Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Impressionisti Segreti

Lo sapevate che il passatempo preferito di Maria Letizia Romolino, la mamma di Napoleone Bonaparte, durante il periodo in cui visse a Roma era spiare, non vista, dalle persiane del balconcino con affaccio sui Piazza Venezia le persone che passeggiavano per la strada sottostante? Riuscite a immaginarla mentre commenta, scherza, fa dei pettegolezzi su sconosciuti e volti noti, mentre il famoso figlio è impegnato a conquistare l’Europa?

Ed è proprio nelle sale del cosiddetto piano nobile di Palazzo Bonaparte, dove Donna Letizia viveva, che dal 6 ottobre è possibile visitare la mostra Impressionisti Segreti, prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia, con il patrocinio dell’Ambasciata di Francia in Italia e della Regione Lazio. Questo bellissimo spazio riapre al pubblico, in questa inedita veste espositiva, grazie all’intervento di Generali Italia, con una mostra di 50 opere di artisti Impressionisti, tra cui Monet, Renoir, Cézanne, Pissarro, Sisley, Caillebotte, Morisot, Gauguin, Signac.

Il titolo della mostra, curata da Claire Durand-Ruel, discendente di Paul Durand-Ruel, mercante d’arte e primo sostenitore degli impressionisti e da Marianne Mathieu, direttrice del Musée Marmottan di Parigi, allude alla provenienza delle opere, quasi tutte appartenenti a collezioni private solitamente non accessibili al pubblico.

Le sale, restaurate in modo elegante e raffinato, ospitano un allestimento di piccoli gioielli pittorici; sembra di entrare in un vero e proprio salotto dell’arte, denotato da un’illuminazione perfetta e da toni cromatici avvolgenti e intimi. Una mostra preziosa ed elegante, che oltre a regalare la possibilità di ammirare una serie di capolavori poco noti ha ridato aria e respiro a un importante palazzo di Roma, già caratterizzato di per sé dalla bellezza architettonica e da rimandi storici importanti e a tratti, perché no, anche ironici.

Donna Letizia avrebbe sicuramente apprezzato.

Federico Zandomeneghi
Sul divano
Olio su tela, 44×87 cm
Collezione privata, Italia

Berthe Morisot
Devant la psyché, 1890
Olio su tela, 55×46 cm
Collection Fondation Pierre Gianadda,
Martigny, Suisse
Photo Michel Darbellay, Martigny

Pierre-Auguste Renoir
Bougival, 1888
Olio su tela, 54×65 cm
Collezione Pérez Simón, Messico

 

Palazzo Bonaparte

Dal 6 ottobre 2019 all’ 8 marzo 2020

Piazza Venezia, 5 – Roma

www.arthemisia.it/it/impressionisti-segreti/

da lunedì a venerdì 9.00-19.00 – sabato e domenica 9.00-21.00

 

Eo/hoc ipso tempore. Sebastiano Bottaro in mostra alla Blue Hole Art Gallery

A tre mesi dall’apertura del Citylab 971, avvenuta grazie alla cooperazione tra URBAN VALUE by Ninetynine il Comune di Roma, CDP e Visionart, si concretizza il primo intervento strutturale sull’Ex Cartiera Salaria, con l’apertura della galleria d’arte Blue Hole. La galleria sorge all’interno di uno degli otto hangar del CityLab 971, uno spazio di 300 mq, ristrutturato per poter ospitare esposizioni ed eventi d’arte. Un progetto ambizioso che persegue il suo obiettivo con la nuova mostra personale inaugurata, in concomitanza con la Roma Art Week, dell’artista Sebastiano Bottaro, Eo/hoc ipso tempore, un progetto di Valentina Ferrari a cura di Ruggero Barberi.

La mostra presenta al pubblico un corpus di opere significative dell’artista di Palazzolo Acreide che, alla sua prima mostra personale romana, coniuga il gesto manuale a una ricerca di stampo metafisico.

Le opere sono il frutto di una matura riflessione sul gesto manuale – il cui esito è una gestualità consapevole e formalmente codificata – e sulla testimonianza che questo lascia di sé nella sua durata temporale. I lavori presentano un’innegabile matrice grafica – nel senso poietico e manuale del termine – il tutto approntato su un piano di lavoro gelosamente pittorico e autografo.

