Articoli

Robert Doisneau. Pescatore d’immagini

Fino al 28 gennaio 2018, lo storico palazzo del XII secolo, posto nel cuore della città, ospita una mostra che celebra Robert Doisneau (Gentilly, 14 aprile 1912 – Montrouge, 1 aprile 1994), uno dei fotografi più importanti e celebrati dell’intero Novecento.

La rassegna, dal titolo Pescatore d’immagini, curata dall’Atelier Robert Doisneau – Francine Deroudille ed Annette Doisneau – in collaborazione con il Professor Piero Pozzi, prodotta e realizzata da Di Chroma Photography e ViDi – Visit Different, in collaborazione con la Fondazione Teatro Fraschini e il Comune di Pavia – Settore Cultura presenta 70 immagini in bianco e nero che ripercorrono l’universo creativo del fotografo francese.

Il percorso espositivo, che mette in mostra alcune delle icone più riconoscibili della sua carriera come Le Baiser de l’Hôtel de Ville, Les pains de Picasso, Prévert au guéridon, si apre con l’autoritratto del 1949 e ripercorre i soggetti a lui più cari, conducendo il visitatore in un’emozionante passeggiata nei giardini di Parigi, lungo la Senna, per le strade del centro e della periferia, nei bistrot e nelle gallerie d’arte della capitale francese.

I soggetti prediletti delle sue fotografie sono, infatti, i parigini: le donne, gli uomini, i bambini, gli innamorati, gli animali e il loro modo di vivere questa città senza tempo. Quella che Doisneau ha tramandato ai posteri è l’immagine della Parigi più vera, ormai scomparsa e fissata solo nell’immaginario collettivo; è quella dei bistrot, dei clochard, delle antiche professioni; quella dei mercati di Les Halles, dei caffè esistenzialisti di Saint Germain des Prés, punto d’incontro per intellettuali, artisti, musicisti, attori, poeti, come Jacques Prévert col quale condivise, fino alla sua morte, un’amicizia fraterna e qui presente con uno scatto – Prévert au guéridon – che lo ritrae seduto al tavolino di un bar con il suo fedele cane e l’ancor più fedele sigaretta.

A Pavia, si possono ammirare alcuni dei suoi capolavori più famosi, tra cui il Bacio dell’Hotel de Villescattata nel 1950, che ritrae una coppia di ragazzi che si bacia davanti al municipio di Parigi mentre, attorno a loro, la gente cammina veloce e distratta. L’opera, per lungo tempo identificata come un simbolo della capacità della fotografia di fermare l’attimo, non è stata scattata per caso: Doisneau, infatti, stava realizzando un servizio fotografico per la rivista americana Life, e chiese ai due giovani di posare per lui.

Il lavoro di Doisneau dà risalto e dignità alla cultura di strada dei bambini; ritornando spesso sul tema dei più piccoli che giocano in città, lontani dalle restrizioni dei genitori, trattando il tema del gioco e dell’istruzione scolastica con serietà e rispetto, ma anche con quell’ironia che si ritrova spesso nei suoi scatti.

È il caso di Les pains de Picasso, in cui l’artista spagnolo, vestito con la sua tipica maglietta a righe, gioca a farsi ritrarre seduto al tavolo della cucina davanti a dei pani che surrogano, con la loro forma, le sue mani.

 

 

Fino al 28 Gennaio 2018

Pavia

Luogo: Palazzo del Broletto

Curatori: Atelier Robert Doisneau – Francine Deroudille, Annette Doisneau

Costo del biglietto: intero € 9, ridotto € 7, scuole € 5

Telefono per informazioni: +39 02 36638600

Sito ufficiale: http://www.doisneaupavia.com

Genesi. Sebastião Salgado

Genesi è l’ultimo grande lavoro di Sebastião Salgado, il più importante fotografo documentario del nostro tempo. Uno sguardo appassionato, teso a sottolineare la necessità di salvaguardare il nostro pianeta, di cambiare il nostro stile di vita, di assumere nuovi comportamenti più rispettosi della natura e di quanto ci circonda, di conquistare una nuova armonia. Un viaggio alle origini del mondo per preservare il suo futuro.

La mostra è nata da un viaggio alla scoperta della bellezza nei luoghi più remoti del Pianeta, durato 8 anni. Curata da Lélia Wanick Salgado su progetto di Contrasto e Amazonas Images, la mostra è frutto della collaborazione di Civita Mostre con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, che ha già consentito di realizzare altre importanti mostre di fotografia e sarà presentata al PAN, Palazzo Arti Napoli, dal 18 ottobre 2017 al 28 gennaio 2018.

