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Ago, filo e sessualità: Ghada Amer

La battaglia per la condizione della donna nella società è diventata uno dei must del nostro tempo. Così come sono diventati un must quei finti paladini delle “minoranze”, che dall’alto della loro fama e ricchezza, esibiscono manifestazioni di solidarietà fasulle su ogni palcoscenico in cui salgono. Il messaggio che lanciano è sempre lo stesso: tutte le donne sono fortissime e possono fare qualsiasi cosa. Tradotto vuol dire: devo dire che le donne sono tutte wonder woman perché il mio manager dice che così sembro una persona giusta e incasso di più. Ghada Amer è un’artista che non ha nulla a che fare con questo femminismo di comodo. La sua lotta per l’emancipazione della donna è sentita e autentica, viene dal profondo della sua esperienza di musulmana cosmopolita; la sua arte esprime una critica sulla concezione della donna a 360°, sia nella visione orientale che in quella occidentale. L’uso del ricamo nelle sue opere è uno strumento per scardinare la visione retrograda di una donna domestica. Utilizzando proprio uno dei simboli di quell’immagine da “angelo del focolare”, l’artista disegna una femminilità libera e a proprio agio nella sua sessualità. Ghada Amer rappresenta la tipica donna moderna: viaggiatrice, in carriera, socialmente impegnata e sessualmente disinibita. Ma forse, per combattere un vecchio stereotipo, lei stessa ha finito per diventare un nuovo stereotipo di donna.

Spiegare tutto ogni volta. Giuliano Mammoli

Aveva già affrontato il tema del gioco Giuliano Mammoli, stabilendo perentoriamente con la scritta al neon rosa che “life is a game”; e nel gioco, che è impulso alla creatività per la costruzione di spazi fantasiosi e inattesi ma anche rispetto di ruoli predefiniti e regole assegnate, accettate e condivise, l’artista ha tracciato i binari della sua ricerca e il paradigma del suo fare arte.

Tutto infatti in questo incedere artistico appare giocoso, a tratti infantile; la produzione pittorica, i lavori scultorei, i combines con i quali invade i luoghi espositivi concorrono alla realizzazione di mondi paralleli e alternativi a quelli progettati dagli standard della quotidianità e della consapevolezza, dove la serietà imposta dalla società adulta non consente di intraprendere nuovi itinerari esplorativi, dove il punto di vista è univoco, inconfutabile e inalterabile.

Nei linguaggi dell’artista il gioco funge perciò da prompt per accogliere e stimolare nuovi approcci al reale poiché proprio nella piacevolezza estetica e nell’apparente disimpegno di queste produzioni è dapprima celato e, in un secondo momento, sommessamente svelato il principio di verità obnubilato dalle stereotipie e dagli impoverimenti dei codici comunicativi della contemporaneità, espressione di pensieri artefatti e messaggi depotenziati del loro valore espressivo.

Compaiono innumerevoli e iperboliche figure retoriche strategiche attraverso le quali porre lo spettatore di fronte all’oggetto desunto dal mondo del reale, rettificato e posto in relazione alla sua nuova percezione, all’imprevista presenza nel luogo-altro dell’arte che ne autorizza una nuova fruizione.

Anche la personale Spiegare tutto ogni volta si configura come attimo ricreativo, un gioco a incastro di tasselli modulari (serigrafie su metallo, terrecotte, ready-made) e distinti elementi alfabetici di un componimento letterario frammentato la cui ricostruzione e definizione ultima, ottenuta attraverso un percorso sommativo, contemporaneamente ludico e catartico, conduce a epiloghi illuminanti, per quanto combinatori e casuali.

