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Lo sguardo del fotografo: intervista a Pier Paolo Fusciani

Veneto di origine ma sardo di adozione, il fotografo Pier Paolo Fusciani è stato da poco protagonista della mostra Sguardi ospitata presso il Monte Granatico e il Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri. La mostra, inserita all’interno della manifestazione Artecracy.eu: l’arte contemporanea in Sardegna, indagava una vasta gamma di emozioni attraverso una serie di primi piani fotografici. Esperienze e sentimenti erano cioè raccontati solo attraverso le espressioni del volto dei soggetti rappresentati. Lo sguardo, infatti, ha spiegato lo stesso Fusciani, “riesce a trasmettere delle emozioni e delle sensazioni anche senza che queste vengano descritte, indipendentemente cioè dalla cultura, dal linguaggio parlato. La cosa bella è che gli sguardi non si possono fingere, e la fotografia ha il potere di congelarli”.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’artista per conoscere meglio la sua storia e il suo lavoro.

Come è nata la sua passione per la fotografia?

Ho la fortuna di ricordare perfettamente cosa mi è successo, quando mi è stato inoculato il virus. Io avevo uno zio fotografo che mi portava sempre in giro perché non aveva figli. Mi ricordo che un giorno siamo andati su un canale, nella Riviera del Brenta. Era una brutta giornata, c’era questa barca di legno da pescatore e io ero lì quando mio zio l’ha fotografata. Sul momento mi ricordo solo che faceva freddo, poi quando siamo andati a casa ha sviluppato il rullino, ha fatto questa stampa su carta baritata in bianco e nero e vedendo quell’immagine mi sono emozionato, l’ho trovata una cosa fighissima. Avevo dodici anni e vedere tutto il processo per me è stata una cosa bellissima. Secondo me è un’espressione di potenza il fatto di poter prendere quella cosa e portarsela a casa, mettersela al muro e poter ricreare delle sensazioni ogni volta che riguardi quell’immagine.

Quali sono i soggetti che preferisce?

Amo molto il ritratto perché mi interessano le persone, ma amo molto anche il paesaggio, mio malgrado. Diciamo che amo tutto quello che mi emoziona. Penso che la fotografia abbia questo grosso vantaggio, che ci permette di trasmettere su file (una volta era su carta) quello che i nostri occhi ci fanno vedere. Se non abbiamo la sensibilità per emozionarci di fronte a quello che vediamo non ci fermiamo a scattare. Abbiamo le lenti, le ottiche e così via, ma la fotografia si forma innanzitutto nella testa. Noi potremmo andare in giro a fotografare insieme per la città e scattare fotografie diverse pur nello stesso posto, perché dipende dalla nostra sensibilità, da ciò che ci colpisce.

Io sono veneziano, perciò sono anche particolarmente appassionato al carnevale di Venezia, su cui ho fatto diverse mostre. Mi piace la maschera perché è l’esatto opposto della street photography, in cui vediamo il viso e le persone si pongono esattamente come sono. Il carnevale è dissimulazione, è l’esagerazione della finzione, l’illusione personificata e autorizzata.

C’è qualche grande fotografo a cui è particolarmente legato?

A parte i grandi che hanno fatto la storia della fotografia come Cartier-Bresson, che mi piacciono per il loro talento naturale nel saper guardare e la loro capacità di linguaggio, dal punto di vista della narrazione e degli aspetti sociali mi piace molto Salgado. Quello che apprezzo della fotografia infatti è anche che riesce a farci vedere altri mondi, è un modo per condividere delle cose che altrimenti non si potrebbero vedere, che non si possono raccontare.

Lei scatta ancora in analogico o solo in digitale?

Io non sono uno di quei nostalgici che usano ancora l’analogico, anzi, ero uno che usava il computer già da prima. Il digitale ha semplificato l’esistenza dei fotografi, e se molte persone sono rimaste attaccate all’analogico non è per l’emozione della pellicola, ma perché erano in difficoltà a dover imparare a usare un computer, si sono trovati a non essere più detentori dei segreti del mestiere.

Sicuramente oggi fotografare è diventato più semplice, ormai si fanno le foto col telefonino e tutti sono fotografi. L’importante però è capire cosa si sta facendo, perché scattare in automatico qualsiasi cosa si veda diventa fastidioso, c’è uno spamming di immagini indiscriminato e siamo sottoposti quasi a una tortura. Se c’è condivisione, diffusione di una qualsiasi espressione artistica, io sono contento, però deve essere anche accompagnata da uno sviluppo della cultura in questo senso. Ci manca un po’ questo allenamento a guardare, perché è aumentato il numero di immagini che ci passano sotto gli occhi ma non è aumentato anche il nostro senso estetico, non abbiamo appreso cioè anche il linguaggio.

