Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Un dialogo visivo sul reale. Alla Fondazione Memmo il nuovo appuntamento di Conversation Piece

Torna l’appuntamento Conversation Piece, il format curato e pensato da Marcello Smarrelli per la Fondazione Memmo nato con il desiderio di innescare un dialogo sulla scena artistica romana contemporanea, mettendo insieme personalità diverse del mondo dell’arte in un connubio inaspettato e talvolta imprevedibile.

Per la sesta edizione del format, un’artista, un designer e un architetto si sono confrontati e hanno interagito su una riflessione comune che riguarda un ben preciso momento di rivoluzione storica, etica e anche politica. Partendo, infatti, da alcuni principi fondamentali del Manifesto del Nuovo Realismo, pubblicato nel 2012 dal filosofo Maurizio Ferraris, la mostra ha assunto una declinazione più matura e consapevole che invoglia lo spettatore a inserirsi in quella riflessione filosofica che vede la realtà insieme all’oggettività, come l’unica chiave di lettura per il presente. Non a caso il sottotitolo della mostra, La realtà è ciò che non scompare quando smetti di crederci è una citazione contenuta nel saggio Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni dello scrittore Philip K. Dick, inventore della fantascienza. L’invito è quello a una visione prettamente ancorata alla concretezza del reale.

Il ritorno dell’oggetto per indagare e riconoscere il reale, sembra farsi da protagonista in un’unione formale ed estetica per nulla banale. L’unione di tre ambiti quali l’architettura, il design e l’arte dialoga in un modo del tutto nuovo e non invasivo, bensì rispettoso nell’intento di creare un ponte per una passeggiata ideale nella ricerca, attenta, minuziosa della realtà.

La mostra si sviluppa come un percorso che dialoga e interagisce necessariamente con lo spettatore a partire dall’installazione Aria Calda dell’artista Corinna Gosmaro, giovane vincitrice della CRT Italian Fellowship in Visual Arts presso l’American Academy di Roma. L’installazione accoglie il visitatore con una forte suggestione visiva che dà vita a un percorso sensoriale ed emotivo. L’artista nelle sue opere fa ricorso a oggetti utilizzati nella produzione industriale, come appunto i filtri per l’aria, di cui sfrutta le caratteristiche e potenzialità dando vita a paesaggi mentali, ideali che fanno parte del nostro quotidiano. Allo stesso modo, Gosmaro utilizza tubi di ottone per creare dei corrimani che da un lato, restituiscono ulteriori immagini liriche che interrogano e accompagnano il visitatore nel percorso immaginando ipotetiche connessioni o forme paesaggistiche, dall’altro lato diventano come una terza memoria, registrando il passaggio dello spettatore che inconsapevole ne modifica la superficie. Le opere di Gosmaro creano un terzo luogo, un paesaggio oltre il luogo del reale, abbattendo ogni necessità visiva formale a favore di un’immersione totale emotiva ed esperienziale.

Rolf Sachs, artista visivo e designer, prosegue la riflessione utilizzando opere dalla forte ironia volta a destabilizzare e interrogare il fruitore su ciò che è reale e ciò che è fittizio. Anche Sachs, parte da oggetti di uso comune ma trasformandoli o assemblandoli in maniera nuova, intuitiva e sorprendete. La forte relazione con il reale che innesca Sachs nell’elaborazione manuale delle sue opere, si fa ancora più tangibile nell’azione performativa di fotografare i visitatori presenti al vernissage della mostra, creando un vero e proprio archivio umano pubblico, diretto e ironico. Il protagonista è ancora una volta il pubblico, invitato in modo ludico a osservarsi al di fuori di sé, a guardarsi nella realtà delle proprie fattezze attraverso degli elaborati di stampa suggestivi e poetici.

Infine, Philippe Rahm, artista che lavora nel campo della cosiddetta “architettura meteorologica”, tramite cui agisce dal visibile all’invisibile. Facendo propri alcuni principi del Nuovo Realismo, Rahm con Climatic Apparel compie un’azione ancor più minimale e concettuale riflettendo sulla capacità nata dell’unione di tecnologia e formalizzazione estetica, di indagare il presente e ciò che definiamo reale. Gli abiti unisex sono capaci di reagire alle condizioni atmosferiche, riproposte attraverso l’uso di neon che ne variano la potenza della luce stagionale (invernale ed estiva). Anche qui, l’azione e il gesto performativo della loro “portabilità” diventa pretesto per una riflessione sulla concretezza, sull’utilità e la possibilità di fare affidamento al reale che, abbattendo alcuni dogmi del postmodernismo, è necessario, non invaso e perennemente presente.

