Spesso quando si parla di “arte” si è soliti interpretare il termine come qualcosa legato esclusivamente al campo della pittura, scultura e architettura. L’attribuzione del termine “arte” a questi tre grandi colossi non è sbagliata, ma nell’età contemporanea è sicuramente incompleto conferire l’appartenenza al mondo dell’arte solo a questi settori.
Oggi il termine “arte” si riferisce anche al cinema, alla letteratura, alla musica, al teatro, alla danza, alla moda e al design, che non solo presentano al pubblico dei legami con la storia dell’arte intesa nel senso tradizionale del termine, sono delle vere e proprie forme di comunicazione, originali e capaci di toccare le corde emotive dei vari fruitori.
La rubrica Leggendo l’Arte tratterà tutte queste forme artistiche, ponendo in relazione l’arte tradizionale con le sue migliaia di sfaccettature.

Dance as sculpture in space

Dance as sculpture in space curato da Camilla Boemio, è il nuovo importante programma dell’artista interdisciplinare italiana (con sede nel Regno Unito) Marina Moreno, nel quale sviluppa la sua esperienze al Carnevale di Rio e durante il blocco nel Regno Unito.

La pratica artistica di Marina Moreno fonde il movimento, la danza e gli aspetti visivi del teatro e dell’arte dal vivo per incoraggiare una profonda esplorazione personale e un impegno condiviso per il cambiamento sociale. Il suo nuovo lavoro inviterà le persone a esplorare il movimento come un linguaggio universale che incarna le nostre esperienze, le aspirazioni e le credenze. Le sue installa-zioni partecipative cercheranno di mettere in luce la giustizia sociale usando il movimento per esplorare il modo in cui ci relazioniamo l’uno con l’altro e lo spazio fisico e mentale in cui abitiamo.

La ricerca della Moreno si è concentrata sempre più sull’uso di metodi partecipativi per sfidare le élite artistiche e sociali ed esaminare la giustizia sociale, negli ultimi anni è diventata profondamente insoddisfatta dalla cultura effimera delle arti partecipative nel Regno Unito. Durante una fase di ricerca si è orientata nel cercare esempi di organizzazioni artistiche che avevano ottenuto cambia-menti duraturi tra le comunità più svantaggiate. La sua ricerca (finanziata dall’Arts Council England) l’ha portata in Brasile nella rinomata Spectaculu School of Art and Technology. È stata invitata da Wallace Cardia per incontrare l’artista fondatore e direttore della scuola Gringo Cardia a trascorrere del tempo con gli studenti. Ha anche avuto l’opportunità di partecipare all’apertura della scuola dove ha incontrato l’artista Vik Muniz.

La Moreno si è esibìta davanti a migliaia di persone durante il Carnevale di Rio con la scuola Sossego di Samba. In Brasile ha esplorato come unire la sua passione combinando degli elementi visivi e teatrali della danza con il profondo impegno nell’affrontare l’ingiustizia attraverso la partecipazione egualitaria nelle arti.

Moreno è rimasta molto colpito dall’approccio strategico a lungo termine della scuola per affrontare la povertà. La scuola seleziona i candidati più poveri ed entusiasti – come dice Cardia: “Abbiamo tutti del talento, dobbiamo solo trovare il nostro talento” – fornendo una sovvenzione che dia una sicurezza finanziaria allo studente e alla sua famiglia. “Gli studenti trascorrono quindi sei mesi a esplorare l’arte come un modo di vedere il mondo in modo diverso” e sei mesi concentrandosi for-temente sulle abilità delle tecniche pratiche. La scuola offre anche supporto a lungo termine ai loro ex studenti, aiutandoli a ottenere e a mantenere un lavoro nel settore. Questa esperienza l’ha ispirata a sviluppare il nuovo Marina Moreno Arts Lab, a stabilire relazioni a lungo termine con artisti e gruppi come il Diverse Artists Network di Bristol e a trovare nuovi modi per riunire artisti e pubblico per creare nuove opere per un pubblico internazionale.

