Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Apre l’esposizione Dominos, il Neroassoluto, di Andrea Milia

Mercoledì 19 giugno verrà aperta presso i locali di via Mazzini 6, Cagliari, il negozio d’arte dell’artista Andrea Milia: NEROASSOLUTO.

L’artista che ha creato e depositato il suo marchio Dominos, è lieto di presentare le sue opere, fusione tra manufatto artistico ed oggetto commerciale. Dall’idea dell’arazzo, antica tradizione della cultura sarda, nascono le incisioni; design innovativi ma allo stesso tempo tradizionali. «L’arte deve essere consumata come qualsiasi altro prodotto», così scriveva Andy Wharol e così da una singola tessera, Dominos, si può dar vita ad un progetto, un’idea, uno stile, che con l’artista si può sviluppare a seconda delle esigenze e gusti personali.

L’esposizione vuole così essere uno shop a tempo, dove artista e pubblico sono i veri ideatori del Dominos. Dall’arte al design e dall’oggettistica all’edilizia, creando pezzi unici ed inimitabili.

Il giorno 22/06 alle ore 18 l’Artista presenterà il suo progetto.
Si ringrazia per la collaborazione la ditta Gra.Mar. dei fratelli Putzu.

 

 

Mercoledì, 19 giugno 2019

Ore 10 – 22

Cagliari
Via Mazzini, 6 CA
Ingresso gratuito

Info: 3475875674 amstudioarte@gmail.com

Web: www.am-studio.com

andreamilia

amstudioarte

Vassily Kandinskij. Un’opera senza confini

Non sono tanti gli artisti, e se è per questo nemmeno gli individui, che sono diventati cittadini di tre paesi diversi. Vassily Kandinskij occupa un posto particolare tra i numerosi artisti dell’Avanguardia che abbandonarono i propri paesi. Nato in Russia, si trasferisce in Germania dove viene celebrato al Bauhaus ed infine morì come cittadino francese. La sua arte è un mix di diversi paesi, quelli in cui visse, che hanno esercitato un’influenza sulla sua produzione.

La questione rimane aperta, quale Stato ha maggiormente influenzato l’artista? Anche se sono evidenti le profonde radici russe, i legami con la sua madrepatria rimangono intatti nel cuore per tutta la sua vita. Egli stesso si definisce un cittadino del mondo, in quanto viene allevato e cresciuto da una nonna baltica, con i libri infantili tedeschi, parlando come seconda lingua il francese. Kandinskij trovò molti stimoli in ciascuno dei tre paesi in cui visse, queste esperienze furono importanti per plasmare la sua arte nelle diverse fasi della sua vita.

Il suo periodo di formazione è il riferimento al mondo contadino russo, alle tradizioni troppe profonde da dimenticare. Ogni momento ha avuto un effetto psicologico sulla sua produzione che non obbedisce a nessuna logica matematica, ma rimane legato a un “io” interiore, dove le scelte per i colori e per le forme sono necessari alla formazione e alla trasmissione di determinati stati d’animo.

La sua particolarità consisteva nel rifarsi a stili artistici precedenti e ai temi folkloristici, il che si riflette nelle sue opere. L’amore per le fiabe popolari russe lo avvicinano ai suoi connazionali, alla sua terra natia. Per tutta la sua vita egli mantiene uno scambio coerente con gli scenari artistici che hanno avuto un influsso costante sulle sue esperienze, passando da una profonda retrospettiva a una maggiore liberta di espressione, dove le forme amorfe si liberano sulle tempere, dove ogni cosa è collegata all’altra. In questo senso anche l’arte di Kandinskij va interpretata come un sistema unico al di là delle frontiere, come un’opera senza confini.

Suoni, linee, colori si fusero dunque in lui in un’unica potente esperienza multisensoriale.

Kandinskij in questo caso è un figlio del suo tempo.

 

La ricerca identitaria tra antico e contemporaneo degli Uppercrust di Alessandro Scarabello

Con gli occhi rivolti all’insù inizia il percorso espositivo appena inaugurato negli spazi di Palazzo della Corgna, splendido palazzo ducale, dimora del condottiero Ascanio della Corgna e che si erge imponente sul Trasimeno. La grande mostra personale di Alessandro Scarabello UPPERCRUST curata da Marcello Smarrelli, invita ad una ricerca che pone in dialogo l’antico con il nuovo, il passato con il moderno.

