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Movimento nello spazio. La scultura di Benvenuto Cellini e Giambologna

Il distanziamento sociale e la limitazione del movimento nello spazio sono due dei numerosi aspetti che hanno caratterizzato, ma anche cambiato, la vita dell’essere umano negli ultimi mesi a causa della pandemia provocata dal Covid – 19. Se dovessimo tradurre questi due concetti nell’arte figurativa, per esempio nella scultura, non immagineremo delle opere tendenti ad espandersi nello spazio, non immagineremo un groviglio di corpi uniti, la nostra mente immaginerebbe dei singoli individui, distanziati, con la costante paura del contagio. Tali “sculture immaginarie” sarebbero dunque ben diverse da quelle realizzate nel Cinquecento da artisti quali Benvenuto Cellini (1500 – 1571) e Giambologna (1529 – 1608), la cui eredità si può ammirare a Firenze ancora oggi, nella celebre Loggia Lanzi in Piazza della Signoria.
Il Perseo di Benvenuto Cellini, realizzato fra il 1545 e il 1554 su commissione di Cosimo I, è annoverato fra le più importanti creazioni scultoree fiorentine cinquecentesche. Si tratta di un’opera bronzea che riprende il mito di Perseo che decapita Medusa, una scultura che tiene conto della tradizione artistica fiorentina, che deve confrontarsi con opere di scultori quali Donatello e Michelangelo. Il Cellini rappresenta Perseo in piedi, sul corpo di Medusa, la quale è stata appena decapitata con la spada che l’eroe tiene impugnata nella mano destra, mentre la mano sinistra solleva con un gesto trionfante la testa, fatta di serpenti, della Gorgone. La scultura ha un chiaro significato politico: essa rappresenta l’affermazione di Cosimo I al potere, che dà un netto taglio alle passate esperienze repubblicane della città. Lo scultore attraverso la posa del braccio sinistro che solleva la testa del mostro e tramite il movimento del braccio piegato mantenente la spada, oltre al dettaglio degli schizzi di sangue uscenti dal collo della decapitata Medusa, crea un artificioso movimento nello spazio, costruendo in tal modo un’immagine che si apre nello spazio.
Lo stesso principio di libertà fu accolto dallo scultore Giambologna, come si può notare nell’opera Ratto delle Sabine del 1583, un gruppo gigantesco di tre figure marmoree, collocato per volontà di Cosimo I, come il Perseo del Cellini, nella Loggia Lanzi. La scultura rappresenta un episodio tratto dall’antica storia romana, il rapimento delle donne sabine, per volontà di Romolo, da parte degli uomini romani. L’artista riprodusse la drammaticità e la violenza di quel momento. I soggetti sono stati scolpiti con la tipica disposizione serpentina caratterizzante la scultura manierista, la massa è scandita da pieni e vuoti, il braccio della donna che si allunga verso l’alto sembra voler cercare l’aiuto dello spazio circostante. Proprio il movimento nello spazio caratterizzante la scultura di Cellini e Giambologna sarà d’esempio in una fase successiva per lo sviluppo dell’arte barocca.

Tomás Saraceno. Aria

Le opere di Tomás Saraceno (Argentina, 1973) possono essere interpretate come una ricerca continua tra arte, architettura, biologia, astrofisica e ingegneria. Le sue sculture sospese, i suoi progetti collettivi e le sue installazioni interattive propongono ed esplorano nuove forme sostenibili di vivere ed esperire la realtà che ci circonda. La sua arte coinvolge il pubblico in esperienze immaginative e partecipative per ripensare collettivamente il modo in cui abitiamo il mondo, al di là di una prospettiva solo umana.

In quello che costituisce il suo più grande progetto mai realizzato in Italia, l’artista trasformerà Palazzo Strozzi in un nuovo spazio unitario mettendo insieme sue celebri opere e una nuova grande produzione site specific. Affiancata da un ricco programma di attività interdisciplinari, la mostra creerà una sorta di organismo vivente tra l’umano e il non umano, il visibile e l’invisibile, in cui tutti gli esseri entrano in connessione contribuendo alla creazione di una nuova realtà condivisa.

