Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Tracing Vitruvio. Il De Architectura riletto attraverso le opere di Agostino Iacurci

Una tra le principali fonti della moderna conoscenza sui metodi costruttivi degli antichi romani, il De Architettura di Marco Vitruvio Pollione, è stato senza ombra di dubbio non solo un documento storico alla base delle conoscenze tecniche e pratiche dell’architettura ma ha avuto il compito di definirla sia come vera e propria scienza e, allo stesso tempo, ha permesso di riconoscerne l’attività intellettuale secondo cui l’architetto deve essere dotato di un sapere completo ed enciclopedico.

Partendo da queste premesse, Agostino Iacurci. Tracing Vitruvio. Viaggio onirico tra le pagine del De Architectura a cura di Marcello Smarrelli con la consulenza scientifica di Brunella Paolini e in collaborazione con l’Ente Olivieri – Biblioteca e Musei Oliveriani, è un progetto site specific elaborato, complesso e senza dubbio audace in cui, ancora una volta, si pone in dialogo il classico con il contemporaneo mostrando da un lato le forti connessioni e influenze che certe nozioni del passato hanno tuttora sulla composizione artistica odierna, dall’altro proponendo un confronto diretto tra due forme di composizione estetica. Da una parte la teoria, la scrittura e la stampa risalente al periodo del Rinascimento, dall’altra un linguaggio visivo immediato e inconfondibile, tale è quello di Agostino Iacurci, artista conosciuto per i suoi dipinti murali e per il suo stile compositivo geometrico, dalle ampie campiture cromatiche perfettamente bilanciate.

Il progetto è stato pensato per accompagnare il pubblico in questa duplice lettura delle teorie Vitruviane e per celebrare la figura del teorico attraverso un percorso che si snoda su due canali, uno più tradizionale e filologico con l’intento di analizzare il testo risalente al I sec. a.C., che presenta una selezione di dieci edizioni, rare e preziose, provenienti dalle raccolte oliveriane e conservate presso i Musei Civici di Pesaro. L’altro più onirico e libero, pensato appositamente dall’artista Agostino Iacurci, dove le creazioni vitruviane prendono forma attraverso il linguaggio caleidoscopico e surreale dell’artista.

Partendo proprio dagli splendidi esempi di incisione utilizzati dagli artisti del passato come illustrazione del testo, Iacurci interviene dandone una nuova e originale interpretazione. Gli elementi architettonici, si permeano di nuova vita, attraverso una composizione in cui domina il colore brillante e dove è costante un principio di decostruzione e scomposizione degli elementi candidi e perfetti tipici dell’antichità classica, a favore di un ritorno all’essenza dell’elemento architettonico, una chiarezza e semplificazione delle forme geometriche ridefinite e composte attraverso l’uso della luce e dei colori brillanti, una tensione unica che introduce aspetti che perfettamente s’incastrano tra il classico e il contemporaneo. Capitelli, colonne, cariatidi sembrano tutti rianimarsi e riappropriarsi della vitalità da cui sono stati creati a favore di un’esposizione unica che permette una lettura stratificata, a più livelli semantici.

L’esposizione in programma a Palazzo Mosca – Musei Civici dal 14 luglio al 13 ottobre 2019, fa parte del ciclo “Mostre per Leonardo e per Raffaello” a Pesaro, Fano e Urbino, un progetto diffuso e messo in campo dai tre comuni nell’ambito delle celebrazioni promosse dal MIBAC per i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci nel 2019 e di Raffaello Sanzio nel 2020, realizzato con il sostegno dei rispettivi Comitati nazionali, il contributo della Regione Marche e l’organizzazione di Sistema Museo.

La mostra è realizzata in collaborazione con M77 Gallery di Milano.

