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Cosmogonie. Personale di Mario Coppola

La Fondazione Plart è lieta di presentare Cosmogonie, prima mostra personale dell’architetto Mario Coppola, a cura di Angela Tecce, Direttore della Fondazione Real Sito di Carditello. L’esposizione inaugurerà il 14 ottobre 2017 presso la sede del Plart in occasione della Tredicesima Giornata del Contemporaneo indetta da AMACI – Associazione dei Musei d’arte contemporanea italiani e abiterà i suoi spazi fino al 22 dicembre 2017.

Mario Coppola (1984), architetto e designer napoletano, sperimenta nei suoi progetti la fusione tra design, architettura e ambiente. Nel 2010, dopo aver lavorato a Londra presso lo studio Zaha Hadid Architects su numerosi progetti, fonda a Napoli Ecosistema Studio, dove, in rete con artigiani, imprese campane e collaborazioni internazionali con altri architetti sviluppa e realizza progetti volti a una simbiosi uomo-biosfera e crea oggetti direttamente ispirati ai caratteri di complessità, dinamismo e leggerezza del mondo contemporaneo. Il design di Mario Coppola s’ispira alla forma e al cinematismo della natura e del corpo umano, gettando un ponte tra lo spazio domestico e l’ambiente naturale.

La mostra Cosmogonie è stata concepita intorno all’opera Dafne, monumentale installazione site-specific plasmata in fluida continuità con le volte della Fondazione Plart, con una serie di sculture e rilievi di grande formato realizzati proprio per l’occasione. Ispirate alle teorie della complessità, le opere si configurano come luogo in cui prende forma l’inestricabile intreccio tra uomo, natura e macchina; non a caso, gli oggetti in mostra emergono dalle pareti o dal pavimento alla conquista dello spazio, frutto di una sensibilità colma di reminiscenze dell’arte antica e moderna, da Bernini a Moore, da Michelangelo a Boccioni.

Con i lavori di Mario Coppola, il Plart ci avvicina ancora una volta al mondo delle plastiche d’autore, per mostrarci come le dimensioni dello spazio, del corpo e dell’esperienza ricostruiscono un universo multiforme che diviene manifesto del nostro tempo. Se infatti l’ecosistema è insieme fonte di vita e dimora dell’uomo, pur senza mai rinnegare le conquiste della tecnica, è solo in simbiosi con esso che può rendersi possibile ogni attività antropica.

 

 

14 ottobre – 22 dicembre 2017

Apertura 14 ottobre 2017, 12:00 – 20:00

Fondazione Plart

Via Giuseppe Martucci 48 – Napoli

Silvia Lelli. Neon collection / Neon installation

Dal 6 ottobre all’11 novembre 2017, 29 ARTS IN PROGRESS gallery di Milano presenta la mostra di Silvia Lelli, dal titolo Neon collection / Neon installation.

La mostra – curata da Giovanni Pelloso – raccoglie la serie di opere della fotografa Silvia Lelli che s’intitola Neon Collection / Neon Installation (1982-2017). L’installazione è composta di 15 assemblaggi che sintetizzano fotografia, performance art, danza e teatro in nuove forme, con forti accenti visivi e persino evocazioni sonore.

Si è voluta ricreare in una mostra, tramite la giustapposizione di neon “reale” e neon “raffigurato”, l’atmosfera delle performances originarie(tutte degli anni ‘70 -‘80) ma, soprattutto, comporre ex novo un ambiente autonomo e paradossalmente svincolato da quei riferimenti fotografici che di base lo formano. Neon “reali” e attivi sono sovrapposti a quelli fotografati modellandosi lungo le forme presenti sulla stampa a orientare la visione in modo inedito.

Le immagini, infatti, “lavorano” diversamente con i tubi fluorescenti che ne definiscono, e illuminano, il gesto e l’espressività del corpo. Le fotografie si trasformano e subiscono un nuovo intervento luministico grazie all’introduzione dei veri neon, la cui luce – che spazia dalle varie sfumature del bianco, del blu e del rosso – consente al visitatore quel tipo di lettura nuovo che tradisce l’aspetto bidimensionale della fotografia.