La mostra Genesi di Sebastião Salgado è già straordinaria protagonista di un tour internazionale di grandissimo successo. Potente nella sua essenziale purezza, il messaggio di Genesi è incredibilmente attuale, perché pone al centro il tema della preservazione del nostro pianeta e della imprescindibile necessità di vivere in un rapporto più armonico con il nostro ambiente.

Genesi è un progetto iniziato nel 2003 e durato 10 anni, un canto d’amore per la terra e un monito per gli uomini. Con 245 eccezionali immagini che compongono un itinerario fotografico  in un bianco e nero di grande incanto, la mostra racconta la rara bellezza del patrimonio unico e prezioso, di cui disponiamo: il nostro pianeta. Genesi è suddivisa in cinque sezioni che ripercorrono le terre in cui Salgado ha realizzato le fotografie: Il Pianeta Sud, I Santuari della Natura, l’Africa, Il grande Nord, l’Amazzonia e il Pantanàl.

Il percorso espositivo presenta una serie di fotografie, molte delle quali di straordinari paesaggi, realizzate con lo scopo di immortalare un mondo in cui natura ed esseri viventi vivono ancora in equilibrio con l’ambiente. Una parte del suo lavoro è rivolto agli animali che sono impressi nel suo obiettivo attraverso un lungo lavoro di immedesimazione con i loro habitat. Salgado ha infatti vissuto nelle Galapagos tra tartarughe giganti, iguane e leoni marini, ha viaggiato tra le zebre e gli animali selvatici che attraversano il Kenya e la Tanzania rispondendo al richiamo annuale della natura alla migrazione.

Un’attenzione particolare è riservata anche alle popolazioni indigene ancora vergini: gli Yanomami e i Cayapó dell’Amazzonia brasiliana; i Pigmei delle foreste equatoriali nel Congo settentrionale; i Boscimani del deserto del Kalahari in Sudafrica; le tribù Himba del deserto della Namibia e quelle più remote delle foreste della Nuova Guinea. Salgado ha trascorso diversi mesi con ognuno di questi gruppi per poter raccogliere una serie di fotografie che li mostrassero in totale armonia con gli elementi del proprio habitat.

Le immagini di Genesi, in un bianco e nero di grande potenza, sono una testimonianza e un atto di amore verso la Terra. Viaggio unico alla scoperta del nostro ambiente, l’ultimo progetto di Salgado rappresenta il tentativo, perfettamente riuscito, di realizzare un atlante antropologico del pianeta, ma è anche un grido di allarme e un monito affinché si cerchi di preservare queste zone ancora incontaminate, per far sì che, nel tempo che viviamo, sviluppo non sia sinonimo di distruzione. Al progetto Genesi è dedicata una monumentale pubblicazione edita da Taschen, di 520 pagine con oltre 1.000 illustrazioni, che sarà disponibile nel bookshop della mostra.

Contrasto ha recentemente pubblicato l’autobiografia del fotografo, Dalla mia Terra alla Terra e gli altri libri Profumo di sogno. Viaggio nel mondo del caffè e Altre Americhe.

Il 17 ottobre, giorno dell’inaugurazione, è previsto un incontro pubblico con il grande fotografo brasiliano intervistato da Roberto Koch, che si terrà nel pomeriggio alle ore 16.00 nella Sala dei Baroni del Maschio Angioino.

 

 

Dal 17 Ottobre 2017 al 28 Gennaio 2018

Napoli

Luogo: PAN Palazzo delle Arti Napoli

Curatori: Lélia Wanick Salgado

Enti promotori:

  • Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli

Lunar black is the new black. Danilo Bucchi al Macro di Roma

C’è tempo fino all’1 ottobre per visitare presso il Macro di Roma Lunar black, la mostra curata da Achille Bonito Oliva e dedicata a Danilo Bucchi.

La mostra, ospitata nella Project Room #2 del museo, è incentrata sulle ultime ricerche dell’artista romano, dedicate in particolare alla ricerca sul nero, o meglio sulla “nerità”, come l’ha definita Bonito Oliva. Le opere di Bucchi, in effetti, sono sempre giocate sui toni del bianco e del nero, che però in questo caso si fanno più assoluti, perdendo i tocchi di colore che le caratterizzavano in passato e orientandosi sempre più verso una totale predominanza di scuri.