 

Agostino Iacurci. Tracing Vitruvio. Viaggio onirico tra le pagine del De Architectura

a cura di Marcello Smarrelli

fino al 13 ottobre 2019

Palazzo Mosca – Musei Civici, Pesaro

 

Orari: luglio – settembre, martedì – domenica h 10-13/16-19.30; ottobre, martedì – giovedì, h 10-13 e venerdì – domenica, h 10-13/15.30-18.30; 11-23 agosto 2019 in occasione del Rof, tutti i giorni 10-13/16-19.30

Ingresso: Intero € 12; Ridotto € 8

Per maggiori informazioni consultare il sito www.mostreleonardoraffaello.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Italiani al mare. Manifesti cinematografici 1949-1999. Dalla Collezione Enrico Minisini

ITALIANI AL MARE. MANIFESTI CINEMATOGRAFICI 1949-1999. Dalla Collezione Enrico Minisini, a cura di Andrea Tomasetig ed Enrico Minisini, è la mostra che verrà accolta negli spazi della Galleria Carifano, presso Palazzo Corbelli a Fano, dal 24 luglio al 29 settembre 2019.

Il visitatore avrà l’opportunità di fare un tuffo nel passato, ammirando cinquant’anni di cinema balneare, un frizzante filone della commedia all’italiana. Un centinaio di manifesti, locandine e fotobuste, tutti in prima edizione originale, provenienti dalla vasta Collezione Minisini, offriranno uno spaccato della Bella Italia, attraverso le abitudini vacanziere degli italiani, dalla metà del Novecento alle soglie del nuovo millennio.

Alla Galleria Carifano saranno presenti le grafiche dei film dal 1949 al 1999, molte delle quali sono vere e proprie opere d’arte della “scuola italiana del manifesto cinematografico”, come definita da Stefano Salis.

L’evento si concentra soprattutto sugli anni Cinquanta e Sessanta, i decenni del boom economico, età di un più diffuso benessere, gli anni delle prime vacanze al mare, dei giovani che ascoltano la musica dei juke-box nei bar. Erano il cinema e la musica, grazie alla diffusione della televisione, a dettare gli stili di vita. Il cinema è stato capace di conquistare il cuore del popolo italiano con una serie di film scanzonati, e non solo, girati sotto il sol leone delle principali località balneari, dalla Riviera adriatica a Ischia, Capri e Taormina.

Con gli anni Settanta il cinema balneare subisce un’evoluzione, infatti vengono trasmessi film dai contenuti più “espliciti”, e poi arrivare ai “cinepanettoni”, tipici dei fratelli Vanzina, degli anni Ottanta e Novanta. Anche la comunicazione subisce un cambiamento: il manifesto disegnato viene sostituito da quello fotografico. Il percorso espositivo termina dunque con la locandina di un film simbolo della società italiana in vacanza al mare a metà anni Novanta, Ferie d’agosto, del 1996, di Paolo Virzì.

Enrico Minisini afferma che “la rassegna è uno specchio dell’Italia che cambia visto dalla spiaggia, più immediato di un trattato di sociologia” e un invito “a gettare uno sguardo curioso e indagatore su un fenomeno di massa, che ha contribuito a costruire la storia collettiva dell’Italia”.

Accompagna l’esposizione il catalogo con testi di Stefano Salis e dei curatori Andrea Tomasetig e Enrico Minisini, con un ricco apparato iconografico.

 

 

Dal 23 Luglio 2019 al 29 Settembre 2019

Fano | Pesaro e Urbino

Luogo: Galleria Carifano – Palazzo Corbelli

Indirizzo: via Arco d’Augusto 47

Orari: da martedì a domenica 21 – 23. Dal 1° settembre: da martedì a domenica 17 – 20; chiuso lunedì

Curatori: Andrea Tomasetig, Enrico Minisini

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Sito ufficiale: http://www.creval.it

Art Faces: oltre cento ritratti d’artista in mostra all’Art Forum Würth di Capena

Quando si pensa a Mondrian vengono subito in mente colori primari e perfetti incontri di orizzontali e verticali, se si pensa a Duchamp invece un orinatoio o altri oggetti da lui convertiti in opere d’arte, pensando a Lichtenstein colorate vignette Pop, e così via. Nessuno pensa mai agli artisti per il loro aspetto. Che faccia avevano però i grandi protagonisti della storia dell’arte del Novecento?