 

 

Dal 22 Febbraio 2020 al 19 Luglio 2020

Firenze

Luogo: Palazzo Strozzi

Indirizzo: piazza Strozzi

Orari: Tutti i giorni inclusi i festivi 10.00-20.00; Giovedì 10.00-23.00

Curatori: Arturo Galansino

Enti promotori:

  • Fondazione Palazzo Strozzi
  • Studio Tomás Saraceno

Telefono per informazioni: +39 055 2645155

E-Mail info: info@palazzostrozzi.org

Sito ufficiale: http://www.palazzostrozzi.org

Dario Ballantini. Esistenze inafferrabili

Artista livornese dalla personalità poliedrica, Dario Ballantini, si dedica all’arte e alle arti performative da oltre trenta anni. Abile imitatore e attore, noto al grande pubblico per la sua camaleontica capacità di trasformista, l’artista rivela il suo volto più sincero nella pittura: un atto liberatorio che nasce da una profonda e inesauribile necessità espressiva.

Affascinato dagli esiti formali raggiunti dalle avanguardie storiche del primo ‘900 e in particolar modo dall’espressionismo tedesco, Ballantini elabora un linguaggio espressivo libero da schemi progettuali, caratterizzato dall’ uso dinamico del segno e del colore, con il quale esterna la sua visione del mondo.

In mostra a Firenze, una selezione di opere realizzate ad acrilico su tela, carta intelata e tavola, frutto della sperimentazione stilistica dell’ultimo decennio. Opere che presentano come tema fondante la condizione esistenziale dell’essere umano.
Pennellate dal cromatismo accentuato con una prevalenza di toni rossi, blu e neri, magistrali quanto frettolose, mettono in scena quanto di più inafferrabile esista nell’esistenza umana: l’uomo, vittima e carnefice del proprio tempo, si trova smarrito e inerme davanti all’incessante scorrere del tempo. Con semplicità e immediatezza di espressione, l’uomo di Ballantini si dimena nel caos generato dall’angoscia e dalla solitudine, e si interroga sul mistero della vita in un mondo incarnato dalla grande metropoli industriale. La città frenetica e allucinata, composta dai suoi edifici, lamiere e strade, ingloba, travolge e risucchia l’esistenza umana, in un gioco di decostruzione e ricostruzione del corpo umano, nel quale il volto tuttavia permane. Volti deformati e rapiti dall’angosciante presente, ancora capaci di reagire all’ineluttabilità della vita, come suggerito dai titoli delle opere trascritti sul recto dei suoi dipinti.

Ed è proprio il volto dell’essere umano indagato nelle sue mille sfaccettature e maschere, “il miglior paesaggio che ci possa essere in pittura”, così come afferma lo stesso Ballantini, a suggerirci una via di fuga dall’immane crisi esistenziale contemporanea: in quei volti, l’osservatore si riconosce e immedesima, trovando un principio di speranza e rinascita.

 

 

Dal 11 Gennaio 2020 al 31 Gennaio 2020

Firenze

Vernissage giovedì 11 gennaio alle 18

Luogo: Galleria d’arte La Fonderia

Indirizzo: via della Fonderia 42R

Orari: dal martedì al sabato 10:00 – 13:00 / 15:30 – 20:00

Telefono per informazioni: +39 055 221758

E-Mail info: info@galleriafonderia.com

Sito ufficiale: http://www.galleriafonderia.com

Dopo Leonardo. Francesco Salviati e il disegno nella Firenze del Cinquecento

La Fondazione Accorsi-Ometto di Torino, in occasione delle celebrazioni leonardiane del 2019, esporrà, per la prima volta al pubblico, un disegno recentemente entrato nelle proprie collezioni: l’Allegoria dell’Arno di Francesco Salviati.

La morte di Leonardo, avvenuta nel 1519, segnò l’inizio del periodo storico detto “Manierismo”. La creatività e la capacità tecnica del maestro toscano passarono in eredità ai più importanti artisti del Cinquecento fiorentino, i quali seppero coltivare l’arte del disegno, facendone uno strumento di autopromozione sociale.

