Relazioni nomadi dell’arte

Kou Gallery inizia con questa mostra collettiva una serie di eventi espositivi ideati per far conoscere al pubblico romano, e non solo, questo mondo affascinante in bilico tra il linguaggio della modernità e i legami con la tradizione mettendo a confronto artisti di vari continenti e indicando come sottolinea il titolo del ciclo le “Relazioni nomadi dell’arte”. Tra nuova figurazione, linguaggi sperimentali o astrazione, elementi comuni sono sempre un’attenta osservazione della società in evoluzione del loro continente e una esplosione di vita che rendono la mostra un’esperienza dei sensi. L’arte contemporanea sempre più spesso ricerca una precisa integrazione con il territorio, sia inteso come ambiente sia inteso come relazioni umane, che la pone inevitabilmente in confronto con il suo contesto visivo. Il visibile si impone chiaramente per quello che è, non per quello che rappresenta, e l’artista con il suo lavoro affronta con procedimenti desacralizzanti o artificiali il superamento del doppio gioco della realtà o della fantasia. Rifletta sull’interesse crescente e contemplativo o addirittura partecipativo dell’osservatore con un significato e un contenuto che sono una sfida alla sua spontaneità creativa. Crea così, un dialogo tra geografie fisiche e interiori, tra tensioni sociali e tensioni creative, senza tralasciare in alcun modo l’assimilazione di comportamenti di un territorio che sta fuori di noi e della nostra cultura originale, in altri luoghi, che noi fatichiamo a considerare nostri, proprio per l’incapacità di viverli qui e ora come elemento recepito e decodificato. Nello scenario imponente di una nuova idea creativa, le opere degli artisti contemporanei hanno un risalto particolare in quanto estranee spesso agli ambienti, generando un conflitto visivo apparente che allo stesso tempo ci porta ad un effetto di amalgama temporale che ci trasporta fuori dal tempo. Come scrive Mircea Eliade, “L’istituzione di uno spazio sacro dove si rivive nel presente una scena mitica fuori dal tempo, è la risposta archetipica dell’uomo al suo terrore della storia, del divenire e della dissoluzione nella molteplicità”. L’eterno ritorno allo stesso ambito cognitivo sicuro, sia come esorcismo all’universo palpitante che gli artisti invocano e celebrano, sia come rifugio davanti al passo vertiginoso di una marea universale, fanno sembrare quello spazio più vicino e riconoscibile alla nostra ineffabile umanità. Questa sintesi temporale è il motivo per il quale le opere scelte per questa esperienza visiva sono tutte appositamente scelte per delineare un viaggio culturale avventuroso e sorprendente in cui la giustapposizione di punti di vista, a volte radicalmente diversi, riesce a svelare la trama di una narrazione polifonica, un’eco del mondo a venire come risultante della intersezione dei vettori del passato più prezioso con quelli della contemporaneità.
Artisti in mostra: Alex Caminiti, Flaminia Mantegazza, Francesca Tulli, Francesco Impellizzeri, Hannu Palosuo, Jairo Valdati, Jorge Romeo, Piero Mottola, ROP, Silvana Chiozza e Tuomo Rosenlund.

Dal 30 Giugno 2020 al 15 Settembre 2020

Roma

Luogo: Kou Gallery

Indirizzo: via della Barchetta 13

Orari: Lun-Ven 10:00-19:00

Curatori: Massimo Scaringella

Telefono per informazioni: +39 06 21128870

E-Mail info: info@kou.gallery

Sito ufficiale: http://kou.gallery/it

Museo del Novecento di Milano. Riapertura post lockdown

Dopo il lockdown riapre al pubblico il Museo del Novecento a Milano. E’ possibile ammirare le opere esposte nel museo seguendo delle norme indispensabili per contrastare la diffusione del Covid – 19. Il Museo del Novecento è aperto momentaneamente al pubblico sabato e domenica dalle ore 11.00 alle 18.00, con l’ultimo ingresso alle ore 17.00. Il numero degli accessi è al momento limitato e la durata massima prevista per la visita è di due ore. E’ possibile entrare nel Museo del Novecento dall’ingresso in via Marconi 1. A causa della riduzione del numero dei visitatori è caldamente consigliata la prenotazione dei biglietti online, che non comporta costi aggiuntivi ed è obbligatoria anche per chi ha diritto a riduzioni o entrata gratuita. E’ obbligatorio presentare la prenotazione, stampata o in formato digitale su display, all’ingresso del museo. Per visitare il Museo del Novecento è obbligatorio l’uso della mascherina ed è fondamentale mantenere la distanza di almeno un metro tra i visitatori. Il personale misurerà la temperatura corporea all’ingresso e non sarà consentito l’accesso ai visitatori con una temperatura pari o superiore a 37,5°. È obbligatorio sanificare le mani con la soluzione igienizzante disponibile all’ingresso.
Nel museo si trovano esposte opere a partire dal 1902, anno in cui fu esposto Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, situato nella sala lungo la rampa elicoidale d’accesso. Nel museo sono esposte opere d’arte di differenti periodi artistici, dal Futurismo alla Metafisica, dal Gruppo Forma 1 alla transavanguardia italiana, ai gruppi di Milano, Roma e Torino e l’arte povera, con autori quali Pellizza da Volpedo, Boccioni, Marini, Modigliani, de Chirico, Sironi, Garau, Fontana, Martini.