A porsi questa domanda, in passato, è stato il fotografo svizzero François Meyer, che spinto dalla curiosità di indagare su chi si celasse dietro le opere d’arte, dal 1975 ha intrapreso l’ambizioso progetto di comporre una collezione di ritratti d’artista, sia fotografando in prima persona, sia acquistando ritratti realizzati da altri fotografi. Il risultato di questa operazione è una raccolta di più di 240 fotografie di 42 diversi autori – tra cui Arnold Newman, Herbert List, Michel Sima, Denise Colomb e perfino August Sander – oggi parte della Collezione Würth ed esposta al pubblico per la prima volta nel 2003 presso la Kunsthalle Würth di Schwäbisch Hall.

Per chi si stesse ponendo la stessa domanda di Meyer, fosse curioso di vedere i volti che si celano dietro le grandi opere del Novecento e di scoprire se l’aspetto degli artisti corrisponde all’idea che se ne è fatto attraverso le loro creazioni, la mostra Art Faces. Ritratti d’artista nella Collezione Würth è attualmente visitabile qui in Italia, precisamente a Capena, splendido paesino alle porte di Roma.

La mostra, che ha inaugurato lo scorso febbraio e avrà la durata di circa un anno, raccoglie più di 100 fotografie realizzate da 32 fotografi. Il percorso espositivo è articolato su due piani e diviso per movimenti artistici: sono presenti tutti insieme, uno accanto all’altro, i più grandi nomi del Novecento – dai protagonisti delle avanguardie storiche come Picasso, Duchamp o Picabia, fino a grandi personalità ancora attive come Damien Hirst e David Hockney – in un insolito e coinvolgente viaggio nella storia dell’arte contemporanea, fatto non di opere ma dei volti e degli sguardi di coloro che l’hanno vissuta. Accanto ai ritratti degli artisti sono però esposte in qualche caso anche loro opere (sempre provenienti dalla Collezione Würth), in modo che lo spettatore abbia la rara occasione di raffrontare l’artista e l’opera d’arte da lui prodotta, di osservare in un solo colpo d’occhio il creatore e la sua creazione.

La mostra è accompagnata da un catalogo e da numerosi laboratori, ed è sempre a ingresso gratuito.

 

Andy Warhol (1928 – 1987), Maler und Victor Hugo
Foto: François Meyer,
1977 in New York

Marino Marini (1901 – 1980)
Bildhauer
Foto: Herbert List,
1952 in Mailand

Niki de Saint Phalle (1930 – 2002)
Künstlerin
Foto: Monique Jacot,
1963/64 in Soisy-Ecole

Piet Mondrian (1872 – 1944)
Maler
Foto: Arnold Newman,
1942 in New York

Roy Lichtenstein (1923 – 1997)
Maler
Foto: François Meyer,
1977 in Southampton

Salvador Dalí (1904 – 1989)
Maler
Foto: Jean Dieuzaide

Sam Francis (1923 – 1994)
Maler
Foto: François Meyer, 1977 in Santa Monica

Art Faces. Ritratti d’artista nella Collezione Würth

Fino al 14.03.2020

Art Forum Würth Capena

Viale della Buona Fortuna, 2 – Capena (RM)

 

www.artforumwuerth.it

Ekaterina Panikanova. Attraversando il mio giardino

E’ in corso fino alla fine di Luglio presso la galleria Z2O di Sara Zanin di Roma la nuova personale dell’artista russa Ekaterina Panikanova, a cura di Marina Dacci.

La visita diventa un’esperienza immersiva nel modo interiore dell’artista; un flusso di ricordi rche viene rappresentato attraverso oggetti e brani di natura sapientemente intrecciati tramite l’uso di nuovi media.

La scelta dell’elemento naturale deriva dagli anni in cui Ekaterina ha vissuto in campagna e diventa terreno letteralmente fertile per innestare una serie di rimandi al suo trascorso personale. La natura è un continuum temporale, un universo dove il passato, il presente ed il futuro vivono simultaneamente, un posto dove sentirsi protetti e parte del tutto.