Tra i più famosi, vi fu sicuramente Francesco de’ Rossi, detto Il Salviati (Firenze 1509 circa – Roma 1563) che, tra il 1543 e il 1545, dipinse, su committenza di Cosimo I de Medici, la Sala delle Udienze di Palazzo Vecchio, con le Storie di Furio Camillo. Un ciclo la cui complessità iconografica è testimoniata dai molti disegni preparatori, tra i quali proprio quello per l’Allegoria dell’Arno.

Questo evento diventa così un’occasione speciale per capire lo stretto legame esistente tra disegno e decorazione, tra idea ed esecuzione in un periodo magico della storica italiana quale fu il Rinascimento.

 

 

DAL 31/10/2019 AL 12/01/2020

Torino

LUOGO: Torino – Via Po 55 | Museo Fondazione Accorsi-Ometto

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 011 837688

SITO UFFICIALE: www.fondazioneaccorsi-ometto.it

ARTISTI: Francesco Salviati

Leonardo Ricci 100. Scrittura, pittura e architettura: 100 note a margine dell’Anonimo del XX secolo

In occasione del centenario dalla nascita di Leonardo Ricci, personalità di spicco nel panorama architettonico italiano del Secondo Dopoguerra, l’ex Refettorio di Santa Maria Novella a Firenze ospita dal 12 aprile al 26 maggio 2019 la mostra LEONARDO RICCI 100. Scrittura, pittura e architettura: 100 note a margine dell’Anonimo del XX secolo. Insieme ai materiali d’archivio dello CSAC di Parma, sono esposti per la prima volta i lavori conservati nella casa-studio dell’architetto a Monterinaldi. Schizzi di matrice espressionista, quadri di forte impatto materico e figurativo, frammenti di composizioni in mosaico, fotografie d’epoca e modelli dei progetti sono accostati ai disegni architettonici, in un collage che permette di fare luce su aspetti del lavoro di Ricci non ancora indagati, attraverso differenti livelli di espressione estetica. Documenti video/audio e brani di riviste contribuiscono a rendere comprensibile un messaggio poliedrico ma profondamente organico, tradotto magistralmente da Ricci anche attraverso la forma scritta. Il risultato è uno stupefacente quadro della ricchezza della ricerca teorica, della produzione artistica e dell’attività progettuale di Leonardo Ricci scrittore, pittore e architetto.

La mostra, curata da Maria Clara Ghia, Ugo Dattilo e Clementina Ricci, ha l’obiettivo di presentare la figura di Leonardo Ricci in maniera libera e asistematica, con un chiaro taglio interdisciplinare. A guidare il visitatore saranno stralci di Anonimo del XX Secolo, libro di respiro esistenzialista scritto da Ricci negli Stati Uniti nel 1957, “non un libro dotto per specializzati ma aperto a tutti”, come lo definiva il suo autore. “Il mio desiderio -scriveva- era quello di trattare alcuni argomenti strettamente connessi alla mia sfera di attività che si svolge principalmente nel campo dell’urbanistica e dell’architettura, ma in maniera non specifica”.

Divisa in sedici movimenti, come i sedici capitoli del libro, la mostra LEONARDO RICCI 100 propone un percorso aperto, vario eppure profondamente organico che mescola le trame delle discipline praticate da Leonardo Ricci, per mostrarne i legami sottesi e le interferenze. Le sezioni così mimano l’apertura del suo pensiero e mescolano opere di diversi periodi e di differenti provenienze, collezionando, invece che catalogando, la sua produzione, in cui si perdono i confini tra le discipline. Le sezioni diventano così possibili chiavi di lettura che aiutano a comprendere l’uomo che a Firenze aveva preso la lezione di Michelucci e l’aveva mescolata con quella dell’Astrattismo Classico. L’uomo che a Parigi aveva frequentato Albert Camus, Jean Paul Sartre e Le Corbusier e che poi si era spinto fino al Nord America, dove aveva conosciuto le pratiche dell’Action Painting.