Con l’elegante rigore formale e la ricercata levità che ne caratterizzano l’intera produzione, Giuliano Mammoli ci conduce entro i labirinti della comunicazione, riscrivendo le pareti della galleria di frasi interrotte, immagini spezzate, segni grafici e grafemi incompiuti da decrittare e riutilizzare per ricostruire il flusso di verità assiomatiche massmediali, prodotte meccanicamente da una società frenetica e disattenta, delle quali è stato smarrito il senso.
Un monito, evidentemente, a riconsiderare e porre rimedio alla superficialità di analisi, al pressapochismo, alla disattenzione che inficiano la capacità di osservare e leggere il mondo.
Un paradosso comunicativo in cui la rinuncia a un senso immediato induce, oltre la confusione del cortocircuito narrativo, alla formazione di nuovi sistemi di scrittura logografici, all’esplorazione di nuovi pensieri, alla catalogazione di nuove prospettive visuali.

I forti contrasti che sorreggono i linguaggi espressivi di Mammoli mettono ora in scena un complesso apparato di ossimori in cui gli estremi – leggerezza/gravità, gioia/tragedia, inganno/disinganno – coesistono e s’intrecciano, per spingerci a introspettive riflessioni e valutazioni oltre l’articolata struttura enunciativa alla quale ogni opera concorre, per spiegarci tutto, ogni volta e semplificare le difficoltà testuali apparenti con la disarmante ed efficace purezza di un bambino (mutuando le parole del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry) che vuole essere ascoltato e compreso dagli adulti.

link: Studio Arte Fuori Centro

Fino all’11 Giugno 2016
dal Martedì al Sabato 17:00-20:00

via Ercole Bombelli 22, Roma

Canevari. Casamadre Napoli

Nelle opere più recenti Paolo Canevari rinuncia alle possibilità metamorfiche del linguaggio, forse per nascondere o cancellare l’idea stessa dell’arte come espressione. Con la serie di Monumenti alla memoria (dal 2011), una teoria di quadri neri ricavati da un campionario di geometrie che hanno a che fare con l’arte e l’architettura, la necessità di una separazione radicale del manufatto artistico dal contesto vissuto è in effetti un dato acquisito. Deposti gli strumenti e i materiali come le camere d’aria, i pneumatici, le tecniche vecchie e nuove, disegno e video, sembra che Canevari voglia forzarci a definire diverse regole di pensiero nei confronti dell’arte, elaborando per conto proprio una fisiognomica della cosa artistica da sottoporre a nuove, innumerevoli prove. Questo è il suo modo perverso di azzerare i suggerimenti e le modalità tecniche della rappresentazione: che siano gli spettatori a determinare il senso, se ne hanno davvero intenzione e bisogno. In fondo l’arte non è che la sua enunciazione formale, una calligrafia in cui ritrovare il piacere sensuale della sottomissione a un ordine precostituito, autoproducentesi all’infinito. Cancellando dal lavoro ogni riferimento mondano, Canevari cerca e incontra l’essenza di un’iconografia tradizionale, benché ogni possibile figurazione anneghi nelle superfici delle tele nere dei Monumenti, vuoto simulacro metafisico di ogni afflato soggettivo e intimista. Nei nuovi lavori napoletani avviene però un’alterazione, uno sviamento; dalle sagome maestose o minute che siano vediamo ora staccarsi superfici che fremono e s’increspano sotto la mano dell’artista. Queste superfici che emergono dal fondo in un rimando scultoreo sono in polietilene, la nera materia plastica che avvolge le balle dell’immondizia come un gigantesco sudario. Ciò che affiora è la premeditazione concettuale di un’etica in forma di ipotesi artistica: come non avvertire anche le flatulenze ribollenti della politica delle ecoballe campane e il dolore e l’impazienza di una intera comunità in balia di architetture effimere e mortifere? Nella cornice monumentale dell’arte tutte le forme di vita tornano ad agitarsi in un teatro barocco di pieghe su pieghe, linee su linee, archi su archi. Ed è solo un gioco di luci e di ombre quello che estrae molteplici immagini da un magma di percezioni indefinite, prese dalla storia dell’arte, ma non per questo meno reali dei pregiudizi fabbricati sotto i riflettori altrettanto luminosi dei media. Enfatizzando l’iconografia tradizionale di segni votati alla più radicale inespressività, in un linguaggio di pura astrazione, l’opera napoletana di Canevari con un gesto poetico si riaffaccia sul mondo vissuto, che non è paesaggio famigliare e sfondo nature ma fondo oscuro, nera luccicanza di tutta la storia, di tutta l’arte, patrimonio di una moltitudine, fardello di ciascuno.