A proposito di questo, come è cambiato il mestiere del fotografo nell’epoca in cui tutti scattiamo centinaia di foto al giorno?

Non esiste più il mestiere, tutti sono fotografi. Quelli che ci si guadagnano da vivere sono solo i fotografi di matrimoni e quelli di moda. Adesso le immagini sono ovunque, ma è anche vero che vengono fruite e dimenticate in pochissimo tempo. Siamo diventati veramente voraci in questo senso, ma non so quanto di quello che ci arriva viene digerito. Mi deprime un po’ tutto questo. Chi fotografa poi normalmente non lo fa per un pubblico, lo fa per se stesso, come esigenza espressiva. Il problema però oggi non è solo che tutti si possono permettere un mezzo per fotografare, il problema è che abbiamo tutti un pubblico, cioè i nostri amici sui social. All’inizio questa mi sembrava una grande opportunità, i social mi sembravano di grandissima utilità per accorciare le distanze e raggiungere qualsiasi tipo di pubblico, ma adesso sta diventando tossico, non li frequento più molto.

Progetti per il futuro?

A metà mese parto per il Brasile e ho già un programma di cose che vorrei fare. C’è anche un progetto a cui ho iniziato a pensare due-tre anni fa che mi piacerebbe realizzare, ma è impegnativo dal punto di vista economico e quindi per ora rimarrà nel cassetto: quello della “fabbrica dei sogni”. Riguarda le scuole di samba che ogni anno si sfidano a chi fa la rappresentazione più bella durante il carnevale di Rio de Janeiro. Ogni anno viene dato un tema, su cui queste scuole lavorano tutto l’anno. Mi piacerebbe accompagnare dall’inizio il lavoro delle migliaia di persone che di anno in anno realizzano tutto il materiale che va in sfilata in quei tre-quattro giorni della festa, perché il carnevale non è solo l’esplosione di gioco e di follia che avviene in sfilata, crea tantissimi posti di lavoro anche a persone che molto spesso vivono nelle favelas e in questo modo riescono a portarsi a casa il pezzo di pane.

[Articolo collegato alla mostra “Sguardi” che si è svolta a Serri (Sud Sardegna) a partire dal 29 dicembre 2017 e che ha visto l’esposizione di alcuni “scatti” del fotografo Pier Paolo Fusciani. Evento realizzato dall’associazione Youth Caravella con il contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna e dalla partnership con il Comune di Isili, del Comune di Serri, del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri, dall’Associazione Culturale Artecrazia e del giornale Artecracy.eu].

Intervista al filosofo Diego Fusaro

Di seguito la trascrizione dell’intervista effettuata dal direttore di Artecracy.eu, Stefano Cariello, a Diego Fusaro, filosofo e saggista torinese, delfino di Costanzo Preve e studioso, tra gli altri, di Baruch Spinoza, Karl Marx, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Johann Gottlieb Fichte, Antonio Gramsci e Giovanni Gentile. Si tratta, in realtà, di una trascrizione parafrasata, sulla base degli argomenti trattati anche fuori onda.

Benvenuto alla WEB TV di Artecracy, Diego. La materia filosofia sembrerebbe distante da quella dell’arte, in realtà si tratta di argomenti affini, spesso paralleli, si pensi all’influenza che ha avuto la filosofia sull’arte dal Rinascimento sino al Novecento, persino alla materia Estetica insegnata nei corsi di laurea in Storia dell’Arte di molte Università. Ecco, una domanda semplice per una risposta, in realtà, assai difficile: qual è il tuo concetto di arte? Cos’è l’arte?