Per ogni capitolo sono selezionate una serie di opere di discipline diverse, affiancate da alcuni brani del testo particolarmente significanti. L’attribuzione dei progetti ai diversi capitoli è funzionale a una lettura complessa e inclusiva, che non segue il principio dell’elenco ma del discorso aperto. L’itinerario di visita non vuole quindi essere lineare e accosta realizzazioni profondamente diverse per forma espressiva, epoca, destinazione d’uso e scala d’intervento, eppure vicine per ragioni di senso. Lo stesso metodo messo in atto da Ricci nella scrittura: i temi sono accostati o contrapposti senza seguire un ordine sistematico ma con un processo che l’autore definisce “logico”: non una ricerca di giustificazioni a priori, solo il desiderio semplice e incessante di trovare relazioni fra le cose che esistono e stabilirne di nuove.

Assomiglia a un agile compendio del Novecento la vita di Leonardo Ricci, un uomo che ha saputo attraversare le epoche, le filosofie e le nazioni, e che da queste ha tratto i fondamentali per costruirsi una visione personale del mondo e della pratica di architetto. Così in LEONARDO RICCI 100 ci si muove tra l’ottimismo utopico degli anni Quaranta della Firenze postbellica, dove Ricci partecipa ai concorsi per la ricostruzione dei ponti fiorentini, lavora con Savioli e Michelucci e scopre l’amore per la didattica, spostandoci verso le correnti esistenzialiste che ne influenzeranno l’opera letteraria, fino a toccare il primitivismo e il figurativismo mutuato da artisti come Schiele e Picasso, ma anche da contemporanei quali Corrado Cagli e Afro. Ampio spazio viene dedicato alla sua opera manifesto di Monterinaldi (la casa-studio Ricci del 1949, completata nel 1961), opera in cui si rintracciano i principali motivi della sua ricerca architettonica. Proprio in quest’area con Fiamma Vigo, nel 1955 Ricci dà vita a “La cava”, un evento in forma di manifestazione espositiva diventato celebre per la scelta di coinvolgere la collina intera di Monterinaldi, in un’azione collaborativa alla quale prendono parte liberamente architetti, pittori e scultori, in una completa integrazione fra le arti.

“Fare un’architettura vuol dire far vivere la gente in un modo piuttosto che in un altro” scrive Ricci in Anonimo del XX secolo, ripetendo una frase con cui pungolava i suoi studenti: ed è la domanda a cui risponde attraverso i villaggi per le comunità valdesi di Agape (1946-47) a Prali in Piemonte e di Monte degli Ulivi (1963-67) a Riesi in Sicilia, progetti in cui Ricci esprime pienamente la sua poetica comunitaria e il suo procedimento creativo, oppure con “La Nave” che realizza a Sorgane (Firenze), un edificio-città lungo 200 metri, in cui rivela le intenzioni del progettista di superare quegli aspetti critici che rintracciava nell’Unité d’habitation di Le Corbusier.

“Vi assicuro che senza essere visionari, senza essere futuristi, senza essere profeti, si può realizzare nella testa davvero una città felice per uomini felici. Ancora più semplicemente una città che tiene conto della possibilità della felicità.” Leonardo Ricci

Nella mostra trovano spazio anche le matrici organico-espressionista che caratterizzano le architetture di villa Mann Borgese a Forte dei Marmi (1957–59), o del progetto per la villa Pleydell–Bouverie, per la villa Balmain all’isola d’Elba (1958) e in molti altri progetti non realizzati, accanto al padiglione italiano per l’EXPO 67 a Montreal in Canada, dove la collaborazione con Emilio Vedova e Carlo Scarpa ribadisce le sue sensibilità ancora una volta aperte all’esplorazione di ambiti di 6 espressione artistica contigui all’architettura. E ancora: il progetto Model City per la Florida, i concorsi in Francia, l’attività di instancabile insegnante: le 100 note di architettura, pittura e architettura ci restituiscono oggi un ritratto multiforme d’artista.

Una ricerca aperta quella di Leonardo Ricci, che metteva al centro il benessere e il bonheur delle persone: in Anonimo del XX secolo scriveva “spero che ognuno vi trovi qualcosa di quello che cerca, che in questo mondo apparentemente incomunicabile uno scambio avvenga”. Questo approccio si traduce in un itinerario di visita non lineare, pensato appositamente da Eutropia Architettura, che accosta realizzazioni profondamente diverse, con un processo che Ricci definisce “logico”: non una ricerca di giustificazioni a priori, solo il desiderio semplice e incessante di trovare relazioni fra le cose che esistono e stabilirne di nuove.

