Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Mar Hernandez, Lisa Sebestikova e le loro strutture di contenimento. Fino al 31 luglio da White Noise Gallery

Strutture di contenimento è la nuova mostra ospitata negli spazi della galleria White Noise di Roma, a cura di Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti, che vede l’apporto di due artiste, Mar Hernandez, spagnola d’origine, e Lisa Sebestikova, olandese e alla sua prima mostra in Italia, alle prese con un concetto quanto mai attuale: la trasformazione o graduale costruzione di strutture che permettano il controllo o il contenimento di un fenomeno.

In un momento storico eccezionale, la differenza tra contenitore e contenuto sembra, qui, coincidere nella costruzione di strutture, esecutivamente totalmente differenti, che tendono all’esaltazione del vuoto e dell’assenza come comune denominatore di memorie individuali e collettive che si fanno predominanti nella messa in atto di pochi, semplici tratti. Mar Hernandez e Lisa Sebestikova, mettono in mostra due tecniche assolutamente differenti: da una parte fotografie di luoghi abbandonati, dettati da una precedente ricerca storiografica da parte dell’artista, fanno da sfondo a disegni che danno vita ad atmosfere sospese e intime; dall’altra delle strutture in alluminio (utilizzate per garantire stabilità ai monumenti più fragili) contenenti tracce di pietra saponaria che, cadendo dal soffitto, rievocano i Mobiles di Calder, non solo per i moti dinamici che ne caratterizzano il movimento, ma anche per la trasformazione continua che determina un’assenza di forma netta e fluida a favore di una mutazione lenta e continua.

Ciò che unisce la produzione delle artiste è questa riflessione continua e contrapposta tra contenuto e contenitore. Se i disegni di Hernandez presentano il concetto della casa, della dimora come contenitore di una quotidianità fragile e talvolta solitaria; le strutture di Sebestikova, invece, tramite l’assenza di elementi storici o paesaggistici, mettono in risalto la propria capacità di evolversi nelle forme e nelle strutture per poi mutuarsi definitivamente nella loro stessa cancellazione, lasciando solo delle tracce di sé che diventano, poi, nuovi contenitori.

Entrambe le opere sembrano tracce di storie intime o collettive caratterizzate dalla loro capacità di evolversi all’interno di spazi – contenitore come, in questo caso, delle fotografie di interni abbandonati o cinture d’alluminio. Seppur in maniera diversa e con tecniche lontane tra loro, entrambe le artiste riescono a creare una dinamica equilibrata e potente favorendo una riflessione sulla capacità dell’essere umano o delle sue tracce di resistere ai cambiamenti e adeguarsi ad essi trasformandosi o, più semplicemente, esistendo.

La mostra, fruibile fino al 31 luglio, è un racconto dinamico che ci costringe a frenare il vorticoso movimento del quotidiano per osservare i dettagli nascosti. Ogni forma, che sia essa disegnata o recuperata, è un perfetto gioco di equilibrio tra pieni e vuoti, tra positivo e negativo. Tutto, però, tende a confluire verso la necessità di un nido che non solo fa sentire protetti, ma anche dona il tempo per trasformarci e adeguarci alle pretese del tempo.

Mar Hernandez, Lisa Sebestikova. Strutture di contenimento
A cura di Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti
White Noise Gallery
Via della Seggiola 9 – 0018, Roma
Orario: mar/ven, 11 – 19; sab, 16 – 20
Ingresso: libero