Per la Moreno “Esibirsi alla parata del Carnevale con una scuola di Samba è stata un’esperienza surreale. Ho visto come il Carnevale porti un nuovo respiro di uguaglianza e umanità in una società profondamente classista e razzista”. Sentiva una connessione totale. “Era come se ci fossero legami invisibili tra pubblico e artisti. Tutti condividevano un linguaggio comune di danza, arte, scultura, costumi per produrre grandi installazioni in movimento. L’energia sessuale che ha prevalso ha dato espressioni a tutti i sessi e l’identità, consentendo sia una gioia di vivere che un riconoscimento delle differenze ”. L’essenza del carnevale è proprio questa sensazione di unione di espressione delle differenze attraverso le comunità che condividiamo ed è tornata determinata a portare questa più profonda sensazione di connettività nel suo nuovo lavoro.

“Il ritorno nel Regno Unito e il blocco dovuto al Covid-19 hanno presentato una serie completa-mente nuova di sfide che all’inizio sembravano in contrasto con le mie esperienze tra la folla in Brasile.” Tuttavia, la Moreno, come molte persone, riconosce come sia fondamentale condividere un momento difficile abbia cambiato la nostra prospettiva individuale e ci abbia uniti tutti. Ritiene che sia il ruolo dell’artista a uscire da questa crisi ed è lieta di lavorare con il noto curatore Camilla Boemio, per trasformare questa visione in realtà.

Ora sta lavorando a una serie di nuove componenti coreografiche di danze scultoree che saranno presentate sia online che nello spazio fisico in modo che i movimenti disconnessi di persone e artisti diversi si collegheranno insieme per esprimere sentimenti e identità interiori.

Mettere in scena il silenzio, la lezione di Hans Op de Beeck

Mettere in scena il silenzio, di questi giorni, sembra una necessità imperscrutabile. Nell’odierna quotidianità che ci vede costretti all’interno delle proprie abitazioni, il silenzio delle strade vuote o di quei luoghi affollati di persone, centri propulsori di una vita comunitaria festosa e viva, sembra più assordante del solito e quasi impossibile da immaginare. Eppure, a volte, il silenzio è necessario per ritrovare i nostri tempi e la nostra dimensione. Nell’arte contemporanea il silenzio sembra essere una figura abituale seppur con accezioni differenti, talvolta inteso come abbandono o resa, altre volte come luogo dove costruire e decostruire un certo senso di appartenenza identitaria a uno spazio e indagarne le molteplici possibilità di creazione.

L’artista fiammingo Hans Op de Beeck, lo ha fatto nel suo film Staging Silence (3), ultimo capitolo di una serie di film d’autore da lui realizzati, e presentato in occasione della recente edizione di Romaeuropa Festival 2019. Due paia di mani che non abbandonando mai lo schermo, utilizzano il gesto e l’azione per costruire e distruggere, attraverso l’uso di oggetti del quotidiano, paesaggi e vedute del reale riconoscibili ma in continua evoluzione. La figura umana è assente, chi abita idealmente questi spazi è lo spettatore che viene accompagnato in un viaggio metaforico all’interno di luoghi dalle fattezze metafisiche, enigmatiche e in una dimensione temporale sospesa, o forse congelata. Il senso di smarrimento si unisce a quello di coinvolgimento emotivo ed esperienziale. Lo spazio si umanizza attivando un dialogo con il tempo in cui l’uomo, seppur assente fisicamente, ricerca la sua identità.

In questa dimensione temporale congelata, Hans Op de Beeck, descrive ancora una volta un’umanità che affronta i grandi quesiti della vita in maniera tragicomica. Le mani, forse figure ideali della presenza dell’artista, intervengono quasi come dei prestigiatori che attraverso dei gesti puri e semplici, intendono stimolare i sensi di chi guarda coinvolgendolo attivamente in un viaggio introspettivo.

