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Personae. Picasso, Kirchner, Chagall

Dal 13 settembre 2019 al 6 gennaio 2020, i Musei di Palazzo dei Pio di Carpi (MO), in occasione della Biennale di xilografia contemporanea, giunta alla sua XIX edizione, ospitano la mostra PERSONAE, che presenta le opere incise nel legno di quattro maestri dell’arte del Novecento, quali Pablo Picasso, Ernst Ludwig Kirchner, Georges Rouault, Marc Chagall.

La rassegna, curata da Enzo Di Martino e Manuela Rossi, ideata e prodotta dal Comune di Carpi – Musei di Palazzo dei Pio, col contributo di Fondazione Cassa Risparmio di Carpi, Assicoop Modena & Ferrara, è parte del programma di FestivalFilosofia, in programma dal 13 al 15 settembre a Carpi, Modena e Sassuolo, che quest’anno si declina attorno al termine persona.

La scelta delle opere è ricaduta su xilografie e quindi più ampiamente su grafica, che sviluppano il tema delle iconografie delle maschere (in latino, personae) africane che sono state di ispirazione per gli artisti europei del filone del Primitivismo. Dagli ultimi decenni dell’Ottocento, con l’incremento degli studi di antropologia, il primitivismo coincise con un desiderio di ritorno allo stato di innocenza delle civiltà preistoriche e dei popoli ‘selvaggi’, e quindi come rifiuto della società moderna.
Dopo gli omaggi a Jim Dine (2009), a Adolfo De Carolis (2011), a Mimmo Paladino (2013) a Emilio Isgrò (2015) e a Georg Baselitz (2017), saranno questi quattro artisti a rendere ancora il legame che lega la xilografia a Carpi, che ha dato i natali a Ugo da Carpi, inventore della tecnica xilografica a chiaroscuro di cui è stato uno dei più importanti esponenti.

Il percorso espositivo prende idealmente avvio con le 47 xilografie di piccolo formato di Ernst Ludwig Kirchner (1880-1938), contenute nel libro di poesie Umbra vitae scritte da Georg Haym, autore visionario, morto a soli 25 anni, profeta della catastrofe di un mondo travolto dalla tecnica e anticipatore dell’espressionismo più esasperato. Il volume contiene le incisioni del Kirchner più maturo e sconsolato; lo si comprende dalle piccole scene nere che precedono le poesie, dall’antiporta in nero e rosso, dai risguardi di un fucsia acceso, dalla potente copertina in lino verde oliva, giallo e nero con due grandi teste che si stagliano sul profilo delle montagne. Le teste allungate, tracciate con segni spessi e decisi, gli occhi marcati, le bocche devastate rimandano formalmente e psicologicamente alle maschere rituali e alla magia che sprigionano.

La mostra prosegue con Le chef-d’oeuvre inconnu di Honoré de Balzac, considerato il più bel libro d’artista di Pablo Picasso (1881-1973), uscito a Parigi nel 1931 in 340 copie per le edizioni di Ambroise Vollard.

Celebre soprattutto per come l’artista catalano sviluppa da lì in poi il tema del pittore e la modella il volume conserva 67 disegni incisi su legno, piccole teste e figure tracciate con essenzialità, un’attenzione formale che porta al nocciolo della rappresentazione dell’umano come forma e come sostanza. È qui che Picasso rimanda alla sua profondissima conoscenza dell’arte africana che già dai primissimi anni del Novecento impregna l’intera sua produzione artistica.

Le 105 xilografie Georges Rouault (1871-1958) tratte della Réincarnations du Père Ubu (1932), risultano nitide, delicate e potenti al tempo stesso, seguendo il segno a volte sottile a volte più spesso dell’artista. Ciò che colpisce di queste incisioni è la caratterizzazione dei personaggi, con la quale Rouault enfatizza le espressioni per farli assomigliare a caricature grottesche e tragiche, che suscitarono l’ammirazione degli espressionisti. Se infatti nella sua prima produzione il pittore si dedica alla rappresentazione di un’umanità varia – clown, criminali, pierrot e prostitute – visti come testimoni di un’umanità sconfitta e umiliata, in questa opera si avverte lo spiritualismo che caratterizza l’esistenzialismo del filosofo Jacques Maritain (consigliere spirituale di Rouault), che spinse di lì a poco il pittore a diventare uno dei maggiori autori di arte sacra del Novecento. E così mentre incide per il Père Ubu, lavora incessantemente per anni alle 58 acquetinte del Miserere (1948), di cui vengono esposti 6 fogli, che supera per quantità e formato tutti i cicli grafici che la storia dell’incisione annovera.