Museo del Novecento di Milano. Riapertura post lockdown

Dopo il lockdown riapre al pubblico il Museo del Novecento a Milano. E’ possibile ammirare le opere esposte nel museo seguendo delle norme indispensabili per contrastare la diffusione del Covid – 19. Il Museo del Novecento è aperto momentaneamente al pubblico sabato e domenica dalle ore 11.00 alle 18.00, con l’ultimo ingresso alle ore 17.00. Il numero degli accessi è al momento limitato e la durata massima prevista per la visita è di due ore. E’ possibile entrare nel Museo del Novecento dall’ingresso in via Marconi 1. A causa della riduzione del numero dei visitatori è caldamente consigliata la prenotazione dei biglietti online, che non comporta costi aggiuntivi ed è obbligatoria anche per chi ha diritto a riduzioni o entrata gratuita. E’ obbligatorio presentare la prenotazione, stampata o in formato digitale su display, all’ingresso del museo. Per visitare il Museo del Novecento è obbligatorio l’uso della mascherina ed è fondamentale mantenere la distanza di almeno un metro tra i visitatori. Il personale misurerà la temperatura corporea all’ingresso e non sarà consentito l’accesso ai visitatori con una temperatura pari o superiore a 37,5°. È obbligatorio sanificare le mani con la soluzione igienizzante disponibile all’ingresso.
Nel museo si trovano esposte opere a partire dal 1902, anno in cui fu esposto Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, situato nella sala lungo la rampa elicoidale d’accesso. Nel museo sono esposte opere d’arte di differenti periodi artistici, dal Futurismo alla Metafisica, dal Gruppo Forma 1 alla transavanguardia italiana, ai gruppi di Milano, Roma e Torino e l’arte povera, con autori quali Pellizza da Volpedo, Boccioni, Marini, Modigliani, de Chirico, Sironi, Garau, Fontana, Martini.

Movimento nello spazio. La scultura di Benvenuto Cellini e Giambologna

Il distanziamento sociale e la limitazione del movimento nello spazio sono due dei numerosi aspetti che hanno caratterizzato, ma anche cambiato, la vita dell’essere umano negli ultimi mesi a causa della pandemia provocata dal Covid – 19. Se dovessimo tradurre questi due concetti nell’arte figurativa, per esempio nella scultura, non immagineremo delle opere tendenti ad espandersi nello spazio, non immagineremo un groviglio di corpi uniti, la nostra mente immaginerebbe dei singoli individui, distanziati, con la costante paura del contagio. Tali “sculture immaginarie” sarebbero dunque ben diverse da quelle realizzate nel Cinquecento da artisti quali Benvenuto Cellini (1500 – 1571) e Giambologna (1529 – 1608), la cui eredità si può ammirare a Firenze ancora oggi, nella celebre Loggia Lanzi in Piazza della Signoria.
Il Perseo di Benvenuto Cellini, realizzato fra il 1545 e il 1554 su commissione di Cosimo I, è annoverato fra le più importanti creazioni scultoree fiorentine cinquecentesche. Si tratta di un’opera bronzea che riprende il mito di Perseo che decapita Medusa, una scultura che tiene conto della tradizione artistica fiorentina, che deve confrontarsi con opere di scultori quali Donatello e Michelangelo. Il Cellini rappresenta Perseo in piedi, sul corpo di Medusa, la quale è stata appena decapitata con la spada che l’eroe tiene impugnata nella mano destra, mentre la mano sinistra solleva con un gesto trionfante la testa, fatta di serpenti, della Gorgone. La scultura ha un chiaro significato politico: essa rappresenta l’affermazione di Cosimo I al potere, che dà un netto taglio alle passate esperienze repubblicane della città. Lo scultore attraverso la posa del braccio sinistro che solleva la testa del mostro e tramite il movimento del braccio piegato mantenente la spada, oltre al dettaglio degli schizzi di sangue uscenti dal collo della decapitata Medusa, crea un artificioso movimento nello spazio, costruendo in tal modo un’immagine che si apre nello spazio.
Lo stesso principio di libertà fu accolto dallo scultore Giambologna, come si può notare nell’opera Ratto delle Sabine del 1583, un gruppo gigantesco di tre figure marmoree, collocato per volontà di Cosimo I, come il Perseo del Cellini, nella Loggia Lanzi. La scultura rappresenta un episodio tratto dall’antica storia romana, il rapimento delle donne sabine, per volontà di Romolo, da parte degli uomini romani. L’artista riprodusse la drammaticità e la violenza di quel momento. I soggetti sono stati scolpiti con la tipica disposizione serpentina caratterizzante la scultura manierista, la massa è scandita da pieni e vuoti, il braccio della donna che si allunga verso l’alto sembra voler cercare l’aiuto dello spazio circostante. Proprio il movimento nello spazio caratterizzante la scultura di Cellini e Giambologna sarà d’esempio in una fase successiva per lo sviluppo dell’arte barocca.