 

 

Inaugurazione giovedì 5 ottobre dalle ore 19.00

Dal 05 Ottobre 2017 al 11 Novembre 2017

Milano

Luogo: 29 ARTS IN PROGRESS gallery

Curatori: Giovanni Pelloso

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 02 94387188

E-Mail info: info@29artsinprogress.com

Sito ufficiale: http://www.29artsinprogress.com/

Raffaele Quida. Continuum. Processo d’interazione tra spazio ambientale e pubblico

Si terrà a Milano, dal 13 al 23 Settembre nei suggestivi spazi della Ex-Fornace – con  il patrocinio del Municipio 6 del Comune di Milano – la quarta ed ultima tappa del progetto Continuum dell’artista leccese Raffaele Quida a cura di Alessia Locatelli.

La mostra è conclusiva di un percorso che dal 2016 è approdato nelle principali città pugliesi e che ha come focus d’indagine il corpo. Una ricerca sull’esistenza, attraverso la lettura delle relazioni con lo spazio pubblico e sociale. La mostra milanese sintetizza tutto il progetto Continuum e si struttura posizionando nelle suggestive volumetrie della Ex Fornace (piano terra e piano2) le fotografie scattate nelle precedenti esposizioni e degli elementi “totemici” che hanno caratterizzato l’ installazione urbana di Lecce a cura di Lorenzo Madaro e quella nella città di Bari a cura di Antonella Marino. Ci sarà inoltre la proiezione del video ripreso durante la performance della terza tappa di Taranto a cura di Michela Casavola.

Al piano secondo la mostra proseguirà con una installazione di carte fotosensibili in grandi dimensioni, collocate nei mesi di Luglio ed Agosto in un’altra location, e poi a Settembre,  riposizionate per interagire con la luce milanese alle finestre che affacciano sul naviglio pavese. La luce interverrà tracciando le sagome di entrambe le geometrie architettoniche sulle carte in una interazione di luoghi geograficamente distanti, ma uniti in un ponte di luce concettuale.

Lo spazio pubblico della Ex Fornace si colloca coerentemente con l’idea di ridefinizione degli spazi urbani già attuata nelle precedenti esposizioni, in un tentativo d’indagine che dovrebbe indurre il fruitore ad una rielaborazione attraverso una serie di operazioni – fisiche e simboliche – che esprimono da un lato la crisi di disadattamento ambientale e dall’altro la rottura di equilibri precostituiti. La ridefinizione delle geografie cittadine e degli spazi pubblici entra così in una relazione profonda con la riflessione sul ciclo della vita: l’individuo nel suo periodo vitale, che non cessa con la morte, bensì rientra in un ciclo, in un Continum appunto spazio-temporale, in cui la polvere (la mostre intesa come fine) non è altro che l’elemento costitutivo di nuove realtà tangibili.

 

 

Dal 13 Settembre 2017 al 23 Settembre 2017

Milano

Luogo: Ex-Fornace

Curatori: Alessia Locatelli

Enti promotori:

  • con il patrocinio del Municipio 6 del Comune di Milano

E-Mail info: alicemarra33@gmail.com

Marina Abramovic e Ulay. Due corpi nudi per la performance Imponderabilia

Il corpo non è solo lo strumento per eccellenza attraverso il quale l’uomo riesce a esprimere i propri sentimenti, il corpo è il mezzo attraverso il quale numerosi artisti hanno deciso di affrontare temi differenti, presentandoli al pubblico attraverso un’ottica nuova, originale e moderna.

Tornando indietro di qualche decennio è possibile esaminare come negli anni ’70 la nudità del corpo umano fosse considerata un tabù, l’esser nudi provocava disagio fra i membri della società, era un oltraggio al pudore, uno scandalo per la pia morale cattolica.

Marina Abramovic ha affrontato tale questione attraverso la performace Imponderabilia, un’esibizione del 1977 realizzata presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna insieme al proprio compagno, l’artista tedesco Frank Uwe Laysiepen, meglio noto con l’appellativo di Ulay.

Si tratta della messa in scena di due corpi completamente nudi, posti uno di fronte all’altro in uno spazio stretto. Qual è però la particolarità della performance? Se il corpo nudo crea imbarazzo, scandalo, perché non viene semplicemente ignorato dal pubblico? Non è possibile far finta che i corpi dei due artisti non esistano, per entrare nel museo il pubblico è obbligato a oltrepassare i due corpi e trattandosi di uno spazio strettissimo non c’è la possibilità di passare dritti, senza interagire con i corpi estranei, i visitatori sono costretti a rivolgersi verso Marina Abramovic o in direzione di Ulay.

