Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Figlia del Mondo, ma con cuore giapponese

Nella vita potrai vivere ovunque, chiamare casa posti che non avresti mai pensato; ma alla fine la vera casa dove abiterà il tuo cuore sarà sempre una: la tua terra d’origine. Così ha fatto Asako Hishiki, artista giapponese ma di adozione Italiana. Trasferitasi a Bologna all’età di 23 anni, questa giovane artista conquista il pubblico con le sue opere che richiamano l’oriente. Quell’oriente fiabesco che trasmette la calma, la riflessine e l’amore per la natura circostante. Abbiamo il piacere di intervistarla e conoscere un po’ meglio la sua persona.

Cosa raccontano le tue opere?
«Nelle mie opere sono sempre presenti soggetti della natura: acqua, alberi e uccelli. Sono cresciuta vicino a dei laghi e da piccola mi piaceva molto andare ad ammirare quella magnificenza, quel tripudio di colori che regalava i passare delle stagioni; in Giappone il cambiamento stagionale avviene in modo molto graduale. I colori si mescolano l’un l’altro e danno vita a sfumature meravigliose, forse così è nato il mio amore per il colore e di conseguenza per l’arte.»

A chi sono rivolte le tue opere?
«Le mie opere sono rivolte a chi vuole evadere. Evadere dalla quotidianità… staccare per un momento la spina, rilassarsi e non dover pensare a nulla.»

Lavori sempre nello stesso posto fisico?
«Si. Lavoro sempre nel mio studio, ora a Monza, mi piace stare tranquilla. Ad aprile, però, andrò a fare una residenza artistica a Reggio Emilia; sono molto curiosa e non so cosa aspettarmi da questa nuova esperienza, sono molto impaziente.»

C’è un legame tra le tue opere e la tua terra natia?
«In realtà no. Tutti mi dicono che le mie opere fanno sentire molto l’oriente, l’arte giapponese; ma io non l’ho mai studiata. Non so il perché di questo, a mio parere ho sempre seguito, e continuo a farlo, l’arte occidentale. Avrò assorbito l’arte Giapponese senza essermi resa conto di ciò. Ogni parere del pubblico per me è sempre una nuova sorpresa»

Si può vivere facendo arte?
«È difficile vivere solo facendo mostre e vendendo le tue opere. Io evado un po’, ma cerco sempre qualcosa che sia collegato all’arte»

Che altro lavoro avresti voluto fare se non l’artista?
«Se non fossi diventata un’artista che è la mia più grande soddisfazione, avrei voluto fare l’archeologa. L’antico mi affascina e scoprire ciò che si cela dietro l’arte mi attira molto»

Chi è il tuo artista preferito?
«Shiko Munakana 棟方志功(1907-1975) è una grande artista e incisore della xilografia giapponese. Ho voluto lavorale con la tecnica Xilografia giapponese perché mi hanno fatto affascinato molto i simboli creati col legno e stampati sulla carta giapponese.»

E un artista che ti ha ispirato chi è?
«Claudio Parmiggiani. Da lui ho preso molta ispirazione; le sue opere raccontano di antiche memorie e lunghi silenzi.»

Leggerezza, dovremmo prendere la vita con più leggerezza, come gli uccelli rappresentati nelle opere di Asako… che forse mirano al Giappone.
Con il miglior augurio per tutto Asako.

SEMIdei: il seme dell’arte germoglia a Roma

“Dove la natura non sparge il seme, invano ha arato l’arte”, recita il proverbio. E la curatrice e gli artisti protagonisti della mostra SEMIdei, che inaugurerà il prossimo 22 gennaio alla Galleria Il Laboratorio di Roma, sembrano averlo preso alla lettera.

La mostra è incentrata infatti proprio sul tema dei semi: elementi piccoli e all’apparenza insignificanti, ma portatori di un’enorme forza creatrice. Agenti di vita e rigenerazione, capaci di contenere in sé passato e futuro allo stesso tempo. E come scrive la curatrice Roberta Melasecca nel testo di accompagnamento alla mostra “i semi non sono solo quelli materiali, ma le radici da cui traggono origine le capacità umane di indagare, pensare ed esperire, quelle capacità di relazioni e connessioni che generano comunità e diventano i presupposti di speranze concrete, quelle capacità che ci avvicinano al divino e all’universo che è in noi”.
Gli artisti in mostra, Alberta Piazza e Sergio Vecia, hanno elaborato il tema secondo il proprio stile e le proprie attitudini creative, fotografando o trasportando direttamente all’interno dell’opera una grande varietà di semi.