La mostra, dunque, nella sua elegante e stimolante composizione, ci pone degli interrogativi le cui risposte sono possibili solo attraverso un prepotente ritorno al reale attraverso l’uso sapiente del quotidiano e dell’oggetto nelle sue infinite possibilità di utilizzo.

Conversation Piece | Part VI – La realtà è ciò che non scompare quando smetti di crederci

curata da Marcello Smarrelli

Fino al 22.03.2020

Fondazione Memmo

via Fontanella Borghese 56/b, Roma

Orario: tutti i giorni dalle 11.00 alle 18.00 (martedì chiuso)

Ingresso libero

La rivoluzione della visione. Verso il Bauhaus. Moholy-Nagy e i suoi contemporanei ungheresi

A 125 anni dalla nascita di Lazlo Moholy-Nagy la Galleria d’Arte Moderna di Roma dedica al pittore e fotografo ungherese una mostra con dipinti, fotografie e tre film girati dell’artista, esponendo un corpus di opere che copre i primi quarant’anni del ‘900 e che permette di analizzare tutti i passaggi di stile della sua produzione, fino ad arrivare agli esiti più innovativ,i legati all’esperienza della Bauhaus.

Curata da Katalin Nagy T., la mostra è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e dall’Accademia d’Ungheria in Roma ed è stata realizzata in collaborazione con il Museo della Fotografia Ungherese di Kecskemét e l’Istituto Luce-Cinecittà, oltre che dal Museo Déri di Debrecen.

Dalle prove espressioniste alle sperimentazioni d’avanguardia, la mostra approfondisce il cammino dell’artista, che trova il suo sviluppo più completo all’interno della Bauhaus di Weimar. Qui lo studio dei meccanismi della visione e dei giochi di luce trova la sua più audace definizione nell’arte fotografica, che lo porta a produrre una serie di immagini ormai iconiche denotate da una modernità impressionante, a metà tra il collage, la grafica pubblicitaria e il fotogramma cinematografico.

Oltre al particolare focus centrato sui lavori di Mohoyl-Nagy, la mostra si allarga ad esplorare l’operato di una serie di artisti appartenenti all’Avanguardia ungherese, includendo nel percorso espositivo la sezione Budapest a Roma. Artisti ungheresi nella Capitale fra le due guerre, che presenta opere appartenenti alla collezione permanente della Galleria d’Arte Moderna.

Completa la mostra l’installazione Ologrammi gotici di Sandòr Vàly, allestita nel giardino del museo, che propone una riflessione sull’influenza della luce nella visione: una serie di scatole vitree, più o meno trasparenti, cela o mostra corpi o oggetti al loro interno. E’ infatti la luce e le sue variazioni a determinare la possibilità conoscitiva dello spazio e della materia: l’effetto ottico contribuisce a svelare piuttosto che a tenere segreta l’immagine o la volontà dell’artista.

Foto autrice

 

Galleria d’Arte Moderna di Roma
Via Francesco Crispi, 24
Fino al 15 marzo 2020
Da martedì a domenica ore 10.00-18.30
www.galleriaartemodernaroma.it

 

La forza del colore. Intervista al pittore Enrico Vittucci

“Ogni nuovo mattino, uscirò per le strade cercando i colori”, scriveva Cesare Pavese. E così sembra fare anche il pittore Enrico Vittucci, da oltre vent’anni impegnato in un’incessante ricerca dei colori nascosti in tutto ciò che lo circonda. Attraverso un’intensa forza cromatica, infatti, l’artista trasforma quotidianamente la realtà in quadri senza tempo, in cui anche il grigio della metropoli si converte in coloratissime atmosfere da sogno.