Riapertura del Cenacolo Vinciano a Milano

Il Museo del Cenacolo Vinciano di Milano apre nuovamente le porte agli amanti dell’arte. Durante questa prima fase sperimentale sarà consentito ammirare l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, esponente di spicco del Rinascimento maturo, con turni di visita della durata di 15 minuti per un numero massimo consentito di 5 persone per volta, per garantire la sicurezza di tutti i visitatori. A causa dell’emergenza sanitaria gli orari d’apertura del museo sono stati ridotti, dal martedì al venerdì gli ingressi si svolgeranno dalle 14:00 alle 19:00, sabato e domenica delle 9:00 alle 13:45. La fruibilità di quest’opera di Leonardo sarà garantita a un minor numero di visitatori rispetto al periodo precedente la pandemia. Per tale ragione questo articolo di Artecracy.eu accompagnerà i lettori, nonché appassionati d’arte, a scoprire il Cenacolo attraverso gli schermi degli smartphone, tablet e pc.
L’Ultima Cena fu realizzata da Leonardo da Vinci nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano tra il 1495 e il 1497, su commissione di Ludovico il Moro. Già dal 1517 l’opera cominciò a deteriorarsi a causa della tecnica utilizzata da Leonardo per dipingere l’opera; egli non adottò la tradizionale tecnica dell’affresco, ma fu dipinta con una preparazione molto complessa a due strati, il secondo del quale composto da gesso per la maggior parte.
Leonardo dipinse l’Ultima Cena più in alto rispetto al pavimento reale della sala, in modo da conferire all’opera una maggior potenza narrativa, creando dei personaggi con una scala superiore al naturale, rendendoli in tal modo solenni e in accordo con l’importanza del soggetto. L’ambientazione che accoglie la scena è una sala prospettica con soffitto cassettonato, con tre finestre nella parete di fondo, fonte di illuminazione.
Il pittore toscano dipinse Gesù al centro della tavola, ai lati del quale si trovano gli apostoli, dipinti a gruppi di tre. I moti corporei dei soggetti sono così espressivi da trasmettere il turbamento prodotto dalle parole di Gesù, quando annuncia che uno degli apostoli lo tradirà (episodio narrato nel Vangelo di Giovanni). Giuda, il traditore, si trova nel gruppo vicino a Gesù, a sinistra, facilmente riconoscibile perché tiene stretta la sacca contenente il denaro pagato per il tradimento.
Al di sopra della raffigurazione dell’Ultima Cena si trovano tre lunette, contenenti gli stemmi degli Sforza. In quella centrale pare ci fosse rappresentato un drago, il famoso Biscione, simbolo della famiglia nobiliare.

Milano
Museo del Cenacolo Vinciano
Prenotazione obbligatoria
Dal martedì al venerdì: 14,00 – 19,00
Sabato e domenica: 9,00 – 13,45

Gli “ostaggi” di Alessandra Brown in mostra a Roma

Dopo mesi surreali e difficili, finalmente in Italia iniziano nuovamente a fiorire gli eventi culturali e riaprono le esposizioni. Anche la galleria Curva Pura di Roma riapre le sue porte venerdì 19 giugno, con l’inaugurazione di Hostages, mostra personale di Alessandra Brown.

La mostra, a cura di Vittorio Beltrami e Andrea Romagnoli, presenta al pubblico gli ultimi lavori dell’artista: una serie di fotografie su mixed media, caratterizzate da stratificazioni materiche (e di significato). Le opere, che nel comunicato stampa vengono definite un incrocio tra fotografia e scultura installativa, si inseriscono all’interno di un interesse della galleria, avviato nelle più recenti stagioni espositive, verso “le intersezioni più sperimentali provenienti da artisti italiani ed internazionali”.

Si tratta di una sorta di collage composti da due tipologie di immagini, proprie dell’immaginario visivo dell’artista (nata in Inghilterra ma cresciuta in Romagna) e già protagoniste separatamente di sue precedenti ricerche: le foto trovate da album di famiglia e il repertorio di immagini turistiche della riviera romagnola.