Ad essere assenti in queste opere del resto non sono solo i colori, ma anche la profondità, e con essa ogni tentativo di emulazione della realtà esterna. È il gesto pittorico ad esserne infatti protagonista, grazie al quale l’artista, pur passando per una sorta di disegno generato attraverso sgocciolii da Action Painting, costruisce un suo linguaggio specifico e autoriferito.

Poche sono le opere in mostra, ma si sposano perfettamente con lo spazio che le accoglie. L’assoluta bicromia dei lavori di Bucchi si ripete infatti anche nell’ambiente circostante, e nessun altro colore a parte il bianco e il nero è ammesso nella sala. Le luci, inoltre, sottolineano i forti contrasti protagonisti delle opere, e li esaltano. Il linguaggio pittorico delle tele, infine, si trasferisce anche in un intervento site-specific: un murale che si estende sull’intera parete di fondo della sala, e che rispecchiandosi nel pavimento nero lucido crea un suggestivo impatto visivo. Del resto Bucchi non è estraneo a questo genere di interventi, egli ha infatti partecipato recentemente a diversi progetti dedicati alla Street art come forma di rigenerazione urbana, con alcuni dipinti murali di grandi dimensioni quali Il paese dei balocchi (2014), opera realizzata all’interno del MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz, Minotauro (2015), creata nell’ambito dell’Emergenze Festival di Catania, e Assolo (2015), parte di Big City Life, progetto di grande successo mediatico e scelto per rappresentare l’Italia alla 15° Mostra interazionale di Architettura di Venezia.

 

 

Fino al 1 ottobre 2017

MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma

Via Nizza, 138

http://www.museomacro.org/mostre_ed_eventi/mostre/danilo_bucchi_lunar_black

http://www.danilobucchi.com/portfolio/lunar-black-2/

Indagare il mondo con la fotografia di Sebastião Salgado

Stop ai mezzi termini! E’ un ordine dato dal noto fotografo contemporaneo Sebastião Salgado, nato in Brasile nel 1944, l’uomo che ha utilizzato la fotografia come lo strumento per indagare il mondo. Dopo aver condotto degli studi in ambito economico arriva la svolta nella vita di Salgao, una vera e propria rivoluzione originata da un viaggio effettuato in Africa, un evento che portò la sensibilità dell’uomo a sentire la necessità di dover raccontare ciò che esiste nel mondo, un racconto fatto attraverso le immagini, col sussidio della fotografia.

Osservando le fotografie in bianco e nero di Salgado ciò che colpisce immediatamente l’occhio del fruitore è la maestosa umanità dei soggetti presi in considerazione, i quali sembrano gridare al mondo la tragedia che investe la propria vita. Si tratta di vere e proprie testimonianze di vita, dei documenti che inducono l’osservatore a pensare a come abbia fatto il fotografo a rimanere impassibile di fronte alle sofferenze umane, una condizione che però è necessaria se si vuole far conoscere al mondo la vita reale dei soggetti fotografati.

Le guerre coloniali in Angola e Mozambico furono i primi campi d’indagine dell’artista, ma fu il reportage sul genocidio in Ruanda (1994) a colpire maggiormente la sensibilità di Salgado, un’indagine che spinse il fotografo ad affermare di aver perso la fiducia nel genere umano, a causa del quale pensò di abbandonare per sempre la fotografia. Lunghi mesi di studio anticipano la realizzazione dei reportage, vengono indagate le realtà poco note alla società contemporanea, infatti in riferimento a ciò si può trovare un riscontro nei lavori fotografici inerenti l’America Latina e la vita degli agricoltori.

«Mi sento un discepolo di Darwin […] con lui ho condiviso probabilmente l’osservazione di alcune delle più vecchie tartarughe delle Galapagos, non siamo che un passaggio, te ne accorgi attraversando un deserto con pietre tagliate 16000 anni fa, scalando montagne in Venezuela di 6 miliardi di anni. Tornare al pianeta è l’unico modo per vivere meglio. La fotografia non è una forma di militanza, non è una professione. È la mia vita».

Le parole precedentemente riportate appartengono all’artista e sono state espresse in riferimento al progetto Genesi, del 2002, che consta di ben 32 reportages, un lavoro grazie al quale l’essere umano ritrova il proprio istinto incontrando animali, vegetali e minerali prima ancora del genere umano.