Le opere esposte da Alberta Piazza – artista veneziana che vive e lavora tra Roma e l’Umbria – sono dipinti fortemente materici, la cui tridimensionalità è data soprattutto dall’applicazione di elementi naturali direttamente sul supporto (all’interno di grandi campiture di colori evocativi, che richiamano la terra e la natura incontaminata). Sono opere che contengono in sé qualcosa di primordiale, un senso di profondo contatto con la natura, e sembrano quasi frutto di una qualche cerimonia magica o rito sciamanico.

Sergio Vecia – artista e fotoreporter romano – fotografa invece elementi naturali che, isolati dal loro contesto, appaiono come forme di vita o oggetti provenienti da un altro pianeta. Semplici semi si trasformano attraverso il suo obiettivo in mitologici mostri marini, strane galassie e astronavi o curiosi animali mai visti prima, ricordando il divertente Herbarium del catalano Joan Fontcuberta e ponendosi quasi come una versione aggiornata del celeberrimo Urformen der Kunst di Karl Blossfeldt.

SEMIdei è il primo “raccolto” del 2019 del progetto Interno 14 Next, non ci resta che attendere per sapere cos’altro semineranno.

SEMIdei/ Alberta Piazza e Sergio Vecia
Dal 22 al 27 gennaio 2019
Inaugurazione 22 gennaio 2019 ore 17.00
Galleria Il Laboratorio
Via del Moro 49 – Roma

L’arte di smuovere l’anima

Sempre più spesso ci si imbatte nelle sue scritte, nelle sue opere che danno vita a quei muri spogli. Il più delle volte si incontrano nelle strade a scorrimento veloce, nelle scuole o vicino ai monumenti simbolo delle maggiori città. Spunti, riflessioni, emozioni, speranza, positività; sono tante le emozioni che questo tipo di street art trasmette. Autore di queste opere è lui: Manu Invisible.

Nato a Cagliari, la sua identità è un mistero. Sono poche le persone che possono dire di averlo visto all’opera, poiché il più delle volte lavora la notte. Maschera sul viso, quasi a voler separare la vita da artista da quella privata.Oggi abbiamo il piacere di intervistarlo e conoscere un po’ meglio quello che la sua maschera nera cela.

Cosa ti ha spinto a fare arte?
«Inizialmente pura passione, poi sacrificio, tempo ed esperienza. È diventato poi un lavoro, faticoso come qualsiasi lavoro.»

Le tue opere sono rivolte ad un pubblico ben preciso?
«Le mie opere toccano i più deboli, ma anche i più forti che hanno un briciolo di debolezza. Essendo ubicate in strade a scorrimento veloce vengono viste da chiunque, dal camionista al bambino che si affaccia dal finestrino e questo per me è un’immensa gratificazione, significa che la mia arte comunica a uno spettro molto ampio di persone ed è quello che mi interessa maggiormente.»

C’è un legame tra le tue opere e il luogo in cui sei nato?
«La Sardegna, la mia terra natia, è tutt’ora un legame molto forte; sono molto fiero di esserne la figura di riferimento nel mondo.»

Gli domando e chiedo se nella vita avesse potuto fare altro se non l’artista.
«Assolutamente no! Ho sempre voluto fare arte, l’ho sempre pensato molto testardamente, anche quando attorno avevo solo persone che dicevano fosse una cosa impossibile.»

Hai una tua opera personale preferita? In quale città si trova?
«Ne ho molte, le esperienze internazionali: Francia, Londra, Bratislava, sono state esperienze e di conseguenza opere di cui ho un legame molto forte.»

Ritroviamo la tua arte in varie città, ma c’è una particolare città cui vorresti lasciare la tua firma?
«Vorrei e probabilmente ci riuscirò nel 2019: Africa, America ed Australia.»