Le immagini che risultano da questa unione, caratterizzate da delicate tonalità pastello, appaiono formalmente belle e attentamente calibrate, ma lasciano emergere anche una certa tensione e ambiguità. I soggetti appaiono infatti intrappolati, come appunto degli ostaggi.

Figure in bianco e nero (le immagini da album di famiglia) affiorano a malapena sotto soffocanti strati di materia. In bilico tra l’assenza e la presenza, tra il passato e il presente, appaiono sospese in una dimensione atemporale, bloccate in una condizione di instabilità e incertezza. Come si legge nel testo di accompagnamento alla mostra “Sono ospiti di un tempo remoto, memoria di intima felicità, che lo sguardo stenta ad intravedere ma si ferma a cercare”. Altre figure a colori, immagini di una realtà più contemporanea (le reti di plastica, le piante avvolte da sacchi neri, la bottiglia di Coca Cola), emergono invece portando alla luce un immaginario fatto di consumismo e decadenza, a sottolineare l’impatto del turismo di massa sul territorio, e forse anche un generale cambiamento nella scala dei valori…

La mostra sarà visitabile nelle serate del 19, 20 e 21 giugno, e su appuntamento fino a fine luglio.

Alessandra Brown – Hostages
19 – 20 – 21 giugno 2020 dalle 18.00 alle 23.00 / Luglio su appuntamento
Curva Pura
Via Giuseppe Acerbi, 1a
Roma

Proposta di intervista a Gio’ Montez sull’arte contemporanea: “Stiamo svendendo le nostre risorse e la nostra dignità”

Rigenerazione urbana attraverso l’azione artistica: è questo l’obiettivo dell’Atelier Montez di Gio’ Montez, nel quartiere romano di Pietralata, che da circa dieci anni si occupa di produzione artistica contemporanea, interdisciplinare e relazionale. Lo spazio polifunzionale intende proporre un prodotto made in Italy, ma in collaborazione con una grande rete internazionale di Produttori Indipendenti. Un luogo di lavoro e di confronto tra artisti ed esperti del settore, per lo sviluppo di idee e di progetti virtuosi di interesse collettivo.

Gio’ Montez, cosa hai fatto durante il lockdown?
L’Atelier Montez è rimasto chiuso dal 1 marzo. Lo è tutt’ora e rimarrà ancora chiuso almeno fino a settembre 2020, con disastrose conseguenze economiche per la nostra attività istituzionale e commerciale. Stiamo provando con molta fatica a differenziare le forme di sostentamento economico della attività sforzandoci di innovare e digitalizzare i contenuti prodotti. Ma internet non funziona se non paghi le bollette. Le entrate sono ridotte a zero mentre continuano a gravare come una spada di Damocle tutte le spese correnti. Io non prendo lo stipendio da febbraio e non so come fare la spesa, pagare gli affitti, i contributi, le bollette e addirittura le rate del finanziamento privato concessomi a fronte della busta paga che non percepisco.

L’emergenza, nel tuo settore, è stata gestita bene?
No. L’emergenza nel mio settore è stata creata e non gestita da questo governo. Se continua così fra qualche mese il “mio settore” non esisterà neanche più. Ci stanno facendo programmaticamente fuori. Ci impediscono di radunarci, di esprimerci, di muoverci. Stiamo svendendo le nostre risorse e la nostra dignità. Stiamo sacrificando la qualità che distingue il nostro Paese. Stiamo eliminando le differenze e le minoranze invece di difenderle. Non esagero quando sostengo che sia il Governo che i suoi decreti sono anticostituzionali. Mi riferisco ad esempio alla totale assenza di processi democratici e alla violazione dell’art.18 della Costituzione Italiana.

Nel più recente decreto legge, che spazio ha avuto l’arte contemporanea?
Nessuno. L’arte contemporanea non è neanche considerata. Pare vogliano convincerci che sia un inutile bene di consumo, qualcosa di secondario. Vorrebbero farci credere che sia più importante mangiare che lavorare! Io mi vergogno di questa ignoranza, che non mi rappresenta affatto. La parola arte contemporanea non è menzionata neanche una volta, come se la categoria “arte contemporanea” non esistesse. Eppure il nostro è “il paese dell’arte” per antonomasia e l’arte contemporanea è un business da miliardi di euro. Come se essere artista fosse un diletto e non una professione. Come se l’arte contemporanea non fosse importante come il Teatro dell’Opera o gli spettacoli circensi, a cui invece sono destinati diversi milioni di euro.