Affezionata musa del pittore è in particolare la città in cui vive, Roma. Strade sopraelevate e rovine architettoniche – insieme a boschi e marine – sono infatti soggetti che da sempre ritornano, come sogni ricorrenti, nelle sue opere. Sotto il suo sguardo, però, esse appaiono trasformate, convertite in paesaggi ideali, più simili a ricordi che a fotografie fedeli della realtà. Grazie a una sapiente resa luministica, alla straniante assenza della figura umana e a un utilizzo emotivo del colore quasi espressionista, il pittore riesce infatti a trasformare anche i soggetti più banali in atmosfere sospese ed enigmatiche, che coinvolgono lo spettatore a un livello inconscio, parlano ai sentimenti, e sembrano sempre nascondere qualcosa di non detto, qualcosa che sfugge alla logica per entrare nel campo dell’irrazionale.

La moltiplicazione dei piani luminosi e la conseguente scomposizione delle forme in geometrie cubo-futuriste, però, conferiscono ad alcuni quadri anche un aspetto solido e concreto, in contrasto con le visioni incantate e rarefatte caratteristiche di altri. Quella di Vittucci è del resto una pittura di contrasti, in cui vedute urbane convivono con elementi naturalistici, paesaggi incontaminati con fumanti ciminiere, luminose visioni diurne con tetri notturni, rigore classico con stridente modernità.

Quaranta opere di Enrico Vittucci, tra cui numerosi quadri inediti realizzati appositamente per l’occasione, saranno in mostra dal 10 al 19 gennaio 2020 presso la galleria Arte Sempione di Roma. Abbiamo intervistato il pittore per saperne di più.

 

Come e quando è nato il suo rapporto con la pittura?

Da sempre. Ho sempre disegnato fin da bambino, poi la pittura a tempera intorno ai dodici anni e subito dopo i colori ad olio. La prima mostra in galleria nel ‘90, a ventidue anni.

Da dove trae l’ispirazione per i suoi quadri? Come nascono le sue opere?

L’ispirazione, o forse la voglia/necessità nasce da uno stato d’animo, da uno stato di benessere interiore, non dipingo mai in una situazione di tristezza o preoccupazione o angoscia.

Da sempre i suoi dipinti sono dominati da alcune tematiche ricorrenti, ad esempio alberi, barche a vela e strade sopraelevate. Cosa significano questi soggetti per lei?

Le vele rappresentano lo spazio aperto, la libertà, la luce. Gli alberi forse li utilizzo come emblema, come rappresentazione in sintesi della natura che ci circonda. Le tangenziali perché rappresentano la città in cui vivo, un po’ metropoli un po’ museo, un po’ “eterna” un po’ moribonda.

E perché invece non è mai presente la figura umana?

La figura umana non mi ha mai interessato particolarmente. Forse nella pittura preferisco guardarmi intorno che guardare dentro chi mi circonda.

Nei suoi dipinti si intravedono richiami ad alcune delle maggiori correnti artistiche del Novecento, come cubismo, futurismo, metafisica e orfismo. C’è qualche artista o movimento a cui si sente particolarmente legato o che l’ha influenzata più di altri?

Sono da sempre appassionato a tutte le correnti artistiche dei primi del Novecento, conseguentemente ne traggo ispirazione fino a raggiungere un linguaggio tutto personale.

“Il colore è un potere che influenza direttamente l’anima”, diceva Vasilij Kandinskij. Si trova d’accordo con questa frase? Come mai nelle sue opere sceglie sempre colori estremamente accesi, quasi accecanti?

D’accordissimo, concetto ormai studiato ed applicato in mille circostanze anche della vita quotidiana. Per tornare alla mia pittura, considero i miei colori un’alterazione dei colori naturali, mi piace sentirmi come un musicista che può trasporre una melodia in altre tonalità.

Nell’ultimo periodo è passato per la prima volta al formato tondo, c’è un motivo particolare per questa scelta?

Un motivo particolare? No, anzi… perché no? Ho visto su una rivista un quadro di Emilio Vedova e mi ha colpito, ho pensato che contrariamente a quello che può sembrare il tondo è una forma moderna. È bello, utilizzato fin dal Rinascimento, e secondo me si sposa bene con le forme che compongono i miei quadri, così geometriche. È intrigante!