Fino al 15 Maggio 2016

CASAMADRE Napoli

Piazza dei Martiri 58, Napoli

Studio Azzurro a Milano

La mostra Immagini sensibili racconta la storia della ricerca artistica di Studio Azzurro che ha tracciato un fecondo percorso di sperimentazione incrociando arti visive, video, cinema, arti performative e nuove tecnologie. Diversi e interrelati sono i formati che questa rigorosa, intensa e partecipata attività ha prodotto a partire dal 1982: video monocanale, videoinstallazioni, spettacoli teatrali, di danza e musicali, film, musei. Il lessico che designa questa varietà di opere è inventato con cura: videoambienti, ambienti sensibili, musei di narrazione… Si è trattato infatti di nominare i nuovi formati che si andavano sperimentando negli ultimi venti anni del Novecento e nel primo decennio del nuovo secolo, un tempo denso di accadimenti sul terreno delle nuove tecnologie, segnato da due rivoluzioni: la nouvelle image, come veniva chiamata l’immagine elettronica, e le tecnologie digitali. Il lavoro di Studio Azzurro si legge infatti all’interno dei nuovi paradigmi connessi al mutamento che la scienza, le nuove tecnologie, l’estetica sono andati elaborando a partire dagli ultimi tre decenni del XX secolo e oltre.

Decine di proiettori, monitor, touchscreen e sensori sono nascosti in “ambienti sensibili” che reagiscono alla presenza e ai gesti, con l’intento di rendere il visitatore attore protagonista mentre si muove all’interno di uno spazio popolato di immagini.
Sono moltissime le opere realizzate da Studio Azzurro dal 1982 a oggi, e ora Milano rende omaggio a questo straordinario laboratorio di ricerca, riproponendo una parte significativa dell’intenso lavoro che ha portato alla produzione di innumerevoli videoinstallazioni interattive e “ambienti sensibili”, di numerosi “musei di narrazione”, di film e spettacoli teatrali.
L’iniziativa fa parte del programma di Ritorni al futuro, il palinsesto culturale pensato per la primavera 2016 dal Comune di Milano che propone oltre cento appuntamenti tra mostre, concerti, spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche e incontri, con l’obiettivo di portare al centro della riflessione pubblica l’idea di futuro che abbiamo oggi, confrontandola con quelle che hanno abitato il pensiero creativo in altre stagioni della storia.
Immagini Sensibili è un’occasione unica e irripetibile per vedere per la prima volta e in un unico spazio opere che
hanno emozionato intere generazioni.
«Questa mostra è un omaggio a Studio Azzurro ma soprattutto un omaggio a uno dei suoi fondatori, Paolo Rosa, la cui grandissima sensibilità e capacità visionaria continua a rimanere viva come punto di riferimento dell’arte contemporanea italiana e internazionale», ha dichiarato l’Assessore alla Cultura Filippo Del Corno.