C’è un messaggio che vuoi trasmettere con le tue opere?
«Le opere che realizzo partono tutte da parole positive, quelle che non lo sono mandano sempre dei messaggi costruttivi e positivi, sopratutto per la società e i più giovani. In una società dove i valori sono solo un lontano miraggio.»

Immediatezza, fruibilità e colori: questa è la street art. Arte del vivere quotidiano che abbraccia tutte le età.

Jackson Pollock. Come si è giunti al successo di Stenographic Figure

New York, primavera del 1943. Ci troviamo alla galleria Art of This Century di fronte a un’opera intitolata Stenographic Figure, un dipinto scelto da Peggy Guggenheim, una creazione che è stata celebrata dall’olandese Piet Mondrian come «l’opera più interessante vista in America». Ma chi è l’autore che sembra aver amalgamato Picasso e Mirò, che ha riscosso un notevole successo fra buona parte della critica? Si tratta di Jackson Pollock (1912 – 1956), l’uomo che poi sarà ribattezzato come Padre dell’Action Painting, artista americano fra i più importanti del XX secolo.

Cosa può aver influenzato Pollock fino a farlo diventare il grande artista che tutti conosciamo e che quella primavera del ’43, con Stenographic Figure, ha incantato i critici? Come è stato possibile che tutte quelle tele prodotte da questo umile uomo siano diventate delle arene d’azione simili a quelle in cui combattevano gli antichi gladiatori glorificati dal clamore del popolo?

Indubbiamente, ad aver influito sulla personalità dell’artista, fin da quando era solo un bambino, troviamo la madre, Stella. Pollock crebbe all’interno di una famiglia matriarcale, ove la donna a capo della famiglia risultò essere oppressiva, esigente e molto protettiva verso figli, in particolar modo nei confronti di Jackson, l’ultimo della famiglia. L’atteggiamento nevrotico della madre venne riversato dall’artista in molti dipinti, manifestando così la propria personalità frustrata, con un carattere volubile, introverso e caratterizzato da attacchi di collera.

Durante il periodo della prima adolescenza osserviamo come l’infatuazione per le dottrine di Jiddu Krishnamurti, mistico indù secondo il quale la scoperta e la coscienza di sé fossero il mezzo per il raggiungimento della felicità, abbiano profondamente colpito la sensibilità di Pollock; da questo momento egli sceglie l’arte come la via adatta per condurlo a scoprire sé stesso.

Dovranno passare ancora alcuni anni affinché l’arte di Pollock possa sbocciare veramente. Alla fine degli anni ’30, in seguito al ricovero per problemi legati all’alcool, l’artista cominciò a riempire quaderni con disegni e schizzi aventi uno sfondo psicosessuale. In questo modo finalmente Pollock riuscì a mettere in luce la propria personalità disgregata e lo fece approcciandosi all’arte surrealista e astratta. Per continuare a ricomporre i pezzi della sua vita Pollock si affidò a uno psicanalista junghiano, il quale riuscì a convincere l’artista che il mezzo migliore per esprimere le paure dell’inconscio fosse proprio l’arte, in particolar modo lo esorta a esprimerle con una serie di disegni surrealisti. Ciò rappresentò un successo nella vita di Pollock in quanto quei disegni catturarono l’attenzione di John Graham, uno dei sovrintendenti del Metropolitan Museum of Art, che non solo amava l’arte primitiva ma riteneva che le creazioni di Pollock fossero la rivelazione di una incredibile sintonia tra verità mistiche, e non, e la realtà terrena.

Fu proprio John Graham, nel 1941, a presentare Pollock a Lee Krasner, sua futura moglie, ma soprattutto colei che riuscì a fargli ottenere un certo rilievo nell’universo artistico e culturale di New York, ove nel 1943 incontrò Peggy Guggenheim, la collezionista che volle proprio Stenographic Figure per l’apertura della galleria Art of This Century e che allestì la prima personale di Pollock nel novembre del ’43. La critica impazzì per Pollock, tanto che nel New York Times venne scritto che l’artista possedeva un talento vulcanico.

Ennio Calabria. Verso il tempo dell’essere. Opere 1958-2018

Le sale di Palazzo Cipolla ospiteranno, fino al prossimo 27 gennaio, una grande mostra antologica dedicata all’artista Ennio Calabria, promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale e realizzata da POEMA, in collaborazione con l’Archivio Calabria e con Civita Mostre.