Il percorso espositivo è un continuo rimando tra gli imponenti affreschi del Pomarancio, che decorano gli interni del palazzo, e le figure realizzate dall’artista che, come un catalogo di tipologie umane, si caricano di espressività e forza di contenuti creando un corto circuito di sensi e invogliando lo spettatore a interrogarsi con un sorriso.

La mostra ha inizio con Opera Rubra, l’intervento site specific realizzato da Scarabello per la grande sala i cui affreschi raccontano e celebrano le gesta del condottiero. L’opera che riprende l’antica tradizione del trittico, domina la scena non solo per le sue dimensioni avvolgenti ma soprattutto per il monocromo rosso.

Rosso come il colore del sangue e della battaglia, che si inserisce come pura narrazione e filo conduttore di un racconto che vede da una parte l’uso della tradizione pittorica, l’impiego del colore e del pennello e dall’altra la rivoluzionaria rielaborazione della pittura, una ricerca che tende tra astrazione e figurazione in una commistione di contenuti dalla carica emotiva, spirituale e riflessiva che induce ad una continua interrogazione.

Il percorso prosegue con due autoritratti con il volto coperto e le serie complete di Uppercrust, undici dipinti di grande formato e il ciclo delle Heads, circa cento ritratti che descrivono visivamente e a volte ironicamente, delle tipologie umane, solitamente di un elevato ceto sociale riproponendo un continuo corto circuito di emozioni e contenuti che fa dubitare e riflettere sulla loro stessa onorabilità.

Per ogni stanza, Scarabello ha quindi pensato un racconto che va per immagini, interrogandosi tra composizione e scomposizione, sul rigore estetico e la frammentazione. L’idea di una quadreria disordinata come un moderno coinvolgimento dell’immagine, scoppia davanti ai nostri occhi sotto affreschi che raccontano di miti e amori e si contrappone, invece, al rigore delle forme dei grandi ritratti che si presentano al pubblico come un catalogo che invita alla ricerca e al dialogo. Si tratta di una riflessione identitaria in cui l’utilizzo di maschere o di caricature anziché annullare l’identità, ne rafforza i dettagli, le piccole ma significanti unicità. Il lavoro si tramuta quasi immediatamente in un coinvolgimento ludico e didattico, in cui la ricerca, gli abbinamenti e la riconoscibilità o meno di personaggi tratti dalle classi elitarie contemporanee gioca un ruolo fondamentale. Nella leggerezza di coinvolgimento, Scarabello compie un’azione inversa che vuole, attraverso l’ironica composizione estetica, restituire una forza espressiva che metta in crisi e rifletta su certi aspetti della società in cui la celebrazione e l’apparenza sono considerati solo mezzi attraverso i quali ottenere fama e successo.

È una dialettica continua tra realtà e finzione, la quale si declina in molteplici forme, dall’autoritratto, al ritratto, per concludersi con una ricerca per simboli, un’arcaica reinterpretazione del gesto pittorico e del colore. La mostra racconta visivamente un percorso che non è solo un gioco di rimandi con il passato ma ci accompagna in una maturità artistica, un percorso che si genera per stratificazioni di sensi attraverso una graduale scomposizione e minimalizzazione delle forme, uno stato crudo dell’anima come lo definisce l’artista, che oscilla verso la partecipazione emotiva e autonoma del pubblico, libero di interpretarne i livelli. In questa commistione, il confine esistente tra figurazione e astrazione viene valicato, inglobato, aprendo così a nuove soluzioni estetiche e formali.

 

Alessandro Scarabello UPPERCRUST

A cura di Marcello Smarrelli

08.06.2019 – 01.09.2019

Palazzo della Corgna

Castiglione del Lago

 

Orari: tutti i giorni 9.30 – 19.00

Ingresso: Intero € 8; ridotto A € 6 (gruppi +15; fino a 25 anni); ridotto B € 3 (6-18 anni); unico residenti Comune di Castiglione del Lago euro 4; gratuito bambini fino a 5 anni.

Jeff Bark – Paradise Garage

Il Palazzo delle Esposizioni ospita la mostra Paradise Garage, prima personale in Italia del fotografo statunitense Jeff Bark, a cura di Alessio de’Navasques.

