Le 7000 querce dell’artista assoluto Joseph Beuys

Settemila pietre di basalto accumulate davanti al museo Federiciano di Kassel sono – e mi assumo la responsabilità di quanto asserito – l’espressione artistica più alta e genuina della seconda metà del ‘900 in Europa.

Partorite dalla mente sublime di un artista radicale come Beuys, esse altro non furono che monete di scambio per qualcosa di altrettanto tangibile, purtuttavia vivo e tellurico, come una moltitudine di querceti destinati a divenire una foresta. Lo “sciamano dell’arte”arrivò a tale ingegno poiché, inevitabilmente, forgiato dalla guerra e purificato dalla natura, decise che solo attraverso un rito pagano di adozione di una pietra potessero sorgere nuovi valori: non la bellezza fine a sé stessa ma un rapporto più pragmatico con la terra, era la strada da intraprendere nella modernità.

L’originalità dell’opera di questo artista, europeo per antonomasia, consta nel paradosso cosmico di una composizione nata con l’intento di morire e trasmutarsi, di rimanere e contemporaneamente dissolversi. Beuys ammazza l’opera imperitura, scegliendo di non vedere mai il bosco rigoglioso. E’ l’alchimia di una vita passata tra rinascite spirituali che si dissolvono, come il triangolo di pietre accumulato di fronte al museo di Kassel che, “adottate” di volta in volta con lo scopo di piantare il corrispettivo in alberi, andò via via riducendosi fino a scomparire, per sempre.

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