Fino al 4 Settembre 2016

link: Palazzo Reale

Lun: 14:30 – 19:30
Mar – Mer – Ven – Dom: 09:30 – 19:30
Gio – Sab: 09:30 – 22:30

intero €12
ridotto €10

Marko Tadić. Imagine a Moving Image

Nella visione di Tadić il mondo, ormai reduce dell’utopia modernista e socialista, si manifesta allo stadio miniaturizzato. Non si tratta tanto di un mondo fatto di cose, quanto delle macchine che le hanno mostrate o attraverso le quali ci sono apparse: il cinema, il museo, il display, la cartolina, ecc. Maquette espositive, piccoli schermi di proiezione, attrezzature sceniche e video-animazioni sono soltanto alcuni dei micro-dispositivi messi in campo nel lavoro di Tadić. È come se tutti gli elementi di questa visibilità organizzata e istituzionalizzata, una volta usciti dalla Storia, fossero restituiti a uno stadio d’innocenza originaria. Ormai ci stanno accanto come docili arnesi e utensili quotidiani, senza sapere se registrino una perdita (quali testimoni del disincanto) oppure se siano pronti a rimettersi in gioco quali soggetti di un nuovo mistero (di un nuovo incanto). Il rapporto tra immagini statiche e animate è il tema di una serie di collage e di disegni che esamina vari aspetti delle procedure cinematografiche. Accumulation of the images from below (2013/2014) rivisita i resti del patrimonio del modernismo, in particolare quello socialista in Jugoslavia; il punto di vista adottato non è accademico né storico o teorico, ed è privo di qualsiasi nostalgia feticista. Valutando il passato come una “terra straniera”, questa serie (e la relativa opera Table of Contents (2015/2016) che impiega display espositivi e modelli più piccoli) ripercorre la storia della condizione modernista locale. Tadić ne decostruisce e ricostruisce il vocabolario da un punto di vista formalista, utilizzandolo come base di ricerca per una nuova genesi. Tali opere sono create in primo luogo attraverso elementi visivi che giocano con i resti di idee costruttiviste e universaliste in materia di abitazione, progettazione, scienza e vita quotidiana, e sono legate in particolare ai modi di esporre. Questo è visibile nelle gallerie “tascabili”, ovvero proiezioni di strutture o modelli di visualizzazione in cui i frammenti del modernismo socialista sono presentati come opere d’arte.marko tadic

Fino al 15 Giugno 2016

LAURA BULIAN Gallery

via Piranesi 10, 20137 Milano

Dal lunedì al venerdì, 15.00 — 19.00

Ingresso libero

Tanto non capirai niente. Tony Lewis

Il lavoro di Tony Lewis è incentrato sulla comunicazione e la tramandabilità di informazioni o concetti. Nella serie di opere Gregg Shorthand Drawings al centro di fogli di grandi dimensioni, con pieghe, rappezzamenti e macchie scure, campeggiano dei simboli corsivi tracciati con la grafite chiaramente identificabili come scrittura, ma di difficile interpretazione. Sono i simboli del sistema stenografico in uso negli Stati Uniti, Gregg Shorthand.
La stenografia è quel tipo di scrittura veloce che permette di riportare un discorso su carta, alla stessa velocità di chi parla. Questo mediante abbreviazioni di parole e semplici segni fonetici, un po’ come un alfabeto semplificato. Si omettono quindi lettere mute (numerose in inglese) e si utilizza lo stesso segno per suoni simili o composti. È dunque, più della scrittura tradizionale, un sistema per fissare e tramandare qualcosa di importante ma evanescente come un discorso, la cui partecipazione di pubblico è limitata.
Questo tipo di linguaggio è però sicuramente meno conosciuto dell’alfabeto latino, è comprensibile ad un numero ristretto di persone. Il suo scopo divulgativo è raggiunto a metà.

Lewis si cura di utilizzare polvere di grafite, quella che compone la mina delle matite, e carta per realizzare la quasi totalità delle sue opere.
Carta e matita, gli oggetti più semplici e diffusi per comunicare, usati anche dai bambini. I primi che ci vengono a portata di mano per appuntare qualcosa di memorabile per noi stessi o per qualcun altro.

Un sistema di scrittura veloce che permette di non perdere neanche una parola, strumenti veloci e semplici di facile reperibilità poi però quel che Lewis riporta sul foglio è un singolo segno, non un discorso, non una frase e neanche una parola compiuta.
Ricordano graffiti da strada, l’urgenza di lasciare la propria memoria, di dire qualcosa a chi passa, di farsi sentire da tutti senza distinzioni.
Ma nonostante tutti questi sforzi la comunicazione non avviene affatto.