Il concept di questa esposizione, che riunisce 50 scatti fotografici inediti dedicati alla città di Roma, è stato sviluppato da Bark nel 2017, dopo un viaggio nel nostro paese che ha stimolato in lui il desiderio di ricreare una serie di composizioni fotografiche che potrebbero essere definite dei “capricci”, flussi di memorie visive che si riversano negli occhi dello spettatore con l’intenzione di sollecitare rimandi e intuizioni che ci parlano di elementi legati all’immenso patrimonio storico, artistico e monumentale che connota la città eterna e l’Italia stessa.

Interni aulici e sontuosi, composizioni floreali di respiro barocco, personaggi in costume, frammenti appartenenti all’iconografia pittorica e scultorea europea vengono fusi con dettagli ed oggetti più moderni, suscitando accoppiamenti inediti caratterizzati da toni surreali, effetti stranianti e da una sensazione di atemporalità. Una messa in scena di singoli ricordi, frammenti di bello che sono rimasti nella memoria dell’artista, per poi essere fusi sapientemente in un gioco di similitudini e contrasti che oscilla tra mondo reale e atmosfere oniriche.

Le persone ritratte da Bark appaiono invece come sospese in un fotogramma bloccato, apparentemente immobili nell’attimo che segue la consapevolezza e precede l’azione vera e propria, azione della quale però non conosciamo le cause o le conseguenze.

Il titolo riecheggia il luogo dove l’artista ha allestito le composizioni che ha poi fotografato: il suo studio, un garage newyorchese dove, con minuzia e cura per il dettaglio ha scelto una serie di oggetti, a volte anche provenienti dal modo del bric -a brac, attraverso i quali ha saputo ricreare delle composizioni che attraversano senza soluzione di continuità periodi storici diversi, caratterizzandosi come microcosmi cristallizzati e pieni di fascino.

Bark si pone come un moderno partecipante del Grand Tour, il famoso viaggio culturale di formazione che nei secoli passati rappresentava il completamento per eccellenza dell’educazione di un giovane, e che vedeva in Roma la meta più importante da visitare. Attraverso il filtro dell’ ironia e la chiave del paradosso l’artista ci mostra in modo molto soggettivo quello che più lo ha colpito, velandolo a tratti di una malinconica ed esausta eleganza.

 

Palazzo delle Esposizioni

Via Nazionale 194, Roma

Dal 7 giugno al 28 luglio 2019

Domenica, martedì, mercoledì e giovedì dalle ore 10.00 alle ore 20.00

Venerdì e sabato dalle ore 10.00 alle ore 22.30 – Lunedì chiuso

www.palazzoesposizioni.it

 

I “micromondi” onirici di Simona Cozzupoli

Simona Cozzupoli è un’artista milanese contemporanea, che è possibile definire come una realizzatrice di “bacheche”, le prime delle quali sono risalenti al 2014. Si tratta di scatole lignee chiuse nella parte anteriore da una superficie in vetro, generalmente di piccole dimensioni, all’interno delle quali è possibile ammirare e rimanere affascinati da “micromondi” onirici, che, come ha spiegato l’artista, sono popolati da bamboline souvenir, figure delle carte da gioco ambientate in giardini fiabeschi, oggetti disparati che creano “Rebus oggettuali” da risolvere, “Templum” e “Templa” con uccellini origami in miniatura, realizzati a partire da un foglio quadrato di cm 2 x 2, ispirati alla tecnica divinatoria etrusca degli auspici, “Nature morte contemplative”, totalmente azzurre, da con-templare, tutti attraversati dal filo conduttore della meraviglia, intesa nel suo senso filosofico originario di accesso alla conoscenza.