 

 

Enrico Vittucci – Mostra personale

Dal 10 al 19 gennaio 2020

Inaugurazione sabato 11 ore 18.00

Galleria Arte Sempione

Corso Sempione, 8 – Roma

Quando il pubblico diventa arte (e viceversa): i musei francesi nelle fotografie di Nicolas Sibertin-Blanc

Una modella che si scatta un selfie, un asiatico con strumenti ipertecnologici, bambini speranzosi di riuscire a toccare qualcosa, qualcuno che sbadiglia stanco o che chiacchiera animatamente: quante volte esplorando le sale di un museo affollato capita di essere distratti da curiosi visitatori che attirano l’attenzione più delle opere stesse? Un giovane fotografo francese, Nicolas Sibertin-Blanc, ha trasformato questa tendenza in qualcosa di molto interessante. Nella sua nuova serie di fotografie, infatti, ritrae i più noti musei francesi attraverso una ambigua combinazione di opere e pubblico.

Usando la tecnica dell’immagine nell’immagine, l’artista crea fotografie in cui i diversi piani (realtà e finzione, vivente e inanimato, opera e contesto, ecc.) sono uniti sapientemente in un’unica immagine perfettamente coerente. Accade così che in alcune foto il pubblico sembri entrare a far parte di famosi quadri, e che in altre siano invece i personaggi dipinti a sembrare partecipi di scene reali. Bellissimi ad esempio Les Noces de Cana, in cui la folla di visitatori del Louvre si mescola ai convitati dipinti nel Cinquecento da Veronese, o Une séance du jury de peinture, in cui un ragazzo con cappellino Gucci sembra quasi specchiarsi nei borghesi col cilindro di Henri Gervex, che peraltro a loro volta guardano dei quadri, moltiplicando così le immagini e triplicando i livelli di lettura.

Attraverso questo gioco combinatorio e citazionista, l’artista attiva inoltre un cortocircuito tra fotografia e pittura, nemiche-amiche da sempre contrapposte nel famoso “combattimento per un’immagine”, per citare una storica mostra del 1973. Riesce inoltre a rivisitare il già visto e a rinnovare perfino il fin troppo noto, riportandoli in circolazione sotto una diversa prospettiva, come a voler dire che in questo momento storico – caratterizzato da un fortissimo inquinamento visivo – la mole di immagini già esistenti debba essere riutilizzata, in un certo senso riciclata, e impiegata come fondamento per costruirne di nuove.

Al contrario di quello che potrebbe sembrare, inoltre, nessuna delle foto che compongono la serie è un fotomontaggio, come l’artista stesso tiene a specificare. Rievocando il suo compatriota Cartier-Bresson, infatti, Sibertin-Blanc cerca e aspetta il momento decisivo nei musei della sua città, e sul suo sito si legge a grandi lettere “None of the showcased photographs is photoshoped. The pictures are taken on the spot. I want to show you what I see”. Le immagini sono quindi frutto di abilità esercitate in fase di ripresa e non in postproduzione, e mostrano semplicemente il punto di vista dell’artista (del resto ormai sempre più artisti prediligono questa modalità di operare, in contrasto con l’evidente artificializzazione della vita contemporanea).

Negli ultimi mesi Nicolas Sibertin-Blanc è stato uno dei protagonisti dell’annuale Salon des Beaux Arts di Parigi e ha ricevuto diversi premi. Per conoscere meglio il suo lavoro: www.nicolas-sibertin.com.

Maria Lai. Lente sul mondo

Lo scorso 21 dicembre è stata inaugurata a Ulassai, presso il Museo La Stazione dell’Arte, la mostra Maria Lai. Lente sul mondo, che chiude le celebrazioni per il centenario della nascita dell’artista.

L’infinito è il filo conduttore della mostra, tema che appare evidente fin dalla prima opera presente nell’esposizione, La notte dei mondi scuciti, una geografia costituita da un semplice filo bianco su uno sfondo nero, nella quale è ancora presente l’ago, lasciato proprio dall’artista. Questa geografia rappresenta il nostro pianeta assieme all’uomo che lo abita, ma è anche la rappresentazione della realtà immaginata dall’uomo. Siamo soli nell’Universo? Esistono altri mondi? Maria Lai, come è possibile ammirare nella parte sinistra dell’opera, offre al pubblico la sua visione del mondo, ovvero la possibile esistenza di altri mondi, un microcosmo all’interno di un macrocosmo, un Universo dalle infinite possibilità.