Salgado immortala luoghi ancora incontaminati dalla società del progresso, intende bloccare nello scatto fotografico i cicli della vita, il trascorrere delle ore, i riti dell’uomo.

 

 

Italia. Il bel paese negli scatti dello svedese Martin Bogren

Scatti in bianco e nero occupano l’intera parete rielaborando l’antico uso della quadreria. Ovunque nello spazio immagini ricorrenti di visi, abbracci, rabbia, sono gli scatti fotografici dello svedese Martin Bogren esposti nel cuore del Pigneto presso Interzone Galleria. La bella scoperta capitolina apre, dunque, le porte alla Svezia presentando un significativo fulcro di immagini e opere dell’artista che raccontano il suo viaggio nel Belpaese dal 2013 al 2015.

La mostra intitolata Italia e curata da Michele Corleone, direttore e fondatore dello spazio, fotografo anche lui di fama internazionale, tanto da vantare alcuni dei suoi scatti nella collezione delle opere su Living Theatre al MAXXI di Roma, racconta per immagini una storia che ha tanto di personale dell’artista così come dei suoi soggetti. La fotografia di Martin Bogren riesuma quella famosa “street photography” di cui Robert Frank è tra i promotori d’oltreoceano. Un genere fotografico che vuole riprendere attraverso l’obiettivo racconti e stracci di vita reale, urbana e spontanea. Gli scatti del fotografo svedese sembrano sospesi, manca una dimensione temporale precisa, le immagini sono fugaci a tratti mosse, come se fossero immortalate all’improvviso, dietro un obiettivo che velocemente blocca dei momenti precisi e li riproduce in bianco e nero, sospesi in una dimensione atemporale e quindi eterna.

Il diario di viaggio di Martin Bogren è un racconto per immagini, senza alcun intento documentaristico che indaga attraverso l’obiettivo, la carica emozionale di un gesto istantaneo e spontaneo. Il suo modello fotografico si pone tra la ritrattistica e la fotografia urbana, riesce perfettamente a coniugare l’intensità emozionale di uno sguardo e allo stesso tempo ridefinisce un’ambientazione a tratti imprecisa e sfuggente così come i suoi soggetti.

Le sue stampe su vecchia carta in grammatura 50, formato 60×58 cm, costituiscono una narrazione intima e personale, ben lontana dalle comuni iconografie del Belpaese. Martin Bogren dà un taglio netto alla tradizione per omaggiare l’Italia attraverso uno sguardo docile e a tratti avventato, facendoci immergere in un mondo, il nostro, attraverso gli occhi di un altro.

 

 

Italia – Martin Bogren

Interzone Galleria

06.09.2017 – 29.09.2017

Via Avellino 5 Roma

Francesco Zizola “Sale, Sudore, Sangue”. Un racconto fotografico tra phatos e tradizione

Fino al 17 Settembre 2017 sarà possibile visitare presso la Sala Volta dell’EXMA di Cagliari la mostra del fotografo, pluripremiato a livello internazionale, Francesco Zizola dal titolo Sale, Sudore, Sangue che mette in scena scatti in bianco e nero realizzati negli ultimi cinque anni nelle tonnare sarde del sud Sardegna, tra Portoscuso e Porto Paglia. La mostra fa parte di un più ampio progetto Hybris che indaga e analizza i limiti dell’uomo rispetto agli elementi naturali e all’ambiente che lo circonda.

Ecco perché Zizola sceglie di fotografare uno spaccato della Sardegna differente dai soliti clichè ma incentrato su un rituale di pesca antico e inusuale ai giorni d’oggi, la mattanza, che seppur cruento rispetta in tutto e per tutto la vita e l’ecosistema marino. Una pesca selettiva e concentrata in un breve periodo di tempo, un’antica pratica che rischia di scomparire a causa della pesca intensiva di tipo industriale.

Negli scatti di Francesco Zizola emerge in modo evidente quel forte legame di sangue, quella forte relazione simbiotica tra i pescatori ed il mare. Foto in bianco e nero che riescono a farci entrare nella scena e vivere appieno le fasi di questo “rito”, regalandoci emozioni, intensità e phatos.

Un racconto fotografico che si concentra sulla forza del gesto e dello sguardo, riuscendo a valorizzare appieno un mestiere duro e sempre più in estinzione come quello del pescatore, ma che allo stesso tempo permette di inabissarsi nell’infinito del mare.