Dal 12 Aprile 2019 al 26 Maggio 2019

Firenze

Luogo: Ex Refettorio di Santa Maria Novella

Indirizzo: piazza della Stazione

Curatori: Maria Clara Ghia, Ugo Dattilo, Clementina Ricci

Enti promotori:

Comitato Nazionale per le Celebrazioni del Centenario di Leonardo Ricci

Patrocinio di Comune di Firenze

Tesfaye Urgessa. Oltre

L’Andito degli Angiolini di Palazzo Pitti conferma la vocazione di spazio per il contemporaneo delle Gallerie degli Uffizi ospitando fino al 3 febbraio 2019 la mostra monografica Tesfaye Urgessa. Oltre.

Nato ad Addis Abeba nel 1983 Tesfaye Urgessa, seguendo la vocazione artistica della famiglia, completa nel 2006 gli studi presso la University School of Fine Arts and Design dove nei tre anni successivi ricopre il ruolo di insegnante. Nel 2009, grazie a una borsa di studio del Deutschen Akademischen Austauschdiestes (DAAD), si trasferisce a Stoccarda iscrivendosi alla Staatliche Akademie der Bildenden Künste.

L’arrivo in Europa apre nuove vie: i viaggi, le visite ai musei, le esperienze maturate nell’ambiente accademico, influenzano fortemente il suo modo di dipingere. Urgessa trasforma infatti l’incontro dal vivo con l’arte del XX secolo (dall’espressionismo tedesco alla School of London) in un’occasione di confronto in chiave di superamento, elaborando una potente cifra identitaria che gli garantisce l’apprezzamento della critica e del mercato dell’arte.

Le trentacinque opere esposte nelle sale dell’Andito degli Angiolini di Palazzo Pitti registrano la vulcanica creatività di questi raggiungimenti con una selezione che privilegia la produzione degli ultimi due anni tranne per qualche significativa eccezione. Così se Trapped in the flesh – quadro dipinto in occasione della mostra fiorentina – è stato scelto come focus di apertura, il percorso vero e proprio si snoda cronologicamente a partire da Waiting del 2010, opera emblematica del periodo in cui Urgessa, appena giunto in Germania, coglie con uno sguardo disincantato la solitudine del mondo occidentale, i suoi riti, le sue fobie.

A motivare l’artista non sono tuttavia intenti narrativi o di denuncia sociale, bensì la volontà di attivare con lo spettatore un dialogo basato su un terreno condiviso di vissuto. Si veda ad esempio la serie di dipinti Die Beobachteten – che ha avvio nel 2014 e di cui si espone il diciottesimo e più recente titolo – nella quale Urgessa, utilizzando una prospettiva dall’alto tipica delle telecamere di sicurezza, sollecita uno scambio di ruoli tra chi guarda e le figure del dipinto, le quali, scrutando verso l’esterno si trasformano da “osservati” in “osservatori”.

Tale reciprocità implica tuttavia anche il coinvolgimento di Urgessa che è solito immedesimarsi a tal punto nelle sue figure da ricalcarne inavvertitamente le pose mentre le dipinge sulla tela: «Se qualcuno si riconosce nelle mie figure così come io mi riconosco in loro, allora necessariamente si riconoscerà in me», dichiara infatti a riguardo.

Ad attivare questa triangolazione esperienziale sono grovigli di corpi, talvolta deformi e mutili, sempre rigorosamente nudi, accostati a oggetti prelevati dalla quotidianità secondo logiche private, che riempiono le tele con soluzioni estreme ma bilanciate, suscitando domande ed evocando memorie. Neppure Urgessa conosce la provenienza di quelle forme che affiorano senza sosta nella sua mente, trasformando la costruzione del dipinto in un sofferto scontro in cui i “pentimenti”, spesso radicali, rappresentano una tappa pressoché obbligata. Non c’è infatti premeditazione nelle sue composizioni, ma un’adesione alle logiche dell’inconscio e del caso in un’accezione talvolta ironica, talvolta irriverente. Così se in Die Waschlappen i guanti da bagno trasformati in pantofole forniscono un contraltare domestico alla solennità della Sacra famiglia, in Ich halte dich fest halten 2 sono gli interventi pittorici della figlia a fornire gli elementi chiave del dipinto e anche del titolo che ricalca una curiosa espressione linguistica inventata dalla bimba.