A evocare  l’universo caleidoscopico delle Wunderkammer sono le farfalle e i pesci di carta. Le farfalle sono infilzate da spilli e catalogate in virtù dell’originale nomenclatura scientifica, una tecnica illusoria che inganna anche i più esperti. Tutto è nato da un vecchio libro illustrato di farfalle trovato in una libreria dell’usato. L’artista è rimasta colpita dalla verosimiglianza delle illustrazioni e ha giocato sul rapporto tra realtà e rappresentazione (gioco in cui gli artisti si cimentano da sempre), ritagliandole e collocandole dentro a scatole o cornici profonde che ne esaltassero l’apparente tridimensionalità ottenuta piegando le ali. L’artista aggiunge: «In queste opere la meraviglia induce ad una riflessione sulla percezione: siamo sicuri che la conoscenza del mondo attraverso i cinque sensi sia veritiera? A volte la rappresentazione della realtà può sovrapporsi ingannevolmente alla realtà stessa: l’illustrazione di una farfalla può essere scambiata per una vera farfalla. Sapere che i sensi possono ingannare per molteplici motivi (weltanschauung, abitudini percettive, conoscenze pregresse, aspettative, ecc.) può essere uno stimolo a indagare la realtà in maniera più approfondita».

Quando si parla di farfalle viene spontaneo pensare al tema della Vanitas, associando così le farfalle a quelle di Damien Hirst. Simona Cozzupoli però ammette di non aver pensato consapevolmente all’arte di Hirst, infatti crede che il concetto di “vanitas” sia strettamente intrecciato con quello di illusionismo ottico e di illusorietà e transitorietà del mondo materiale percepibile dai sensi. Si tratta di una tematica attuale in una società consumistica dominata dall’obsolescenza sempre più rapida delle sue merci. L’utilizzare materiali recuperati nei mercatini dell’usato è una reazione a questa condizione effimera degli oggetti moderni che hanno un ciclo vitale brevissimo.

Gli “Acquari” invece sono plasmati con pesci di carta creanti un effetto optical, in quanto collocati a diverse profondità all’interno della scatola.

Joseph Cornell è l’artista americano che maggiormente ha colpito l’immaginazione di Simona Cozzupoli, in particolar modo con le shadow boxes, scatole di legno chiuse da un vetro, contenenti gli oggetti più disparati trovati nei robivecchi durante i suoi vagabondaggi per le strade di New York e poi assemblaticasualmente”. L’aspetto più affascinante delle “scatole” di Cornell per la Cozzupoli è il ruolo riconosciuto al caso nel processo creativo. Ella si sente molto vicina a questo suo modo di vivere e di concepire l’arte, in quanto l’idea di cercare legami e corrispondenze tra gli oggetti sparpagliati in un mercatino dell’usato per poi creare una bacheca è uno dei metodi impiegati nel proprio procedimento artistico.

Ammirando le opere create da Simona Cozzupoli diventa spontaneo chiederle da cosa viene colpito maggiormente il pubblico quando si trova di fronte alla sue creazioni artistiche. Lei ha risposto così:

«Alcune persone sono colpite prevalentemente dall’esecuzione tecnica dei particolari più minuziosi, come gli origami in miniatura o le onde fatte con il cartoncino arrotolato a spirale.

Altre si soffermano sulle idee che sono dietro alle opere: gli archetipi; il legame tra il mondo dell’infanzia e quello delle origini dell’essere umano (rapporto micro-macro, ontogenesi-filogenesi); l’importanza dell’immaginazione; la divinazione dei popoli antichi che, vivendo in simbiosi con la natura, la consideravano una pratica quotidiana per conoscere la realtà; la dimensione onirica e le sue relazioni con la divinazione.

Qualcun altro invece è colpito dalla meraviglia che suscitano gli accostamenti bizzarri tra gli oggetti, come nei “rebus oggettuali”, o la loro decontestualizzazione, come nelle bacheche con le figure delle carte da gioco, che ho ritagliato e ricontestualizzato in ambienti tridimensionali vari, come teatri o giardini.In generale, la domanda più frequente che ricevo è: “come ti vengono in mente?”».

 

 

 

Mostre In Mostra. Roma contemporanea dagli anni Cinquanta ai Duemila. La rassegna in mostra al Palazzo delle Esposizioni

Ha da poco inaugurato presso gli spazi del Palazzo delle Esposizioni il nuovo progetto Mostre in Mostra, un racconto pensato e immaginato come una passeggiata che raccoglie le migliori mostre a Roma dagli anni Cinquanta agli anni Duemila. Un percorso didattico più che un progetto espositivo, si snoda intorno ad un’ideale piazza, raccoglie testimonianze e racconti di una storia dell’arte che vede come oggetto principale non solo l’opera in sé ma le dinamiche che l’hanno plasmata o raccontata e il contesto che, dalla prima metà del Novecento alla metà degli anni Duemila, ha visto Roma come un centro attivo di prolificazione artistica di ricerca ed emancipazione.