E’ la psicologia dell’individuo ad entrare in gioco nella performace: verso quale corpo si volgerà il pubblico? E’ il corpo femminile o quello maschile a creare minor turbamento? La nudità provoca disagio, perciò per molti individui dover operare una scelta diventa una vera e propria sfida. Non sono gli artisti a sentirsi in imbarazzo, essi hanno trasferito tale sensazione al pubblico, il quale deve fare i conti con le proprie emozioni e istinti, affronta il tabù ed entra letteralmente in contatto con esso, diventando così parte integrante della performance artistica.

 

Human: la condizione umana oltre il corpo di Antony Gormley

Antony Gormley, mondialmente riconosciuto per le sue sculture, installazioni e lavori pubblici è, prima di tutto, l’architetto di una nuova percezione di sé che ci riporta a valutare e a ripensare la condizione dell’uomo nel mondo. Gormley è l’artista per eccellenza che ha fatto della ricerca filosofica intorno al corpo la sua linea stilistica. Le sue sculture sono inaspettate e imbevute di una condizione umana legata in maniera imprescindibile al corpo stesso dell’artista. Infatti, ogni scultura nasce da un calco grezzo del corpo dell’artista britannico, che ne diventa la matrice e sistema di misura per ogni traccia scultoria che realizza. Al di là dell’aspetto puramente formale, Gormley ha impostato la sua intera carriera artistica delineando un’unica ragione di pensiero che oltre al corpo, vede centrale la relazione spaziale e architettonica in cui il corpo sta al mondo. In una sartriana idea di corporeità, il corpo intriso di soggettività, non è più semplice oggetto ma corpo-soggetto che assume caratteristiche in evoluzione e diventa simbolo dell’essere davanti al mondo.

La triade artistica di Gormley si enfatizza attraverso la percezione di sé nel mondo. Corpo, anima e spazio sono i tre aspetti dell’umano che fanno dell’opera dell’artista britannico una costante in continua ascesa verso un’esasperata ricerca di sé. La presenza del corpo è spesso relazionata al suo essere collettivo, la folla è uno degli espedienti attraverso cui l’artista esplora l’idea di scultura sociale affidando al pubblico la capacità di relazionarsi alla massa, ai volumi e a una ricerca psicofisica.

Oltre al corpo lo spazio, circoscritto da leggi architettoniche e spaziali delle mura che lo possono circondare o delimitare da vitalità naturali, è dotato di forze contrastanti. Lo spazio è per Gormley una cassa di risonanza per una produzione costante e notevole di energia. Gli ultimi lavori dell’artista, infatti, si relazionano allo spazio come prodotto nato dall’incontro di sistemi di energia e campi di forza. L’attenzione si sposta dal corpo e dai volumi verso una ricerca sulla capacità di creare strutture apparentemente leggere, all’interno delle quali Gormley costruisce un ambiente claustrofobico in cui il corpo è incline a perdere ogni punto di riferimento.

L’arte di Antoni Gormley non è un’arte relazionale, è un processo di mistificazione dell’essere umano nella costante battaglia dualistica tra corpo e mondo. Ogni percezione di sé o di sé nel mondo è riprodotta attraverso l’uso di materiali pesanti, geometrici che lavorati e giustapposti creano strutture fragili e in bilico tra sé e il reale. Ogni costruzione volumetrica, pur nel suo astrattismo diventa riconoscibile e mantiene il suo aspetto più tangibile attraverso l’attenzione corporea che l’artista affida alle sue sculture. La matrice è il reale che permette ai corpi ferrosi di Gormley di ancorarsi a un racconto intimo, privato che ci conduce alla riflessione più antica del mondo circa la presenza dell’uomo nel mondo e le infinite possibilità di connessioni che ci legano indissolubilmente gli uni agli altri.

 

 

Da Vito Acconci a Milo Moirè: com’è cambiata la percezione della Body Art ai tempi di Two girls one cup

La Body Art è certamente la forma d’arte più controversa del panorama moderno. L’utilizzo diretto del proprio corpo per fini artistici si traduce molto spesso in performance oltraggiose che superano il limite della decenza. Chi frequenta i social network ricorderà sicuramente lo scalpore che fece nel giugno 2016 l’artista svizzera Milo Moirè, arrestata a Londra per essersi fatta palpare e masturbare in piazza dai passanti durante una performance artistica. La notizia ebbe parecchia risonanza mediatica e finì in breve tempo su tutte le testate, la Moirè fu denigrata e l’esibizione fu derisa. La recente scomparsa del newyorkese Vito Acconci, un pioniere della Body Art mondiale e autore di performance che hanno fatto la storia, un gigante che ha saputo spaziare anche nella poesia e nell’architettura, ci riporta a quella notizia virale di un anno fa.

