Piotr Uklanski ed il suo “pugno chiuso”

Un pugno chiuso alto diversi metri, sullo sfondo una parete bianca con del colore rosso che cola verso il basso, simulando il sangue umano. Una poco originale protesta nei confronti del comunismo? Può darsi, ma anche una manifestazione artistica di Piotr Uklanski, figlio di una nazione come la Polonia, che ha vissuto, nel bene e nel male, la dominazione dell’URSS.

Uklanski si è ritagliato un proprio spazio nello scenario artistico internazionale lavorando a partire dalla metà degli anni ’90 tra Varsavia e New York, operando grazie ad una moltitudine di supporti e mezzi, di generi e tecniche ed utilizzando media come collage, installazioni, sculture e fotografie, imbevendosi di molteplici richiami culturali ed intellettuali. Il frutto del suo lavoro è stato poi esposto in diverse sedi come il Ludwig Museum di Colonia, il Centre Pompidou di Parigi, il MoMA di New York e la Kunsthalle di Basilea, partecipando anche a numerose esposizioni internazionali come la 50ª edizione della Biennale di Venezia e la 26ª Biennale di San Paolo.

Ma è grazie all’opera accennata nell’incipit che abbiamo la sua realizzazione più palesemente politica, figlia della serie di installazioni Bialo-Czerwona (bianco-rosso) evidente riferimento alla sua storia di polacco e che viene esposta alla Galleria Massimo De Carlo di Milano nel lontano 2007. Un’installazione maestosa quanto semplice nella sua carica emotiva, esaltata dal quadro macchiato di sangue sullo sfondo, e stilistica per la semplicità nella realizzazione dei contorni del pugno. Infatti, solo guardando il lavoro nel suo insieme e da diversi angoli e punti di vista si può cogliere la potenza dell’insieme, la semplicità arguta che ci fa rimanere immobili a contemplare, con gusto, l’opera.

Circa dieci anni prima l’artista polacco suscitò polemiche per un’altra composizione, anch’essa fortemente carica di significati politici, mai nascosti, con la serie fotografica The Nazis, esposta alla Galleria The Photographers di Londra: attori che hanno interpretato i più famosi film sul nazismo immortalati da scatti fotografici affiancati l’uno all’altro.

Ma ciò che rimane imperituro, sovrascritto sulla retina anche alla chiusura delle palpebre, rimane quel pugno chiuso che ricorda al mondo la potenza che hanno le immagini, anche semplici, sul nostro subconscio.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*