Mostre in Mostra, racconta dei momenti precisi che hanno definito una storia non solo artistica ma anche sociale e culturale, un insieme di nozioni, elementi e documentazioni che ci invitano in maniera non forzata a guardare e ripensare le opere, la loro creazione, la loro capacità di affinarsi e adattarsi a certe necessità del nostro recente passato. La ricostruzione parte da un’idea di bene collettivo che necessita di essere ancora una volta raccontato, studiato e riadattato in una contemporaneità che lascia spazio al digitale o in cui ancora una volta vige il mercato prima che la qualità. Mostre in Mostra, invece, crea un fil rouge non solo presentando personalità artistiche che hanno avuto il coraggio e la capacità di raccontare in forme sovversive e, per quei tempi, quasi provocatorie le proprie sensibilità e interessi artistici ma anche dando il giusto valore al lavoro di critici, curatori e galleristi che hanno in primis accettato e sostenuto progetti ambiziosi e perentori.

Le cinque mostre scelte per questa prima edizione iniziano nel 1955 con le immagini di città dipinte da Titina Maselli, fugaci e immaginarie, presentate dalla galleria La Tartaruga di Plinio De Martiis e Ninnì Pirandello. La passeggiata procede con la prima personale di Giulio Paolini nel 1964 presso la celebre galleria La Salita, riallestita per l’occasione dallo stesso artista come un work in progress geniale e sconsacrante allo stesso tempo. Si sussegue, Luciano Fabro, una splendida raccolta di opere con cui l’artista rispose all’invito di Achille Bonito Oliva nel 1971 ad esporre prima alla Biennale di Parigi e poi agli Incontri Internazionali d’Arte. Si prosegue negli anni Ottanta con lo stupefacente dipinto esposto nel 1981 da Gian Enzo Sperone di Carlo Maria Mariani, ricco di citazioni ed elogi, con una affascinante e innovativa capacità di interpretare e intendere la pittura. Negli anni Novanta Mario Pieroni fece esporre i famosi Tombeaux di Jan Vercruysse, simulacri severi e imponenti. E, infine, l’innovativa mostra di Myriam Laplante Elisir promossa da The Gallery Apart e Fondazione VOLUME! che la ospitò nel 2004, un racconto visivo fiabesco e coinvolgente.

La mostra chiude egregiamente la rassegna con la capacità di far nascere e destare non solo la curiosità degli spettatori ma anche domande e riflessioni su una storia dell’arte che va necessariamente e ancora una volta raccontata e recuperata.

Mostre In Mostra. Roma contemporanea dagli anni Cinquanta ai Duemila

a cura di Daniela Lancioni

fino al 28 luglio 2019

Palazzo delle Esposizioni, Roma

Orario: domenica, martedì, mercoledì e giovedì dalle ore 10.00 alle ore 20.00; venerdì e sabato dalle ore 10.00 alle ore 22.30; lunedì chiuso

Ingresso: Intero € 10,00; Ridotto € 8,00; Ragazzi dai 7 ai 18 anni € 6,00; Biglietto Open € 13,50.
Ingresso gratuito per i bambini fino a 6 anni.

 

 

Tex. 70 anni di un mito

Tex Willer, il famoso ranger americano dei fumetti ha compiuto 70 anni, e anzi, si appresta a girare la boa dei 71; era infatti il 30 settembre del 1948 quando usciva in edicola il primo albo dedicato a questo personaggio creato da Gianluigi Bonelli e disegnato da Aurelio Galleppini, destinato ad entrare a pieno titolo nell’immaginario di migliaia di lettori.

Per celebrarne le lunghe gesta la Sergio Bonelli Editore, insieme al COMICON e all’ARF! Festival gli dedicano una mostra tributo presso gli spazi del Mattatoio Testaccio di Roma, visitabile fino al prossimo 14 luglio, a cura di Gianni Bono, storico del fumetto italiano.