Si perché nei vari coccodrilli usciti su Acconci l’esibizione più citata è la famosa Seedbed del 1972 alla Galleria Sonnabend di Parigi, consistente in una piattaforma sopraelevata sotto la quale l’artista si cimentava in atti masturbatori ripetuti a sfinimento davanti a un microfono e una telecamera. Il visitatore che camminava sopra la pedana ne udiva i gemiti dagli amplificatori e poteva scegliere se interagire con voyeurismo o andarsene via. Potrà sembrare una cosa da depravato e forse lo è, ma non c’è dubbio che Seedbed sia una pietra miliare della Body Art e a modo suo costituisca un pezzo di storia dell’arte.

In questo tipo di performance la volontà dell’artista è quella di shockare il pubblico e metterlo faccia a faccia con i limiti imposti dalle convenzioni sociali. La sessualità esce dai tabù dell’educazione, le inibizioni si azzerano e la persona diventa padrona assoluta del proprio corpo. L’artista diventa così espressione di libertà totale, mentre il pubblico, partecipe della sua libertà, si libera a propria volta di tutta l’impalcatura di regole imposte dal vivere civile. La Moirè è una continuatrice delle idee di Acconci, di Marina Abramovich e di tanti altri che in passato hanno usato, più o meno efficacemente, il proprio corpo come strumento di lotta culturale.

Detto questo, la domanda è: oggi questi atti performatori hanno ancora senso di esistere? È utile nella nostra società occidentale, moderna e multiculturale, comunicare con questi mezzi? Abbiamo attraversato un ventennio televisivo fatto di vallette e subrette che definire disinibite è un eufemismo (in Italia, tanto per citare un altro recentemente scomparso, siamo arrivati a vedere sculettare pure le minorenni per merito di Gianni Buoncompagni) e oggigiorno abbiamo pure la rete veloce che ci consente di vedere i pornazzi in alta definizione sul cellulare o girarli direttamente noi in POV. Dunque siamo sicuri di essere ancora ricettivi verso queste performance o dopo Two girls one cup ormai ci fa ridere tutto? La sensazione è che certi estremismi oggi abbiano perso d’impeto rispetto ai tempi in cui si esibiva Acconci, la società è cambiata e quello che ha funzionato in passato oggi comunica solo esibizionismo. Il problema è che di questi tempi l’esibizionismo fa parlare parecchio, il rischio di screditare la genialità della Body Art e di conseguenza decretarne la morte è alto.

 

Violare il corpo. La Body Art di Vito Acconci e Gina Pane

Pensare all’arte nel XXI secolo significa non rimanere vincolati alla classica suddivisione scolastica in pittura, scultura e architettura, pensare all’arte oggi significa immergere la mente umana in un universo culturale invitante alla riflessione su una vasta gamma di tematiche. A partire dal XX secolo qualsiasi elemento può essere utilizzato dall’uomo per esprimere il proprio pensiero, per far riflettere il pubblico su determinati temi, uno di questi è il corpo vero e proprio, che già dalla seconda metà del Novecento, con Piero Manzoni, fece la sua comparsa nell’universo artistico.

Il tema trattato in questa sede è la violazione del corpo, un tema caro a diversi artisti, fra questi Vito Acconci, classe 1940, architetto, fotografo ed esponente della Body Art, che con Marchi (1970), ovvero dei morsi effettuati dallo stesso artista sulla propria carne, conduce la mente dell’essere umano a interpretare il gesto autolesionistico come un atto di autopossesso, come se si trattasse di un prodotto commerciale, ove il corpo viene contraddistinto dalla presenza di un’etichetta, in questo caso un’impronta temporanea. Il corpo viene violato, un gesto sadomasochista che è la prova di come l’essere vivente tenda a far proprio qualcosa che già di per sé gli appartiene, rivendica, come affermato proprio dall’Acconci, ciò che è suo, evidenziando come un soggetto attivo possa diventare un oggetto passivo disposto a farsi violare. Se violare significa compiere delle azioni irrispettose allora non può passare inosservata un’altra performance artistica di Vito Acconci, Conversioni (1971), in cui l’artista brucia i propri peli pubici e nasconde il pene fra le cosce. Qual è lo scopo? Certamente ridurre al minimo le differenze sessuali fra uomo e donna, una scelta influenzata senza dubbio dagli sviluppi dei movimenti femministi negli anni ’70.