Tutta la preoccupazione e l’ingegno messo in atto nella storia per trascrivere un pensiero espresso a parole e poter raggiungere più persone, poterle includere nel messaggio, renderle parte del discorso e farlo proseguire potenzialmente fino alla fine dei tempi, viene irreparabilmente meno.
Rimane un segno grafico affascinante che attira a se lo sguardo ma non comunica assolutamente niente.
Si legge una critica all’arte stessa, ai modi che assume oggi, a volte comprensibili a pochi o forse a nessuno. Arte a volte compiaciuta dell’immagine, della forma, del mezzo, della materia di cui è fatta ma senza alcun messaggio dietro. C’è della nostalgia in queste opere, manifesti rovinati, spiegazzati, rotti e sporchi come vecchi reperti che vorremmo ci parlassero ma alla fine non capiamo niente.

TAKASHI MURAKAMI: MANGA, TRADIZIONE E POP ART

E’ chiamato il nuovo Andy Warhol. Proprio come la star della Pop Art, il giapponese Takashi Murakami unisce il consumismo e l’arte prendendo immagini della cultura di massa, riuscendo a trasformarle in opere d’arte originali. Le sue creazioni fanno parte di una corrente artistica, il Superflat, caratterizzata da elementi appiattiti e colori brillanti, un mondo fantastico che attinge dalle forme tradizionali dell’arte giapponese unendole alle Anime e ad i Manga e che al tempo stesso rifiuta l’illusione della prospettiva e della profondità. La sua arte è concepita in un modo tutto computerizzato, disegni e schizzi realizzati su un notebook tascabile, scannerizzati, photoshoppati, ripassati su tela e ridipinti con pittura acrilica. Un metodo che miscela il disegno tradizionale con le nuove innovazioni digitali.

I suoi lavori sono popolati di fiori sorridenti, funghi extra large, panda iper colorati e ragazzine manga over-sized con seni enormi, tutte immagini che in tono anche provocatorio incarnano distintamente il Giappone. L’arte di Murakami critica la società consumistica moderna e fa aumentare la consapevolezza della manipolazione della società fatta dai media.

Pur essendo una vera star nel sistema dell’arte contemporanea, Murakami investe le proprie opere pittoriche di significati molto profondi. Influenzato dalla storia recente del suo paese ed in particolare della tragedia di Fukushima, egli ha creato il ciclo degli Arhat (nel buddismo persone perfette, prossime al nirvana) ed alcuni autoritratti che con un suo personale linguaggio espressivo, con la serenità dei volti dipinti e con dei formati anche di 15 metri di lunghezza, è in grado di portare alla riflessione.

Siamo davanti ad un uomo che oltre d essere un’artista a 360°, è un vero e proprio business man che crede nel voler livellare la differenza tra high e low: una delle sue sculture può essere venduta milioni di dollari ma, al tempo stesso, lo stesso soggetto può essere riprodotto su un porta chiavi, una penna, un quaderno che valgono pochi spicci. Un modo per abbattere il confine tra un’arte d’élite e l’arte popolare, tra il passato ed il presente, tra la cultura orientale e quella occidentale.

PAUL KLEE, Mondi Animati

Dopo la mostra dedicata al rapporto tra l’opera di Alberto Giacometti e la statuaria arcaica, il MAN_Museo d’Arte della Provincia di Nuoro prosegue la propria programmazione rivolta ad analizzare aspetti poco indagati della produzione dei più importanti artisti del XX secolo con una mostra dedicata a Paul Klee (1879-1940).

Inedito in Sardegna, Klee è uno degli autori più complessi e originali del secolo scorso. Con questa rassegna, realizzata dal Museo MAN con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna, della Provincia di Nuoro e della Fondazione Banco di Sardegna, con il patrocinio dell’Ambasciata di Svizzera in Italia, curata da Pietro Bellasi e Guido Magnaguagno, con il coordinamento scientifico di Raffaella Resch, si intende esplorare un elemento fondamentale nell’opera dell’artista, ovvero la percezione della presenza di un principio vitale, generativo, insito nella materia delle cose.