Attraverso il gesto manuale e la stesura delle linee, il tempo si verifica come una distinta semiosi della temporalità laddove questa si concretizza verso la spazializzazione, dove essa produce spazio; una temporalità che rende aperto il suo segreto e che si configura come un terreno per un qualcosa, tant’è che la messa in moto della traccia temporale delinea su di un secondo piano – reso omologo al primo – strutture tabulari le quali creano e parimenti disfanno le dimensioni spaziali, e in ultima analisi fanno coincidere il piano temporale con quello spaziale tout-court.

Il gesto, caro all’artista, accoglie la lezione sulla cancellatura di Emilio Isgrò – nel campo della poesia visiva – ossia il gesto della cancellatura inteso come vero e proprio mezzo “salvifico” che fa rilucere il contenuto – in questo caso della parola – preservandolo in un annerimento che ricompone e ridistribuisce le priorità discorsive e istanziali tra i livelli di significato. Un gesto che perciò si appropria a sua volta di un chiaro intento affermativo, nella negatività della sua esecuzione.

Sebastiano Bottaro, eo/hoc ipso tempore

Dal 12 al 26 ottobre 2019

Blue Hole Art Gallery

Orari: dal lunedì al giovedì, 11 – 19

www.blueholeartgallery.com

 

 

Pompei e Santorini. L’eternità in un giorno

Ci sono due tipi di catastrofi naturali: quelle che sorprendono all’improvviso, magari nel cuore della notte, privando le persone di qualsiasi possibilità di fuga, e quelle preannunciate, che danno la possibilità di andarsene prima dell’inevitabile, costringendo però abbandonare i luoghi amati e le cose possedute. Queste sono le storie rispettivamente di Pompei e di Akrotiri, capitale dell’antica isola di Thera, l’attuale Santorini.

La prima ha vissuto il suo dramma nel 79 d. C., quando la furia esplosiva del Vesuvio la cristallizzò, insieme ai suoi abitanti, in un istante eternamente fermo, avvolto nel fumo e nella cenere che restarono dopo il drammatico evento; la seconda subì invece un’eruzione dieci volte più violenta di quella italiana molto tempo prima, nel 1613 a.C.; sembra però, visti i mancati ritrovamenti di corpi umani, che qui la popolazione riuscì a fuggire per tempo, forse allertata da una serie di terremoti.

Le Scuderie del Quirinale di Roma raccontano questi due importantissimi momenti di storia universale attraverso le opere della mostra “Pompei e Santorini. L’eternità in un giorno”, a cura di Massimo Osanna, Demetrios Athanasoulis, Luigi Gallo e Luana Toniolo. Il racconto di queste due civiltà, accomunate dallo stesso tragico destino, sono narrate allo spettatore attraverso una serie di oggetti e reperti che raccontano di un mondo fiorente ed elegante, di una vita quotidiana intensa e ricca di accadimenti.

La prima parte della mostra vede protagonista Pompei: è proprio il calco del cavallo, ritrovato lo scorso anno vicino all’omonimo parco archeologico ad aprire il percorso espositivo. Seguono gli splendidi affreschi, lo spettacolare ninfeo ricostruito qui nella sua interezza, i monili in oro, attualissimi ed eterni, la splendida cassaforte di Oplontis, decorata in oro e argento, esposta in questa sede per la prima volta. L’esposizione al piano superiore del museo si concentra invece sulle opere elleniche, provenienti da Akrotiri: pitture parietali, vasellame, dipinti di una freschezza incredibile, denotati da forme eleganti e allungate, sinuose come delfini nell’acqua.

Protagonisti indiscussi della mostra sono però i famosi calchi pompeiani, testimonianza ineluttabile della fine di una serie di vite coinvolte nella catastrofe: il giovane accucciato che si tiene la testa tra le mani, lo scheletro del fuggiasco steso a terra, rinvenuto come il cavallo meno di un anno fa a Pompei, il bambino sdraiato, colto come nell’attimo che precede il risveglio dal sonno.

Molto interessante la scelta curatoriale di creare una commistione, a mio avviso davvero convincente, tra antico e contemporaneo, con la presenza in mostra di opere d’arte di Alberto Burri, Damien Hirst, Richard Long e Renato Guttuso, oltre alle due splendide prove di William Turner.