Ennio Calabria. Verso il tempo dell’essere. Opere 1958-2018, a cura di Gabriele Simongini, include circa 80 opere che ripercorrono l’intera parabola creativa di questo pittore, che esordì nel 1958 presso la Galleria La Feluca di Roma, nonché alcune sue creazioni inedite realizzate proprio per questo evento. Il percorso espositivo presenta inoltre vari documentari e filmati a lui dedicati, come il videoclip realizzato da Raffaele Simongini, nel quale sarà l’artista stesso a presentarsi e ad accogliere i visitatori del museo.

Ennio Calabria ritiene che la sua pittura oggi si deve porre come qualcosa che si sente, non come qualcosa che si capisce. La sua produzione, sin dalle prime opere, si può decisamente definire come una pittura di storia, tesa a interpretare le trasformazioni e i passaggi che hanno interessato l’umanità in quest’ultima metà del secolo, rivelando spesso, attraverso le immagini e i colori scelti dall’artista, una visione quasi profetica.

L’artista romano è infatti da sempre testimone lucido e cosciente dei mutamenti attraversati dalla nostra società, il cui sviluppo spesso non coincide con quello che si ritiene il progresso in senso letterale, ma che anzi al contrario diventa in più occasioni evidenza tangibile di una regressione morale e sociale dell’individuo, sia che esso agisca come singolo che come gruppo.

Tra le opere più note che sarà possibile ammirare ricordiamo La città che scende del 1963 e i Funerali di Togliatti del 1965, oltre che diversi autoritratti e a cinque tele inedite realizzate in questi ultimi mesi. La mostra è accompagnata da un catalogo, edito da Silvana Editoriale, che contiene al suo interno un’intervista all’artista realizzata da Marco Bussagli e i testi del curatore e del Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, Presidente della Fondazione e principale fautore di questa mostra, come si evince dalle sue parole: “Ennio Calabria ha traghettato il figurativismo italiano ed europeo dal secolo scorso ad oggi, imponendosi come un protagonista assoluto sempre in linea con il suo tempo. Dalle opere di questo artista – cui sono particolarmente lieto di dedicare un’antologica così ricca e completa come quella che qui presentiamo – promanano un’energia ed una vitalità che sono specchio del suo approccio critico ed appassionato al mondo che lo circonda, atteggiamento che sfocia in una ricerca a tutto tondo sulla condizione esistenziale dell’individuo contemporaneo e sulle dinamiche di un’epoca in perenne evoluzione”.

Palazzo Cipolla
Via del Corso, 320 – Roma
dal 20 novembre 2018 al 27 gennaio 2019
Tutti i giorni, escluso il lunedì, dalle ore 10 alle ore 20
www.fondazioneterzopilastrointernazionale.it

Difendete i colori, la mostra personale di Truman

Difendete i colori è la mostra organizzata dall’Associazione Artecrazia che ha chiuso il 2018 con grande innovazione e popolarità. Colori e geometrie pure animano la mostra sita presso la Sala mostre temporanee della Cittadella dei Musei, creando un’atmosfera fresca e ospitale incantandoci e facendoci sentire parte integrante delle emozioni che legano ogni opera l’una all’altra. L’artista Francesco Truman Mameli ci racconta.

Truman, da cosa nasce questo tag?
In realtà non se sono più così tanto sicuro. Credo sia nato, per gioco, quando alcuni miei cari amici stavano guardando il film Armageddon (credo ci fosse un personaggio chiamato Truman). Ormai è da almeno metà della mia vita che me lo porto appresso. Credo che alcuni non conoscano nemmeno il mio vero nome.

Caro Truman, ti va di raccontarci quando e come ti sei accorto che doveva iniziare la tua vita da artista?
Anche questo per caso. Ho sempre disegnato, in realtà, però ho iniziato a dedicarmi a pennelli e tele solo nel 2011, grazie soprattutto all’influenza di mio nonno e mio padre (entrambi dipingevano). Nel 2012 ho aperto la mia pagina FB dove ho iniziato a pubblicare i miei disegni e, con mio grande stupore, ho anche iniziato a venderli.