Violazione significa far del male, in questo caso al proprio corpo, dei gesti ritenuti violenti e irrazionali entrano a far parte delle performance degli artisti della Body Art. Celebri sono Sang / lait chaud (1972) e la performance Azione sentimentale (1973), con le spine di rose conficcate nel braccio, dell’artista francese Gina Pane (1939 – 1990), esibizioni legate alla dimensione dolorosa del corpo, ove ancora una volta quest’ultimo è sottoposto al tormento fisico, un richiamo al mondo della religione, in particolare alle torture subite dai martiri cristiani, una violenza fisica che in questo caso è stata posta in opera dalla stessa artista.

I gesti di automutilazione vengono trattati dai due artisti analizzati in questa sede in modo differente, le ragioni che conducono Vito Acconci e Gina Pane alla violazione del proprio corpo sono diverse, entrambi però sfidano il dolore, cercano di superare i limiti fisici a cui il corpo è sottoposto. L’atto violento non provoca solo un forte impatto sull’emotività del pubblico, che può essere disgustato o impaurito di fronte alla performance, la violenza obbliga la mente dello spettatore a riflettere su quello che l’artista vuole gridare a chi lo osserva.

 

 

Pittura o fotografia? Il potere di Omar Ortiz

Laurea in Design per la comunicazione grafica e tanta passione per il disegno e l’illustrazione dei corpi, si chiama Omar Ortiz, artista nato a Guadalajara in Messico, nel 1977, dove oggi vive.

Fin da giovane ha sempre mostrato interesse per il disegno e la pittura, e durante la formazione ha studiato anche altre tecniche quali il pastello, carboncino, acquarello, acrilico, e aerografia. Poi finalmente ha trovato il suo cavallo di battaglia: la pittura su tela ad olio, nel 2002 infatti frequenta un corso sulla pittura ad olio con il pittore Carmen Alarcon, che considera il suo principale insegnante di Arti Plastiche.

Ciò che attrae l’occhio fin dal primo istante, è la massima perfezione dei dipinti di Ortiz, al punto da farle sembrare vere e proprie fotografie. Donne, nude o semivestite, sono i suoi soggetti preferiti: il corpo della donna in tutta la sua naturalezza e sensualità, il volto, nascosto dai capelli o da lenzuola bianco latte, oppure ancora particolari come un intreccio di braccia e mani. Ortiz si sente attratto da questi temi, oggetti di desiderio per eccellenza per l’uomo, fa di tutto per imitare la realtà nel massimo della sua potenza, ottenendo ottimi risultati. Sembrano davvero delle fotografie, se in alcune foto non venisse ripreso anche l’artista, che col pennello si accinge a toccare la tela. Ortiz crea tuttora oli su tela considerandola la più nobile delle tecniche, contrapponendo la precisione e la perfezione dell’Iperrealismo, corrente sviluppatasi in America dalla fine degli anni Sessanta.

Forse oggi siamo troppo abituati alla digitalizzazione della realtà attraverso la fotografia, dandoci la possibilità di immortalare ogni istante, abbiamo forse perso la meraviglia dell’immagine, come frutto di un opera d’arte. Portare in pittura la perfezione della fotografia dunque, è stato un modo per coinvolgere ancora una volta le persone a interrogarsi sul mondo e sulla percezione che ne abbiamo, e le donne di Ortiz lo dimostrano totalmente.

«Da quando ho cominciato a dipingere, ho sempre provato a rappresentare le cose il più realisticamente possibile. Qualche volta ci sono riuscito e altre no, ma la cosa sicura è che per me è veramente difficile fare il contrario. Ho intrapreso la sfida di riprodurre il colore della pelle e tutte le sue nuances sotto luci naturali, in particolari condizioni luminose. Mi piace la semplicità delle mie opere poiché credo che gli eccessi ci facciano più poveri che ricchi».

 

Erwin Wurm e la filosofia del corpo in un minuto

Un minuto può essere un attimo oppure può durare un’eternità. Secondo questo basilare principio che ha come punto nevralgico l’importanza della durata, Erwin Wurm, artista di origine austriaca scelto per rappresentare il padiglione austriaco alla prossima Biennale di Venezia (13 maggio – 26 novembre 2017), ha impostato un attimo in un periodo di lunghezza infinita attraverso corpi immobili, che vengono trasformati in un minuto in vere e proprie sculture.