Microcosmo e macrocosmo, infinito e ritorno alle origini sono le tematiche presenti nelle opere che accompagnano il pubblico lungo l’esposizione. La seria La rupe offre un richiamo ai celebri tacchi di Ulassai, paese natio di Maria Lai, un microcosmo dal quale l’artista trae il proprio linguaggio artistico come se fosse una poesia. Osservando meglio le due opere che compongono La rupe è chiaro che sono state inserite all’interno di un “gioco artistico” composto da carte strappate, che richiama ancora una volta il paesaggio sul quale si erge Ulassai, dunque i tacchi, ma osservando meglio il diramarsi delle linee è evidente che queste stanno a significare il non finito dell’opera e la possibilità di volgere lo sguardo lontano. All’interno di questa composizione è possibile tra l’altro ammirare l’opera di Maria che ha dato il titolo alla mostra, Lente sul mondo, che raccoglie il microcosmo ma allo stesso tempo, oltre la lente, si genera l’infinito, un groviglio di ordine e caos.

L’esposizione si chiude con la serie dei Presepi realizzati dall’artista. Si tratta di opere realizzate con vari materiali, che ancora una volta pongono di fronte al pubblico non solo la straordinaria dote creativa posseduta da Maria Lai, ma anche e soprattutto il carattere deciso e di controtendenza dell’artista, che realizza dei presepi in un momento in cui l’arte aveva abbandonato la tradizione, tipica dell’arte dei secoli passati, di rappresentare la Natività. Anche qui ritorna il tema dell’infinito, perché infinite sono le sue creazioni, in quanto è sempre possibile aggiungere qualcosa all’opera. Un esempio è il Presepe in terracotta smaltata e legno del 1950 poi ripreso nel 2002. L’opera, nella sua prima fase, era composta solamente da uno sfondo roccioso con una capretta, animale al quale Maria si paragonava per la ricerca della libertà, ma nel 2002 l’artista pose mano nuovamente all’opera aggiungendovi la Natività.

«Vorrei che l’arte fosse per tutti un Presepio da comporre coi propri personaggi, i propri pianti, i propri santi, i propri canti». Maria Lai

Fino al 22/03/2020

Ulassai

Stazione dell’Arte

Orari: lunedì – domenica 9:30 – 19:30 Visite guidate: 9:30; 11:00; 13:00; 14:30; 16:00; 18:00 Apertura straordinaria: 24/26/31 dicembre 2019 1° e 6 gennaio 2020 Chiuso: 25 dicembre 2019

 

Monumentum. Robert Morris, l’artista ‘irraggiungibile’ e i suoi simulacri

Unavailable, così si definiva Robert Morris, icona troppo spesso affiancata ad un preciso movimento artistico: il Minimalismo. Irraggiungibile, infatti, è come appare ai nostri occhi, un gigante che ha avuto la capacità di differire in una multiforme possibilità artistica innovativa e unica. Saretto Cincinelli, curatore della mostra in corso presso La Galleria Nazionale di Roma, ha definito il lavoro di Robert Morris “multidirezionale”. Con Monumentum, l’artista statunitense, venuto a mancare durante la progettazione della stessa, pone l’accento su una sua produzione più recente, che ci racconta di una complessità e capacità multiforme di adattamento di un pensiero artistico non riconducibile ad un solo e preciso stile. La figura umana la sua assenza e la sua, seppur contemporanea, presenza si snodano in un percorso esperienziale che fa riflettere sulle possibilità non solo formali ed estetiche, ma anche e, soprattutto, pone l’attenzione su una caratterizzazione percettiva della presenza/assenza del corpo umano.

Pur mantenendo una nitida essenzialità, ereditaria dell’esperienza minimalista, le opere in mostra si esplicitano nella suggestione del corpo umano come simulacro. L’impronta è forse la chiave di lettura che permette allo spettatore di entrare nell’idea stessa del corpo, immaginato, suggerito o solo accennato, in posture e gestualità drammatiche che sembrano suggerire delle pièce teatrali, dell’antica drammaturgia greca.