Il silenzio non è una conseguenza, bensì una necessità che sta a monte della costruzione dell’immagine. Il silenzio è il contenitore assoluto di uno sguardo interiore e un’esperienza emotiva totalizzante. Il silenzio non è però necessariamente inteso come “assenza di suono”, ma come una vera e propria dimensione congelata, una percezione che da un lato terrorizza e dall’altro ci fa sentire in pace, in linea con noi stessi e con lo spazio, fisico o emotivo, in cui ci troviamo impigliati. E allora in questo iperrealismo delle forme, siamo invitati ad accogliere quel silenzio e percepirlo, affrontarlo e attraversarlo come in un viaggio in cui ritrovare i propri tempi e la propria dimensione, senza fretta di arrivare a destinazione.

 

Altan. Pimpa, Cipputi e altri pensatori

Cosa hanno in comune una cagnolina a pois rossi, un impacciato creatore del mondo e una feroce e sensuale donna seminuda che ci pone interrogativi esistenziali fissandoci negli occhi?

Nulla, a parte essere stati tutti creati dalla fantasia e dalla mano di Francesco Tullio Altan (1942), al cui estro ribelle e anticonvenzionale il MAXXI di Roma dedica una grande mostra, realizzata in coproduzione con Fondazione Solares e con Franco Cosimo Panini Editore, visitabile fino al prossimo 12 gennaio.

Allestita nello spazio Extra MAXXI la mostra, curata da Anne Palopoli e Luca Raffaelli, include tavole e disegni originali, dipinti, libri, bozzetti e filmati che ci illustrano il mondo nato dalla mente del disegnatore trevigiano, a tratti fantastico e a tratti fin troppo realistico.

Una dimensione pullulante di personaggi ormai iconici, come il metalmeccanico Cipputi, Ada, Kamillo Kromo, e la già nominata cagnolina Pimpa, figura presente nella memoria infantile di diverse generazioni, inclusa la mia. L’allestimento, fortemente immersivo, segue un percorso tematico e cronologico, scandendo così le diverse tappe della sua produzione.

Altan prima di Altan è il punto di inizio, rappresentato dai fogli di album pieni di schizzi e di idee buttati giù in modo quasi casuale, indice della ricchezza di inventiva dell’artista; in questa parte sono esposti anche dei notevoli dipinti giovanili, ritratti di alcuni prototipi di personalità umane e professionali, interessanti caricature umane che ricordano, seppure in modo meno tormentato e frantumato, alcune opere di Ashley Gorkey. Il percorso continua con le tavole dedicate a Trino, il primo fumetto di Altan pubblicato in Italia sulla rivista Linus nella metà degli anni Settanta. Trino è un dio maldestro, che in realtà deve a sua volta rispondere del suo operato a un invisibile committente che lo controlla in modo spietato, incalzandolo sull’andamento della creazione…

Una grande parete ospita più di 200 vignette realizzate da Altan negli ultimi quaranta anni, specchio sardonico e spietato della storia del nostro paese: Cipputi, Ugo e Luisa, l’uomo in poltrona, più che semplici personaggi diventano nostre proiezioni, incarnano quello che l’uomo medio e non solo pensa e vorrebbe dire, le sue perplessità, il suo desiderio di protesta, le sue incertezze verso il sistema e verso il futuro che lo attende, le critiche nei riguardi dei vari attori della politica italiana.

Segue la parte dedicata ad Altan illustratore: bellissime le prove realizzate per una serie di volumi di autori come Gogol, Rodari e Piumini; un cubo optical in bianco e nero è invece dedicato alle storie a fumetti: sono qui esposte le 90 tavole originali di Macao, pubblicato sulla rivista Corto Maltese nel 1984. Chiudono il percorso Kamillo Kromo e la dolcissima Pimpa, che invade le sale con la sua presenza colorata, specie nello spazio interattivo destinato ai visitatori più giovani, che potranno così immergersi davvero nel mondo della cagnolina di Altan, in un’area ludica che permetterà loro una grande libertà di movimento.