L’esposizione si chiude con le acqueforti che Marc Chagall (1887-1985) realizzò per illustrare Le anime morte di Nicolas Gogol. Nel far emergere la Russia della sua infanzia, sono i personaggi della “commedia umana”, grotteschi, comici e dolenti a un tempo, i veri protagonisti della storia, i cui volti dai tratti e dalle espressioni forti, che rimandano alla più profonda essenza dell’essere umano.

 

 

Dal 13 Settembre 2019 al 06 Gennaio 2020

Carpi | Modena

Luogo: Musei di Palazzo dei Pio

Indirizzo: piazza Martiri

Orari: venerdì 13 e sabato 14 settembre, ore 10.00-23.00; domenica 15 settembre, ore 10.00-20.00 Dal 17 settembre: martedì e mercoledì, ore 10.00-13.00; giovedì-domenica e festivi, ore 10.00-13.00 e 15.00-19.00. Lunedì, Natale e Capodanno chiuso

Curatori: Enzo Di Martino, Manuela Rossi

Enti promotori:

  • Comune di Carpi – Musei di Palazzo dei Pio

Costo del biglietto: intero 5 euro, ridotto 3 euro

Telefono per informazioni: +39 059 649955

Come in una favola. I ritratti caleidoscopici di Silvia Mei

Un naso forse troppo grande, occhi troppo piccoli e capelli spettinati, ma come vediamo i volti ritratti da Silvia Mei? A primo impatto son visi palesemente bizzarri. Un’alternanza fantasmagorica di luci, colori e figure. Volti spigolosi, a momenti animaleschi dove l’espressione è data da un forte impatto gestuale, quasi violento del pastello, ma a tratti accompagnato da una morbida pennellata di colori accesi.

«In questi lavori ho dipinto di getto, partivo pensando a un autoritratto ma poi veniva fuori che avevo dipinto mia sorella». Semplice: ampio spazio alla fantasia, ad abiti colorati e a strani elementi come orecchini, corolle, insetti e macchie di colore, col fine di arricchire quanto più possibile un ritratto ancora embrionale.

Di matrice dunque neoespressionista, Silvia Mei sposa un’arte che altro non è che il risultato di una miscela super originale, Picasso, Dubuffet, Baselitz, e perché no anche Rousseau e Chagall.

La spigolosità dei cubisti, l’informale degli Otages, nei personaggi della Mei si legge quasi un horror vacui che ricorda anche le giungle di Rousseau, specialmente nelle grandi foglie verdi che attorniano i suoi ritratti.

Ma perché anche Chagall? Cosa può avere di più a cuore una sarda che vive a Milano? Le maschere della Sardegna hanno sempre avuto un certo fascino, e specialmente per un cuore sardo doc stanno al primo posto. Così, come Chagall raccontava la sua infanzia tramite la fiaba, anche nelle opere della Mei affiora la profonda nostalgia della Sardegna, creando una perfetta sintesi tra il lessico cubista, percepito nelle forme squadrate dei volti, e il linguaggio semplice e popolare del romanticismo dell’artista.

«Cerco di esprimere l’umore e il volto è il mezzo con cui lo faccio. Prima non me ne accorgevo, ma ultimamente sono sempre più consapevole del fatto che le mie figure sono sicuramente, inconsciamente, nate dall’immaginario delle maschere sarde. I riferimenti sono tanti, e da quando mi sono trasferita a Milano, sento il legame con la Sardegna sempre più forte».

Dopo essersi diplomata al liceo artistico di Cagliari, Silvia prosegue gli studi a Sassari e a Brera. Inizia ad esporre dal 2008, sia in Sardegna che in Italia, acquistando pian piano un grandissimo successo. Nel 2015 approda nella grande mela con una prima mostra personale alla Molly Krom Gallery, facendo innamorare la gallerista Amalia Merson.