Con le One Minute Sculptures il lungo dibattito intorno alla scultura giunge a una svolta. La tridimensionalità domina il preciso e dettagliato processo di creazione, la partecipazione è l’essenza stessa delle sculture di Erwin Wurm che assumono forme continuamente differenti grazie alla presenza di persone comuni o volontari trovati tramite annunci pubblicitari. Le opere in un minuto di Erwin Wurm ridefiniscono il concetto statico legato alla più tradizionale idea di scultura, in quello dinamico dell’azione e della performance. Si tratta di veri e propri concetti che si rielaborano attraverso l’uso del paradosso e dell’ironia, indagando la capacità dell’uomo qualunque di rapportarsi alla vita quotidiana.

Lo sforzo fisico è un altro aspetto ricercato dall’artista che, insieme alla temporalità legata al qui ed ora, permette una riflessione formale sulla capacità umana di resistere a uno sforzo, immortalandolo nella sua percettiva manifestazione attraverso lo scatto fotografico, testimone di un azione che può riprodursi altre volte come una documentazione visiva di un attimo. L’idea di Erwin Wurm è sostanzialmente la possibilità di creare una scultura per tutti, attraverso il riutilizzo di oggetti comuni che acquistano significati e sensi inaspettati, sostengono e sfidano l’uomo in una sorta di ricongiunzione a volte sessuale che fa a pezzi la convenzionalità dell’arte scultoria.

 I lavori di Erwin Wurm parlano dell’essere umano in ogni sua forma dalla sua componente fisica, psicologica, politica e spirituale. I corpi utilizzati dall’artista austriaco creano connessioni non solo estetiche e concettuali ma relazioni fisiche e comportamentali che riproducono le tensioni e le impercettibili reazioni del corpo all’inconsueto e al fastidioso.

Le One Minute Sculptures sono la rappresentazione dell’imperturbabilità del corpo in una coreografica visione in cui domina il caso. L’uomo diventa il protagonista che permette all’installazione di anelare alla vita dall’impronta umoristica in un solo ma infinito minuto.

 

 

Corpi troppo grandi, corpi troppo piccoli. Le sculture di Ron Mueck

Ron Mueck, classe 1958, è un artista australiano che lavora in Gran Bretagna il cui lavoro è spesso associato alla corrente artistica dell’Iperrealismo. Proveniente da una famiglia di artigiani impegnati nella costruzione di giocattoli, Mueck cominciò la propria carriera lavorativa realizzando modelli e balocchi destinati alla televisione per bambini, lavorò per la pubblicità e per il mondo del cinema, diventando ideatore di effetti speciali ritenuti fantastici.

Il successo arrivò nel 1997, anno in cui creò Dead Dad, una scultura rappresentante una figura maschile defunta nuda, realizzata con l’utilizzo di silicone crudo, opera attraverso la quale è ben evidente l’interesse dello scultore verso la realizzazione, in senso imitativo, della forma umana. Osservando Dead Dad è subito possibile notare come l’artista, pur riproducendo nei minimi dettagli le fattezze del corpo umano, non riproduca in scala reale le dimensioni corporee, preferendo plasmare invece delle opere d’arte aventi un corpo o troppo grande, in cui vengono esaltati i particolari della superficie corporea, o troppo piccolo.

Sono le dimensioni delle sculture a colpire il pubblico, meraviglia e stupore invadono i sensi di colui che le ammira ma subito dopo, lo stesso, viene investito da una terribile sensazione di tristezza. A cosa è dovuto questo sentimento? Esaminando le sculture con una maggiore attenzione è evidente come i soggetti plasmati da Ron Mueck appaiono in solitudine, sono vulnerabili, anche se alcuni personaggi sono stati realizzati in coppia questi rimangono isolati dal pubblico circostante, come se vivessero in un mondo proprio, dove possono essere osservati ma a loro volta non possono osservare ciò che li circonda.

L’artista ha conferito alle proprie creazioni pose intime della vita quotidiana, una scelta che conduce il fruitore dell’opera a provare imbarazzo per aver violato la privacy dei soggetti. Se si ammirano gli sguardi e i gesti dei soggetti, si pensi ad esempio alla scultura Young Couple, del 2013, è lecito chiedersi cosa sta succedendo fra la giovane coppia, si vuole quindi entrare a far parte della psicologia dei due personaggi.

Anche se la personalità di Ron Mueck è spesso associata all’Iperrealismo il pubblico non cadrà mai nella tentazione di associare le sue creazioni a vere e proprie persone grazie alla riproduzione non in scala reale dei corpi. Nascita, maternità, amore e morte sono i temi affrontati dall’artista. L’illusionismo non viene inserito da Mueck nelle sculture, motivo per cui non si avrà l’impressione di trovarsi di fronte a una persona in carne e ossa.