E’ evidentemente difficilissimo rispondere ad una domanda come questa. Ridotta al nucleo fondamentale direi che è il tentativo di cogliere l’assoluto mediante forme sensibili, quindi il soggetto è essenzialmente il medesimo rispetto alla filosofia ed alla religione, ma diverso è lo strumento di cui l’arte si avvale. L’arte si avvale di strumenti sensibili, dall’architettura alla scultura, sino alla musica stessa, ed utilizza il sensibile per cogliere l’assoluto. Questa è la definizione che nell’essenziale fornì Hegel. Se volessimo utilizzare un’altra definizione storica, per così dire, potremmo utilizzare quella di Giovanni Gentile: «l’arte è il momento soggettivo, laddove la religione è il momento oggettivo e quello filosofico è il momento soggetto-oggettivo». L’arte coglie la verità dal punto di vista del soggetto. Il soggetto, dice Gentile nella filosofia dell’arte: «brucia tutto nella propria soggettività mediante l’opera d’arte», perché effettivamente l’arte è essenzialmente il modo mediante il quale il soggetto trasfigura la realtà, la verità, in forme, appunto, artistiche.

Invece cosa ne pensi del mercato dell’arte? Di questo “mostro”, visto come tale dai più, ma che potrebbe invece avere anche qualcosa di positivo. Hai un idea a riguardo?

L’arte, in quanto legata alla verità, come dicevamo prima, è qualcosa di strutturalmente altro rispetto al mercato. Quindi il mercato dell’arte è, da un certo punto di vista, non dico un ossimoro ma sicuramente un unione stridente tra due realtà strutturalmente diverse tra loro. Tanto più se si ragiona in riferimento al nostro presente, che è in qualche modo il tempo del mercato assoluto in cui tutte le realtà vengono mercificate e valorizzate unicamente in riferimento al mercato. Questa è la nostra epoca, in cui la stessa opera d’arte ha tanto valore quanto è il suo valore sul mercato. Come emergeva molto bene in forma plastica in un film di alcuni anni or sono chiamato “La migliore offerta” (modifica del titolo a cura del redattore) che racconta di un ricco collezionista che acquistava quadri per poi tenerli chiusi nel caveau. L’opera d’arte qui diviene il bene privato del consumatore, dell’acquirente, che poi priva l’opera d’arte dallo sguardo altrui.

Un noto giornale di arte contemporanea on line ti ha attaccato in un articolo, definendoti un populista e non solo, come rispondi a riguardo?

Diceva Marx nel Capitale «sarà per me benvenuto ogni giudizio di critica scientifica», dunque io amo rispondere ai giudizi di critica scientifica ed evito accuratamente di rispondere agli insulti, ai vituperi, alle offese, alle calunnie, quindi facendo mio questo aureo principio marxiano evidentemente non voglio rispondere a queste accuse.

Fusaro parla del presente, della società, del mondo che ci circonda, ed essendo anche giovane non è esente dall’utilizzo di strumenti pratici e moderni come i social, da qui si può trarre, ad ulteriore riprova di quanto asserito sopra che:

«Agli imbecilli che vanno in giro sostenendo che il sottoscritto è fascista, leghista, stalinista, rossobruno, ecc., dico non solo che non sono nessuna di queste cose (il che è ovvio per chiunque mi abbia letto): dico anche che è troppo facile insultare, giacché in tal maniera si è dispensati dalla fatica del confutare argomentativamente».

La redazione di Artecracy.eu, sempre aperta al confronto dialogico che fu di Socrate, ha innalzato la weltanschauung, la visione del mondo, ha componente essenziale dell’arte, tanto da realizzare una vera e propria rubrica a riguardo.

Vi aspettiamo per un nuovo confronto con la WEB TV di Artecracy.

Dar vita ai propri disegni: William Kentridge

Con le sue animazioni ricavate da disegni a carboncino, William Kentridge ci dà una geniale rappresentazione di temi politici e sociali riguardanti specialmente il suo paese d’origine, il Sud Africa. Nella serie di nove video prodotti tra il 1989 e il 2003, un ottimo esempio della sua arte è dato da “Felix in Exile”, una malinconica animazione che racconta la devastazione di un territorio attraverso una corrispondenza tra una giovane donna nera, Nandi, e il protagonista Felix. La sofferenza del regime di Apartheid, la devastazione dell’ambiente, la morte di persone innocenti, sono visti da Felix attraverso i disegni inviatigli da Nandi, mentre lui sta a Parigi e lei in Sud Africa. Kentridge ci fa capire che i due, nonostante la lontananza e il diverso colore della pelle, soffrono allo stesso modo per il destino della loro terra. Il fatto che questo cortometraggio sia uscito nel 1994, anno delle prime elezioni democratiche in Sud Africa, non è secondario. Infatti, i disegni di Nandi stanno a indicare che il passato di sofferenza non va cancellato, ma è necessario tenerlo sempre impresso per costruire un futuro migliore. Un messaggio ancora molto attuale visto il recente scenario di guerra e migrazione che sta coinvolgendo anche l’Europa, con Felix e Nandi che potrebbero benissimo essere due Siriani o due Somali, per esempio. Ma noi spettatori terzi, riusciamo a vedere i disegni che Nandi ha mandato a Felix? O forse ci accontentiamo soltanto dell’interpretazione che ne dà il telegiornale o l’intellettuale di turno?