Francesco Zizola è nato a Roma nel 1962, si è laureato in antropologia e ha cominciato a occuparsi di fotografia in modo professionistico nel 1981. Oggi è tra i fotografi italiani più famosi e apprezzati a livello internazionale: negli anni le sue fotografie sono apparse su riviste e giornali di tutto il mondo ed è stato premiato World Press Photo– tra cui nel 1997 per la miglior foto dell’anno – e sei volte al Picture of the Year Internation. Ha pubblicato diversi libri e le sue fotografie sono state esposte in molte città d’Europa. Zizola è tra i fondatori dell’agenzia fotografica Noor e ha aperto il centro per la fotografia 10b Photography, a Roma.

 

Sardegna. 18 giugno 2016.
Un tonnaroto comincia a eviscerare un grande esemplare di tonno rosso appena pescato. Le interiora del tonno saranno distribuite nel mercato alimentare mondiale.
© Francesco Zizola

Tonnara di Porto Paglia, Sardegna, 3 giugno 2016. I tonnaroti tirano la leva mentre i tonni iniziano la loro ultima danza nella camera della morte.
Tonnara of Porto Paglia, Sardinia, 3 June 2016
Tonnaroti pull the nets while the tuna start their last dance in the chamber of death.

Tonnara di Porto Paglia, Sardegna, 18 maggio 2017. Dopo una giornata di duro lavoro i tonnaroti si apprestano a tornare al porto.
© Francesco Zizola

 

Cagliari

Fino al 17 settembre 2017

EXMA, Sala delle Volte

Marcin Ryczek: tesoro nascosto a Reggio Emilia

Si sa che Fotografia Europea, festival internazionale che si tiene ogni anno in questo periodo a Reggio Emilia, riserva sempre interessanti sorprese. Anche quest’anno le sedi coinvolte sono ricche di proposte molto stimolanti, non sempre però facili da scovare. Un progetto particolarmente interessante, ad esempio, si trova nascosto tra i tesori della Galleria Parmeggiani, senza avere purtroppo minimamente la pubblicità che gli spetterebbe. Solo arrivando fino all’ultima sala in fondo all’ultimo piano della Galleria, infatti, con un teatrale effetto sorpresa, ci si trova di fronte a delle opere veramente notevoli, a una meraviglia inaspettata. Indagando meglio, si scopre poi che le opere in questione sono parte di una mostra nata attraverso una call pubblica, il concorso PR2 Camera Work di Ravenna, e che il loro autore, un giovane fotografo polacco residente a Cracovia, ha in realtà già vinto moltissimi premi prestigiosi e che le sue foto sono state accolte in alcune delle più importanti collezioni del mondo. Non solo, ma la sua foto A man feeding swans in the snow è stata riconosciuta dall’Huffington Post come una delle cinque migliori foto del mondo del 2013. Si tratta di Marcin Ryczek, classe 1982. Allo stupore generato dalle sue fotografie, durante le giornate inaugurali del festival, si aggiungeva anche il piacere di trovarselo lì, sorridente a spiegare di come avesse scattato le fotografie in mostra e a immortalare i visitatori più curiosi. Ha raccontato ad esempio dei suoi lunghi appostamenti in attesa dell’immagine perfetta, o di come nonostante i suoi tanti viaggi, la sua foto più famosa, quella appunto dell’uomo che dà da mangiare ai cigni nella neve, sia stata in realtà scattata proprio dalla finestra di casa sua.

L’“istante decisivo”, unito a una capacità di osservazione e una fantasia incredibilmente sviluppate, sono gli ingredienti base del lavoro di questo fotografo. I suoi scatti, caratterizzati dall’uso del bianco e nero e da una forma semplificata, quasi minimalista, sono una sorta di metafore visive, dal significato ambiguo ma allo stesso tempo universale. Sotto il suo tocco, infatti, l’ordinario si fa inusuale, e immagini estratte dal mondo reale si trasformano in motivi, linee e geometrie, organizzate in composizioni armoniche e perfettamente equilibrate. Come teorizzato da Breton quasi un secolo fa nel concetto di “Bellezza convulsiva”, è la realtà stessa a farsi rappresentazione agli occhi del fotografo, che si limita a prelevarla e a sottolinearne attraverso l’inquadratura dettagli e interpretazioni inaspettate. Le opere di Ryczek, del resto, hanno non poco a che fare con il Surrealismo. Attraverso titoli evocativi e spesso anche amaramente ironici (si vedano ad esempio il riferimento alla fenice di Hiroshima o al grafico della vita) immagini già belle e suggestive di per sé, perfette nella forma e nella composizione, si trasformano in letture simboliche del reale e in occasioni di riflessione.