Cosa si sarebbe dovuto fare, secondo te, e cosa si potrebbe ancora fare.
Per quanto riguarda il mio settore, l’arte contemporanea, penso che abbiamo il dovere di sopravvivere al regime.
Uniamoci e associamoci; dobbiamo intensificare l’attività culturale specialmente nei periodi di crisi. Un buon esempio è la recente nascita della “Associazione delle gallerie italiane”. Dobbiamo raccontare questa crisi in modo trasparente, decentralizzato, conservando i punti di vista differenti e condividendo un obiettivo comune. Nessuno dovrebbe mai dimenticare questa storia ne i principi fondamentali degli individui che abbiamo impiegato millenni per conquistare. Come diceva Voltaire “Forse non condivido la vostra opinione, ma darei la vita affinchè Voi possiate esprimerla”.

Prossimi progetti.
Il mio prossimo progetto è be**pART. Sto curando la mostra collettiva più grande del mondo in un periodo in cui le mostre sono addirittura interdette. Con il team di A.C. Montez, gli artisti associati e oltre 20 Ambasciatori be**pART già attivi in tutti e 5 i continenti stiamo allestendo la mostra presso Atelier Montez a Roma, che aprirà al pubblico a partire da Settembre 2020. In esposizione 45.000 opere d’arte realizzate durante il lockdown da 1500 produttori indipendenti associati da tutte le nazioni del mondo. Vogliamo attirare l’attenzione mondiale su questa iniziativa e produrre un catalogo che sarà un documento storico, un racconto collettivo di questa pandemia. Vogliamo creare una memoria per noi stessi e per le generazioni future; che abbiamo un’esempio di solidarietà e un modello virtuoso di sconfitta dell’isolamento sociale che rischia di sabotare l’integrità dei principi su cui si basa il nostro bel paese e tutta la nostra Comunità.

15 Anni di Rosso20sette

Rosso20sette Arte Contemporanea festeggia 15 anni di attività con una collettiva che vede protagonisti street artist internazionali come JR, Obey, Pure Evil, D*Face ed importanti street artist italiani come Maupal, Marco Rèa, Demetrio Di Grado e Pax Paloscia.

Rosso20sette ha aperto il suo primo spazio espositivo a giugno del 2005: in questi 15 anni di attività ha realizzato oltre 60 mostre con più di 300 artisti esposti, spaziando dal mondo della fotografia alla street art.

La mostra, al fine di garantire il distanziamento secondo le prescrizione delle leggi in vigore, sarà visibile da sabato 13 giugno fino al 17 luglio 2020 seguendo gli orari della galleria: dal martedì al sabato 11 – 19.30.

JR è cresciuto a Montfermeil con i genitori, i quali avevano uno stand al mercato delle pulci di Porte de Clignancourt. Ha studiato al liceo Stanislas prima di cominciare la sua carriera nei graffiti. Lo pseudonimo rappresenta le iniziali del suo nome (Jean René) e alludono al personaggio principale della serie americana “Dallas”: J. R. Ewing.JR si definisce come un “artivisto urbano”. Dopo essere state esposte nelle città da cui sono originari i soggetti di JR, le immagini viaggiano da New York a Berlino, da Amsterdam a Parigi. È rappresentato dal gallerista Emmanuel Perrotin in Francia (Rue Turenne, Paris), a Hong Kong e a New York, da Magda Danysz in Cina, e da Simon Studer Art in Svizzera. Durante alcune mostre, offre ai visitatori il loro ritratto su un poster grazie a una gigante cabina fotografica. Lavora con un’équipe di una quindicina di persone tra Parigi e New York.

D*Face è cresciuto in un quartiere non distante da Wimbledon e fin da piccolo ha avuto un interesse per i graffiti. Da adolescente, appassionato di skateboarding, si è interessato agli adesivi e alla mentalità fai da te associata allo skate e alle fanzine punk.Ha frequentato un corso di illustrazione e design e ha lavorato come illustratore e designer freelance mentre affinava i suoi lavori di strada. Tra le sue influenze la campagna artistica Obey Giant di Shepard Fairey, Jim Philips, hip hop, musica punk e i cartoni animati popolari. Ha tenuto la sua prima grande mostra personale a Londra, Death & Glory, alla galleria Stolenspace nell’ottobre 2006. D*Face è stato proprietario e curatore dell’Outside Institute, la prima galleria d’arte contemporanea di Londra a concentrarsi sulla street art. Nel 2010 ha collaborato con Christina Aguilera per la copertina del suo album Bionic, mentre il progetto più recente di D*Face ha riguardato la realizzazione della copertina dell’album California dei Blink-182, rilasciato il 1 luglio 2016.