 

MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Dal 23 Ottobre 2019 al 12 Gennaio 2020

Via Guido Reni, 4A – Roma

Mercoledì, giovedì, domenica 11.00- 19.00; martedì, venerdì, sabato 11.00-20.00 – www.maxxi.art

Frida Kahlo in ¡Viva la vida!

«Diego è come la mia vita: un lento avvelenamento senza fine, tra gioie di sublime intensità e abissi di angosciosa disperazione. Eppure… amo la vita quanto amo Diego. E a volte, confondo l’odio per questa vita d’inferno con l’odio per Diego che mi trascina all’inferno e poi mi aiuta a uscirne. Lui mi ha ridato la forza per superare l’angoscia e nell’angoscia mi ha risprofondato mille volte. Ma so che l’angoscia è dentro di me: Diego è solo la scintilla che la scatena».

La citazione d’inizio di questo articolo è tratta dal saggio ¡Viva la vida! di Pino Cacucci, giornalista, scrittore, traduttore e viaggiatore alessandrino, autore del monologo che vede come protagonista una donna e artista straordinaria, la messicana Frida Kahlo (1907 – 1954). La lettura di ¡Viva la vida! presenta al lettore la vita di questa originale pittrice, scandendola in quelli, che a mio parere, sono i tre grandi momenti segnanti la sua attività artistica: l’incidente, il matrimonio con Diego Rivera e la mancata maternità.

Quando il 17 ottobre 1925 l’autobus su cui si trovava Frida si scontrò contro un tram, incidente in cui morirono diverse persone, la giovane donna dimostrò tutta la propria forza di aggrapparsi alla vita. Ci fu un urlo straziante, di dolore, le grida di chi disperatamente tende la propria mano alla vita per non abbandonarla. Frida fu costretta a stare a letto per un lungo periodo e durante questo arco di tempo la donna dipinse la propria disabilità. Utilizzando dei colori a olio, un cavalletto e uno specchio posto sul soffitto, Frida realizzò una serie di autoritratti intensi, come se fossero delle pagine autobiografiche, dai quali emerge l’immagine di una donna distrutta fisicamente, deformata, una sorta di “donna meccanica”, ma così forte nello spirito al punto che l’incidente diventò l’occasione per farla diventare quella che tutto il mondo conosce come la grande artista messicana del XX secolo.

Dopo che Frida riprese l’uso delle gambe si avvicinò all’artista Diego Rivera, illustre muralista, a cui sottopone le proprie pitture per avere una critica autorevole in modo da poter capire se l’arte fosse la strada da seguire per poter vivere. Diego fu una persona molto importante nella vita di Frida Kahlo, egli fu il grande amore della sua vita, una relazione complicata, fatta di tradimenti e lotte politiche.

Se già gli autoritratti del “periodo dell’incidente” possono essere considerati crudi dal pubblico che si trova ad ammirare tali opere, sicuramente verrà sconvolto dalle opere realizzate a partire dal 1938, anno in cui si intensifica l’attività pittorica dell’artista. Non sono solo gli elementi appartenenti alla tradizione messicana uniti a quelli del Surrealismo a sconvolgere l’anima del pubblico, è la “sincerità” di questa nuova produzione pittorica ad affascinare colui che si trova di fronte alle opere, in quanto in esse Frida ha gettato tutto il proprio cuore, il suo stato interiore e il suo modo di percepire la relazione con il mondo. Da queste opere emerge la passione, il dolore e l’erotismo, si ha l’impressione di venir catapultati in un mondo onirico, nel subconscio dell’artista, si ha la sensazione di trovarsi di fronte a uno schermo che trasmette il film della sua vita.

Se fossi costretta a scegliere il dipinto che a mio parere rappresenta più di tutte l’operato artistico di Frida Kahlo opterei per Ospedale Henry Ford, un olio su metallo del 1932, l’opera che inaugura la fase matura dell’artista. Si tratta di una rappresentazione autobiografica legata a uno dei vari aborti avuti dalla donna. E’ un evento drammatico, come è possibile apprendere anche dalla lettura di ¡Viva la vida!, che condurrà l’artista a mettere a nudo davanti al pubblico la propria disperazione e il proprio dolore del non poter diventare madre.