Triumphs and Laments: una galleria a cielo aperto

Cercando il senso della storia a partire dai suoi frammenti, troviamo un trionfo in una sconfitta e una sconfitta in un trionfo.” Così si esprime William Kentridge, l’artista americano di origine sudafricana che, dopo mesi di impegno, finalmente ha inaugurato a Roma il suo capolavoro dal titolo “Triumphs and Laments”. Settanta figure alte quasi dieci metri animano le sponde del Tevere celebrando come un corteo la storia di Roma dalle sue origini sino ai giorni nostri. Attratto dal fascino della capitale, Kentridge non ha esitato a creare, in pieno centro a Roma, tra Ponte Sisto e Ponte Mazzini, una vera e propria galleria d’arte, ottenuta con l’uso degli stencil, dopo un’accurata operazione di rimozione della patina biologica dal travertino dei muraglioni.

La peculiarità della grande opera d’arte sta proprio nella suggestiva scelta dei temi: l’artista non si è limitato alle gesta dell’impero romano, bensì ha voluto raccontare le vittorie e le sconfitte che hanno segnato tutta la storia di Roma capitale. Un’opera che riporta in modo eccellente il passaggio dalle glorie della Roma antica a quella più moderna in tutte le sue sfaccettature, mescolando epoche e personaggi, senza alcun rispetto per la sequenza cronologica: da Marco Aurelio a Giordano Bruno, dalla morte di Remo a quella di Pasolini, dai trionfi di Cesare alle esecuzioni dei partigiani, un cofano aperto di una Renault che ricorda l’assassinio di Aldo Moro o ancora una barca colma di persone che rimanda ai migranti di Lampedusa. Ma non solo: l’artista inserisce anche il noto bagno nella fontana di Trevi di Marcello Mastroianni e Anita Ekberg, protagonisti de La dolce vita di Fellini, la morte di Anna Magnani di Roma città aperta, o ancora, la coreografica scultura del Bernini Apollo e Dafne che sembra trasportare su due ruote il volto di Cicerone.

Tutti pezzi più o meno importanti di storia che Kentridge rielabora in chiave moderna, con l’intenzione di suscitare un’emozione a tutti coloro che, passeggiando lungo il Tevere, riconoscano nelle illustrazioni una parte di vita della città. Lo scopo dell’artista è proprio quello di catturare l’attenzione del passante tramite il mezzo più coinvolgente: la memoria storica.

L’inaugurazione, non a caso avvenuta il 21 Aprile giorno della fondazione di Roma, è stata particolarmente affascinante data l’incantevole performance di musicisti e vocalisti che hanno accompagnato i due cortei partiti dalle due estremità opposte del lungotevere, uno a rappresentare i Trionfi l’altro i Lamenti. Un suggestivo gioco di luci e di ombre, di urla e di suoni, dalla kora africana fino alla zampogna italiana, su musiche originali del compositore Philip Miller. Ideato dallo stesso Kentridge, e promosso dall’associazione Teveterno, lo spettacolo ha radunato centinaia di persone tra Trastevere e Campo dei Fiori a partire dalle 20:30.

CHRONICLES / Log No.1: un laboratorio per la speranza

Does this floor have a memory? Can it convey to us, what those passing here before me were thinking? Will this floor convey to others what us here now are doing?”

Con queste parole Jaša (Mrevlje-Pollak) presenta il proprio progetto Utter. The violent necessity for the embodied presence of hope, in mostra all UGM Maribor Art Gallery e precedentemente proposto per tutta la durata della 56a Biennale di Venezia.

Durante la manifestazione veneziana il padiglione sloveno aveva assunto il formato di un laboratorio in continuo movimento, in cui l’arte era soggetta a continua trasformazione, con l’obiettivo di produrre una moltitudine di relazioni tra le creazioni, gli artisti e il pubblico. Il risultato, riproposto alla Maribor Art Gallery con la collaborazione della Fondazione Marignoli di Montecorona e di WE.ARE, è stato quello di riunire in un perfetto connubio diverse performance artistiche come la letteratura, la musica, la scultura, le installazioni luminose, la pittura e la fotografia, creando, quindi, un’orchestrazione dinamica di tutti gli elementi.