Il percorso espositivo si delinea lungo tre sale; nella prima due palloni galleggiano nell’acqua di una piscina, simbolo di un movimento sospeso. Nella seconda, effetti sonori accompagnano una serie di oggetti che diventano testimonianza della parabola esistenziale e soggettiva dell’artista.

Ma è la terza sala che svela pienamente il concept di mostra: una serie di elementi (libri, merletti in creta, bicchieri di vetro) vengono affiancati a elementi naturali, come rami e foglie secche, diventando una sorta di giardino artificiale (da qui il titolo della mostra appunto), un luogo al confine tra la realtà presente e quanto già vissuto, un prato mentale dove i fiori hanno il profumo di quanto non è più esperibile ma che al contempo racchiude le gemme di un ipotetico futuro ancora da cogliere.

 

Z20 Sara Zanin Gallery

Dal 20 giugno al 31 luglio 2019

Via della Vetrina, 21, Roma

Dal lunedì al venerdì: 13:00 – 19:00

www.z2ogalleria.it

 

 

 

 

 

Deposizione della Verità: l’omaggio alla famiglia Cucchi del misterioso artista Sirante

Tutti ne parlano, tutti la fotografano, tutti la postano. È comparsa da qualche giorno in via Natale Palli a Torpignattara, nel centro della street art romana, una nuova opera che ha fortemente colpito il grande pubblico. Si tratta di un grande poster (realizzato con stampa digitale e incorniciato) che rappresenta il tristemente noto volto martoriato di Stefano Cucchi – immagine divenuta ormai simbolo della violenza dello Stato – sostituito a quello di Cristo nel contesto della Deposizione dipinta dal fiammingo Rogier van der Weyden (risalente al 1435 e oggi conservata al Prado di Madrid). All’interno del quadro – lasciato invariato ad eccezione del volto di Cristo – la figura della Vergine, come è stato scritto dall’Ecomuseo Casilino Ad Duas Lauros, “diventa allora la famiglia, oppure Ilaria, oppure anche la comunità intera. Una soluzione che ci ricorda che, se la morte genera di per sé sofferenza nei vivi, quella prodotta dall’ingiustizia e dalla violenza, produce un dolore inimmaginabile a cui si può reagire, forse, solo con un’azione orientata al ripristino della verità e della giustizia”.

L’opera è un omaggio alla battaglia della famiglia Cucchi, e non è l’unico nel campo dell’arte urbana: lo scorso anno è stato dedicato infatti a Ilaria Cucchi un monumentale murale realizzato a Napoli dallo street artista Jorit, e il volto di Stefano compariva già in un altro murale a Torpignattara. In questo caso però l’opera si riferisce espressamente agli ultimi sviluppi della vicenda. Il titolo dell’opera è infatti un gioco di parole, Deposizione della Verità, e una didascalia ce lo spiega: “Dopo il lungo calvario giudiziario e il depistaggio da parte dello stato, giungiamo finalmente alla deposizione della verità”.

L’autore della tanto discussa opera – discussa non solo in positivo, come si può leggere sui social infatti non tutti hanno apprezzato l’operazione – è Sirante, artista dall’identità sconosciuta che rivisita grandi capolavori del passato per costruire opere di denuncia. A Roma erano già comparse in passato altre sue opere basate sul cortocircuito tra passato e presente, bellezza dell’arte e brutture della società attuale, come San Matteo Pentito, che raffigurava un Salvini angosciato per aver ingannato i suoi elettori nelle vesti del San Pietro Pentito del Guercino, o I Bambinoni, che ritraeva Donald Trump e Kim Jong-Un intenti a giocare con missili e armi varie all’interno del celeberrimo quadro Gli ambasciatori di Holbein. La ripresa di immagini simboliche è del resto una strategia da sempre molto utilizzata in campo artistico, e molto efficace per imporsi nell’immaginario dell’osservatore (si pensi ad esempio ad opere divenute iconiche come la Gioconda coi baffi di Duchamp). L’operazione non è nuova neanche nel campo della street art, basti pensare al San Sebastiano di Ozmo o all’ultimo murale di Blu al Quarticciolo.