Le tue opere trasmettono una forte positività, soprattutto per la grande quantità di colori, c’è un particolare messaggio che vorresti comunicare a chi osserva?
Dipende dal dipinto, ovviamente. Certo è che ogni volta che disegno cerco di metterci qualcosa di mio e, talvolta, il significato dei dipinti è fortemente influenzato dal mio stato d’animo del momento. È una cosa che mi rilassa molto, di conseguenza credo che questo senso di benessere si manifesti spesso nelle mie opere.

Hai una particolare fonte di ispirazione quando lavori?
In generale non mi ispiro a artisti in particolare. Ammiro molto il lavoro di artisti sardi come Crisa e Tellas e, ovviamente, visito spesso Musei e gallerie in tutta Italia e Europa uscendone ogni volta arricchito e ispirato. Credo, comunque, che la mia ispirazione più grande sia la musica. Raramente disegno senza un sottofondo musicale e, generalmente, questo influenza il lavoro.

Un buon risultato per la tua prima personale “Difendete i colori” soddisfatto?
Sono davvero molto soddisfatto e mi sento di ringraziare, anche qui, Giacomo Dessí che ha curato la mostra, Antonio Giorri che si è occupato del catalogo, Elisabetta che ha portato avanti un fantastico lab per i bambini e le tante persone che mi hanno aiutato a portare avanti questa mostra, collaborando attivamente e prestandomi i dipinti esposti. Grazie a tutti!

Tra le diverse tecniche delle opere esposte, qual’ é quella che preferisci? (intendo tra dipinti e immagini realizzate al computer)
preferisco di gran lunga i dipinti. Ovviamente l’acrilico, a mio modo di vedere, è la tecnica ideale per il mio modo di disegnare. Anche se ho iniziato con l’olio…

Una tua opera che, secondo te, meglio rispecchi la tua personalità?
Difficile da dire. Credo che in tutte le Bidde ci sia tanto di me, anche se sembrano solo casette. È difficile da spiegare: per questo ti allego quanto scritto qualche anno fa, rispetto alla mia produzione, dalla scrittrice e poetessa Paola Alcioni che, a mio modo di vedere, a compreso davvero quanto c’È dietro quei disegni e ovviamente usa le parole meglio di me.

“[…] Dietro quelle finestre, c’è un mucchio di gente che si incontra. Non mi sembra di ricordare persone fuori da quelle case: sono tutte dentro e stanno facendo qualcosa che va al di là della piazza e dei proclami, qualcosa che ha molto a che fare con la quiete domestica, con la costruzione minima della propria vita e della propria comunità[…].

Progetti per il futuro?
Spero di fare altre mostre come questa, magari girando per la Sardegna e avvicinandomi a quelle ‘bidde’, a quei paesi che tanto caratterizzano l’isola e tanto influenzano la mia produzione.

Come ti descriveresti in sole tre parole?
In questo momento della mia vita? Paziente, confuso e… abbastanza alto!

Arte africana ed eccellenze tricolore, il successo di Art Basel Miami Beach 2018

Si tirano le somme e si riordinano i pensieri ad ormai più di una settimana dalla fine di una delle fiere più frequentate dal mondo dell’arte contemporanea, Art Basel.

Si sa, Miami è da sempre meta prediletta di turisti, amateur e professionisti del campo che per l’occasione non si lasciano sfuggire la possibilità di unire svago, lavoro e ricerca in un clima mite e tropicale. Quest’anno però, a parere anche delle gallerie locali, il numero di collezionisti è andato leggermente scemando rispetto a qualche anno fa, lasciando dunque una sorta di insoddisfazione generale nell’ambito delle vendite. A livello di proposta artistica, invece, è stato un successo dalle sfumature tutte italiane dove all’interno dell’imponente struttura dell’appena ristrutturato Miami Convention Center, tra i 268 espositori dedicati alle gallerie internazionali e non, si sono susseguiti alcuni nomi di eccellenze nostrane: da Francesco Vezzoli a Paola Pivi, passando per Michelangelo Pistoletto, Giuseppe Penone e Lucio Fontana.