Frank Shepard Fairey aka Obey (Charleston, 15 febbraio 1970) è un artista statunitense. Figlio di un medico e di un agente immobiliare, Fairey cresce nella Carolina del Sud, compie studi artistici e nel 1988 si diploma presso l’Accademia d’arte. Nel 1989 idea e realizza l’iniziativa Andre the Giant Has a Posse; dissemina i muri della città con degli adesivi (stickers) che riproducono il volto del lottatore di lotta libera André the Giant; gli stessi sono stati poi replicati da altri artisti in altre città. Lo stesso Fairey ha poi spiegato che non vi era nessun significato particolare nella scelta del soggetto: il senso della campagna era quello di produrre un fenomeno mediatico e di far riflettere i cittadini sul proprio rapporto con l’ambiente urbano. Ma l’iniziativa che ha dato visibilità internazionale a Fairey è stato il manifesto Hope che riproduce il volto stilizzato di Barack Obama in quadricromia, diventato l’icona della campagna elettorale che ha poi portato il rappresentante democratico alla Casa Bianca. Il critico d’arte Peter Schjeldahl ha definito il poster “la più efficace illustrazione politica americana dai tempi dello Zio Sam”. Il manifesto apparve, sempre durante la campagna elettorale del 2008, con altre due scritte: “Change” e “Vote”. Il comitato elettorale di Obama non ufficializzò mai la collaborazione con Fairey, probabilmente perché i manifesti venivano affissi illegalmente, come nella tradizione della street-art, ma il presidente, una volta eletto, inviò una lettera all’artista, resa poi pubblica, in cui ringraziava Fairey per l’apporto creativo alla sua campagna. La lettera si chiuse con queste parole: “Ho il privilegio di essere parte della tua opera d’arte e sono orgoglioso di avere il tuo sostegno”.

Pure Evil è nato nel 1968 nel sud del Galles. Dopo aver finito gli studi in fashion design, Charles si trasferì agli inizi degli anni ‘90 in California perché non si ritrovava nelle scelte operate in UK dalla Lady di Ferro Margaret Thatcher. Vivere in quegli anni sulla West Coast significava essere al centro della nascente cultura street. Pure Evil inizia, così, a lavorare come designer per il brand di abbigliamento Anarchic Adjustmented ed entra anche nel circuito della musica elettronica a San Francisco. Ed è sempre sulla costa californiana che inizia la street art di Pure Evil. Dopo 10 anni trascorsi negli States, Charles torna a Londra e inizia a dipingere per le strade della capitale britannica entrando in contatto con altri artisti che popolavano con i propri graffiti le strade dei sobborghi della città tra cui Ben Eine, D*face, Paul Insect e soprattutto Banksy. Con loro prende vita il Santa’s Ghetto, una sorta di galleria itinerante volta a disintermediare i mercanti d’arte.

Marco Réa è nato il 1º novembre del 1975 a Roma, dove ha condotto studi artistici dapprima al liceo, poi studiando fumetto ed illustrazione ed infine laureandosi in storia dell’arte. Parallelamente agli studi, negli anni novanta utilizza le bombolette spray per fare graffiti ed ha continuato ad utilizzarle in seguito, per realizzare le sue opere. Réa altera immagini pubblicitarie, come cartelloni e copertine di riviste di moda, usando le bombolette spray per dar vita a nuove rappresentazioni. Le opere dell’artista romano, apparentemente distruttive nei confronti del mondo della moda, hanno destato l’interesse di celebrità e persone del settore. Réa non compie un atto dissacratorio, ma di cambiamento e denuncia, dipingendo sulle immagini che propongono una realtà falsificata per rivelarne un’altra più autentica e personale. Ha partecipato con le sue opere alla settimana della moda di Parigi ed è oggi tra i più noti fashion illustrator. Contattato da Nick Knight per collaborare con SHOWstudio, ha realizzato opere per il progetto Prayer to Saint Therese di Chloe Sevigny e Michel Gaubert ed ha partecipato a Moving Kate, una mostra dedicata a Kate Moss. Nel 2018 ha esposto al MACRO di Roma.

MauPal è un artista poliedrico romano: è infatti un disegnatore, un grafico, un decoratore e scenografo ed anche pittore e scultore. Ha frequentato il liceo artistico A. Caravillani e successivamente l’Accademia delle Belle Arti di Roma, in cui sin da subito mostra una particolare predisposizione per il disegno e dove coltiva il suo amore per l’arte e per la sperimentazione. Nel suo processo creativo include ogni volta supporti differenti e materiali particolari come carte da gioco, sughero, vetro, plastica e lana d’acciaio, arrivando ogni volta a risultati nuovi, e dando vita ad oggetti ed opere unici. MauPal mostra una grande abilità manuale, ciò si evince dalle sue particolari sculture che ogni volta nascono da materiali differenti che però non vengono mai snaturati ma mostrati al pubblico attraverso diverse sfaccettature della loro stessa natura. Il suo murale Super Pope, dedicato a Papa Francesco e realizzato a Borgo Pio, ha fatto molto parlare di lui. Lo street artist ha anche incontrato Papa Bergoglio e gli ha donato un dipinto che riproduce la sua opera: il Papa in vesti da super eroe.