Riapertura del Cenacolo Vinciano a Milano

Il Museo del Cenacolo Vinciano di Milano apre nuovamente le porte agli amanti dell’arte. Durante questa prima fase sperimentale sarà consentito ammirare l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, esponente di spicco del Rinascimento maturo, con turni di visita della durata di 15 minuti per un numero massimo consentito di 5 persone per volta, per garantire la sicurezza di tutti i visitatori. A causa dell’emergenza sanitaria gli orari d’apertura del museo sono stati ridotti, dal martedì al venerdì gli ingressi si svolgeranno dalle 14:00 alle 19:00, sabato e domenica delle 9:00 alle 13:45. La fruibilità di quest’opera di Leonardo sarà garantita a un minor numero di visitatori rispetto al periodo precedente la pandemia. Per tale ragione questo articolo di Artecracy.eu accompagnerà i lettori, nonché appassionati d’arte, a scoprire il Cenacolo attraverso gli schermi degli smartphone, tablet e pc.
L’Ultima Cena fu realizzata da Leonardo da Vinci nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano tra il 1495 e il 1497, su commissione di Ludovico il Moro. Già dal 1517 l’opera cominciò a deteriorarsi a causa della tecnica utilizzata da Leonardo per dipingere l’opera; egli non adottò la tradizionale tecnica dell’affresco, ma fu dipinta con una preparazione molto complessa a due strati, il secondo del quale composto da gesso per la maggior parte.
Leonardo dipinse l’Ultima Cena più in alto rispetto al pavimento reale della sala, in modo da conferire all’opera una maggior potenza narrativa, creando dei personaggi con una scala superiore al naturale, rendendoli in tal modo solenni e in accordo con l’importanza del soggetto. L’ambientazione che accoglie la scena è una sala prospettica con soffitto cassettonato, con tre finestre nella parete di fondo, fonte di illuminazione.
Il pittore toscano dipinse Gesù al centro della tavola, ai lati del quale si trovano gli apostoli, dipinti a gruppi di tre. I moti corporei dei soggetti sono così espressivi da trasmettere il turbamento prodotto dalle parole di Gesù, quando annuncia che uno degli apostoli lo tradirà (episodio narrato nel Vangelo di Giovanni). Giuda, il traditore, si trova nel gruppo vicino a Gesù, a sinistra, facilmente riconoscibile perché tiene stretta la sacca contenente il denaro pagato per il tradimento.
Al di sopra della raffigurazione dell’Ultima Cena si trovano tre lunette, contenenti gli stemmi degli Sforza. In quella centrale pare ci fosse rappresentato un drago, il famoso Biscione, simbolo della famiglia nobiliare.

Milano
Museo del Cenacolo Vinciano
Prenotazione obbligatoria
Dal martedì al venerdì: 14,00 – 19,00
Sabato e domenica: 9,00 – 13,45

Gli “ostaggi” di Alessandra Brown in mostra a Roma

Dopo mesi surreali e difficili, finalmente in Italia iniziano nuovamente a fiorire gli eventi culturali e riaprono le esposizioni. Anche la galleria Curva Pura di Roma riapre le sue porte venerdì 19 giugno, con l’inaugurazione di Hostages, mostra personale di Alessandra Brown.

La mostra, a cura di Vittorio Beltrami e Andrea Romagnoli, presenta al pubblico gli ultimi lavori dell’artista: una serie di fotografie su mixed media, caratterizzate da stratificazioni materiche (e di significato). Le opere, che nel comunicato stampa vengono definite un incrocio tra fotografia e scultura installativa, si inseriscono all’interno di un interesse della galleria, avviato nelle più recenti stagioni espositive, verso “le intersezioni più sperimentali provenienti da artisti italiani ed internazionali”.

Si tratta di una sorta di collage composti da due tipologie di immagini, proprie dell’immaginario visivo dell’artista (nata in Inghilterra ma cresciuta in Romagna) e già protagoniste separatamente di sue precedenti ricerche: le foto trovate da album di famiglia e il repertorio di immagini turistiche della riviera romagnola.