La mostra espone anche un disegno e quattro monotipi a esemplificare la dimestichezza di Urgessa con le tecniche e i materiali. Pur avendo oggi a disposizione un grande studio a Nürtingen, nei pressi di Stoccarda, l’artista continua a disegnare spargendo le carte sul pavimento proprio come al suo arrivo a Mannheim nel 2009 quando, non avendo altre possibilità, stendeva i fogli per terra, lasciando che l’impronta di una suola o una goccia di caffè caratterizzassero l’opera.

Nel percorso è anche presente uno dei tre autoritratti dipinti da Urgessa in omaggio alla collezione delle Gallerie degli Uffizi, esposto in simbolico pendant con un ipnotico Ritratto d’uomo: non un autoritratto fatto allo specchio o tratto da una fotografia, ma un autoritratto “a memoria”, passato anch’esso al vaglio della potente immaginazione dell’artista.

Fino al 03 Febbraio 2019

Firenze

Luogo: Palazzo Pitti

Indirizzo: piazza de’ Pitti

Orari: da martedì a domenica 8.15-18.50. Chiuso lunedì

Curatori: Eike D. Schmidt, Chiara Toti

Enti promotori:

MiBAC

Gallerie degli Uffizi

Firenze Musei

Costo del biglietto: intero 10 €, ridotto 5 €

Telefono per informazioni: +39 055 294883

Sito ufficiale: http://www.uffizi.it/

Solo. Medardo Rosso

Torna a Firenze per la prima volta dopo un secolo Medardo Rosso (Torino 1858 – Milano 1928), il più grande scultore italiano della Modernità. È l’artista torinese trapiantato a Parigi il nuovo protagonista del progetto Solo che vede il Museo Novecento dedicare periodicamente una mostra monografica a un artista del secolo breve. Dopo Emilio Vedova e Piero Manzoni, il terzo appuntamento, Solo. Medardo Rosso, curato da Marco Fagioli e Sergio Risaliti, aperto al pubblico il 20 dicembre (fino al 28 marzo) per celebrare le opere di uno scultore straordinario, sperimentatore e anticipatore indiscusso della contemporaneità. Lo stesso che nel 1910 in occasione della “Prima mostra italiana dell’Impressionismo e di Medardo Rosso” e per iniziativa di Ardengo Soffici (autore del celebre volume Il caso Medardo Rosso del 1909), di Giuseppe Prezzolini e della rivista La Voce, venne riconosciuto come “Maestro della Scultura europea proteso nella Modernità”.

La mostra di Firenze propone un percorso di rilettura dell’opera dello scultore fuori della consueta visione codificata di un Rosso prima naturalista e poi simbolista, per segnalare invece la sua assoluta originalità e specificità nell’ambito dell’arte moderna. La ricerca rivoluzionaria sul soggetto si traduce in sculture di piccole dimensioni, antimonumentali, caratterizzate da superfici scabre, in molti casi espressione di processi artigianali che vengono gestiti in autonomia dallo stesso Rosso nel suo atelier, vera e propria fucina alchemica moderna. Alla sua peculiare indagine sull’arte plastica si affianca, influenzandola e restandone influenzata, la sperimentazione in ambito grafico e fotografico, in cui si accentua la passione per il frammento e il taglio compositivo e per la componente vibratile e fantasmatica dell’immagine.

Osteggiato dalla critica italiana (Ugo Ojetti e Margherita Sarfatti), che lo aveva chiuso nell’ambito della Scapigliatura lombarda, e dalla cultura artistica accademica, lo scultore, che pure era stato protagonista riconosciuto dall’arte plastica nella Parigi degli ultimi decenni del secolo precedente, Rosso è divenuto via via nel Novecento, per la sua anticipazione della Modernità, l’importante punto di riferimento delle generazioni successive, da Boccioni a Manzù da Marini a Fontana.

