Christopher Wool: il caos bicromatico della tela

Grovigli di linee, macchie di colore sul bianco di una tela, parole senza spazi, senza interruzioni di senso e in una costante ritmica fredda e distacca, sono l’essenza potenziale delle opere di Christopher Wool. Al limite tra rimembranze espressionistiche e grafismi di strada, l’astrattismo pittorico di Wool va contro ogni sistema, da quello stesso della pittura a quello politico. Con un’attitudine cupa e aggressiva le pennellate si distribuiscono sulla superficie in una formalità linguistica dettata più dal caso che da un’attenta decifrazione stilistica.

Nella disinvolta retorica del senso, Christopher Wool, crea imperfezioni dappertutto, trasformando le sue opere in simboli e nuove regole del fare che s’insidiano prepotentemente nella sua idea di pittura. Contro la configurazione e le “regole” raffigurative classiche, le opere di Wool si confermano al di fuori da ogni sistema tranne, forse, quello dell’economia estetica che permea la cultura sociale e artistica americana. Non a caso Wool è a oggi uno tra gli artisti contemporanei più quotati di Wall Street. Nel turbinio del fascino economico, a volte può sorgere il dubbio che, quello che interessa maggiormente l’artista, sia un’attenzione estetica, formale con una sottile deviazione verso la mercificazione dell’arte piuttosto che una reale riflessione poetica o una minuziosa analisi dei sistemi di pittura.

Osservando le macchie e le linee di colore utilizzate da Wool ritornano alla memoria esperienze già vissute dall’arte americana dei primi anni del Novecento. L’informale e l’espressionismo sono sicuramente due forti basi del lavoro del pittore/non pittore americano. Sicuramente, l’aspetto più innovativo del lavoro artistico di Wool è la sua ricerca di forme linguistiche nuove attraverso l’uso esasperato di tecniche come lo stencil, rubate alla strada, le parole con o senza connessioni logiche, sono urlate e disposte in maniera minimale e del tutto concettuale. Il senso intrinseco è forse proprio la disattenzione per la forma estetica perfetta e lineare, la predisposizione alle imperfezioni, a un’estetica ripetitiva e libera che smantella ogni legame con il pubblico che resta disorientato nel comprendere cosa sia davvero pittura. La vera forza sta proprio in questa capacità di smaterializzare l’opera d’arte e il seguente tentativo di trasformarla in puro segno di comunicazione attraverso la linea, la macchia o le lettere “urlate”, disposte l’una vicina all’altra, in una ritmica scansione temporale.

Christopher Wool si presenta dunque come il principe del bianco e nero, il primo l’assenza del tutto e il secondo la presenza di ogni cosa, in una sorta di ideale cancellazione del segno pittorico comunemente utilizzato. Il suo lavoro artistico si presta a un annullamento segnico e linguistico, che costringe l’osservatore al dubbio e all’incertezza, per diventare, definitivamente, la rappresentazione di un processo artistico che si materializza sulla superficie sotto forma di segni.

 

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