L’arte di Frida è ricca di simboli, che sembrano voler condurre l’osservatore in un viaggio verso il subconscio dell’artista. Credere questo però sarebbe un errore, infatti Frida utilizza l’immaginazione per immortalare la propria vita attraverso l’uso dei simboli.

 

 

Hermitage – Il Potere dell’Arte

La Grande Arte al cinema proseguirà con l’appuntamento del 21, 22, 23 ottobre quando arriverà sul grande schermo Hermitage-Il Potere dell’arte.

Il film – documentario è stato realizzato in stretta collaborazione con il Museo Statale Hermitage di San Pietroburgo, racconta le grandi storie che sono passate per i corridoi del museo e per le strade della città: dalla fondazione di Pietro I allo splendore di Caterina la Grande, dal trionfo di Alessandro I contro Napoleone, alla Rivoluzione del ’17, fino ai giorni nostri. Immagini spettacolari porteranno gli spettatori nei grandiosi interni del Museo e del Palazzo d’Inverno, nel Teatro, nelle Logge di Raffaello, nella Galleria degli Eroi del 1812. Un luogo magico svelato attraverso i racconti dei protagonisti, le storie e i luoghi segreti aperti alle telecamere per l’occasione. Un’incomparabile metropoli dell’arte ricca di oltre 3 milioni di opere.

Dentro l’Hermitage, del resto, si può ripercorrere tutta la grande arte europea, da Leonardo a Raffaello, da Van Eyck a Rubens sino a Tiziano e Rembrandt, mentre fuori dalle sue mura la storia si snoda per luoghi ricchi di memorie. Ma la leggenda di San Pietroburgo si trasmette anche attraverso poesie e romanzi che ne hanno mostrato il fascino nel corso dei secoli, come quelli di Nabokov, Dostoevskij e di Achmatova. Per raccontare visivamente lo sviluppo urbano e architettonico, San Pietroburgo verrà presentata nella sua veste diurna e negli splendori delle sue notti, con la Prospettiva Nevskij, il lungoneva, i ponti, il profilo del complesso dell’Ermitage, il Cavaliere di Bronzo, le statue di Pushkin, di Caterina la Grande, di Gogol, le dimore nobiliari che si affacciano sui canali, senza dimenticare la musica e l’opera dei grandi architetti italiani, come Trezzini, Rastrelli, Quarenghi, che ne disegnarono il profilo.

Raccontare la storia dell’Hermitage è come raccontare la storia russa. E’ stato testimone di grandi rivoluzioni e di guerre, ma le sue opere d’arte sono sopravvissute per raccontarlo.

Lo splendore imperiale in ogni argento ci rammenta che questo prima di tutto è un palazzo imperiale. Un monumento nel gusto e nello spirito in ogni galleria ci fa immaginare la vita degli zar in questi ambienti.

L’Hermitage occupa un posto speciale nel cuore russo, è più di un museo, esso è parte della nazione. E’ un museo vivente, uno dei più grandi musei del mondo.

Ogni giorno bisogna aprire le porte come fece Pietro il Grande, per collaborare con i paesi di tutto il mondo.

 

 

Il fascino romantico del Vampiro

Edward Munch è il celebre pittore norvegese noto al pubblico per aver dipinto l’Urlo. Fra le numerose opere dell’artista si annovera Il Vampiro, un olio su tela realizzato nel 1895, la rappresentazione di una figura femminile dal lunghi capelli rossi che cinge in un abbraccio una figura maschile. La “donna – vampiro” mostra contemporaneamente note di dolcezza e fatalità, tiene stretto l’uomo dai lineamenti poco definiti in un abbraccio mortale, non si tratta di un bacio, come può sembrare a un primo sguardo, si tratta di un vero e proprio morso letale. I lunghi capelli rossi del demone fanno presagire a chi osserva l’opera il destino della figura maschile, destino reso ancora più intenso e drammatico dai colori scuri e cupi presenti nello sfondo del dipinto.