Le immagini che risultano da questa unione, caratterizzate da delicate tonalità pastello, appaiono formalmente belle e attentamente calibrate, ma lasciano emergere anche una certa tensione e ambiguità. I soggetti appaiono infatti intrappolati, come appunto degli ostaggi.

Figure in bianco e nero (le immagini da album di famiglia) affiorano a malapena sotto soffocanti strati di materia. In bilico tra l’assenza e la presenza, tra il passato e il presente, appaiono sospese in una dimensione atemporale, bloccate in una condizione di instabilità e incertezza. Come si legge nel testo di accompagnamento alla mostra “Sono ospiti di un tempo remoto, memoria di intima felicità, che lo sguardo stenta ad intravedere ma si ferma a cercare”. Altre figure a colori, immagini di una realtà più contemporanea (le reti di plastica, le piante avvolte da sacchi neri, la bottiglia di Coca Cola), emergono invece portando alla luce un immaginario fatto di consumismo e decadenza, a sottolineare l’impatto del turismo di massa sul territorio, e forse anche un generale cambiamento nella scala dei valori…

La mostra sarà visitabile nelle serate del 19, 20 e 21 giugno, e su appuntamento fino a fine luglio.

Alessandra Brown – Hostages
19 – 20 – 21 giugno 2020 dalle 18.00 alle 23.00 / Luglio su appuntamento
Curva Pura
Via Giuseppe Acerbi, 1a
Roma

Benvenuti (di nuovo) ai Musei Vaticani. Alla scoperta delle Stanze di Raffaello

Dal 1 giugno hanno riaperto al pubblico i Musei Vaticani dopo la chiusura causata dall’emergenza Covid – 19. Sarà possibile ammirare il patrimonio artistico del Vaticano entrando con gruppi costituiti da 10 persone, occorrerà essere muniti di mascherine, all’ingresso verrà rilevata la temperatura corporea, nelle numerose sale sarà possibile disinfettare le mani grazie alla presenza di liquidi sanificanti e un presidio medico sarà presente ad assistere le persone che dovessero trovarsi in difficoltà.
Si riduce in tal modo il numero dei visitatori, per questo motivo Artecracy.eu vi accompagnerà in un mini tour virtuale che vi illustrerà le celebri Stanze decorate nella prima metà del Cinquecento da Raffaello Sanzio.
Fra le grandi imprese artistiche avviate dal pontefice Giulio II si annovera la decorazione del nuovo appartamento papale, ovvero le Stanze vaticane, lavoro che venne affidato a Raffaello. Dal 1508 al 1511 l’artista fu impegnato nella decorazione della Stanza della Segnatura. La prima Stanza, confacente alla sua funzione di biblioteca, prevede una decorazione che si rifà alla raffigurazione delle quattro facoltà delle università medievali: teologia, filosofia, giurisprudenza e poesia. Negli affreschi Disputa del Sacramento e la Scuola di Atene l’artista illustra la rivelazione cristiana, il Vero teologico, e l’antica sapienza, il Vero razionale. Lo spazio nel quale sono immerse le due scene rispecchia chiaramente la situazione rappresentata, elemento che connota la grandezza di Raffaello, che riesce a rendere vivo il contenuto concettuale delle immagini.
La seconda Stanza che vede impegnato Raffaello, dopo il ritorno a Roma di Papa Giulio II, è destinata alle pubbliche udienze, motivo per cui il pontefice ricerca una rappresentazione che mostri l’appoggio divino alla Chiesa nel corso dei secoli e l’esaltazione della propria politica universalistica. Fra i celebri affreschi dipinti nella seconda Stanza, nota come Stanza di Eliodoro, si pone l’attenzione sulla Liberazione di San Pietro, realizzato fra il 1513 e il 1514. Chi ammira questa scena noterà l’impressionante suggestione emotiva conferita dall’insolito trattamento della luce, vera e propria protagonista dell’immagine. Nell’immagine ogni episodio è caratterizzato da una diversificazione della fonte luminosa, dal freddo chiarore lunare con la debole luce delle fiaccole che riflettono la luce sulle armature metalliche si passa allo splendore sfolgorante emanato dall’angelo che arriva in prigione per liberare Pietro.
Sotto il pontificato di Leone X, appartenente alla famiglia fiorentina de’ Medici, Raffaello decorò la terza Stanza vaticana, destinata ai pranzi di cerimonia. I soggetti scelti dovevano rappresentare episodi riguardanti i regni di Leone III e Leone IV, in quanto allusivi all’avvenimento del papato di Leone X. Nel 1514 Raffaello dipinse l’affresco Incendio di Borgo. Nella scena compare Papa Leone IV che riuscì a estinguere un incendio divampato nel quartiere romano di Borgo impartendo una benedizione. L’artista suddivise l’evento in tre momenti, uniti tra loro dalle architetture e dalle figure colleganti i due gruppi in primo piano.
La quarta e ultima Stanza è la Sala di Costantino, commissionata all’artista da Leone X nel 1517. Raffaello riuscì a preparare solamente i cartoni perché gli anni frenetici e la morte avvenuta nel 1520 gli impedirono di portare a termine il lavoro. La sala fu completata dall’allievo di Raffaello, il pittore Giulio Romano.