 

Le opere del progetto Simple World di Marcin Ryczek, dedicato in particolare al tema delle frontiere (non tanto nella loro accezione fisica ma piuttosto concettuale), sono visibili a Reggio Emilia presso la Galleria Parmeggiani fino all’8 luglio.

Sharon Formichella Parisi. Dreamed in Japan

La Galleria Le Murate Caffè Letterario a Firenze presenta la personale di Sharon Formichella Parisi Dreamed in Japan. L’esposizione è la seconda di un primo ciclo di tre mostre fotografiche personali a cura di Sandro Bini e Giulia Sgherri organizzate da Deaphoto in collaborazione con il Caffè Letterario.

Frutto di due differenti soggiorni in Giappone realizzati a distanza di qualche anno fra loro nell’Agosto del 2013 e del 2015, Dreamed in Japan è la storia di un innamoramento fra una fotografa e un paese e una cultura lontane e allo stesso tempo un bellissimo esempio di quanto distante possa portarci una passione vera ed un’autentica vena visionaria.

Il Giappone di Sharon Formichella ha infatti una sostanza allo stesso tempo onirica e sensuale fatta di volti, corpi, animali. Il suo bianconero forte, contrastato, talvolta molto drammatico, è certamente debitore della lezione stilistica di Daido Moryama, ma rispetto al realismo diaristico ed esistenziale del grande fotografo giapponese impegnato in un lavoro di estenuante esplorazione del proprio mondo, quello di Sharon è giocoforza lo sguardo di una  straniera occidentale in cui al dato reale, si somma e si sovrappone una forte componente immaginaria che si sostanzia spesso nelle sue fotografie nella giustapposizione dei piani visivi e nell’ampio ricorso a immagini riflesse, sovrapposte e stratificate su superfici speculari come, ma non solo, nelle splendide fotografie realizzate nell’acquario Acquario Kaiyūkan di Osaka, che rimangono certamente fra le più emblematiche di questa storia.

Ecco forse il sogno-sognato in Giappone da Sharon ed espresso in questa sua tumultuosa raccolta fotografica rimanda, più che nello stile visivo nella drammatica sceneggiatura di una vertiginosa distanza, a Hiroshima Mon Amour il film capolavoro del 1959 di Alain Resnais che narra l’incontro breve ma sconvolgente fra un’attrice francese e un architetto giapponese nell’immediato dopoguerra.

Fino al 12 Aprile 2017

Firenze

Luogo: Galleria de Le Murate Caffè Letterario

Curatori: Sandro Bini, Giulia Sgherri

The eyes of the city. La New York vista da Richard Sandler

Il leggendario fotografo americano Richard Sandler ha camminato per le strade di New York e Boston per oltre trent’anni riuscendo a catturare alcune delle immagini più iconiche in bianco e nero del nostro tempo. Le fotografie di Sandler sono presenti nelle collezioni permanenti della New York Public Library, del Brooklin Museum, del New York Historical Society e del Museo di Belle Arti di Houston.

A dicembre 2016 la casa editrice PowerHouse Boooks ha presentato una nuova pubblicazione che documenta gli oltre trent’anni di lavoro di Sandler.

The eyes of the city, questo il titolo del libro, raccoglie una serie di fotografie che l’artista ha realizzato dal 1997 al 2001, poco prima dell’attentato alle Twin Towers, portando alla luce la quotidianità della città di New York e Boston. Il fil rouge di questo “racconto” per immagini è certamente la strada insieme alla grande forza evocativa trasmessa dai volti dei soggetti da lui fotografati.

Nei suoi scatti Sandler non solo mostra la città attraverso i suoi occhi, ma anche attraverso quelli delle persone che ci vivono e che hanno guardato dritto in camera. Immagini che si sviluppano prevalentemente nel periodo tra gli anni ottanta e gli anni novanta portando alla luce le mutazioni che la Grande Mela stava subendo. Pellicole che mostrano in maniera incisiva gli effetti socialmente devastanti di una diffusione eccessiva di droghe soprattutto nelle zone di Times Square e nell’Est Village, ma allo stesso tempo mettono in risalto anche scenari di lusso sfrenato che investivano il cuore commerciale di Manhattan.