Il progetto espositivo si compone di un’installazione unica e inedita di due gruppi di opere presentati nel 2015 e nel 2017 alla Castelli Gallery di New York: MOLTINGSEXOSKELETONSSHROUDS e Boustrophedons. I primi realizzati in tela di lino belga immersa in un bagno di resina epossidica trasparente, i secondi in fibra di carbonio. Entrambi i gruppi, però, rappresentano una simulazione antropomorfica dell’essere umano, grazie all’utilizzo di figura reali su cui Morris ha steso i tessuti, i quali in totale autonomia hanno assunto pose, pieghe e modellature autoportanti. Questo, forse, il centro e l’essere stesso delle sculture esposte, al di là di ogni riferimento esplicito alla storia dell’arte (da Goya a Rodin e da Sluter a Donatello). L’impronta è sia simulacro, in quanto memoria di un’assenza e di un vuoto che ridefinisce il corpo umano, sia traccia attiva di un processo che rivive costantemente nel momento di un incontro con lo spettatore. L’assenza e la sua contemporanea presenza si sviluppa su stratificazioni percettive che inducono l’osservatore a compiere un’esperienza totale non solo dei corpi che volteggiano nell’aria o fuoriescono dalla bidimensionalità della superficie, ma anche e soprattutto spinge a sperimentare la propria consapevolezza corporea che si va ad annullare, talvolta coincidendo, con quelle suggerite da Morris.

L’installazione, che occupa la sala centrare della Galleria Nazionale, evoca e completa quella triade oggetto-osservatore-spazio, tipica delle tensioni minimaliste. L’opera non può essere affrancata dai gruppi che la circondano e la animano. Come una danza, l’installazione vive continuamente sotto differenti punti d’incontro e di visione che ne ridefiniscono la sostanza e l’immaginario in un’astrazione totalizzante dell’essere nella sua completezza.

ph: Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea © The Estate of Robert Morris by ARS/SIAE 2019

ph: Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea © The Estate of Robert Morris by ARS/SIAE 2019

ph: Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea © The Estate of Robert Morris by ARS/SIAE 2019

ph: Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea © The Estate of Robert Morris by ARS/SIAE 2019

ph: Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea © The Estate of Robert Morris by ARS/SIAE 2019

Robert Morris. Monumentum 2015 – 2018

a cura di Saretto Cincinelli

fino al 12.01.2020

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Viale delle Belle Arti 131, Roma

Orari: dal martedì alla domenica, h 8.30 – 19.30

Ingresso: biglietto intero €10; biglietto ridotto €2; biglietto gratuito per under 18

 

Per maggiori info > lagallerianazionale.com/en/visita

 

Sola lì rimase speranza

La speranza è il sentimento di aspettazione fiduciosa nella realizzazione, presente o futura, di quanto si desidera. È l’attesa di un evento gradito, o l’aspirazione illusoria a un vago avvenire di bene o di felicità. È tutto ciò che ci resta in un modo in crisi come quello in cui viviamo. È la risorsa nascosta nel vaso di Pandora, l’ultima a morire. Ma di cosa è fatta davvero la speranza?

A porsi questa domanda è l’artista Roberta Maola, con il suo nuovo progetto Sola lì rimase Speranza, che verrà presentato i prossimi sabato 21 e domenica 22 dicembre 2019 presso la Black Room del MACRO di Roma. Nel corso delle due giornate verranno proposte al pubblico diverse attività, tra cui letture, interventi, performance e laboratori, che vedranno alternarsi numerosi ospiti (Tomaso Binga, Lelio Bizzarri, Laura Cianca, Stefano Crispino, Giulia Del Papa, Roberto Gramiccia, Michela Lardieri, Paola Romoli Venturi e Silvia Stucky), ma soprattutto l’artista inviterà tutti i visitatori a partecipare attivamente, realizzando un’opera collettiva per rispondere alla domanda.

“Trascendendo l’atto di ricezione passiva dell’oggetto artistico e la paternità del genio individuale classici – scrive Beatriz Leal Riesco nel testo critico di accompagnamento all’evento – l’artista ci invita alla contemplazione intima dei dettagli di un disegno iperrealista per poi coinvolgerci in una performance collettiva, semplice in termini di materiali e realizzazione, quanto complessa in termini di proposta concettuale”.

L’opera nasce dall’esigenza dell’artista di cercare risposte. Se la sua ricerca era infatti fino a questo momento incentrata su disegni a matita su carta, con questo progetto compie un passo in avanti, verso un legame più profondo con il suo tempo, e verso un’arte intesa non più solo come espressione individuale ma come strumento che provoca riflessione e invita all’incontro, alla collaborazione e alla solidarietà.