Mutaforma: in arrivo due performance (in streaming) di Nora Lux

Mutaforma è il titolo della nuova performance in due tempi dell’artista Nora Lux, che – da tempo prevista nel calendario dell’associazione romana Canova 22 – in un ennesimo esempio della resilienza che il nostro sistema dell’arte e i nostri artisti stanno dimostrando in quest’ultimo difficile periodo, si terrà nei giorni 7 e 21 maggio 2020 attraverso quella che si è rivelata essere la nuova frontiera dell’arte contemporanea: lo streaming.

La prima azione, accompagnata da due testi di Plinio Perilli e Franz Prati, si svolgerà in diretta Facebook il 7 maggio alle ore 20. Nell’occasione verranno presentate anche alcune immagini fotografiche parte dello stesso progetto.
Le due performance che compongono Mutaforma sono infatti parte di un più ampio progetto inedito dell’artista: Solve et coagula. All’interno della pratica di Nora Lux del resto le performance sono spesso naturale proseguimento di scatti precedenti. Scatti che consistono sempre in una serie di suggestivi autoritratti, in cui il corpo femminile si trova immerso in un profondo dialogo con la natura.
Tornano intatti anche in quest’ultimo progetto tutti i tratti caratteristici del lavoro dell’artista: la fusione con l’ambiente circostante, il coinvolgimento in rituali dal sapore ancestrale e in atmosfere magiche, e i riferimenti alla Madre Terra e alla simbologia femminile. A cambiare però in questo caso è l’ambientazione: Nora Lux abbandona infatti le necropoli etrusche per immortalarsi questa volta all’interno delle grotte marine di Ustica, in Sicilia.

Attraverso la performance, però, dalla Grotta Segreta di Ustica si passa ad un altro anfratto: il forno, in particolare l’antica fornace dove lo scultore Antonio Canova cuoceva le sue terrecotte, definito nel comunicato stampa dell’evento “il luogo ideale, l’athanor ermetico dove lavorare con il fuoco dell’arte, il forno neolitico a forma di ventre gravido della Dea Madre, che tutto trasforma”. Il forno, infatti, nell’immaginario dell’artista sembra essere l’ennesima cavità (dopo le Vie Cave e le grotte vulcaniche) evocativa del mistero femminile, poiché tramite esso la materia grezza, “sia che si tratti di un impasto, di un feto o di un cadavere”, viene trasformata in uno stato diverso, per riemergere “in forma di cibo, di un bambino o di un’anima”.
Scrive Plinio Perilli nel testo critico di accompagnamento all’evento: “Immagino Nora Lux (nomen omen, per Lei che ha il nome della protagonista ribelle di Casa di bambola, cioè dell’Ibsen più socialmente trasgressivo, antiborghese; ed il cognome, Lux, come segno e sostantivo, stigma e messaggio di Luce), in quegli anfratti di tempo e spazio come un riassunto, una parabola medesima, ripeto, dell’Evoluzione. Artistica e in scala… MUTAFORMA d’essenza!”.
Il motto da cui prende il titolo l’intero progetto, del resto, Solve et coagula, non vuol dire altro che “sciogli e riunisci”, in riferimento alla trasformazione alchemica ma anche al desiderio autoreferenziale di potersi rigenerare, di poter in un certo senso risorgere dalle proprie ceneri, un messaggio più che mai pertinente in una situazione come quella attuale.