Alla fine dell’Ottocento la figura del Vampiro, oltre ad altri esseri demoniaci, domina la scena della letteratura gotica. Nel 1897 si assiste alla pubblicazione del romanzo epistolare Dracula scritto dall’irlandese Bram Stoker, ispirato alla figura di Vlad III Principe di Valacchia. Il mito del Vampiro come creatura “succhiatrice di sangue” nasce nei paesi slavi e balcanici, conquistando rapidamente il mondo delle arti figurative, della letteratura e del cinema. L’immagine del Vampiro che viene presentata al pubblico è quella di un essere romantico, è colto, intelligente, astuto, un essere immortale e dalle origini misteriose, una vera e propria creazione letteraria che nasce dalla mente di John Polidori (1795 – 1821) con l’opera The Vampyre (1819), scritta durante un periodo trascorso assieme a Lord Byron, al poeta Percy Shelley e alla futura moglie Mary, autrice di Frankenstein.

Ispirato al romanzo di Stoker è il capolavoro diretto da Friedrich Wilhelm Murnau, Nosferatu il vampiro, un film muto in bianco e nero proiettato per la prima volta a Berlino nel marzo 1922.

Il pubblico è attratto da questa creatura tenebrosa perché si tratta di una rappresentazione del male. Esso è immortale, carismatico e affascinante, un essere che conduce alla morte ma che al tempo stesso la supera, conducendo verso l’eternità.

 

 

L’arma più celebre della storia dell’arte. Venduta la pistola che uccise Vincent Van Gogh

27 luglio 1890. E’ una data che moltissimi storici dell’arte ricordano come il triste giorno in cui l’artista Vincent Van Gogh, dopo una serie di frequenti crisi psicotiche, tentò il suicidio con un colpo d’arma da fuoco. Si trattò di un unico colpo, non fatale al momento, che fece svenire l’artista, il quale fu condotto presso l’albergo in cui soggiornava per essere preso in cura dal medico Paul Gachet, che però non poté salvare la vita dell’artista.

Si trattò realmente di un suicidio? Alcuni ricercatori statunitensi nel 2011 hanno ipotizzato che l’artista sarebbe stato colpito da uno sparo accidentale esploso da alcuni giovani intenti a giocare con un’arma, una tesi che ancora ad oggi non è stata provata con certezza. Si tratterebbe così di un omicidio, una teoria che ha dato l’ispirazione alla creazione del film Loving Vincent, uscito in Italia nel 2017, un giallo che mostra agli spettatori la vita tormentata, ma anche straordinaria di Van Gogh.

Ma che fine ha fatto l’arma che ha sottratto al mondo l’artista dalla pennellata inconfondibile? Un acquirente anonimo ha comprato “l’arma del delitto”, una calibro 7 millimetri arrugginita, di marchio Lefaucheux, all’asta della casa AuctionArt – Remy Le Fur all’hotel Drouot di Parigi per 162.500 euro.

L’arma venne ritrovata negli anni ’60 da un agricoltore, proprio nel campo in cui, secondo la versione ufficiale, Van Gogh tentò il suicidio, suscitando l’interesse di numerosi musei e collezionisti.