L’arte, da sempre concepita da Roberta Maola come sinonimo di libertà e come mezzo espressivo per aprirsi al mondo, diventa perciò in questo caso un invito esplicito alla collaborazione e ad opporsi ai sentimenti di odio, paura e isolamento che caratterizzano la realtà attuale. Portate un po’ di speranza o voi che andrete.

 

 

MACRO-Museo d’Arte Contemporanea di Roma

Via Nizza 138

Ingresso libero

 

 

Programma:

Sabato 21 ore 17-22

ore 17,00 Accoglienza;

ore 18,00 Lettura di Laura Cianca a seguire interventi di Stefano Crispino, Roberto Gramiccia e Roberta Maola;

ore 19,00 Performance di Tomaso Binga.

 

Domenica 22 ore 10-13 e 15-20

ore 10,00 Accoglienza;

ore 11,00 Laboratorio espressivo “Il peso specifico delle parole” condotto da Lelio Bizzarri;

ore 15,00 #AUTORITRATTO in Sala Cinema;

ore 17,00 Lettura di Michela Lardieri a seguire “Risposta Performativa” di Paola Romoli Venturi;

Performance “Equilibri” di Silvia Stucky;

Lettura di Michela Lardieri a seguire il pubblico sarà invitato a partecipare, assumendo un ruolo attivo, all’azione performativa collettiva “Il sentimento esposto” di e con Roberta Maola.

 

 

www.museomacro.it e www.robertamaola.com

 

Nazzarena Poli Maramotti – L’altra notte

In corso presso la galleria Sara Zanin di Roma la mostra L’altra notte, personale di Nazzarena Poli Maramotti a cura di Davide Ferri, che presenta una serie di opere su carta e dipinti dal respiro nordico, realizzati dall’artista durante una residenza a Dale i Sunnfjord, in Norvegia.

Il dato atmosferico, la luce liquida tipica dei paesaggi locali condensa la pittura di Nazzarena in una vitrea lucidità, in questi lavori dal formato prevalentemente verticale, dove gli elementi naturali prendono possesso del supporto, in una metamorfosi continua di forme e colori, che sembra seguire il ritmo stesso della natura e dei fenomeni meteorologici. Gli effetti cromatici colgono di sorpresa come una pioggia improvvisa e invadono i bordi come la luce del mattino sui tetti delle case, immergendo il visitatore in una dimensione acquea ed aerea.

I ritratti in mostra hanno la stessa labile presenza dei paesaggi naturali: anche l’individuo rappresentato infatti non ha contorni o tratti definiti, ma sembra partecipare della stessa volatilità che respira intorno a sé. Un indefinito che nasce non dalla mancanza di accuratezza ma dall’attenzione costante al cambiamento, gestito da forze libere, che rendono partecipe l’artista dei loro sviluppi ma non gli concedono intervento o limitazione. E allora sarà l’opera a doversi adeguare, il tratto ad accelerare, la forma a liquefarsi, l’immagine a evaporare.

Il titolo della mostra gioca su un ossimoro: il soggiorno norvegese dell’artista si è infatti svolto in estate, stagione nella quale nei paesi scandinavi la notte altro non è che un continuum di luminosità e deboli chiaroscuri: un’esperienza a tratti straniante per chi viene da un tradizionale ciclo di alternanza tra giorno e notte.

Z2O GALLERIA – SARA ZANIN

Via della Vetrina 21 – Roma

Dal 23/11/2019 al 31/01/2020

Dal lunedì al venerdì dalle 13.00 alle 19.00

www.z2ogalleria.it

 

 

Farnesina Digital Art Experience: l’evento che per una notte illumina Roma

Videocittà non si arresta e continua a stupire e intrattenere i cittadini con una nuova iniziativa che avrà luogo sabato 14 dicembre nella Capitale. Si tratta di “Farnesina Digital Art Experience” uno spettacolo di videomapping senza precedenti che farà poi tappa in sei città del mondo. In occasione del ventesimo anniversario della fondazione della Collezione di arte contemporanea italiana alla Farnesina, quattordici tra i migliori studi italiani di Arte Digitale, per la prima volta insieme, ridisegnano la facciata del palazzo del Ministero degli Esteri. 

La proiezione in anteprima mondiale consentirà di celebrare l’architettura del palazzo in modo del tutto innovativo, dinamico e contemporaneo aprendo la strada verso un’internazionalizzazione dell’arte digitale e, nel caso specifico, del videomapping. L’iniziativa promossa dal Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con Bright Festival e inserita nella programmazione di Videocittà è una serata unica che coinvolgerà e stupirà il pubblico.