INFO:

Nora Lux. Solve et coagula
7 maggio 2020 ore 20.00 performance in streaming e diretta Facebook
21 maggio 2020 ore 20.00 performance in streaming e diretta Facebook
https://www.facebook.com/noralux.art
https://www.facebook.com/Canova22

Canova 22
Via Antonio Canova 22 – Roma
www.canova22.it

La perfezione esiste e si trova qui

Se siete ancora dell’idea che la perfezione non esista forse non avete mai prestato attenzione al Museo dei Musei: i Musei Vaticani. Chi al mondo non conosce questo museo dei musei?

Sarebbe riduttivo parlare con voi della straordinaria storia e delle inestimabili opere che questi luoghi racchiudono; grandi nomi del panorama letterario e storico-artistico ne hanno parlato, ed è a loro che lascio questo compito.

Sappiamo che il primo nucleo dei musei nacque nel Cortile delle Statue, l’attuale Cortile Ottagono, che ospitò le copie romane delle maestose sculture greche. Sì perché il Museo originariamente era nato per contenere ed ivi collocarvi le sculture risalenti all’Impero Romano. Quello che fino ad allora era pagano divenne cristiano, sotto i pontificati dei papi che si susseguirono dal 1503 in poi, anno dell’incoronazione di Papa Giulio II. Ed è proprio a quest’ultimo che si deve una delle più importanti e copiose raccolte di opere d’arte al mondo, là nello stato più piccolo del mondo, là dove l’ingegno umano è fiorito.

Oggi quando parliamo di Musei Vaticani parliamo di ventisei musei, così distribuiti: gallerie, pinacoteca, lapidari, stanze, cappelle, collezioni. I Musei Vaticani sono tutto questo, un continuo snodarsi di luoghi che raccontano la storia dell’umanità. Si spazia dall’arte dell’Antico Egitto fino all’Arte Contemporanea. Grandi sono i nomi e le opere che riecheggiano in questi ambienti: Giotto, il Beato Angelico, Raffaello, Michelangelo, Caravaggio ed ancora Carrà, Chagall, Dalì, Kandinsky, Van Gogh, Matisse e tanti, tantissimi altri.

Credetemi è riduttivo ed anche difficile poter descrivere la grande bellezza di questo luogo, dove l’ingegno umano fa da padrone e dove lo spettatore non può far altro che sentirsi smarrito, tante le emozioni che si provano lungo il cammino. E si perché i Musei Vaticani sono il cammino della vita dell’umanità. Un tripudio che esalta le civiltà di tutti i popoli e le straordinarie sfaccettature della vita di noi tutti.

Percorrete questi luoghi lentamente, in silenzio e lasciate che i vostri occhi si riempiano di tutto quello che di più bello c’è al mondo: la grandezza della mente umana. Fate vostri questi attimi di vita, ripercorrete con queste magnificenze l’esistenza. Non siate turisti, siate viaggiatori. La differenza è tanta, fate del viaggio un sentimento, un luogo della mente ma soprattutto del cuore. Fatevi intimorire da quell’Augusto di Prima Porta così autoritario; emozionatevi davanti al Sarcofago di Sant’Elena, madre del grande imperatore Costantino; lasciatevi travolgere dall’aggrovigliato movimento del Laocoonte; dall’amore e la dolcezza dei volti firmati da Raffaello; dall’immensità del fatidico tocco di mani michelangiolesco; provate compassione per il Cristo morente della Pietà di Van Gogh; respirate la vastità del mondo nella Galleria delle Carte Geografiche; gioite alla visione dei colori presenti nelle pitture del Salone Sisto.

Fate dei vostri occhi calamite e del vostro Io fatene orgoglio, orgoglio per il genere umano.