Molto interessanti anche le proposte presentate da alcune delle gallerie italiane più affascinanti, prima fra tutte la Galleria Massimo de Carlo, acclamata come migliore galleria straniera, che oltre a presentare una selezione prestigiosa di opere tra cui Carsten Höller, ha proposto un folto corpus di opere di Paola Pivi, che ha chiuso con successo con la vendita della serie di Call Me Anything You Want del 2013 al The Bass, museo di arte contemporanea di Miami Beach che ospita fino a marzo una sua personale. Una menzione speciale va alla Galleria Franco Noero, con alcune delle sue punte di diamante come Vezzoli e Lara Favaretto, così come Magazzino con una bellissima selezione di sculture di Mangano & Van Rooy e tra le altre, opere di Alessandro Piangiamore, Massimo Bartolini ed Elisabetta Benassi, acquistata dal museo di Philadelphia.

Quest’anno, in particolare, è sembrato essere al centro dell’interesse artistico generale delle gallerie e dei collezionisti i black-figurative painters a cui è stata anche dedicata una mostra presso il Museum of Contemporary Art North Miami. Tra le più interessanti l’artista sudafricana Billie Zangewa, rappresentata da Blank Projects, il cui lavoro è dettato da ritagli di seta grezza messi insieme tramite la tecnica del collage fatto a mano. Zangewa crea composizioni tutte al femminile che mirano a sfidare la stereotipizzazione, l’oggettivizzazione e lo sfruttamento del corpo femminile nero. Sensazione generica che ha predominato durante tutta la fiera, è stata una notevole presenza femminile o meglio di opere femministe, non ultima la parallela inaugurazione di una grande mostra dedicata all’artista femminista attiva dagli anni Sessanta, Judy Chicago presso l’Institute of Contemporary Art (ICA) con base nel Design District di Miami.

Centro focale dell’evento nord americano è stata la splendida performance di Abraham Cruzvillegias, visual artist di origine messicana, meglio conosciuto per il suo lavoro concentrato sul riutilizzo di oggetti trovati nelle vicinanze dei luoghi che ospitano il suo progetto Autorreconstrucción: To Insist, to Insist, to Insist… La performance che ha stregato il pubblico, è una metafora dell’identità: siamo in continua trasformazione e qualsiasi cosa può nascere dal nulla, dal riuso, dall’inutile in una nuova metamorfosi e rivitalizzazione non solo dell’oggetto ma dell’essere in toto.

Una menzione speciale deve essere dedicata alla parallela NADA nel cuore di Downtown, una delle uniche fiere americane prodotte da una fondazione no-profit, dedicata al supporto e alla promozione di nuove eccellenze nell’arte contemporanea globale, in cui unica italiana presente è stata la galleria milanese Clima. Ma per amatori e ricercatori del settore, è stato un altro lo spazio espositivo che ha presentato la proposta più interessanti, lo Sculpture Center di New York che ha presentato la strepitosa opera scultorea realizzata ad hoc per l’evento dall’artista Jesse Wine, un racconto visivo di un sogno che inganna per l’attenzione e la delicatezza del lavoro della ceramica.

Conversation Piece | Part V (Non v’è più bellezza, se non nella lotta). Fino a marzo negli spazi di Fondazione Memmo

“Non v’è più bellezza, se non nella lotta”, così recitava un passaggio del Manifesto del Futurismo, pubblicato da Filippo Tommaso Marinetti nel 1909 su Le Figaro, una presa di posizione controversa e coraggiosa che poneva le basi tra politica e intelletto, dove la libertà stessa dell’artista era manifestazione del sé e della propria interiorità. La rivendicazione di un’autonomia e di una libertà civile e collettiva, è parte fondamentale dell’idea stessa di manifesto che di per sé ed etimologicamente rappresenta ciò che appare, ciò che si palesa in modo ineluttabile alla vista e all’intelletto proprio o altrui.

Con Conversation Piece | Part V, Marcello Smarrelli, ancora una volta, snoda, costruisce, elabora, un racconto che non solo rivisita e rilegge in chiave contemporanea gli spazi della Fondazione Memmo, ma allo stesso tempo valica i confini del passato, ne da nuova voce e nuovi significati. Il progetto, che porta appunto come sottotitolo il brano del Manifesto Futurista in apertura, è parte del ciclo di mostre dedicate agli artisti italiani e stranieri presenti temporaneamente nella capitale.