La notte di Roma sarà unica, ma lo spettacolo farà poi tappa in versione ridotta, tra il 2020 e il 2021, in altre sei città nel mondo, all’interno di una mostra collettiva itinerante di arte digitale organizzata dagli Istituti Italiani di Cultura. Un progetto che nasce con l’obiettivo di valorizzare all’estero artisti italiani contemporanei e reso possibile grazie al lavoro del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale nell’ambito del piano di promozione integrata “vivere ALL’italiana”. Una giuria di qualità assegnerà tre menzioni speciali per i lavori di videomapping che si saranno distinti maggiormente per ideazione e realizzazione, e gli artisti saranno invitati come ospiti d’onore al Bright Festival 2020. Il Ministero realizzerà una video-installazione, composta dal modellino in scala del palazzo su cui saranno proiettati i videomapping; tale realizzazione sarà parte della mostra itinerante e sarà poi acquisita alla Collezione Farnesina.

A partire dalle 19:00 le opere esclusive di Antaless Visual Design, Antica Proietteria, Apparati Effimeri, FLxER, Kanaka Studio, Luca Agnani Studio, Michele Pusceddu, MONOGRID, Mou Factory, Olo Creative Farm, OOOPStudio, Pixel Shapes, THE FAKE FACTORY e WöA Creative Company, stupiranno e incuriosiranno i visitatore con giochi di suoni e luci dal carattere interattivo e dinamico.

Farnesina Digital Art Experience

Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

Sabato 14 dicembre, dalle ore 19.00

Maggiori info:

https://art.brightfestival.com/

https://www.esteri.it/mae/it/

https://www.videocitta.com/

 

Il futuro del passato. Nasce a Morciano di Romagna la Fondazione dedicata ad Umberto Boccioni

Era tempo che il giusto tributo venisse dato all’indiscusso protagonista del Futurismo, Umberto Boccioni. Nasce a 103 anni dalla sua morte una Fondazione a lui dedicata, la cui sede sarà ubicata nel riminese, precisamente a Morciano di Romagna, nella casa dei genitori dell’artista, Raffaele e Cecilia Forlani, originari di questo paese. Boccioni nacque a Reggio Calabria ma trascorse parte dei primissimi anni di vita qui in Emilia Romagna; la professione paterna, usciere di prefettura, obbligò poi la famiglia a continui spostamenti per tutta Italia.

Il progetto nasce da un’idea e da un desiderio di Giuliano Cardellini, cittadino, avvocato ed artista del luogo, che ha deciso di creare una casa-museo dedicata al geniale artista all’interno dell’abitazione di famiglia dei Boccioni, situata in Piazza Umberto I e di proprietà del Comune.

Cardellini è stato nominato Presidente della Fondazione, mentre Vicepresidente sarà Dambruoso, docente presso l’Accademia di Belle Arti di Frosinone e co-autore del Catalogo Generale Ragionato sull’artista. Il Comitato Scientifico della Fondazione vanta invece i nomi di importanti esperti del maestro, come le storiche e critiche d’arte Virginia Baradel e Sara De Chiara.

La volontà è quella di creare un centro di studi e documentazione sul grande Futurista e una biblioteca contenente la raccolta cartacea e digitale di tutti gli eventi che lo hanno riguardato a partire dalla sua scomparsa. Scopo ulteriore è chiaramente anche quello di costituire un corpus di fotografie, disegni, e lettere dell’artista, chiedendo la cooperazione di esperti e studiosi e il supporto economico per la crescita del museo stesso, tramite attività di crowdfunding.

La parabola artistica di Boccioni si è conclusa prematuramente con la morte a soli 33 anni per una caduta accidentale da cavallo dopo che si era arruolato da volontario.

Resta certo che se avesse continuato a vivere, le sue sperimentazioni lo avrebbero senza dubbio portato ad ulteriori eccelsi esiti, in quanto il suo genio visionario e la sua assoluta modernità erano già evidenti nelle prove che ci ha fortunatamente lasciato. Avere finalmente un luogo dedicato alla memoria e allo studio della sua opera è quindi senza dubbio una conquista importante per il nostro paese.

 

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