Pax Paloscia è un’artista italiana che vive tra Roma e New York. Ha collaborato per anni con le più prestigiose agenzie pubblicitarie e case editrici realizzando importanti progetti fotografici e illustrativi. Tra i suoi clienti figurano: Rolling Stone, Urban, Enville, Sole24Ore, Feltrinelli, Enaudi, McCann Erickson, Leo Burnett, Saatchi & Saatchi, J. W. Thompson, Publicis, Ogilvy, IBM, Nike, Mazda, Omnitel, EMI, Findus, Levi’s, Fnac, Mandarina Duck. Diplomata all’International Center of Photography di New York, le sue opere sono state pubblicate in diversi progetti editoriali ed esposte in mostre personali e collettive in numerosi musei e gallerie in Italia e all’estero. Recentemente ha preso parte alla rassegna “Cross the Streets” al MACRO di Roma (aprile 2017) e all’edizione 2016 di “Scope Art Fair” a New York. Nel 2017 presenta la personale Alice down to the Rabbit hole presso la galleria Rosso20sette.

Demetrio Di Grado, nato a Palermo nel 1976, dopo un trascorso nella cultura Hip Hop, dal 1994 al 2000, rimane affascinato dall’arte e, in particolare, dalla pittura. Nel percorso artistico da autodidatta, ha avuto modo di esporre i suoi lavori in tutta la Sicilia con numerose mostre itineranti collettive e personali. Dal 2012 ha dato inizio ad un nuovo progetto artistico, costituendo l’Associazione ManSourcing, impegnata attivamente nella promozione dell’arte attraverso le sue varie declinazioni: festival di arte urbana con la partnership di numerosi artisti nazionali e internazionali, curando eventi artistici che hanno dato modo alla gente comune di fruire dell’arte contemporanea in luoghi non convenzionali. In parallelo svolge un’intensa attività artistica all’interno di gallerie, palazzi comunali e musei, permettendo ad artisti e addetti ai lavori la possibilità di un confronto attivo e collaborativo. Da sempre interessato alla tecnica del collage, dal 2016 ha riscritto la sua biografia, ripartendo da zero tra l’Italia e l’Estero.

INFO

15 Anni di Rosso20sette
JR, D*Face, Shepard Fairey aka Obey, Pure Evil, Maupal, Marco Rèa, Demetrio di Grado
a cura di Tiziana Cino e Stefano Ferraro

13 giugno – 17 luglio 2020
Orari: dal martedì al sabato 11-19.30

Rosso20sette arte contemporanea
info@rosso27.com
tel.06 64761113
www.rosso27.com

Mutaforma: in arrivo due performance (in streaming) di Nora Lux

Mutaforma è il titolo della nuova performance in due tempi dell’artista Nora Lux, che – da tempo prevista nel calendario dell’associazione romana Canova 22 – in un ennesimo esempio della resilienza che il nostro sistema dell’arte e i nostri artisti stanno dimostrando in quest’ultimo difficile periodo, si terrà nei giorni 7 e 21 maggio 2020 attraverso quella che si è rivelata essere la nuova frontiera dell’arte contemporanea: lo streaming.

La prima azione, accompagnata da due testi di Plinio Perilli e Franz Prati, si svolgerà in diretta Facebook il 7 maggio alle ore 20. Nell’occasione verranno presentate anche alcune immagini fotografiche parte dello stesso progetto.
Le due performance che compongono Mutaforma sono infatti parte di un più ampio progetto inedito dell’artista: Solve et coagula. All’interno della pratica di Nora Lux del resto le performance sono spesso naturale proseguimento di scatti precedenti. Scatti che consistono sempre in una serie di suggestivi autoritratti, in cui il corpo femminile si trova immerso in un profondo dialogo con la natura.
Tornano intatti anche in quest’ultimo progetto tutti i tratti caratteristici del lavoro dell’artista: la fusione con l’ambiente circostante, il coinvolgimento in rituali dal sapore ancestrale e in atmosfere magiche, e i riferimenti alla Madre Terra e alla simbologia femminile. A cambiare però in questo caso è l’ambientazione: Nora Lux abbandona infatti le necropoli etrusche per immortalarsi questa volta all’interno delle grotte marine di Ustica, in Sicilia.