Attraverso una serie di opere di diversa natura, la mostra indaga il senso della centralità delle idee e il processo di formulazione del lavoro di Jaša: il risultato è un quadro generale del progetto.

Partendo dal titolo si potrebbe comprendere che la violenza è necessaria per incarnare la speranza, ma è lo stesso autore, in una intervista ad Artribune di un anno fa, a spiegare che: «Utter richiama qualcosa di assoluto, mentre il verbo to utter significa proclamare, pronunciare, promulgare, dichiarare. Il sottotitolo, invece, si connette direttamente alle linee guida del progetto: viviamo infatti in un tempo di grande ansietà, nel quale un atto d’urgenza pare sempre necessario».

La mostra della Maribor Art Gallery, CHRONICLES / Log No.1, presenta una serie di disegni preparatori e note create dall’artista nel corso del progetto, come un diario di “conoscenza accumulata”, mostrato per la prima volta a Maribor per gentile concessione della Collezione Marignoli di Montecorona, Fondazione contemporanea, che aveva sostenuto il progetto durante la Biennale. Tali testimonianze, insieme ad una scultura e ad un dipinto di grandi dimensioni, vorrebbero dimostrare che tutto è stato offerto in nome di un bene superiore e che una ipotetica divinità superiore abbia guidato la produzione artistica per tutta la durata della Biennale di Venezia.

Il pubblico è accompagnato da composizioni melodiche lungo tutto lo spazio della galleria, sulla falsariga del progetto veneziano, ed il fine non è quello di interazione con la mostra ma quello di percepire dei singoli, originali, mai eguali, modi di intendere e cogliere il tutto.

Ma l’essenza della mostra si coglie proprio nel sottotitolo del progetto artistico, dove campeggia il termine SPERANZA, ed è lo stesso Jaša a dirci che: «bisogna ristabilire un sistema valoriale che a sua volta ri-stabilizzi la presenza della speranza».

http://www.ugm.si/en/exhibition/exhibition/n/chronicles-log-no1-2967/

http://www.jasha.org/

William Kentridge. Triumphs and Laments: a project for Rome

La mostra “Triumphs and Laments: a project for Rome” di William Kentridge, promossa da Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con la Galleria Lia Rumma, rappresenta il culmine di una serie di iniziative artistiche e culturali che hanno legato la città di Roma al famosissimo artista d’origine sudafricana e che avranno anche come punto di arrivo il monumentale intervento sulla storia di Roma, da sempre fortemente voluto dall’Amministrazione Capitolina, che Kentridge ha iniziato a realizzare lo scorso 9 marzo, nel tratto fluviale compreso fra Ponte Sisto e Ponte Mazzini, e che è stato inaugurato il 21 e 22 aprile, in occasione del Natale di Roma.

L’esposizione, già annunciata da Kentridge stesso al MACRO nel mese di marzo 2015, è curata da Federica Pirani e Claudio Crescentini, sino al 2 ottobre 2016 e occuperà interamente le due Project Room del museo, esponendo oltre 80 opere con un allestimento ideato appositamente da Kentridge per il MACRO.

Saranno in mostra i bozzetti a carboncino delle figure ideate dall’artista per i muraglioni del Tevere, dove ricorre penetrante l’iconografia dell’arte antica romana così come immagini e storie dedotte dalla storia della Chiesa, fra le quali una struggente Santa Teresa d’Avila, fino al nostro contemporaneo rappresentato dalla grande e toccante installazione dedicata alla morte di Pier Paolo Pasolini, uno dei poeti e intellettuali più amati da Kentridge.
Oltre a queste opere, già in parte presentate alla Biennale di Venezia del 2015, verranno esposti una serie di disegni a inchiostro e a pastello inediti, realizzati appositamente per l’occasione dall’artista, e un grande fregio su carta, anche questo inedito, lungo oltre sei metri che riproduce proprio la totalità della sequenza delle monumentali figure realizzate dall’artista sull’argine del Tevere.
Saranno anche esposti alcuni ritagli di figure e oggetti, sempre inediti, che in seguito verranno adoperati come stendardi dai performer in occasione dell’evento musicale e teatrale, concepito da Kentridge in collaborazione con Philip Miller, che sarà rappresentato nel corso dei due giorni di inaugurazione e di cui le prove saranno realizzate direttamente presso gli spazi di MACRO Testaccio, gentilmente concessi dalla Sovrintendenza Capitolina per tale straordinaria occasione. Questi “cut out”, come li definisce l’artista, esposti al MACRO, saranno poi portati in processione durante la performance, entrando e uscendo dal museo per tale occasione.