Arte e personaggi d’animazione. I soggetti pop di Lothlenan

Andrea Tamme, nota sui social media come Lothlenan, è un’artista digitale canadese che ha trasformato le più celebri opere d’arte del panorama internazionale in dipinti dallo stile pop.
In cosa consiste questa metamorfosi? Innanzitutto non bisogna pensare a una trasformazione in stile Andy Warhol, la cui Ultima cena, ispirata al celebre affresco di Leonardo, è diventata una delle principali icone della Pop Art. Osservando le opere d’arte di Lothlenan è subito evidente come sia possibile immergersi in qualcosa di più dilettevole, alla portata di grandi e piccini, ad esempio il mondo del cinema, in particolare i film d’animazione.
Tutto è cominciato quando Lothlenan stava facendo uno studio sul dipinto dei Coniugi Andrews, realizzato nel 1750 circa da Thomas Gainsborough. L’artista canadese, anziché rafforzare le proprie capacità pittoriche in uno stile strettamente “classico” ha scelto di reinventare l’opera del XVIII secolo inserendo un tocco moderno, contemporaneo, dai caratteri pop, come se fosse un cartone animato.
Dopo quest’opera anche altri celebri dipinti sono stati reinventati da Lothlenan per trovare vita propria, come se fossero dei film d’animazione. E’ così che La donna col parasole di Monet, dipinto nel 1886, diventa Totoro, personaggio di Miyazaki, oppure L’autoritratto con la figlia Julie di Élisabeth Vigée-Le Brun, del 1788, vede ritratte Sailor Moon con la figlia Chibiusa.
Lothlenan unisce l’arte pittorica all’arte cinematografica, sostituisce i soggetti delle celebri opere pittoriche con personaggi noti alla società contemporanea, appartenenti alla cultura popolare, creando così un legame fra passato e presente, adottando un modo che può essere utile a far avvicinare al mondo dell’arte anche i più giovani che troppo frequentemente si mostrano indifferenti di fronte alla cultura dei secoli passati.

Il giovane Picasso…al cinema!

Sta per arrivare al cinema un film dedicato ad un altro grande protagonista del mondo dell’arte. Il protagonista delle tre giornate del 6-7-8 maggio è Pablo Picasso, nel film dal titolo Il giovane Picasso, che racconta la storia del pittore spagnolo, sino al grande successo avuto in tutto il mondo.
Picasso è sicuramente uno dei pittori maggiormente conosciuti e noti del mondo dell’arte, le cui opere sono diventate icone mondiali.
Il nuovo film evento sarà infatti dedicato agli anni giovanili di Picasso, agli anni in cui Pablo, un ragazzo proveniente dalla Spagna del Sud, diventò quello che sarebbe stato considerato l’artista moderno più famoso del mondo. Il docu-film analizzerà il ruolo fondamentale che ebbe l’artista nella vita, attraverso le citta che ebbero un ruolo significativo sulla vita dell’artista, Malaga, Barcellona e Parigi, evidenziando il motivo per cui ciascuna di queste città fu così significativa nel corso della sua formazione. Malaga è la sua città natale, dove Picasso y Ruiz nacque il 25 ottobre 1881 e si appassionò all’arte, dipingendo all’età di otto anni il suo primo quadro, una corrida. L’amore per la pittura era un’eredità ricevuta dalla famiglia, prima dal padre, artista e poi professore di disegno, poi in seguito anche dal nonno, guantaio con un innato istinto per il disegno e la musica.
Il Giovane Picasso è realizzato con una stretta collaborazione con cinque grandi musei europei situati nelle città fulcro della vita dell’artista, il Museo Picasso e la Fundación Picasso-Museo Casa Natal di Málaga, il Museu Picasso de Barcelona, dove è conservata la più ampia collezione dei suoi primi lavori, il Museu Nacional d’Art de Catalunya e il Musée National Picasso di Parigi.
Il docufilm racconta un periodo di due anni, soffermandosi sulle due fasi della vita e della formazione artistica di Picasso, ovvero il periodo blu e il periodo rosa. Oltre a questi momenti, ve ne sono altri fondamentali per la sua formazione e per la sua vita.
La pellicola non è solo una raccolta delle sue opere e dei suoi lavori, ma illustra anche la sua casa e mostra al pubblico diverse lettere ad amici e amanti del pittore, entrando nell’intimo del dell’artista.
Il film viene narrato dal nipote del pittore che si sofferma sui valori significati del protagonista, in primis come uomo, e come tale sofferente ai canoni imposti dal tempo e dalla politica, e in secondo come artista che abbraccia un periodo abbastanza variegato. Un’artista oggetto inizialmente di critiche e delusioni, ma che poi diventa il massimo esponente del movimento cubista.
Il film fa parte del progetto la grande arte al cinema.