In senso specifico Klee non ha mai parlato di “animismo”, tuttavia la sua opera appare permeata di uno spirito animato avvertito in tutta la realtà materiale ed evocato dall’azione creativa dell’artista. “Creatura superiore” (Diari, n. 660), l’artista, attraverso il proprio sguardo vivificatore, porta alla luce l’elemento generatore presente nei diversi mondi che popolano il cosmo, nascosto sotto la superficie delle cose. Che siano uomini, bambini, animali, oggetti, paesaggi o architetture, i mondi di Klee obbediscono tutti alla medesima legge della natura, che l’artista indaga e imita. 

Un unico principio vitale governa l’intero ordine naturale, dalle cose grandi a quelle infinitesimamente piccole. Questo principio sembra palesarsi in molte opere dell’artista, in particolare nei disegni e negli acquarelli degli anni Venti e Trenta. Opere come Feigenbaum (Fico), del 1929, o Im Park (Nel parco), del 1940, presenti in questa mostra, o ancora l’importante dipinto Wohin? (Dove?) del 1920, proveniente dalle collezioni della Città di Locarno, esposto nel 1937 all’interno della mostra “Arte degenerata”, organizzata dal regime nazionalsocialista tedesco.

La rappresentazione del mondo animale offre una serie di parabole, di favole morali, dove l’animale è innalzato al ruolo di essere umano, nei suoi vizi e nelle sue virtù. Ecco che nel disegno Tierfreundschaft (Amicizia tra animali) del 1923, ad esempio, un cane e un gatto si accompagnano bonariamente in una tranquilla passeggiata, incarnando il senso di amicizia che può nascere tra due esseri umani.

Lo studio delle opere architettoniche rivela l’interesse di Klee verso la percezione della forma e la comprensione dell’elemento organico, vivo, dentro di essa, evidente in alcuni acquarelli come Americanisch – Japanisch (Americano – giapponese), realizzato nel 1918, dove a svettanti palazzi stilizzati è affiancata l’icona dell’occhio. “Una volta che si è compreso l’elemento numerico del concetto di organismo”, scrive Klee, “lo studio della natura procede più spedito e con maggiore esattezza” (Diari 536).

Ma il principio generativo insito in tutte le cose è ravvisabile soprattutto in quelle opere che, in maniera dichiarata, evocano o imitano il mondo dell’infanzia, come in Hier der bestellte Wagen! – Ecco la carretta richiesta, del 1935, ma anche nel finissimo dipinto Getrübtes – Turbato, del 1934, proveniente dalle collezioni della GAM di Torino, o ancora in quei lavori dove le figure sono rappresentate con tratti semplici, stilizzati, alla maniera dei bambini, come nel dipinto Gebärde eines Antlitzes (Espressioni di un volto), del 1939, proveniente dalla collezione del Museo del Territorio Biellese.

Artista immerso nello spirito del suo tempo, dove si avvicendano eclatanti scoperte scientifiche, Kleerecepisce gli sconvolgimenti provocatidalle teorie della relatività e della fisica quantistica, così come le evoluzione degli studi psicoanalitici, rielaborandoli in maniera indipendente all’interno di una visione magico-fenomenica dell’universo.

Paul Klee, Feigenbaum, collezione privata

Paul Klee, Feigenbaum, collezione privata

 

 A cura di: Pietro Bellasi e Guido Magnaguagno 

Fino al 14 febbraio 2016

Luogo: MAN – Museo d’arte provincia di Nuoro, via S. Satta 27, Nuoro

Orari: tutti i giorni 10.00 – 13.00  15.00 – 19.00 [lunedì chiuso]

Biglietti: Intero 3 € – Ridotto 2 € Gratuito (under 18, over 65)

Informazioni: www.museoman.it

Autoritratti dell’assenza: Liu Bolin

Nascondersi, fondersi o sparire. Forse prorpio tutte queste cose insieme. Le numerose immagini prodotte pazientemente da Liu Bolin sono autoritratti dell’assenza.

L’ossessiva serie di autoritratti dell’artista è ciò che di più lontano si possa interpretare come vanità e compiacimento della propria immagine.