Il progetto espositivo di quest’anno, mette in relazione alcune opere che seppur diverse per tecnica e approccio, si presentano come eterogenee pratiche di ‘manifesti’ tramite cui vengono indagati concetti quali l’indipendenza, l’autonomia, la libertà costituzionale attraverso l’uso della partecipazione personale e/o collettiva.

Seppur tramite pratiche diverse, i quattro artisti scelti hanno sviluppato su uno stesso filo conduttore, ma personale e soggettivo, l’idea comune di un manifestarsi che è paradigma di una realtà in cui persiste una sottile e stratificata necessità di indipendenza e autonomia. Con una serie di performance caratterizzate da una precisa presenza fisica corporea artistica umana e animale, gli artisti hanno dato una “voce” formale ed estetica a concetti fondamentali come, appunto, la libertà.

Marinella Senatore, con la sua arte partecipata ha trasformato gli spazi esterni ed interni delle ex scuderie di Palazzo Memmo, in un’azione in cui l’idea stessa di collettività ha un approccio sociale e politico connesso inevitabilmente allo sforzo fisico e al coinvolgimento. Julian Rosefeldt (borsista presso l’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo) ha proposto un’esperienza, forse più audace, dove è chiaro il naturale confronto della Galleria l’Attico negli anni Settanta con i dodici cavalli vivi di Kounellis. Se in quel caso, il cavallo, oggetto simbolico e metafora della vita rappresentò un’innovazione per la sua capacità di riuscire ad annullare la distanza tra arte e realtà, nel caso di Rosefeldt il cavallo, simbolo equestre e metafora di autorità, porta e tramanda attraverso dei ricami delle frasi della Costituzione che risuonano ed echeggiano come moniti, obbligando lo spettatore a fermarsi e riflettere. L’eco di questi moniti sembra però risuonare più forte laddove il corpo del cavallo è assente e ciò che ne resta è un drappo ricamato che silenzioso riecheggia nel vuoto della sala. Rebecca Digne (borsista presso l’Accademia di Franci a Roma Villa Medici) tratta di transitorietà e di collettività. Il gesto, performativo o scultoreo, come nel caso dell’antichissima tecnica a cera persa, presuppone una presenza mentale o fisica, rappresentata o immaginata dove l’atto è in perenne trasformazione in un rituale gestuale ben preciso. Infine, l’intervento del duo Invernomuto (Cy Twombly Italian Fellow in Visual Arts presso l’American Academy in Rome), riassume il tentativo di collettività e autonomia attraverso la propagazione e la diffusione alla fine della quale ciò che rimane è sia assenza tangibile che presenza diffusa.

Ed è qui che, forse, il concetto stesso di libertà si alimenta e si ricostituisce di ogni suo aspetto, poiché attraverso il gesto o l’azione, fisica o emotiva, la libertà si emancipa da ogni suo costrutto formale e assume forme che mai si annullano in un continuo diversificarsi.

Conversation Piece | Part V. Non vè più bellezza, se non nella lotta
fino al 24 marzo 2019

Fondazione Memmo
via Fontanella Borghese 56b
Orari: tutti i giorni dalle 11.00 alle 18.00 (martedì chiuso)
Ingresso libero

Ibrahim Ahmed. Burn What Needs To Be Burned

La galleria z2o Sara Zanin Gallery ospita fino al prossimo 1° gennaio la mostra Burn What Needs To Be Burned, prima personale in galleria dell’artista Ibrahim Ahmed.

Nato in Kuwait, vissuto in Bahrain e negli Stati Uniti e ora residente in Egitto (paese di origine dei genitori), l’artista (classe 1984), che ha vissuto in contesti geografici e culturali molto diversi fra loro, affronta spesso nel suo lavoro il tema dell’identità e dei suoi canoni precostituiti all’interno delle varie società d’appartenenza.

In questa mostra ad esempio la sua attenzione si focalizza sul concetto di mascolinità, approfondito dall’artista negli ultimi due anni, su come venga considerato e vissuto da ottiche e mentalità differenti.

L’esposizione è composta da circa cinquanta fotografie e collage fotografici dove Ahmed usa il proprio corpo come schermo su cui proiettare le dinamiche simboliche e di potere associate alla figura maschile. Componenti meccaniche di motori di automobili formano strane creature ibride, metà uomo e metà motore, a simboleggiare la potenza aggressiva e muscolare, nel senso stretto del termine, associata di prassi al sesso maschile, anche detto infatti “sesso forte”, come da copione sociale.