Saranno inoltre trasmessi dei video preparatori del grande processo creativo messo in atto, ormai da anni dall’artista, basilari per capire l’evoluzione del progetto totale “Triumphs and Laments”.
Questo del resto è il modo scelto da Kentridge di confrontarsi con Roma, in maniera multidisciplinare e multimediale, dove l’arte e la cultura di uno dei più grandi artisti contemporanei dialoga e si confronta appunto con la grande storia millenaria dell’Urbe, le sue iconografie, i protagonisti, l’ambiente rivissuto e riletto con grande forza creativa e intellettuale.

Informazioni evento:
Data Fine: 02 ottobre 2016
Luogo: Roma, MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma
Orario: da martedì alla domenica ore 10.30-19.30, chiuso il lunedì
Telefono: 06 82077371
E-mail: stampa.macro@comune.roma.it
Sito web: http://www.museomacro.org

Dove:
MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma
Proprietà: Comune
Città: Roma
Indirizzo: Via Nizza, 138
CAP: 00100
Provincia: RM
Regione: Lazio
Telefono: 06671070400
Fax: 068554090
E-mail: macro@comune.roma.it
Sito web: http://www.macro.roma.museum

Fonte: www.beniculturali.it

Fonte: www.beniculturali.it

Gilbert&George: il corpo, specchio e riflesso della società e dell’individuo

Gilbert&George, il duo londinese; due persone per un’unica entità artistica che, come ogni contemporaneo che si rispetti, si muove sulla scia dell’anticonvenzionale, dell’immorale, dell’antiestetica. E, allora, cosa c’è di bello, di affascinante, di ammirevole in un pannello che ti sbatte in faccia escrementi di dimensioni gigantesche, espliciti atti sessuali, crocifissioni blasfeme? Niente. Assolutamente niente. La loro arte strizza l’occhio, stride, taglia, ma colpisce; positivamente o negativamente, colpisce. Indagano la realtà che ci circonda, la mettono a nudo, la estremizzano, portano fuori ciò che ciascuno di noi, come individuo e come società, vuole nascondere. E loro, Gilbert&George, gli artisti, non assumono una posizione privilegiata, la posizione del lottiamo ma non ci immischiamo; no, tutt’altro. Si mischiano eccome, osservando direttamente il mondo, la società, coincidendo perfettamente con le loro opere. Sin dal loro esordio negli anni Settanta, infatti, compaiono in prima persona, ci sono fisicamente in Bloody Life (1975) e nei Dusty Corners (1975), all’interno di stanze vuote, tra angoli polverosi e ambienti scarni, nella neutralità di pannelli in bianco e nero.

Lungo l’intera produzione, si mostrano talvolta vestiti, talvolta nudi; il loro corpo partecipa al quadro, diviene parte di ogni singolo racconto, si manifestano per unificarsi allo spettatore, all’individuo; sono dentro la società, fatta di sessualità, religione, politica, modi di agire, guerra. Scavano l’umanità in Hunger e Thirst (1982), gruppo figurativo in cui privilegiano colori forti e decisi, quali rosso, giallo e nero, inquadrando atti sessuali, istinti primordiali e pulsioni con una stilizzazione grafica del corpo, inteso come oggetto. E se la sessualità appartiene a ognuno di noi, indistintamente, così, per Gilbert&George, escrementi, fluidi corporei fanno parte di quel processo meccanico che ci rende tutti uguali, dove si annientano le classi, i moralismi, i perbenismi; così racconta il gruppo The Naked Shit Pictures (1994), in un mosaico articolato in più pannelli, dove il cromatismo si accentua, la provocazione si fa più forte. Procedono metodicamente con la fotografia, fotografano letteralmente la realtà e la riproducono; riproducono il loro punto di vista, la vita e la società viste dall’East Est di Londra, dai bassifondi della capitale inglese.