 

Chilometro 0: sei artisti per un ritorno all’oggetto

Cos’è l’arte se non ciò che effettivamente si presenta davanti ai nostri occhi, libero da ogni costrutto formale o estetico? Partendo da questo interrogativo, sei artisti riuniti sotto il nome di In Situ, hanno rivoluzionato in maniera originale e per niente scontata, gli spazi di The Gallery Apart dando vita, attraverso i loro oggetti, a una vera e propria finestra sul reale.

Il gruppo è un vivace organismo artistico che, nella problematica periferia romana di Tor Bella Monaca, ha dato vita a una realtà innovativa e dall’ampio respiro internazionale attraverso la realizzazione di un artist run space e undici studi d’artista, divenendo così tra i fattori di rigenerazione urbana del quartiere, vivacizzando e incrementando l’interesse artistico della zona.

La mostra a cura di Porter Ducrist, porta il titolo di Chilometro 0, enigmatico così come il suo curatore, il titolo fa riferimento a un ipotetico ritorno ad un punto di partenza, una tabula rasa delle nozioni fino a qui assimilate a favore di un nuovo modo di vedere che ci accoglie, appena vagliata la soglia della porta d’ingresso della galleria, in uno spazio ridefinito attraverso l’uso colorato e ironico di oggetti presi in prestito dal quotidiano.

Partendo dall’oggetto e dalla sua rappresentazione e interpretazione, gli artisti in mostra interrogano il mondo dell’arte, al fine di tornare al tanto aspirato Chilometro 0, e da lì ripartire per costruire un nuovo sistema dell’arte più equilibrato, in cui ogni ruolo ha un preciso compito, tra cui quello di interrogare lo spettatore, aiutarlo a pensare e riflettere su ciò che è visibile e ciò che è celato.

Riprendendo le sperimentazioni minimaliste in cui l’oggetto viveva e si alimentava grazie all’interazione dello spettatore e ai rapporti di contingenza, gli artisti rielaborano il concetto che ne sta alla base per superarlo e capovolgerlo in un utilizzo del banale attraverso una seria ironia che oltre a far divertire, induce a riflettere e a mettere in discussione chi siamo e cosa abbiamo fatto fino ad ora.

Il tempo è dunque azzerato, ciò che si attiva invece è la memoria intima e la rappresentazione del quotidiano che portano a relazionarsi continuamente con le opere in mostra. Attraverso la loro composizione estetica, gli oggetti, ci suggeriscono pensieri ed emozioni, invitano lo spettatore ad essere coinvolto, talvolta disturbato o turbato, con il fine ultimo di insinuare dubbi, pensieri e considerazioni. L’uso dell’oggetto è pacato, equilibrato e a tratti fuorviante, ciò che è rappresentato mantiene la sua stessa funzione, non cambia mai il suo status.

L’artista è colui che attinge dal suo quotidiano, dalla sua intima realtà, quella stessa realtà che lo porta continuamente ad interrogarsi. Partendo da questa imperitura riflessione, l’artista rielabora l’oggetto e lo traspone presentandolo agli occhi dello spettatore come ulteriore frutto di una meditazione, una ricerca estetica e prima di tutto artistica che, a sua volta, ha il compito di aprire gli occhi al fruitore e ribaltare gli schemi del sistema, sperando appunto di ripartire da zero.

La rappresentazione dell’oggetto è fine alla sua messa in mostra nel tentativo di porre dei quesiti e aprire nuove forme di pensiero in cui venga messo in crisi il sistema stesso dell’arte dove i ruoli dei componenti che lo attivano e lo alimentano, si rimettano in discussione. In questo perenne passaggio da significato a significante e viceversa, gli artisti ci invitano a ritornare all’essenza dell’oggetto oltre che alla sua rappresentazione, ed è proprio attraverso la capacità di rappresentare il reale che l’arte si rimette in gioco attraverso la concretezza del banale.