Attraverso la performance, però, dalla Grotta Segreta di Ustica si passa ad un altro anfratto: il forno, in particolare l’antica fornace dove lo scultore Antonio Canova cuoceva le sue terrecotte, definito nel comunicato stampa dell’evento “il luogo ideale, l’athanor ermetico dove lavorare con il fuoco dell’arte, il forno neolitico a forma di ventre gravido della Dea Madre, che tutto trasforma”. Il forno, infatti, nell’immaginario dell’artista sembra essere l’ennesima cavità (dopo le Vie Cave e le grotte vulcaniche) evocativa del mistero femminile, poiché tramite esso la materia grezza, “sia che si tratti di un impasto, di un feto o di un cadavere”, viene trasformata in uno stato diverso, per riemergere “in forma di cibo, di un bambino o di un’anima”.
Scrive Plinio Perilli nel testo critico di accompagnamento all’evento: “Immagino Nora Lux (nomen omen, per Lei che ha il nome della protagonista ribelle di Casa di bambola, cioè dell’Ibsen più socialmente trasgressivo, antiborghese; ed il cognome, Lux, come segno e sostantivo, stigma e messaggio di Luce), in quegli anfratti di tempo e spazio come un riassunto, una parabola medesima, ripeto, dell’Evoluzione. Artistica e in scala… MUTAFORMA d’essenza!”.
Il motto da cui prende il titolo l’intero progetto, del resto, Solve et coagula, non vuol dire altro che “sciogli e riunisci”, in riferimento alla trasformazione alchemica ma anche al desiderio autoreferenziale di potersi rigenerare, di poter in un certo senso risorgere dalle proprie ceneri, un messaggio più che mai pertinente in una situazione come quella attuale.


INFO:

Nora Lux. Solve et coagula
7 maggio 2020 ore 20.00 performance in streaming e diretta Facebook
21 maggio 2020 ore 20.00 performance in streaming e diretta Facebook
https://www.facebook.com/noralux.art
https://www.facebook.com/Canova22

Canova 22
Via Antonio Canova 22 – Roma
www.canova22.it

Delicatezza e inafferrabilità: Mattia Pajè si racconta nella sua prima personale a Roma

Una delicata inafferrabilità è ciò che si percepisce davanti alle opere che Mattia Pajè, artista emergente classe ‘91, ha immaginato e ideato per gli spazi della Fondazione smART. Un giorno tutto questo sarà tuo, titolo della mostra a cura di Saverio Verini, non è solo un auspicio, ma è uno statement che fa da collante a un approccio artistico non solo concettuale, bensì esperienziale.

Il progetto nato a seguito di una residenza presso lo spazio di Fondazione smART, convoglia non solo un uso materico differente e una connessione apparentemente scollegata tra le opere, ma fa molto di più ovvero si concentra su una sorta di sospensione, di incertezza e instabilità che precede un obiettivo, così come recita una delle opere in mostra. Questo senso di precarietà che avvolge il percorso della visita, si affianca anche ad un senso di casualità non necessariamente riconducibile a qualcosa di negativo, ma nella sua variante più possibilista. Il caso, l’incapacità di prevedere la raggiungibilità di un qualcosa a cui ognuno di noi cerca di arrivare, è un’incognita che si sviluppa nelle opere di Pajè sotto varie forme: una sequenza di numeri, un volto indefinito, un’immagine interrotta. Ciò che può succedere da un momento all’altro non è dato sapere, ma quello che resta è un senso di ambiguità e fragilità.

Le opere di Pajè pensate per la mostra, sembrano vivere di contraddizioni non solo a causa dell’eterogeneità e della scelta di metodi stilistici diversi che potrebbero far pensare a un molteplice autore, ma anche dalla loro distribuzione nello spazio. Ogni intervento sembra essere pensato per entrare in contraddizione con ciò che ha di fronte: un’immagine troppo grande persino della stanza entra in un dialogo immediato e ferratissimo con una piccolissima “bacchetta magica” che nel bianco puro e accecante della parete riesce a mostrarsi allo spettatore in uno scambio di intenzioni e forza espressiva che invade la stanza.

Ogni opera nella sua complessità o nella sua semplicità, racchiude e nasconde infinite riflessioni che hanno una forza e una potenza espressiva immediata. L’inafferrabilità è sia la delicatezza di un gesto che l’imprevedibilità di una conclusione che forse non avverrà mai o forse si. Un abbraccio accennato che potrebbe sgretolarsi da un momento all’altro, un gesto semplice e quasi impercettibile che però racchiude tutta la forza della mostra e di quel senso di imprevedibilità che accomuna una generazione. In questo senso, la mostra ha un approccio prima emotivo e poi concettuale, una forza espressiva che non lascia niente all’incompiuto a differenza del messaggio che vuole inviare.