E, dagli esordi, Londra torna ad essere prepotentemente punto focale in Six Bomb Pictures (2008), in seguito agli attentati del 2005. Immagini di una Londra desolata, deserta, cromaticamente rossa di terrore, bianca di paura in cui Gilbert&George si ritrovano distrutti, stravolti, interrotti. E’ l’inizio del racconto della guerra contemporanea, che si accompagna alla diffusione dell’estremismo islamico e della sua radicalizzazione, a Londra e nel mondo. Parlano le bombe in Scapegoating Pictures (2013), tutta la grigia realtà è una bomba, i due artisti sono fatti di bombe, Londra è dentro la bomba dell’Islam più estremo, che attraverso le donne col burka aziona i detonatori e spegne il mondo. E, allora, cosa c’è di bello in Gilbert&George? Forse, c’è di bello l’arte di rappresentare la realtà.

Elisa Medda

Un raggio di buon gusto nella generazione del Kitsch: Jacopo Scassellati

Tra i giovani che si stanno facendo un nome nel panorama artistico contemporaneo, uno dei maggiori talenti è sicuramente Jacopo Scassellati. Si tratta di un artista sardo, classe 1989, che nonostante la giovanissima età può vantare diverse mostre personali sia in Italia che all’estero. Partito da Sassari, in breve tempo è riuscito a riscuotere successi lungo la penisola italiana, arrivando a toccare anche Francia e Stati Uniti. Stiamo parlando di una carriera ancora agli inizi, ma che ha già mostrato un enorme potenziale.

Come sempre, qui si cerca di dare un input ai lettori, si propone una nostra visione personale (profana e senza pretese) che possa stimolare la curiosità di approfondire autonomamente il discorso. Scassellati merita attenzione, perché per talento ed età, potrebbe essere uno degli artisti più rappresentativi di questa generazione. La sua caratteristica è quella di essere “old school” nel suo approccio all’arte, con delle basi forse più vicine a un Rinascimentale che non a un Contemporaneo, ma assolutamente moderno nel rielaborare i fondamentali.

Oggi è molto facile imbattersi in presunti creativi trasformati in artisti dalla critica, ma Scassellati no. Davanti a quelle sue figure composte da frammenti, si rimane stupiti e affascinati. Sembrano tratte da un ricordo, che si sta ricomponendo mentre lo richiamiamo alla mente o che si sta scomponendo per l’inesorabile trascorrere del tempo. Sono cocci che appartengono al passato, nel quale i vuoti possono essere pezzi che abbiamo perso o pezzi che dobbiamo ancora ritrovare. Tutto sembra in divenire, ma niente sembra indicarci se si stia andando verso il deterioramento o verso la ricomposizione. Sono eventi sospesi nel tempo, in bilico su una linea che divide la fantasia dal ricordo. Il mito torna ad essere un monito per la realtà.

Una tale raffinatezza sia di linguaggio che di contenuti, è difficile da trovare negli artisti contemporanei, sempre più attenti alla provocazione e sempre meno interessati ad una poetica elegante e di buon gusto. Se volessimo tradurlo in campo musicale, Jacopo Scassellati è come un giovane cantautore in un mercato discografico dominato da MC e DJ. È uno che segue la tradizione di De Andrè e Dalla, mentre gli altri si adeguano alle proposte dei Talent. Un bel raggio di sole nella fredda pianura di una generazione che ha fatto del kitsch la propria bandiera.

www.jacoposcassellati.com

Carlo e Fabio Ingrassia, MACRO Roma

I gemelli catanesi Carlo e Fabio Ingrassia hanno la caratteristica di dipingere simultaneamente sullo stesso quadro, attraverso un lavoro meticoloso e scientifico a quattro mani, reso possibile dal fatto che l’uno è mancino e l’altro è destrimano.

Questa predisposizione fisica naturale permette loro di lavorare contemporaneamente a pastello sullo stesso supporto cartaceo, ciascuno con una propria caratteristica struttura della forma e del segno.

Al MACRO gli Ingrassia hanno presentato i primi dieci anni del loro lavoro, con opere che nascono dal dialogo continuo tra disegno e scultura sovvertendo il modo tradizionale di concepire le grammatiche del colore, fino a far dissolvere la scultura nel tratto della matita, dove attraverso la saturazione e le velature del grigio, scaturisce il colore.

Allo stesso tempo, la grammatica dei colori e la grammatura della carta sembrano sovrapporsi e comporsi di volta in volta in forme plastiche, e il disegno diventa scultura, con opere che si materializzano dal supporto cartaceo in strati di pastello su cartone, immagini mentali scolpite attraverso gesti puliti e calibrati, fino a secernere spessori, suggerire contorni.