Una mostra che celebra la vita e la morte, che sottolinea l’importanza per l’archeologia di questi due avvenimenti, che omaggia le vite delle vittime, rimaste in sospeso tra le pieghe del tempo: una storia che non finisce mai di sorprendere, commuovere ed appassionare.

Scuderie del Quirinale

Via XXIV Maggio, 16 – Roma

Dall’11 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020 – www.scuderiedelquirinale.it

Claustromania: antico e contemporaneo si incontrano a Roma

Nella seconda metà di ottobre 2019 l’ex convento di Sant’Alessio – sul colle Aventino a Roma – farà da scenario alla mostra Claustromania, collettiva di scultura contemporanea. Il chiostro del convento, luogo nascosto e silenzioso che per la prima volta si apre all’arte contemporanea, ospiterà sculture e installazioni site-specific ideate dagli artisti Riccardo Monachesi, Giovanna Martinelli, Ninì Santoro e Mara van Wees.

La mostra, a cura di Daniela Gallavotti Cavallero, è organizzata da AdA – Associazione Amici dell’Aventino e dall’Istituto Nazionale Studi Romani. L’evento è perciò fortemente territoriale, dal momento che tutti i soggetti coinvolti (sia gli artisti, che la curatrice, che le istituzioni organizzatrici) sono residenti sull’Aventino. Si tratta perciò di una vera e propria “mostra a Km 0”, o come spiega Alessandro Olivieri, presidente dell’AdA, di «Un “fatto in casa” di altissimo livello che dimostra, ove ve ne fosse stata la necessità, a quali risorse umane e culturali può attingere l’Associazione Amici dell’Aventino per promuovere la qualità del vivere nel Rione».

Scopo della mostra è portare l’arte contemporanea in un luogo storico di Roma, promuovendo il fertile incontro tra antico e moderno, tema che sarà anche al centro della tavola rotonda Il contemporaneo incontra l’antico, CASO O NECESSITÀ?, che avrà luogo il 22 ottobre a cura di Claudio Strinati e Riccardo Monachesi.

Dal 21 al 25 ottobre, infatti, in occasione della Rome Art Week, parallelamente alla mostra sarà organizzata presso il Chiostro di Sant’Alessio una ricca programmazione di eventi, dalla presentazione del catalogo a visite guidate, incontri con gli artisti, dibattiti e tavole rotonde.

 

 

CLAUSTROMANIA Scultura contemporanea nel chiostro di Sant’Alessio

Dal 16 al 29 ottobre 2019

Inaugurazione 16 ottobre 2019 ore 17.00

Chiostro di Sant’Alessio

Piazza Cavalieri di Malta, 2 – Roma

 

Jan Fabre, il consilience artist che indaga la mente in mostra a Palazzo Merulana

Jan Fabre, l’artista totale dell’arte e del sapere torna a Roma con una mostra cerebrale e allo stesso tempo esperienziale, un incontro – come diranno i curatori – fisico e spirituale con la preziosa collezione Cerasi che vanta una splendida raccolta di arte italiana della prima metà del Novecento. The rhythm of the brain a cura di Achille Bonito Oliva e Melania Rossi, nata dalle sinergie tra la Fondazione Elena e Claudio Cerasi e CoopCulture, in collaborazione con Romaeuropa Festival 2019 e grazie al sostegno di Flanders State of the Art e con la galleria Magazzino, racconta in maniera del tutto visiva e quanto più immediata connessioni sorprendenti e riflessioni che creano effetti stranianti della mente, talvolta erotici e affascinanti, come è il potere della mente.

Non a caso, l’artista si definisce consilience artist, prendendo in prestito il concetto caro al biologo naturalista Edward O. Wilson che ha teorizzato il principio della convergenza dei rami del sapere come unica strada verso la conoscenza e con il quale Fabre ha realizzato il film-performance del 2007 Is the Brain the Most Sexy Part of the Body?. Questa necessità dell’artista di un’arte totalizzante che si espanda a 360° in tutte le sue declinazioni e discipline, si fa tangibile nelle sue opere dettate non solo da una perfezione tecnica quasi ossessiva, ma soprattutto da un nervosismo, un fremere delle viscere che non sta quieto ma si attiva affamato di conoscenza. L’arte di Fabre, infatti, è scandita da un moto in continua crescita che non si frena, ma si snoda nelle connessioni vivaci dell’arte. Persino le sculture in cera o in bronzo, seppur celate da un’apparente quiete, brulicano di sapere, di ritrovarsi in altrettante rappresentazioni del sé, in un “eterna performatività”, come la definisce Achille Bonito Oliva, che non può prescindere dalla scultura, dai disegni o dalla performance.