L’evento permetterà al grande pubblico di ripercorrere la storia e le epiche avventure di questo straordinario personaggio dalla vita lunghissima, che ha appassionato generazioni di lettori, simbolo di giustizia ed avventura e protagonista della grande epopea a stelle e strisce. Tex si pone qui l’obiettivo di catturare la fedeltà anche di un pubblico più giovane, visto che la mostra si inserisce all’interno della quinta edizione dell’Arf Festival, evento di spicco legato al mondo del fumetto.

Sono moltissimi i disegnatori che nell’arco di sette decadi si sono cimentati nell’ illustrare le imprese di Tex Willer e degli altri personaggi protagonisti con lui di mille avventure, tra i quali non possiamo dimenticare il fiero indiano navajo Tiger Jack; in questa sede sarà possibile visionare le splendide tavole realizzate da molti di loro, come Mario Alberti,, Maurizio Dotti e Bruno Brindisi, solo per citarne alcuni.

Completa la mostra il catalogo a cura della Sergio Bonelli Editore, al cui interno sono presenti molti materiali inediti e un fitto calendario di appuntamenti con gli autori di Tex.

 

 

MATTATOIO Testaccio

Piazza O. Giustiniani, 4 – Roma

dal 24 maggio al 14 luglio 2019

Orario: 12:30 – 19:30 – chiuso il lunedì

https://www.arfestival.it/tex/

 

Hito Steyerl, ribellione e guerriglia nell’era del digitale

Sovversiva e guerrigliera, la film-maker e videoartista tedesca Hito Steyerl, crea opere video che diventano mezzi essenziali per attivare, da un lato, riflessioni sulla società odierna e veri e propri attivismi critici, dall’altro. Attraverso i suoi film e videoinstallazioni, Steyerl, mette a nudo celate verità con cui costruisce una lucida critica verso una società sempre più oppressa e soffocata dal digitale, dalla perdita d’identità e dalla continua sovresposizione di dati e informazioni.

Prediligendo un linguaggio tra il documentaristico e l’animazione, ogni opera dell’artista è una finestra che si apre su una rigorosa riflessione sul mondo e che, attraverso una composizione serrata di immagini e testi, dà vita ad un ritmo incalzante, quasi assillante, che attira, seduce così come fanno le immagini provenienti dall’immaginario giovanile dei videogiochi o degli slogan pubblicitari. L’ipercomunicazione, così come l’incessante e frastornante bombardamento di informazioni e dati, sono alcuni degli elementi su cui si muove la riflessione artistica della Steyerl. In questo flusso continuo, l’artista innesca un percorso che mette in crisi di continuo l’ultra contemporaneità e i suoi stessi assetti culturali e sociali. La precarietà o le speculazioni finanziarie, così come la graduale militarizzazione della società, il mercato e via dicendo, si mostrano accattivanti da un lato e violenti dall’altro.

Giocando di continuo tra ciò che è visibile e ciò che non lo è, tra il reale e il fittizio, l’artista non pone quesiti, ma sovverte dall’interno ciò di cui la società è assuefatta, piano piano ne distrugge le certezze, ne esaspera e compromette l’identità. La lucida critica di Hito Steyerl è un costante dualismo ribelle che punta i riflettori e omette le domande, lasciando al pubblico l’ultimo atto di formale dissidenza. Ecco che l’arte, essa stessa definita e impigliata nel sottile eppure complesso mondo del mercato, diventa il mezzo attraverso cui riappropriarsi del pensiero e utilizzarlo come arma simbolica che ne sfida i neologismi, i meccanismi complessi e i poteri occulti.

Con Hito Steyerl torna prepotentemente il ruolo e la forza dell’immagine, capace di sedurre e distruggere allo stesso tempo.

 

 

 

Romance. Il giardino incantato di Latifa Echakhch in mostra da Fondazione Memmo

Di origini franco-marocchina, Latifa Echakhch, è un’artista visuale la cui pratica è caratterizzata da un forte legame con una cultura radicata nel Mediterraneo e filtrata attraverso la ricerca, lo studio e la scoperta di oggetti e piccole realtà derivanti da altre tradizioni. L’unione di questi elementi è la base per una riflessione che porta in auge temi socio-politici e culturali della contemporaneità.