Carlo e Fabio Ingrassia ©

Carlo e Fabio Ingrassia ©

A cura di: Cornelia Lauf – Assistente Curatore: Eleonora Tempesta

Luogo: MACRO, Via Nizza, Roma

ENNESIMA. Una mostra di sette mostre sull’Arte Italiana

La Triennale presenta Ennesima. Una mostra di sette mostre sull’arte italiana, a cura di Vincenzo de Bellis: una “mostra di mostre” che raccoglierà più di centoventi opere di oltre settanta artisti – con un allestimento che si estenderà sull’intero primo piano della Triennale – proponendo una possibile lettura degli ultimi cinquant’anni di arte contemporanea in Italia, dall’inizio degli anni Sessanta ai giorni nostri.

Il titolo prende ispirazione da un’opera di Giulio Paolini, Ennesima (appunti per la descrizione di sette tele datate 1973), la cui prima versione, del 1973, è suddivisa in sette tele. Da qui il numero di progetti espositivi in cui si articola la mostra di De Bellis per la Triennale: sette mostre autonome, intese come appunti o suggerimenti, che cercano di esplorare differenti aspetti, collegamenti, coincidenze e discrepanze della recente vicenda storico-artistica italiana. Sette ipotesi di lavoro grazie alle quali leggere, rileggere e raccontare l’arte italiana anche attraverso l’analisi di alcuni dei formati espositivi possibili: dalla mostra personale all’installazione site-specific, dalla collettiva tematica alla collettiva cronologica, dalla collettiva su uno specifico movimento alla collettiva su un medium fino alla mostra di documentazione. Non un unico progetto che cerchi a tutti i costi connessioni tematiche o stilistiche, cronologiche o generazionali, bensì una piattaforma che prova a ipotizzare la compresenza di questi formati e di altri possibili, per raccontare uno spaccato degli ultimi cinquant’anni di produzione artistica.

Sette tentativi, sette suggerimenti, sette possibili analisi e interpretazioni dell’arte italiana contemporanea. In questo modo Ennesima privilegia alla visione univoca delle prospettive multiple che, come tali, nella loro parzialità, possono essere considerate un campionario di approcci diversi dell’arte contemporanea. Gli spazi del primo piano della Triennale verranno quindi suddivisi in sette stanze attraverso le quali, secondo un percorso preciso, il visitatore sarà guidato alla scoperta delle sette mostre, che potranno così essere percepite come autonome e autosufficienti ma anche come parte di una visione più ampia che le comprende tutte. Un itinerario a tappe che ripercorrerà periodi, climi e movimenti, accostando maestri riconosciuti e personalità storiche ad artisti mid-career che hanno fatto il loro esordio tra gli anni Novanta e i primi Duemila, passando per altri che si sono invece affermati a metà degli anni Duemila, per concludere con una folta presenza di artisti delle generazioni più recenti.

Partendo da questa sua natura “plurale”, il progetto si configura come un affresco composito del sistema contemporaneo italiano nelle sue diverse specificità. Nell’idea di far convergere all’interno della mostra tutti i filoni di ricerca operati sull’arte italiana degli ultimi cinquant’anni, Ennesima comprenderà anche un programma pubblico di video screening, performance, conferenze e talk legati ai temi della mostra, che coinvolgerà, tra le altre, anche le esperienze editoriali – case editrici e magazine – che rappresentano uno degli aspetti più interessanti del sistema dell’arte italiano dell’ultimo decennio.

Ennesima sarà accompagnata da una pubblicazione in sette libri edita da Mousse Publishing che rispecchierà la divisione in sette parti della mostra e che sarà arricchita da più di venti contributi di curatori e critici italiani delle ultime generazioni – tra i trentacinque e i quarantacinque anni – che negli ultimi anni si sono distinti sia a livello nazionale che internazionale.

Ennesima, particolare di opera, copyright

Ennesima, particolare di opera, copyright

 

A cura di: Vincenzo De Bellis

Fino al 6 marzo 2016

Luogo: Triennale di Milano, viale Alemanna 6, Milano

Orari: martedì – domenica 10.30 – 20.30 [lunedì chiuso]

Biglietti: Intero 8 € – Ridotto 6.50 €

Informazioni: www.triennale.org