La mostra unisce, dunque, in maniera magistrale e per nulla invasiva tutti questi aspetti dell’arte di Fabre, facendoli dialogare con le opere della collezione, grandi nomi del Novecento come De Chirico, Donghi, Capogrossi, Ianni, Casorati e Cambellotti ponendo quesiti evidenti e talvolta nascosti che inducono a un’ideale caccia al tesoro. Il pubblico è invitato a interagire in un tempo che è quello personale e che, paradossalmente, si unisce e quasi coincide con quello dell’artista, un tempo senza soluzione di continuità, ma che rispetta il momento, il confronto e la riflessione. Le risposte sembrano non importare, piuttosto è la riflessione che nasce dalla loro visione, dai loro enigmi, che sembra essere l’unico mezzo verso la conoscenza. La mente, nel caso specifico il cervello, è sede del pensiero e contemporaneamente dell’azione, vero formulatore di quesiti, per Fabre è l’elemento chiave per far conciliare i diversi aspetti della sua pratica artistica nel tentativo di dare forma alla sua astrazione, rendendo invisibile l’apparenza e viceversa.

Diceva Emily Dickinson “la mente è più grande del cielo perché se li metti fianco a fianco l’una contiene l’altro facilmente”, così Fabre ridefinisce in maniera plastica, quasi ieratica, un dialogo tra una visione mentale e una fisica che combacia perfettamente nell’attimo da lui immortalato, come nel Le garçon qui porte la lune et les étoiles sur la tête (2018-2019) che in dialogo con il ben più conosciuto L’uomo che dirige le stelle (2015) ci induce a immaginar le stelle e a librarci nel cosmo come dei direttori d’orchestra, nel tentativo visionario di comporre una sinfonia che dal cervello arriva fino alla luna e oltre.

 

 

Jan Fabre – The rhythm of the brain

a cura di Achille Bonito Oliva e Melania Rossi

11 ottobre 2019 – 9 febbraio 2020

Palazzo Merulana

Via Merulana, 121 – Roma

Ingresso: Intero 10.00 €; Ridotto 8.00 €

Orari: dal mercoledì al lunedì dalle ore 10.00 alle ore 20.00

 

 

Il gesto e la pittura, nuove forme di visione nelle opere di Jonathan VanDyke

Dei tubi da cantiere, come ponteggi, incorniciano tele composte da un patchwork di tessuti e tela. Si tratta della nuova personale, per esattezza la terza, dell’artista statunitense Jonathan VanDyke, ospitata negli spazi di 1/9unosunove. How to Operate in a Dark Room, racconta in maniera del tutto visiva, un modus operandi segno riconoscibile dell’operazione artistica di VanDyke che predilige un’analisi della pittura che concentri le energie e le forze nel tentativo, finale, di oltrepassare il limite stesso dell’idea della pittura come segno ancestrale di un dipinto.

L’intervento di VanDyke riprende certi esperimenti del secolo scorso, orientandoli verso nuove forme di sperimentazione che mettono in gioco vari elementi che, quasi in maniera sistematica, annullano altri concetti come il contenuto pittorico, la composizione e la rappresentazione. Questi elementi si presentano sotto altre forme, più visibili, innescando nuove forme di visioni, quasi paesaggi universali che uniscono ciò che è quotidiano e dunque confortevole, con ciò che è custodito nella memoria, probabilmente un colore, una macchia o un frammento.

Il gesto è centrale in questo lavoro: la fisicità predispone la visione mentre il movimento della vernice, attraverso la sua viscosità e instabilità, diventa il centro dell’oggetto. L’installazione, d’altro canto, simula una situazione che l’artista condivide con lo spettatore facendolo entrare idealmente in un frangente intimo, un momento irripetibile di creazione dell’opera. Così, l’artista crea dei contrasti forti tra i materiali e l’uso della vernice che contribuiscono a costruire un’ambiente a-temporale, dove il tempo è a disposizione del visitatore che in un gioco di attrazione verso le trame dei dipinti, lo induce a ricercarne le tracce nascoste del colore, un gioco quasi ludico di riconoscibilità del materiale utilizzato. Le impalcature nelle loro superfici logore metalliche, a citare l’Arte Povera e la scultura minimalista americana, innescano riflessioni innovative sul fare arte, guardando al passato come fonte d’ispirazione.