Perché se vi hanno sempre detto che la perfezione non esiste, non sono passati per di qua.

 

 

L’Arte esce di casa

Io resto a casa. È questo l’hashtag più ricorrente nei nostri social, ed è per questo che oggi voglio proporvi una nuova attività. Un’attività che mira al distacco, se pur di breve durata, del periodo che stiamo affrontando, miei cari italiani.

Partendo dalla Pinacoteca di Brera, oggi, faremo un tour dei musei visitabili comodamente da casa, sul divano per esempio.

Situata nell’omonimo quartiere milanese, la Pinacoteca di Brera è una galleria d’arte nazionale che spazia cronologicamente dal IV millennio a.C. al XX secolo d.C.; all’interno delle trentotto stanze sono collocate opere di tutto il territorio italiano, specialmente dell’area settentrionale. Ci concentreremo sulle opere più rappresentative e simboliche che fanno della Pinacoteca uno dei più importanti siti italiani.

L’opera del Mantegna, Cristo morto nel sepolcro e i tre dolenti, è di grande impatto emotivo, il tratto incisivo delle linee fa emergere il dolore e lo strazio provocato dalla classica iconografia del compianto sul Cristo morto, ove l’animo dei dolenti è rappresentato dai fitti segni espressivi presenti sul volto: rughe e lacrime. L’artista conferisce all’opera una prospettiva irregolare, e lo si deduce dalle minute dimensioni dei piedi rispetto al resto del corpo. L’addome è il punto che maggiormente attira lo spettatore, la rigidità muscolare e il panneggio del lenzuolo danno all’opera un aspetto drammatico che viene accentuato dal sapiente uso della luce, che fa emergere un profondo senso di pathos. Quest’ultimo si evince anche nell’opera di Giovanni Bellini, La Pietà, dove la Vergine e San Giovanni sorreggono il corpo morto di Gesù Cristo, un corpo privo di peso. Le tre figure invadono lo spazio centrale dell’opera, in modo tale che lo spettatore si concentri su di essi tralasciando quello che si intravede nello sfondo, una natura distante e distaccata dalla morte: che viene rappresentata attraverso una luce innaturale dei corpi dei tre figuranti. Ed è proprio la luce a giocare un ruolo da protagonista sulla tela di Michelangelo Merisi da Caravaggio. Giochi d’ombre che che conferiscono alla tela di Cena in Emmaus un momento intimo e drammatico. Drammatico come riportano le rughe sul volto del Cristo, stanco ed affaticato; quasi una scena teatrale la cui gamma cromatica è quasi sempre la stessa, cupa e tendente al monocromo. Tutto il contrario va detto della Pala di Montefeltro ad opera del Maestro Piero della Francesca, la cui iconografia della Sacra Conversazione allude sia alla devozione religiosa, sia alla politica del committente, Federico da Montefeltro, ed anche alle sue imprese araldiche. L’opera presente una schiera di santi attorno alla Vergine col Bambino, il tutto viene sovrastato da una conchiglia da cui pende un uovo di struzzo; simboleggiando la maternità della Vergine e di conseguenza la Creazione. Nonostante la vivacità del colore delle vesti dei personaggi, l’opera è impostata con un certo ordine geometrico, che la rende armoniosa e con una prospettiva centrale. Di grande impatto prospettico è l’opera di Raffaello, Lo Sposalizio della Vergine; che come da tradizionale iconografia rappresenta la Vergine da un lato con le altre donne e dall’altro lato Giuseppe con un gruppo di uomini. La naturalezza dei corpi, il tratto morbido delle linee e la moltitudine di colore sono in netto contrasto con la rigidità schematica delle linee della piazza lastricata, che convergono alla gradinata del tempio, che fa da imponente sfondo. La prospettiva vertiginosa fa da sfondo anche nell’opera del Tintoretto, Miracolo di San Marco, ove troviamo sulla sinistra il Santo che cerca di fermare i veneziani, affinché questi pongano fine alla profanazione delle tombe. L’opera appare quasi in movimento, il che è dovuto dal fatto che in alto a destra un gruppo di uomini getta a terra alcuni cadaveri e nella parte sottostante i personaggi tendano ad allontanarsi in maniera spaventata, quasi infastiditi da essi.

