicare?
Questa domanda è più complessa di quanto non sembri. Non è che l’arte serve per comunicare, è
che l’arte comunica. Quando un artista crea un’opera questa poi vive di vita propria. L’artista può
anche pensare di comunicare qualcosa, e non è detto che non ci riesca, ma l’opera potrebbe avere
molto altro da dire. Ogni persona che guarda quell’opera guarda un opera diversa. Se noi siamo uno,
nessuno, centomila, un’opera d’arte dovrebbe essere uno, nessuno, centomilioni o centomiliardi.
Penso sia più adatto il termine “trasmettere”; l’arte trasmette un sacco di cose: se vuoi comunicare
basta scrivere una lettera, per trasmettere devi scrivere un romanzo.

Si può vivere di sola arte?
Certo che si può, basta che te la comprino. A parte gli scherzi non è facile. Avere la garanzia di
vendere le opere sarebbe una gran cosa, comunque al momento ho smesso di cercare secondi lavori,
ho aperto uno studio e cerco di tirare la carretta spaziando in tanti campi, dall’oggettistica all’edilizia;
faccio anche i biglietti d’auguri e costruisco cornici, tutto sempre col mio stile.
Vivere di sola arte è come vivere di sola musica, o di solo sport; non è per tutti. Non basta essere
bravi, si sa, nella vita ci vuole anche altro. Però si può vivere del proprio talento e della propria
fantasia, bisogna capire come renderli utili e, soprattutto, accessibili agli altri.

Esiste una sua opera che le ha dato particolarmente orgoglio
esponendola nelle varie mostre cui ha partecipato?
Sicuramente “Iostu”, il primo arazzo di pietra. Anzi, bugia, il secondo; il primo l’ho venduto. E’
l’opera che ho mandato lo scorso anno per la selezione di “Paratissima Cagliari”. Mi piacciono le
mie opere e credo nella mia ricerca ma cerco sempre di guardarle con debita distanza per non
esaltarmi troppo; ho imparato per esperienza che le aspettative sono come il manico del coltello e le
delusioni sono come lame, ma una lama senza il manico può fare meno danni. Comunque dalla
direzione mi mandano una mail informandomi che la direttrice artistica dell’evento, Simonetta
Pavanello, ha apprezzato l’opera già dalla foto, prima ancora di averla vista dal vivo, tanto da
chiedermi se ne avevo altre della stessa serie. Come dissi loro non ne avevo, ma avevo già in mente
un progetto sugli arazzi, quindi dissi che le potevo creare. In un mese ho creato altri cinque arazzi,
per un totale di sei, con cui ho al fine partecipato a Paratissima e che mi hanno fatto vincere uno dei
premi N.I.C.E. permettendomi così di esporre a Paratissima Torino, che si è poi rivelata una
fantastica esperienza.

Dove vorrebbe veder esposte le sue opere?
Dove vorresti veder correre un cavallo? Un cavallo al galoppo è sempre bello da vedere. Le vorrei
vedere dovunque le mie opere: nelle case, nelle piazze, sulle mura dei palazzi, nei ristoranti, nei
musei; non sta a me decidere, non son contro o a favore di nulla. Quando qualcuno compra un’opera
conclude un percorso che parte dalla creazione di questa; da quel momento l’opera fa parte del
mondo e seguirà la sua strada. Se vai a Barcellona puoi pagare l’ingresso al museo di Picasso ma
puoi anche fermarti per strada e sederti su una panchina che è un’opera di Gaudì. Questo somiglia
molto al mondo che vorrei; lo vorrei solo con un po più di opere mie.

Artisti del passato…si ispira a qualcuno?
Uno dei consigli migliori che ho ricevuto in vita e che non dimenticherò mai è stato: “se vuoi fare
l’artista non copiare mai niente, ma ruba tutto”. L’artista è un ladro sopraffino, ruba idee, stile,
concetti; nulla si crea dal nulla. Facciamo parte di una storia antica, siamo l’ultima maglia di una
trama eterna e per capire chi sei devi capire da dove vieni. Io vengo sicuramente da una pittura
decorativa e se devo dirne uno è sicuramente Matisse. Su Matisse doveva essere la mia tesi in
pittura, che poi fu “spostata” in pedagogia. Da Matisse ho “rubato” le prime figure di quello che poi
si sarebbe sviluppato in un mio stile personale. Matisse è stato il mio Big Bang. E poi Picasso, Van
Gogh, Dalì, Maria Lai, i quadri dell’epoca bizantina, le decorazioni messicane, sarde, greche; i
fumetti di Pazienza e quelli di Bunker, Charlie Brown e quel gran genio di Walt Disney. Oggi mi
ispiro a tutto e a niente; sono tutti ingredienti del mio minestrone che intanto girano in pentola, fino
a quando io stesso sarò diventato un ingrediente del minestrone di qualcun’ altro.