Complementare ai lavori in cui VanDyke lavora e unisce centinaia di pezzi di tela e tessuti, tra cui denim e t-shirt, è la serie di fotografie in bianco e nero ispirate a una scena del film di Michelangelo Antonioni del 1962, L’eclisse, in cui un uomo che ha perso tutto disegna dei fiori, a ribadire, forse, quel concetto di intimità e di rinascita che l’artista ci racconta in un modo meramente visivo, senza celare nulla, ma lasciandolo lì sospeso e immobile davanti gli occhi dei visitatori.

Jonathan VanDyke – How to Operate in a Dark Room

fino al 23 novembre 2019

1/9unosunove

Via degli specchi 20, Roma

Orari: dal martedì al venerdì, 11 – 19; il sabato, 15 – 19

Ingresso libero

 

Carla Cacianti e le sue “Identità mutevoli” in mostra al Macro Asilo

Identità mutevoli, scomposizioni, manipolazioni fotografiche accompagnano il nuovo progetto dell’artista e designer Carla Cacianti in mostra nella project room del Macro Asilo fino al 13 ottobre. Il progetto espositivo curato da Giulia Cappelletti, nasce da una lunga riflessione dell’artista sul tema dell’identità. Attraverso un gioco di contrasti, di luci e ombre e attraverso la manipolazione dei ritratti fotografici, Cacianti realizza delle foto-sculture che indagano un’identità personale che sconfina nel collettivo. Così facendo, il mezzo fotografico diventa solo medium espressivo, tramite e grazie al quale l’artista porta all’attenzione del pubblico l’incapacità e l’impossibilità del singolo individuo di riconoscersi in una identità artistotelicamente intesa come stabile e determinata. Grazie alla mutevolezza del mezzo e del prodotto ultimo, l’artista, rende chiara la coscienza di un sé in continuo cambiamento che, seppur nella sua continua variazione, è in grado di mantenere certi tratti o delle forme che restano intatte, uguali a se stesse e che permettono così la riconoscibilità del sè in ogni circostanza, esperienza o cambiamento.

L’intervento artistico diretto alla scomposizione e manipolazione fino a ottenere oggetti tridimensionali, si costruisce come un processo di conoscenza e autoanalisi che porta a valicare quel confine tra visibile e invisibile, tra l’io e il mondo, tra l’essere e la sua mutevolezza.

Le foto-sculture esposte ritraggono persone comuni, di età anagrafiche e con vissuti diversi. I ritratti sono stati eseguiti in esterna e i soggetti sono personaggi in cerca d’autore, attori che recitano “il giuoco delle parti”. Come diceva Pirandello, possiamo essere uno, nessuno e centomila, pertanto la ricerca della nostra identità sembra essere un bisogno impellente, una necessità che cerchiamo nel nostro riflesso o negli altri. Eppure, la ricerca del sé è una costante senza tempo, una domanda che non trova mai una risposta definitiva. In questa sospensione si pone la ricerca di Carla Cacianti che non intende fermarsi, ma come in un work in progress cerca ulteriori modi di vedersi e di conoscersi, alla ricerca di quella risposta definitiva alla domanda “qual è la nostra identità?”.

Sabato 5 ottobre Carla Cacianti e la curatrice, Giulia Cappelletti, presenteranno al pubblico il progetto. Seguirà la performance Corpi delle coreografe e danzatrici Caterina Di Rienzo e Ilaria Puccianti. Infine, sabato 7 dicembre, come evento conclusivo sarà presentato, nella Sala Libri del Macro, il catalogo dell’esposizione, in cui confluiranno numerosi contributi che spaziano dalla storia dell’arte alla filosofia, dalla danza alla fotografia, dalla comunicazione alla poesia.