Chilometro 0. Christophe Constantin, Marco De Rosa, Federica Di Pietrantonio, Chiara Fantaccione, Roberta Folliero, Andrea Frosolini

a cura di Porter Ducrist

fino al 26 luglio

The Gallery Apart

Via Francesco Negri n. 43

Orari: dal martedì al venerdì, h 15 – 19

Ingresso libero

Alberto Garutti – AI NATI DI OGGI

“I lampioni di Piazza del Popolo sono collegati con il reparto di maternità del Policlinico Agostino Gemelli. Ogni volta che la luce pulserà vorrà dire che è nato un bambino. Quest’opera è dedicata a lui e ai nati oggi in questa città”

E’ il caso di dire che ogni vita che nasce è una nuova luce che inizia a brillare. Potrebbe essere definito così il concept che sta dietro l’installazione di Alberto Garutti, dal titolo Ai nuovi nati, inaugurata nei giorni scorsi nella splendida cornice di Piazza del Popolo a Roma e visibile al pubblico fino al prossimo dicembre; lo scopo del lavoro è illustrato dalla didascalia sopra riportata, incisa su lastre di metallo posizionate in più punti della piazza.

Il progetto è curato da Hou Hanru e Monia Trombetta ed è realizzato dal MAXXI (Museo nazionale delle arti del XXI secolo) in collaborazione con la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS; è promosso da Roma Capitale, con il supporto di Acea e Areti.

L’idea nasce 1998; da allora è stata realizzata in diverse città del mondo prima di approdare a Roma, ad esempio a Istanbul e a Mosca, solo per citarne due.

Ma come funziona?

Tutto parte da un pulsante, che viene premuto nel reparto del Gemelli in occasione di ogni nuova nascita (e parliamo di una media di 11 parti al giorno per l’ospedale romano); a quel punto l’intensità luminosa dei lampioni della piazza aumenterà gradualmente fino a ritornare, dopo circa trenta secondi, al grado di brillantezza consueta.

In questo modo il pubblico diventerà parte dell’opera, e avrà modo di venire a conoscenza del lieto evento in tempo reale e di gioirne, scambiando magari commenti e sorrisi con gli altri passanti; l’arte incontra così le persone attraverso il medium della luce, che omaggia l’atto d’inizio di ogni vita, la nascita, in modo delicato e rispettoso, all’insegna dell’umanità e della condivisione.

 

Alberto Garutti: Ai nuovi nati

Piazza del Popolo, Roma

Dal 2 luglio al 31 dicembre 2019

Lee Madgwick, il vedutista iper-contemporaneo

Atmosfere sospese, architetture immaginarie, scenografie ambigue e inquietanti, scorrono come frammenti di paesaggi ideali, inghiottiti dalla vegetazione, mentre si osservano in lontananza da un ideale treno in movimento. Si tratta delle pitture dell’artista inglese Lee Madgwick, alla sua seconda personale presso la White Noise Gallery di Roma, perfetto pittore vedutista iper-contemporaneo che ha fatto di questi elementi la sua cifra stilistica.

Utilizzando una costruzione frammentaria e quasi fotografica, l’artista dà vita a immagini e atmosfere quasi dechirichiane, paesaggi urbani che non esistono ma potrebbero esistere. Come dei “capricci” settecenteschi, le immagini sono composte da una libera combinazione di elementi architettonici reali o fantastici, rovine dell’età post-moderna, scorci di periferie cittadine inglobate in paesaggi rurali. Se da un lato i palazzi e le vedute realizzate sono frutto di una rielaborazione postuma di uno sguardo attento del quotidiano e per cui fittizie, dall’altro lato si presentano come luoghi che hanno a che fare con la nostra personale memoria, sembrano quasi familiari, avvolte da una campitura di colori che drammatizza la scena enfatizzandone l’atmosfera silenziosa e perturbante.