Dell’Otto racconta l’inferno di Dante tra il Fantasy e l’Horror

Non tantissimi anni fa, un giovane strappato forse troppo presto alla formazione scolastica, per caso scoprì un legame tra la sua vita e quella di Dante. Col tempo diventò Professor Nembrini, insegnante di letteratura alla scuola superiore, e trascorreva la domenica sera a raccontare il cammino del poeta fiorentino; prima ai figli poi agli amici dei figli, poi ai genitori degli amici dei figli, la folla aumentava sempre di più. Tutti lo ascoltavano con ammirazione e il professore riusciva a trasmettere loro la bellezza e la meraviglia del personaggio più studiato al mondo: Dante Alighieri.
Nel 2014, durante una conferenza a Roma, Nembrini conosce Gabriele Dell’Otto, illustratore di fama internazionale, il quale rimane profondamente colpito dai racconti del professore tanto da mostrargli una tavola che rappresentava Dante nella selva oscura: diventano subito amici. E’ bastato un incontro tra i due, seppur casuale, per dare inizio ad un progetto diventato subito un must have del 2019 che non può mancare nelle librerie dei più grandi appassionati di arte e letteratura: una nuova Divina Commedia.
Non parliamo di un semplice libro con una delle opere letterarie più importanti al mondo, parliamo di un registro che oltre a riportare il testo originale dantesco con a fronte una parafrasi in italiano contemporaneo e un commento, ed una soddisfacente prefazione del Prof 2.0 Alessandro D’Avenia, presenta un’illustrazione per ogni canto.
«Franco, se tu commenti 100 canti io disegno 100 canti». Tra Franco Nembrini e Gabriele Dell’Otto inizia una sfida entusiasmante, personale e professionale.
Classe 1973 romano, Dell’Otto è oggi tra i più celebri disegnatori di fumetti delle due grandi casi editrici americane di supereroi, Marvel e DC. Oggi tra i suoi progetti più famosi insieme a Spidermen, Batman e Hulk c’è anche Dante Alighieri.
Tra il dark e l’epic fantasy, ma perché no anche un po’ di horror, l’immagine che introduce ogni singolo canto, accompagnata dalla terzina del canto cui fa riferimento, non ha solo lo scopo di illustrare quanto soprattutto quello di mostrarci quello che vedeva e sentiva Dante durante il suo viaggio negli Inferi. Dominano il rosso e il fuoco, le rocce e i rovi, due uomini sempre vicini l’uno all’altro si aggirano in questo luogo oscuro, Dante un po’ intimorito Virgilio più spavaldo, tanto che quest’ultimo molto spesso posa la mano sulla spalla del poeta quasi per confortarlo e proteggerlo.
Dell’Otto è riuscito a rappresentare tutto nei minimi dettagli, e solo in tal modo noi davvero riusciamo a leggere ciò che realmente Dante vedeva.
La crudeltà di Caronte è manifesta proprio come leggiamo “che ‘ntorno a li occhi avea di fiamme rote..”. La vergogna di Paolo che si copre gli occhi mentre Francesca tende il braccio verso il poeta, che forse avrebbe voluto aiutarli ma d’altronde un grande aiuto non poteva dare “ sì che di pietate|io venni men così com’io morisse”. Impressionante è anche la bestialità e la grandezza di Lucifero in confronto alla piccolezza dei due uomini, proprio come Dante si è sentito in quel momento “..e più con un gigante io mi convegno|che i giganti non fan con le sue braccia..”.
Una Divina Commedia contemporanea e avvincente che butta giù i muri che chiudono l’opera come un testo letterario accademico, Inferno si legge, si ascolta, si osserva, si vive. “Sarà vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza”.

dav

dav

dav

dav