Dietro un grande artista c’è sempre dietro….?
Un vuoto, qualcosa da colmare. La grande arte è sempre introspettiva e per poter andare così a
fondo ci deve essere terreno da scavare. Le nostre esperienze, le nostre emozioni, sono come gli
strati della terra; l’artista e pari a uno che scava un tunnel con un cucchiaio, come Andy Dufresne
che finisce in un tunnel di merda per poi uscirne pulito. L’arte non è psicologia ma sull’arte si fa
psicologia. La media della gente o convive con i propri fantasmi o li fa analizzare o magari li
affronta. L’artista gli crea un mare dove possono nuotare liberamente confondendosi con tutte le
altre cose della vita come fossero pesci. Dietro ogni artista c’è più di un vuoto, c’è il suo e quello di
tutti gli altri; perché il compito dell’artista è quello di dare forma alle cose, a quelle fisiche e a quelle
della mente, al buio e alla luce. Piero Della Francesca cercava di dipingere la luce ma il più
moderno dei pittori antichi resta Caravaggio che cercava di dipingere il buio e la polvere. Il pittore
dipinge quello che vede, l’artista cerca di dipingere ciò che non riesce a vedere. Un’opera d’arte non
è mai solo quello che rappresenta.

Ringrazio Andrea per la sua immensa disponibilità e voglia di farsi conoscere; di aver condiviso con
noi episodi di vita e averci fatto sorridere.

A quell’eterno ragazzo
che capì l’arte prima ancora di capire se stesso
che rubò, ma senza mai copiare
che le tradizioni sono tradizioni e vanno portate avanti
che i classici insegnano ma il progresso è avanti
che ascoltò,che ricorda e ringrazia tutti coloro hanno creduto in lui.
Buona Fortuna.

Trovate l’Artista dal 16 al 28 febbraio in mostra a Bologna presso la galleria Wikiarte in via San
Felice 18, la mostra si chiama “OLTRE”.
Al momento ho 18 quadri in esposizione presso il ristorante ADA in San Sperate (CA), la mostra si
chiama immancabilmente “TIALLAS” e sarà visibile sino a tutto febbraio

Paolo Picozza. Cavalcare lo spazio

L’Accademia di Belle Arti di Roma ospita fino al prossimo 13 febbraio, all’interno della Sala Colleoni, la mostra Cavalcare lo spazio, dedicata alle opere di Paolo Picozza.

L’esposizione è il risultato di un lavoro di squadra che ha visto la collaborazione tra gli studenti dell’Accademia e l’Associazione Paolo Picozza, rappresentata dalla sorella dell’artista, Maria Pia. Il progetto espositivo ruota intorno alla produzione realizzata nella sua ultima fase di vita: si tratta di nove grandi tele e otto opere su carta, selezionate da 13 studenti del corso di Allestimento Spazi Espositivi della docente Giuliana Stella, durante un workshop condotto da Jonathan Turner. I giovani si sono occupati dell’intero processo, dall’allestimento delle opere alla realizzazione della grafica e del materiale promozionale, oltre che del catalogo che verrà pubblicato al termine della mostra. Tutto ciò ha offerto la possibilità di creare una grande sinergia tra il lavoro di Picozza, ex studente dell’Accademia, e le nuove leve che si approcciano al mondo dell’arte nella stessa sede.

L’artista (1970-2010), originario di Latina, inizia a realizzare le prime personali dal 1994 (suo ultimo anno del corso di Pittura), presso la Galleria romana Al Ferro di Cavallo e alla Kunsthaus Tacheles di Berlino, per poi proseguire con una serie di mostre internazionali. La sua ascesa viene purtroppo interrotta dalla morte improvvisa avvenuta nel 2010; tra anni dopo il MACRO di Roma gli dedica una retrospettiva a cura di Achille Bonito Oliva.

Nel 2017 l’Accademia di Belle Arti gli rende omaggio a sua volta con la creazione del Premio Paolo Picozza, la cui prima edizione è stata vinta dalla studentessa Claudia Roma. E’ infatti il suo lavoro intitolato Viandante a chiudere il percorso espositivo di questa mostra; si tratta di un’opera grafica su carta che riporta i cambiamenti di luminosità studiati dalla giovane nell’arco di 24 giorni, fino alla loro trasformazione finale in paesaggio ghiacciato. Uno studio della luce che si pone coerentemente in linea con i lavoro di Picozza, che prediligeva soggetti legati al paesaggio, sia naturale che urbano. I suoi quadri erano realizzati con materiali sintetici, industriali, come il bitume o gli smalti, applicati sulla tela tramite una gestualità forte ed espressiva, per larghe campiture orizzontali. Tonalità scure, come il grigio e il marrone, dialogano con bianchi accecanti di neve e neri scuri di profondità, illuminati da fiamme di rosso, in una poesia della terra e delle sue innumerevoli sfumature e manifestazioni.

Accademia di Belle Arti di Roma, Sala Colleoni
Via di Ripetta, 222 – Roma
dal lunedì al sabato dalle 10:00 alle 18:00
ingresso gratuito