Parlando di movimento non possiamo non citare l’opera di Boccioni, Rissa in Galleria, eseguita poco dopo la nascita del Manifesto Futurista. Boccioni infatti sarà uno degli esponenti del futurismo. Sebbene l’opera, presenti figure ben delineate, è dinamica, il movimento viene reso anche dall’uso del colore, vivace, e di quello complementare.

Ultimo ma non per importanza è Il bacio, non possiamo parlare della Pinacoteca di Brera se non parliamo del Bacio di Hayez. L’opera raffigura due giovani innamorati intenti a baciarsi; l’ambientazione è medievale come lo stesso gli abiti che entrambi portano. Il sensuale bacio, viene reso tale dal movimento del corpo della donna che quasi si abbandona al suo amato. Quest’ultimo nonostante il momento di grande intimità e passione, poggiando un piede sul gradino fa intravedere un pugnale, quasi a voler dirci che poco dopo avverrà uno scontro. L’opera è ricca di allegorie, come gli ideali patriottici del Risorgimento che vengono riportati dai colori degli abiti dei due innamorati, quello italiano e francese. Eseguita nel 1859 è considerata il simbolo del Romanticismo italiano.

Il nostro viaggio all’interno della Pinacoteca finisce qui, ma voi potete continuare a visionare le restanti opere presenti al suo interno.

Link: https://pinacotecabrera.org/

 

Kupka. Il mondo, con una realtà di cui non si è nulla

Viviamo nel timore di un nemico invisibile, che avvolge tutta l’umanità costringendola nel terrore. Ma la speranza non muore mai , ci da la forza di continuare a lottare contro questa guerra invisibile.

Artecracy.eu cerca di dare un piccolo contribuito, un aiuto a far sopravvivere l’arte affinché dia un raggio di speranza a non fermarsi #Si va avanti

Oggi mi soffermo su un pittore ceco, esponente della pittura astratta e dell’orfismo: Kupka.

Per Kupka l’esperienza fondamentale e decisiva è quella del male. Indubbiamente il male non è soltanto la fragilità o la debolezza, o imperfezione che cospira nell’armonia dell’universo, esprime l’indifferenza sulle diverse personalità in procinto di disgregarsi nel nulla.

Siamo alla fine del XIX secolo, nella capitale dell’Impero austro-ungarico, un Impero multietnico si sta pian piano dissolvendo a causa dei conflitti interni e dalla varietà di entine diverse. Sul piano culturale è un polo vivace e pieno di stimoli. Il pittore Kupka inizia a copiare dal vivo passando per Vienna, la culla della nuova arte.

Attratto dalla geometrizzazione dell’architettura, è totalmente evidente il suo interesse per la secessione viennese, per quell’astrattismo lontano dalle accademie rigide e chiuse alle novità.

Il giovane pittore scopre Schopenhauer, che esercita su di lui un’influenza considerevole come su tutti i pittori del XX secolo.

La dottrina filosofica tedesca può essere paragonata a una vasta evocazione magica che tenta di svelare la potenza del mondo. La filosofia e l’occultismo sono molto in voga nella sua cultura personale. E’ cresciuto in una regione intrinseca di misteri e spiriti, lui stesso è stato un medium.

Fu un uomo che si poneva molte domande sulla natura metafisica del mondo, la creazione naturale, sul potere della natura, sul posto dell’uomo nell’universo che provoca un enorme attrazione per la corrente del New Age, interessandosi a tutte le tecniche di mediazione che provenivano dall’est. Egli si nutriva di quello spirito metafisico e mistico.

Kurpa s’inserisce in una comunità dche pratica sedute spiritiche. Interpreta l’arte in base alle sue intenzioni personali.

L’astrattismo è la sua scelta di negare la rappresentazione della realtà per esaltare i propri sentimenti attraverso l’uso delle forme e colori, inteso come risultato dell’incontro tra uomo e mondo, in un alternarsi di gioie e dolori. Si considera un filosofo della natura.