Invitata da Francesco Stocchi, Latifa Echakhch, ha realizzato per la Fondazione Memmo un racconto, una narrazione visuale in cui il dualismo realtà/finzione conduce lo spettatore ad addentrarsi in un percorso emotivo ed esperienziale. Riprendendo il tema dei giardini romantici e, in particolare, i “capricci” architettonici in cemento che ornavano i giardini di fine Ottocento, l’artista ha trasformato gli spazi delle ex scuderie di Palazzo Ruspoli in un’oasi immaginaria dove tronchi di alberi e rocce, realizzati con l’utilizzo di calcestruzzo armato, e foglie ricavate da ritagli di tele, nascondono piccoli tesori che, adattandosi alle forme, invitano lo spettatore ad indagare su ciò che è reale e ciò che non lo è, tralasciando il compito di raccontare una storia precisa.

Gli object trouvé di Latifa, sono stati scelti dall’artista durante i suoi viaggi nella capitale e rinvenuti in mercati, come quello di Porta Portese. Essi raccontano di processi di stratificazione non solo architettonici ma anche storici e culturali di cui Roma è testimone e, allo stesso tempo, diventano il mezzo tramite cui l’artista descrive e racconta il suo processo investigativo e relazionale con tradizioni e culture lontane. Grazie alla loro decontestualizzazione, gli oggetti, si caricano di un forte potere evocativo che permette agli stessi di assumere nuovi significati pur mantenendo intatto il loro status simbolico e la loro funzione primordiale.

Le installazioni e le sculture ibride prodotte dall’artista, creano ambientazioni in cui lo spettatore è invitato ad una fruizione attiva e partecipata. I processi intuitivi ed emotivi da cui nascono le opere di Latifa Echakhch, sono il preludio di storie allusive e talvolta artificiose, in cui la quotidianità si arricchisce continuamente di elementi e si trasforma in una composizione immersiva e coinvolgente.

Latifa Echakhch. Romance

a cura di Francesco Stocchi

fino al 27 ottobre 2019

 

Fondazione Memmo

via Fontanella Borghese 56/b, Roma

Orario: tutti i giorni dalle 11.00 alle 18.00 (martedì chiuso)

Ingresso: gratuito

 

Divine Bovine. Mostra fotografica di Toni Meneguzzo

Ha inaugurato lo scorso 14 maggio presso l’Howtan Space di Roma la mostra fotografica di Toni Meneguzzo dal titolo Divine Bovine, a cura di Antonella Scaramuzzino e Fulvio Ravagnani, che vede protagoniste dei grandi ritratti esposti una serie di coloratissime mucche indiane.

Le 65 fotografie (che misurano 2 metri per 2) sono il frutto di un’interessante e personale ricerca dell’artista, che ha viaggiato dal 2008 al 2013 per le regioni dell’India immortalando questi animali, considerati come esseri sacri, alla stregua di divinità, protagonisti di una tradizione antichissima mantenuta nel tempo dalle popolazioni locali, che oggi sta però rischiando di scomparire. In occasione del raccolto infatti le mucche vengono donate al tempio dagli abitanti in segno di ringraziamento, adornate con paramenti e fiori e dipinte con colori brillanti e vivaci, per celebrare la fertilità e porgere un dono al cielo.

Le foto diventano potenti icone, dal sapore rurale e al contempo quasi magico, grazie anche al lavoro di ritaglio dello sfondo eseguito da Meneguzzo, che ha tolto i paesaggi agresti per lasciare un campo bianco, che toglie qualsiasi riferimento spazio-temporale rendendole idoli naturali, dall’aspetto saggio e protettivo.

La ricerca di Toni Meneguzzo, classe 1949, fotografo da quattro decadi, ha spaziato in vari campi, dalla moda, fino ad arrivare al design e all’architettura; Divine Bovine è invece un vero proprio reportage etno-antropologico, oltre che religioso, che offre allo spettatore uno spaccato legato a un mondo lontano ed affascinante.

Completa la mostra un video di backstage che illustra gli anni di viaggio e ricerca vissuti dall’artista che hanno reso possibile questo progetto di mostra.

HOWTAN SPACE

dal 14 maggio al 27 giugno 2019

Via dell’Arco de’ Ginnasi, 5 – Roma

Lunedi’ – Venerdì ore 12:00 – 19:00 Sabato e Domenica Chiuso