Le pitture di Lee Madgwick sono composte da una perfezione formale che ricorda non solo le costruzioni scenografiche e dal sapore distopico di pellicole cinematografiche ma allo stesso tempo rimandano alle vedute realizzate da Hopper, il pittore del silenzio, accomunate dal tentativo di ridare più una sensazione che una ricerca minuziosa del dettaglio e dell’appropriazione del luogo. Ciò che caratterizza i capricci contemporanei di Madgwick è proprio la capacità di fare appello ai sensi attraverso una narrazione precisa, fatta di luoghi in cui la voluta assenza dell’essere umano accentua la percezione che si ha dell’immagine.

Prendendo spunto e guardando alle citazioni del passato, le costruzioni dell’artista britannico, rielaborano il concetto stesso di pittura in una chiave iper-contemporanea, in cui la necessità di un ritorno al formale, all’elaborato e al ricercato si fa sempre più necessario. Madgwick attraverso le sue distopiche pitture dal sapore horror fiabesco, tenta di aprire lo sguardo e la mente del fruitore per interrogarsi e immaginare molteplici soluzioni e scoprire altrettante chiavi di lettura in una rielaborazione pittorica dal finale aperto.

Qualsiasi cosa stia accadendo all’interno dei palazzi o delle costruzioni abbandonate non è dato sapere, ciò che resta è un’ambiente pittorico fittizio, talvolta esasperato da un errore di costruzione architettonica e dall’assenza di una connotazione geografica o temporale precisa che avvolge lo spettatore totalmente, invitandolo ad uno sguardo lento e silenzioso che porta a concentrarsi su un istante preciso.

Le pitture di Madgwick sono composte da una raffinata costruzione dell’immagine, una narrazione silenziosa e dal forte impatto emotivo, in contrasto con le anonime realtà ritratte, che si presentano a chi osserva come frammenti di una visione, in cui persino i formati delle immagini ci coinvolgono come se stessero scorrendo davanti ai nostri occhi, al di là di un finestrino.

Lee Madgwick. The Nowhere Sightseeing Tour

a cura di Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti

fino al 26 luglio 2019

White Noise Gallery

Via della Seggiola 52, Roma

Orario: dal lunedì al venerdì, h 12.00 – 19.00

Ingresso libero

Frank Holliday in Rome

Se in questi giorni piegati dall’afa estiva vi viene voglia di trovare refrigerio passeggiando per Villa Borghese, il mio suggerimento è quello di fare un salto al museo Carlo Bilotti, per vedere i bellissimi dipinti di Frank Holliday.

Curata da Cesare Biasini Selvaggi, Frank Holliday in Rome è la prima personale dell’artista statunitense ad essere esposta in un museo italiano, ed è composta da 36 opere, realizzate durante l’estate del 2016 proprio qui a Roma, in uno studio situato nei pressi di Piazza Navona.

L’influenza dei grandi maestri del passato, la possibilità di vedere quotidianamente dal vivo una serie di capolavori disseminati per il centro storico della capitale è stato un elemento di grande importanza per il lavoro dell’artista, che ne ha così ricavato stimoli e influenze, soprattutto, a suo stesso dire, dalle opere di Caravaggio.

Il tema della mostra è un intenso viaggio che l’artista compie a cavallo tra tre mondi; si passa dalle atmosfere celesti e aeree di un paradiso collocato in una dimensione alta e altra, a quelle pesanti, terrene e materiali, associate ai fuochi e alle ceneri di un inferno a tratti riconoscibile nelle difficoltà quotidiane. Tra queste due una zona sospesa, una terra di mezzo senza nome dove compiere alcune pause prima di rimettersi in cammino. Le pennellate, fluide, energiche, a tratti vaporose, restituiscono colori, toni e sensazioni in modo fortemente penetrante; flussi di energia vibrano sulle tele, portandoci su, in un volo folle verso il sole o precipitandoci in un gorgo ipogeo color tenebra: tra i due estremi la sosta in un limbo di attesa, dove riprendere fiato, farci irrorare di luce o proteggere da un nido di acqua e nuvole.