In altre immagini il volto dell’artista appare coperto da maschere, a nascondere la vera identità dell’individuo in favore della rappresentazione di un banale stereotipo, il tutto a discapito di una sincera espressione dell’identità personale.

E ancora collages che mostrano l’artista scomparire nel mezzo di frammenti architettonici, fine polemica indirizzata verso la diffusa concezione – tradizione che l’architetto sia un mestiere destinato al sesso maschile, oppure colto in pose erotizzanti che lo trasformano in un dio antico, virile e sessualmente attraente secondo canoni ormai anacronistici che si rifanno a quella che l’artista definisce “mascolinità coloniale”, dove la virilità va di pari passo all’esercizio del potere sugli altri.

Burn what needs to be burned invita lo spettatore a sviluppare una nuova concezione dell’uomo e della sua energia al di fuori dagli schemi ormai desueti e a tratti risibili del passato, a interrogarsi sulle incongruenze che li caratterizzavano e a cercare un nuovo approccio al passo coi tempi.

 

 

Z2O Sara Zanin Gallery

via della Vetrina 21, Roma

Dal 1 dicembre 2018 al 19 gennaio 2019

www.z2ogalleria.it

Orario di apertura: da martedì a sabato 13:00 – 19:00 (o su appuntamento)

 

L’acqua di Talete. Opere di Josè Molina

E’ in corso presso il Museo Bilotti di Roma la mostra L’acqua di Talete, a cura di Roberto Gramiccia, che presenta una serie di opere dell’artista spagnolo Josè Molina.

Già dal titolo si evince che il tema intorno al quale ruoterà il percorso espositivo sarà quello dell’acqua, elemento primordiale e simbolico, fonte di vita e legato ai più svariati concetti. La scelta è anche un chiaro omaggio ai trascorsi della sede museale ospitante che, ben prima di essere adibita ad Aranciera, ossia verso la fine del Settecento, subì un ampliamento per volere di Marcantonio IV Borghese che la fece diventare il famoso Casino dei giuochi d’acqua, luogo per eventi e feste, famoso per gli effetti scenici destinati a stupire gli invitati.

Molina, che attraverso questa ricerca si vuole riallacciare al pensiero filosofo di Talete da Mileto, che sosteneva che la genesi del cosmo intero fosse scaturita dall’acqua, seleziona un corpus di opere che la vedono protagonista, insieme al rapporto tra uomo e natura. A livello stilistico è chiaro il rimando al mondo del surrealismo, con la presenza di soggetti che sembrano usciti da un sogno che a tratti sfocia nell’incubo o nelle profondità dell’inconscio. Anche le tre sculture presenti in mostra intitolate Io dubito, Io ricordo e Io immagino, sono un invito rivolto allo spettatore ad interrogarsi e indagarsi nella propria interiorità al fine di trovare la sua verità, diversa forse per ciascuno di noi.

Ed ecco che ancora l’acqua viene indagata per approfondire il suo rapporto privilegiato con l’universo femminile, come nei dipinti La prima mattina (2015) e Fiore di mare (2016), o come luogo di genesi e trasformazione, come testimoniano le figure metamorfiche e oniriche rappresentate nelle due opere inedite esposte, raffiguranti due figure ibride: un uomo e una donna immersi nel mare, con al posto delle gambe arti di tricheco il primo e un becco di tucano la seconda.

In mostra dipinti, disegni, sculture; per alcune opere José Molina ha realizzato anche le cornici, in materiali vari, che altro non sono che un naturale prolungamento dell’immagine che racchiudono, contribuendo così ad allargare il piano di interazione con l’osservatore e a rendere più completo il messaggio dell’artista. Completa la mostra, visitabile fino al prossimo 17 febbraio, “Humanitas”, catalogo antologico dell’opera di José Molina che include contributi di Mariella Casile, Francesco Mattana, Deodato Salafia e Federico Scassa.

 

 

Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese

Fino al 17 febbraio 2019

da martedì a venerdì ore 10.00 – 16.00   Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00

Ingresso gratuito alla mostra