Se ci pensiamo nel mondo artistico sono stati numerosi i tentativi di catturare la vera anima della Grande Mela attraverso una varietà di mezzi e strumenti. Jay McInerney, Tom Wolfe e Francis Scott Fitzgerald sono gli scrittori che hanno utilizzato la loro penna per raccontare e descrivere gli anni dell’elite americana, degli yuppies e dello sviluppo delle droghe. Il nome di Woody Allen è spesso correlato con l’atmosfera jazz americana che molti di noi romanticamente attribuiscono a Manhattan. Il rovescio della medaglia lo compie il regista Martin Scorzese che nella pellicola del 1976 – Taxi Driver – è stato in grado di catturare la sporcizia e il nichilismo delle strade newyorkesi.

Le foto di Sandler mostrano scenari contrastanti di bellezza e malinconia, c’è qualcosa di molto profondo nella sua fotografia tanto da essere in grado di trasformare la città di New York in un vero e proprio parco giochi di sperimentazione e di critica sociale, riuscendo a dare all’intero progetto una testimonianza di vita tra composizione ed ironia.

 

I soggetti non vivi di Joel Peter Witkin

«Successe di domenica quando mia madre, io e mio fratello gemello stavamo scendendo le scale del palazzo in cui abitavamo. Stavamo andando in chiesa. Mentre camminavamo lungo il corridoio verso l’ingresso del palazzo, abbiamo sentito uno schianto incredibile insieme ad urla e grida in cerca di aiuto. L’incidente ha coinvolto tre vetture, tutte e tre con famiglie complete dentro. In qualche modo, nella confusione, non stavo più tenendo la mano di mia madre. Nel punto in cui mi trovavo sul marciapiede, ho potuto vedere qualcosa che rotolava da una delle auto rovesciate. Si fermò sul marciapiede dove mi trovavo. Era la testa di una bambina. Mi chinai a toccare il viso, per parlargli, ma prima che potessi toccare qualcuno mi ha portato via».

E’ una testimonianza agghiacciante. Sono le parole del fotografo statunitense Joel Peter Witkin (1939), artista nel settore della fotografia che è stato influenzato da un episodio a cui ha assistito da bambino, un tragico incidente d’auto nel quale una bambina è stata decapitata. La tragicità dell’evento ha sconvolto l’artista fino a fare della morte il fulcro della propria arte, come dimostrato anche nella fase operativa degli anni ’60, anni in cui Witkin operava come fotografo di guerra in occasione del conflitto in Vietnam.

Influenzato da artisti del passato, per esempio dall’opera di Botticelli la Nascita di Venere (1482 – 85) o da La zattera della Medusa (1818 – 19) di Géricault, e dalle classiche iconografie dei martiri cristiani, motivo per cui fra gli argomenti fotografati si annoverano santi, martiri e crocifissi, il fotografo presenta dei soggetti il cui tema è legato principalmente alla morte, con figure dal corpo distorto e deforme, corpi capaci di catturare l’attenzione del pubblico grazie all’abilità dell’artista di rendere “bello” ciò che generalmente è considerato orribile, disgustoso e macabro dalla società.

L’utilizzo del bianco e nero rende le fotografie di Witkin drammatiche, ma è l’inserimento successivo di graffi e macchie sul negativo a donare un senso straziante all’opera d’arte. Witkin, attraverso la fotografia, intende suscitare nell’osservatore la medesima sensazione provata dall’essere umano prima di morire, intende investire di forza l’ultima cosa vista dall’uomo prima dell’evento fatale.

Come è possibile rendere “bello” un corpo umano autentico straziato, mutilato? Il fotografo ricerca la bellezza nell’orrore tramite l’esaltazione delle deformità fisiche, alterna vita e morte, disgusto ed erotismo, attrazione e repulsione. Le composizioni, create dallo stesso artista, non solo con l’utilizzo di autentici cadaveri o parti di essi, ma anche per mezzo di burattini, sono dissacranti, non solo viene meno la consacrazione dell’essere umano, dissacrata è anche l’iconografia di riferimento, la quale viene vestita con un velo macabro.

Ancora una volta è il corpo umano a essere protagonista nell’arte contemporanea, un corpo che non può decidere quale posa assumere o che può esibirsi in una performance artistica, è l’artista che sceglie, come nel caso dei plastinati di von Hagens, il modo in cui è possibile donare l’essenza artistica a dei soggetti non vivi.