Fino al 28 Marzo 2019

Firenze

Luogo: Museo Novecento

Indirizzo: piazza Santa Maria Novella 10

Orari: Lun – Mar – Mer – Ven – Sab – Dom 11-19; Giovedì 11-14. Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. 25 dicembre: giorno di chiusura

Curatori: Marco Fagioli, Sergio Risaliti

Enti promotori:

Comune di Firenze

Musei Civici Fiorentini

Museo Novecento

Costo del biglietto: intero € 8.50, ridotto € 4 (18-25 anni e studenti universitari), gratuito under 18, gruppi di studenti e rispettivi insegnanti, guide turistiche e interpreti, disabili e rispettivi accompagnatori, membri ICOM, ICOMOS e ICCROM

Telefono per informazioni: +39 055 286132

E-Mail info: info@muse.comune.fi.it

Sito ufficiale: http://www.museonovecento.it

It Plays Something Else

Diadora celebra un anniversario molto speciale: i 70 anni di attività, e per farlo sceglie la splendida cornice di Firenze, durante Pitti Immagine Uomo.

L’azienda ha deciso di rendere omaggio ai suoi 70 anni attraverso l’arte contemporanea e la cultura, realizzando l’esposizione It Plays Something Else.

Curata da Davide Giannella, la mostra celebra il marchio attraverso la produzione di una serie di opere d’arte e si sviluppa attorno all’idea di velocità come elemento comune ad ognuno degli sport di cui l’azienda è stata protagonista negli ultimi settant’anni grazie alla propria avanguardia stilistica e tecnologica, la manifattura e cura del prodotto made in Italy.

L’esibizione coinvolge una serie di artisti capaci di interpretare diversi linguaggi espressivi quali il design, la fotografia, le immagini in movimento e la scultura. I nomi coinvolti, tutti riconosciuti da parte di critica e pubblico sono: Ducati Monroe (Diego Perrone e Andrea Sala), Maisie Cousins, Gabber Eleganza, Invernomuto e Patrick Tuttofuoco.
La mostra, allestista nella splendida location della Stazione Leopolda, sarà inaugurata l’8 gennaio e nei due giorni successivi, il 9 e 10 gennaio, rimarrà aperta al pubblico dalle 11 alle 19 come omaggio alla città di Firenze.

Dal 08 Gennaio 2019 al 10 Gennaio 2019

Firenze

Luogo: Stazione Leopolda

Indirizzo: viale Fratelli Rosselli 5

Orari: 9-10 gennaio 2019 ore 11.00 – 19.00

Curatori: Davide Giannella

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Room – Maria Lai. L’anno zero

Il 20 dicembre il Museo Novecento ha inaugurato Room, nuovo spazio espositivo al piano terra, con un progetto dedicato a Maria Lai(Ulassai, 1919 – Cardedu, 2013), una delle più importanti artiste italiane del XX secolo. A quasi cento anni dalla nascita il museo rende omaggio a questa protagonista silenziosa dell’arte contemporanea, con la mostra L’anno zero (fino al 28 marzo 2019) dedicata ai presepi in terracotta, pietre, stoffa e legno, uno dei temi più cari all’artista, già presente a Firenze nella monografica Maria Lai. Il Filo e l’infinito, mostra dedicatale questa primavera a Palazzo Pitti.

Con i presepi Maria Lai – che nel corso della sua lunga vita si è dedicata con costanza ad una ricerca del tutto personale sulla delicata poesia dell’esistenza – coglie l’essenza stessa della povera immagine della nascita del Messia e dell’adorazione di pastori e Magi tratta dal Vangelo, e ne fissa l’anno della nascita con un titolo emblematico: l’anno zero. Inizio della storia e vertigine del simbolo che si trovano all’incrocio tra favola ed epica, tra terra e cosmo, tra umano e divino. Dalle mani di Maria Lai nascono manufatti poveri costruiti con sapienza antica, piccoli monumenti al desiderio di pace e di fratellanza che parlano prima di tutto all’infanzia, minuscole scenografie che riproducono il mondo intero, la storia, i sogni e le utopie che resistono sparsi dovunque sulla terra, tra i popoli. Ogni presepio è un’invenzione inedita che non ripete mai se stessa e rinnova la matrice originale, quella trama evangelica che sempre replica un’esperienza di avvicinamento al sacro, alla manifestazione del dio tra noi.