Identità mutevoli

Un progetto di Carla Cacianti

A cura di Giulia Cappelletti

1 – 13 ottobre 2019

MACRO – Museo Arte Contemporanea Roma (Project Room)

Via Nizza, 138 – 00198 Roma

 

Palermo, città aperta e contenitore di cultura. Dal 6 novembre torna BAM la Biennale Arcipelago Mediterraneo

Apertura, accoglienza e unione, sono questi alcuni dei temi centrali attorno ai quali nasce e si sviluppa BAM la Biennale Arcipelago Mediterraneo, alla sua seconda edizione, che vedrà come protagonista Palermo in prima linea come modello di un luogo d’incontro e di scambio. Dal 6 novembre fino all’8 dicembre 2019, la Biennale animerà e coinvolgerà tutte le realtà interculturali cittadine e non necessariamente solo spazi dedicati all’arte e alla cultura, con un core program a cura della Fondazione Merz, di European Alternatives al fianco dei quali si svilupperanno eventi collaterali e sinergie con il territorio grazie all’iniziativa BAM – Palermo.

Palermo, dunque, continua ad essere il centro propulsore non solo di ricchezza artistica e innovazione, ma rafforza nuovamente la sua presenza in Italia e soprattutto in Europa come città aperta contraddistinta dalla voglia di inclusione e una visione unica non soltanto artistica, ma anche sociale ed etica. Palermo come modello di straordinaria accoglienza, ribadisce la voglia di cultura e di apertura sociale che l’ha sempre contraddistinta, continuando una tradizione di mescolanza di elementi che la rendono eccezionalmente unica.

Il sindaco Leoluca Orlando insieme a Beatrice Merz, Presidente della Fondazione Merz, Andrea Cusumano, ideatore e direttore artistico di BAM e il fondatore di European Alternatives Lorenzo Marsili, ha presentato la Biennale come un arcipelago, un mosaico che concorre ad un unico Mediterraneo.

Nell’idea alla base dell’iniziativa è doveroso menzionare il titolo scelto per quest’edizione ÜberMauer (Oltremuro) che, parafrasando il nietzschiano Übermensch, invita già all’unione, a quella necessità di apertura verso l’altro, non il diverso, ma il vicino, andare dunque oltre ogni muro – non a caso il mese di inizio della Biennale è stato scelto, tra l’altro, per ricordare la caduta del muro di Berlino avvenuta il 9 novembre del 1989 – ripensando il modello dell’“io sono persona” che si declina in “io sono comunità”. A tal proposito, il logo di quest’anno è proprio una taurocatapsia minoica che introduce già visivamente l’idea di una città come Palermo che prende il toro per le corna.

In questa fucina di idee e diffusione culturale, la Biennale ha il compito principale di permettere agli amanti d’arte e non di vivere la città come polo culturale diffuso e contribuire consapevolmente o no ad un arricchimento continuo, propulsore di cultura. Sono stati invitati 17 artisti internazionali, italiani e del territorio a pensare dei progetti site specific, costruiti proprio per la città, obbligando idealmente gli stessi a vivere il territorio e confrontarsi con le mille sfaccettature di Palermo. Gli artisti, molti di calibro internazionale come Alfredo Jaar, Shilpa Gupta, Shirin Neshat, Patrizio Di Massimo, Claire Fontaine e così via, occuperanno una decina di spazi pubblici, non necessariamente legati al mondo dell’arte, sottolineando ancora una volta l’apertura e la voglia di coinvolgimento e sinergia alla base dell’iniziativa. A questi si affiancheranno artisti del territorio che per l’occasione apriranno i loro studi, così come verranno coinvolti oltre 60 soggetti che ad oggi si occupano di cultura a Palermo. Grazie, poi, alla partecipazione di Transeuropa Festival, il programma sarà arricchito da performance, mostre, spettacoli e musica per coinvolgere, ancora una volta, una comunità che scardini la separazione e la paura immaginando un’integrazione fondata sull’inclusione e sull’arricchimento reciproco con l’altro, scambiando cultura e informazione.

Un’iniziativa che re-interpreta e unisce attraverso l’arte nelle sue varie declinazioni i luoghi chiave della città, rispettandone i tempi storici e mettendo in comunicazione presente, passato e futuro in una prospettiva di cambiamento graduale che, per citare Walter Benjamin, ci renda “familiare ciò che è straniero e straniero ciò che è familiare”.