Il lavoro di Frank Holliday (1957) è associabile ai movimenti Neo Espressionisti e Neo Astratti, nonché alla cerchia artistica del Club 57, il famoso locale di New York al quale lo scorso anno il MoMA ha dedicato l’importante esposizione Club 57: Film, Perfomance and art in the East Village, 1978-1983.

Completa il percorso espositivo la proiezione del film inedito di Anney Bonney, dal titolo: Roman Holliday.

 

Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese

dal 20 giugno al 13 ottobre 2019

da martedì a venerdì ore 10.00 – 16.00   Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00

Ingresso gratuito

www.museocarlobilotti.it

 

Il segreto del tempo, i monoliti digitali di Fabrizio Plessi alle Terme di Caracalla

Dodici videoinstallazioni accompagnano per oltre 200 metri un percorso alla scoperta delle gallerie sotterranee delle Terme di Caracalla. Accompagnate dalle musiche composte da Michael Nyman, le installazioni site specific fanno da trait-d’union tra antico e contemporaneo, trasportando con stupore, scoperta e meraviglia in un viaggio immersivo e suggestivo. Si tratta di Plessi a Caracalla. Il segreto del tempo, la mostra a cura di Alberto Fiz e organizzata dalla Soprintendenza Speciale di Roma in collaborazione con Electa, un racconto che attraverso lo splendido lavoro dell’artista Fabrizio Plessi, pioniere della video art, descrive in modo poetico e affascinante un passato profondamente connesso con la storia della Roma Imperiale segreta e sconosciuta, a tratti desolante. Le doppie gallerie anulari aperte per la prima volta al pubblico dopo anni di restauri e consolidamento erano le stesse che circondavano il calidarium, ovvero il luogo destinato ai bagni in acqua calda e ai bagni di vapore, dove centinaia di schiavi lavoravano giornalmente il fuoco per tenere attiva e funzionante la “macchina”.

Partendo dunque da connotati storici, Plessi è stato in grado di lavorare non solo aspetti del passato riconducendoli al contemporaneo ma ha anche avuto la possibilità di mantenere intatta la sua cifra stilistica, lavorando in particolare su alcune tematiche a lui care quali il fuoco e l’acqua. Attraverso la rielaborazione di questi elementi, l’antichità romana rivive proponendosi agli occhi dei fruitori sotto forma di immagini e suoni. L’incredibile capacità della tecnologia di Plessi di inserirsi negli interstizi della storia permette al luogo di caricarsi emotivamente ed esteticamente di nuove e intense tracce della storia, coinvolgendo in toto lo spettatore invitato a muoversi e a trovare un punto di osservazione del tutto personale, attivando così un dialogo tra le immagini del reale e i soggetti digitali che si susseguono, senza mai sovrapporsi.

La rielaborazione degli elementi architettonici dell’antica Roma, come gli archi su cui sono proiettate le immagini, vengono pervasi da una carica simbolica che li eleva quasi a totem, monoliti che occupano lo spazio in un moto discensionale che si specchia su vasche il cui contenuto permette di prolungare l’illusione dell’atto visivo in una totale rifrazione ambientale ed emozionale.

Plessi, attraverso i suoi monoliti tridimensionali, celebra e racconta aspetti della Roma antica e intervenendo digitalmente permette ai suoi soggetti di vivere e modificarsi continuamente attivando ancora una volta intrecci visivi tra la dimensione fisica e quella virtuale. Il percorso espositivo non è dunque solo esperienziale ma è una passeggiata tra due storie: quella antica degli schiavi e della specificità del luogo e quella odierna che auspica a creare o trovare dei legami per dare a quel passato uno sguardo nuovo, alla ricerca di una identità contemporanea che possa raccogliere le testimonianze del passato a favore di un rinnovamento del presente.

 

Plessi a Caracalla. Il segreto del tempo

A cura di Alberto Fiz

fino al 29 settembre 2019

Terme di Caracalla

Via delle Terme di Caracalla 52, Roma

 

Orari: da martedì a domenica ore 9 – 18.30; lunedì ore 9 – 14

Ingresso: intero € 11

Per ulteriori info https://www.coopculture.it/heritage.cfm?id=6