Un giorno tutto questo sarà tuo si racconta in una dimensione domestica, quasi familiare e sicuramente vivace, che nonostante lo zelo e l’abbondanza degli interventi, si presenta in un modo del tutto lineare, non narrativo, ma episodico dove il senso comune di appartenenza a una generazione segnata dalla libertà di scelta, di cambiamento e di autonomia, porta con sé inquietudine e incertezze affrontate nel tentativo di affidarsi al caso, all’imprevedibilità del momento per poi raggiungere, forse, una promessa di felicità.

Mattia Pajè. Un giorno tutto questo sarà tuo

a cura di Saverio Verini

fino al 20 marzo 2020

Fondazione smART – Polo per l’Arte

Piazza Crati 6/7, Roma

Orari: dal martedì al venerdì, ore 11-13 / 15-18 o su appuntamento

Ingresso gratuito

 

Sabina Mirri. Gonna be a cult character

In scena presso la Galleria Alessandra Bonomo di Roma la personale dell’artista svizzero-romana Sabina Mirri, arricchita da un intervento di Sandro Ghia: cameo questo che rappresenta unchiaro richiamo alle sue origini, visto che la Mirri ha esordito negli anni ’80 come artista della Post Transavanguardia in alcune rassegne curate da Achille Bonito Oliva dedicate questa corrente.

In mostra una serie inedita di collage in carta velina montati su pannelli di legno, disegni e lo Studiolo, opera che trae ispirazione dal San Girolamo di Antonello da Messina: si tratta di un ambiente realmente usato dall’artista per il suo lavoro, già esposto a Pisa nel 2017, nei cui scomparti e anditi sono racchiuse testimonianze, attimi di vita e soprattutto i disegni di Sandro Chia, personaggio che come già accennato riveste un ruolo importante nella formazione artistica di Sabina Mirri.

I collage sono composti da carte veline colorate, diafane e trasparenti, che alla base hanno un’ossatura definita dal disegno e dal carboncino: si sovrappongono creando un percorso cromatico e narrativo fatto di vedo e non vedo. La maggior parte dei collage in mostra ha come soggetto principale una lepre umanizzata, viziosa e lasciva, dedita a piaceri di vario genere, quasi un antieroe destinato a suscitare simpatia e riconoscimento nelle nostre personali debolezze.

 

 

GALLERIA ALESSANDRA BONOMO

Dal 18 febbraio 2020

Via del Gesù 62, Roma

Dal martedì al sabato 12.00-19.00

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Roma Fotografia 2020 – Eros

Un grande evento per la Capitale, che delinea i contorni e le sfumature della forza straordinaria che muove il mondo: il Desiderio. Una proposta culturale che indaga il rapporto tra la fotografia e l’arte in generale con il tema del desiderio, della passione e della bellezza. L’obiettivo è stimolare la ricerca sulle motivazioni e le spinte più profonde che animano i sogni e le azioni quotidiane che puntano alla realizzazione di essi. Per riscoprire il talento, le capacità, le potenzialità, le aspirazioni che trovano nell’arte lo strumento ideale di espressione.

L’evento si svolgerà a Roma dal 22 febbraio al 6 aprile in collaborazione con diverse istituzioni culturali tra le quali CoopCulture, Fondazione Cerasi, Stadio di Domiziano, Istituto Luce e il patrocinio di Regione Lazio e Roma Capitale.

Un viaggio in quattro tappe che parte con le immagini iconiche che hanno portato Tina Modotti ad essere la fotografa più influente dell’inizio del secolo. Il suo splendido sguardo mostra una straordinaria capacità di raccontare la complessità di una rivoluzione senza mai perdere la delicatezza di porgere attenzione ad un particolare, ad un fiore. La mostra, organizzata in collaborazione con Associazione Culturale onlus 8 Marzo, prevede 38 opere che provengono dall’Instituto de Investigaciones Estéticas  (IIE), dal Fondo “Manuel Toussaint” dell’Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM) di Città del Messico e dalla Collezione della Fototeca Nazionale dell’Instituto Nacional de Antropología e Historia (INAH) della Città di Pachuca Hidalgo, Messico.

 

 

Dal 22 Febbraio 2020 al 06 Aprile 2020

Roma

Luogo: Sedi varie

Indirizzo: sedi varie

Enti promotori:

  • Con il patrocinio di Regione Lazio e Roma Capitale

E-Mail info: info@roma-fotografia.it

Sito ufficiale: http://www.roma-fotografia.it