Chiesa Santa Maria dello Spasimo – monumenti di palermo

ÜberMauer

BAM – Biennale Arcipelago Mediterraneo

6 novembre – 8 dicembre 2019

Palermo, sedi varie

Per info: www.bampalermo.com

Tracey Emin – Leaving

Andare a vedere la personale di Tracey Emin alla galleria di Lorcan O’Neill di Roma significa letteralmente entrare dentro di lei.

L’artista inglese si mette a nudo, non in senso pornografico o provocatorio, ma nel modo più intimo e devastante che si possa concedere agli occhi dei visitatori.

Si cammina tra le pieghe dei suoi ricordi, delle sue emozioni, dei dare e avere affettivi che spesso sono predatori, sia in un senso che nell’altro.

Leaving è il titolo della mostra: disegni e dipinti, pochi tratti sulla tela, a volte colate di colore che sono grida cromatiche.

L’amore, il sesso, la delusione e la morte. Alla fine cosa le divide, se non un segno più incisivo, uno schizzo più feroce, un profilo di qualcosa che si sperava fosse e che in realtà si è rivelato una delusione o un crimine, o un tempo che finisce di scorrere, con l’ineluttabile semplicità del senza ritorno.

Opere che nascono dal guizzo rapido di un’idea, di una parola, di uno stato d’animo, messo velocemente sulla tela prima che possa contaminarsi con il dire o il pensare. Opere recentissime, vive, dolorose e sublimi.

Esporsi senza ritegno; ma d’altronde quale ritegno dovrebbero avere i sentimenti, se non quello di esigere di essere sbandierati ed ascoltati da tutti noi?

L’artista è incaricato di non avere vergogna né filtri nel farlo.

Tracey Emin è un’artista; il mio consiglio è di andare a vedere quello che ha da dire.

 

Galleria Lorcan O’Neill

Dal 21 settembre al 7 dicembre 2019

Vicolo dei Catinari, 3 – Roma

www.lorcanoneill.com

 

Nora Lux: gli enigmatici autoritratti nelle Vie Cave arrivano al museo di Villa Giulia

Le Vie Cave, dette anche “tagliate”, sono degli affascinanti percorsi viari scavati in epoca etrusca nelle colline di tufo di Sorano e Sovana. Percorrere questi sentieri unici nel loro genere (non hanno infatti raffronti in altre civiltà del mondo antico), in un’ambiente suggestivo e incontaminato tra pareti di roccia alte fino a più di venti metri, permette di calarsi in un’atmosfera magica, a contatto col sottosuolo e con una dimensione “altra”.

Ad aver colto questa dimensione spirituale e mistica del luogo è l’artista Nora Lux, che all’interno delle Vie Cave ha ambientato una serie di autoritratti molto suggestivi.

Si tratta di fotografie che ritraggono il corpo femminile immerso in un profondo dialogo con la natura. Immagini enigmatiche, che sembrano quasi dei fotogrammi di più ampie e curiose performance alla ricerca del divino. L’artista appare nuda nel ruolo di una sorta di sacerdotessa (come lei stessa si definisce), e sembra riflettere su alcune dicotomie fondamentali quali nascita e morte, concepimento e sacrificio, umano e divino. I nudi femminili protagonisti di queste immagini, sfocati a causa del movimento e delle lunghe esposizioni e perciò fusi con l’ambiente circostante, ricordano in qualche modo alcune fotografie di Francesca Woodman, oltre a ispirarsi dichiaratamente agli studi di Maria Gimbutas ed Erich Neumann.

Le fotografie verranno proiettate il 28 settembre 2019 presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, in occasione della conferenza GLI DEI – Sperimentare il divino nell’antichità e nel presente, tenuta dagli psicologi analisti Antonio Dorella e Francesco Frigione.

La conferenza fa parte di L’Eros – Gli Dei – I Simboli, una serie di incontri su psicologia, civiltà etrusca e arte organizzato dal CSPL Centro Studi Psicologia e Letteratura, fondato nel 1992 da Aldo Carotenuto e promotore di iniziative culturali volte a individuare i nessi tra psicologia, psicoterapia e mondo della creazione artistica.

L’evento è gratuito e non è necessaria la prenotazione.

 

 

28 settembre 2019 ore 20.45

Ingresso libero e gratuito fino esaurimento posti

Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Piazzale di Villa Giulia 9 – Roma

 

www.museoetru.it

http://centrostudipsicologiaeletteratura.org