Il corpo rappresentato sparisce nel paesaggio urbano, viene trasfigurato e inghiottito, ne rimane una sagoma d’ombra incompleta. Cannibalismo.

La città ingoia per intero l’individuo senza emettere alcun suono o rumore d’avviso.
Al tempo stesso ci sembra di poter leggere un certo celato compiacimento, una sparizione alla quale non si oppone nessuna resistenza, un abbandonarsi volontario, un nascondersi in bella vista nell’abitudine di una veduta nota e conosciuta. E’ il rassicurante anonimato dell’uomo moderno, poter sfuggire al prossimo senza sforzo.

Risorsa a doppio taglio, a volte la vera fatica è quella di uscire dallo sfondo e dal costante rumore di sottofondo per farsi notare.

Le sue fotografie, scattate da Pechino a Milano, da New York a Venezia sono fusione dell’individuo con il contesto estetico, culturale e politico. Il corpo non è barriera alle influenze esterne ma veicolo di conoscenza. Pura osmosi metropolitana. Inserito in un dato luogo un uomo non può esimersi dall’apprendere ciò che lo circonda, dal portarlo con se, dall’esserne in qualche modo influenzato ed anche trasformato.
Il corpo umano nella sua consistenza fisica svanisce a vantaggio di una presenza immateriale che scorgiamo a fatica ma con certezza.

L’assenza di Bolin sembra suggerirci che il corpo è lo strumento con cui conosciamo l’esterno e al tempo stesso è lo specchio fedele delle nostre personali influenze.

E’ la rappresentazione dell’integrazione come abdicazione totale della propria identità, sacrificio sempre richiesto allo scopo di un adattamento totale.

L’opera di Liu Bolin è critica sociale, all’oppressione politica o culturale, all’individuo e alle sue debolezze, ai pericoli del conformismo.

Il potere consolidato o in via di consolidamento ci obbliga a farci entrare a far parte della sua stessa immagine, ad essere parte quasi inconscia del suo stesso corpo.

L’efficacia del lavoro di Bolin è la sintesi riuscita della perdita di identità e forza senza identificare un unico colpevole.

Cold as Ice – Matt McClune

 

 

Inaugura la prima personale di opere inedite di Matt McClune negli spazi della galleria Renata Fabbri Arte Contemporanea a Milano.

Matt McClune

La cifra stilistica di Matt McClune è connotata dall’utilizzo di superfici metalliche come base per differenti modalità pittoriche, in bilico tra il figurativo e l’astratto, caratterizzate da un cromatismo fatto di luci e di atmosfere rarefatte, spesso ispirate al cambio delle stagioni nella campagna francese, in Borgogna, dove vive e lavora.

Cold as Ice parla di inverno. Le opere esposte caratterizzate da colori freddi come il blu, il bianco e l’argento illuminano la galleria e accompagnano lo spettatore verso l’incanto di un’atmosfera unica, rarefatta e suggestiva.

L’artista racconta che in inverno i vigneti della Borgogna coperti da una folta nebbia mutano l’atmosfera, che diviene inevitabilmente molto cupa; tuttavia, guardando oltre al grigio della foschia, ci si imbatte in una luce fredda e affascinante.
Una luce asettica apparentemente priva di emozioni, così come il freddo appare, ma che trova in questa dimensione espressività e purezza.

Nella Critica del Giudizio, Immanuel Kant traccia un parallelismo tra bello e sublime. Mentre il primo viene percepito dai sensi e dall’intelletto, il secondo viene percepito dall’animo. Ed è proprio l’animo che viene stimolato dalle sue opere. Matt McClune è capace di una pittura fortemente evocativa nella quale è presente “ colui che guarda”, il vedere colto nel rapporto con il luogo, il luogo della nostra anima.

 

Inaugurazione lunedì 28 settembre 2015, dalle ore 18

fino al 14 novembre 2015

Renata Fabbri arte contemporanea
via Stoppani, 15/C Milano
martedì a sabato 15.30 – 19.30
ingresso libero