Il presepe prima di tutto è per l’infanzia, quell’epoca della vita che sappiamo non essersi mai conclusa e mai compiuta. Il mondo in piccolo del presepe resta sempre in bilico tra favola e storia, tra il fatto miracoloso, unico e irrepetibile, e l’accadere quotidiano che sempre si ripete: un bambino nasce in una catapecchia ma è il re del mondo, e sua madre, una bella ragazza sposata a un falegname, l’ha partorito da vergine. L’ordine normale degli eventi umani si rispecchia in un disegno superiore. Questa eco, questa risonanza nella storia del sacro è quanto affascina del presepio. Ma è un sacro che parla nel linguaggio della favola, per la meraviglia dei bambini, e questo è il suo potere affabulatorio e un tantino magico, incantatorio.

Pensando al presepe in termini seriali, ma praticandolo con lo sguardo dell’infanzia poetica, Maria Lai supera la fredda esecuzione concettuale per entrare nel mondo della pura immaginazione, in quello della affabulazione figurativa, incrociando antropologia e metafisica, favola e teologia. Nelle sue opere la semplicità lirica del linguaggio del poeta, la beatitudine musicale del soliloquio mistico, accolgono e amplificano in senso profetico la sua forte, essenziale, voce politica, che registra le grandi lotte e le piccole rivoluzioni, le paure e i dolori, le guerre fratricide e i collassi planetari.

Fino al 28 Marzo 2019

Firenze

Luogo: Museo Novecento

Indirizzo: piazza Santa Maria Novella 10

Orari: Lun – Mar – Mer – Ven – Sab – Dom 11-19; Giovedì 11-14. Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. 25 dicembre: giorno di chiusura

Curatori: Sergio Risaliti

Enti promotori:

Comune di Firenze

Musei Civici Fiorentini

Museo Novecento

Costo del biglietto: intero € 8.50, ridotto € 4 (18-25 anni e studenti universitari), gratuito under 18, gruppi di studenti e rispettivi insegnanti, guide turistiche e interpreti, disabili e rispettivi accompagnatori, membri ICOM, ICOMOS e ICCROM

Telefono per informazioni: +39 055 286132

E-Mail info: info@muse.comune.fi.it

Sito ufficiale: http://www.museonovecento.it

Lo schermo dell’arte Film Festival – XI edizione

Sarà Peter Greenaway ad aprire l’undicesima edizione dello Schermo dell’arte Film Festival, progetto internazionale dedicato alle molteplici interazioni tra cinema e arte, che si terrà a Firenze dal 13 al 18 novembre prossimo. Oltre cinquanta gli ospiti attesi tra artisti, registi, produttori e addetti ai lavori, tra cui gli artisti Dani Gal, Jumanna Manna, Ila Beka, Driant Zeneli, Barbara Visser, Gabrielle Brady, Diego Marcon, Jordi Colomer, Phil Collins, la regista Lisa Immordino Vreeland, i curatori Sarah Perks, Andrea Lissoni, Hila Peleg, i produtori Yorgos Tsourgiannis, Beatrice Bulgari e Anna Lena Vaney.

L’apertura uffciale del festival sarà preceduta martedì 13 novembre alle ore 18.00 dalla inaugurazione alle Murate. Progetti Arte Contemporanea della mostra European Identtes. New Geographies in Artstst Film and Video, a cura di Leonardo Bigazzi, protagoniste le opere di 12 giovani artsti residenti in Europa che lavorano con le immagini in movimento.

Confermando la specificità della sua programmazione tra cinema e arte, il festival riunisce circa 25 film tra lungometraggi e corti, film d’artista e documentari. Tra quest’ultimi sono le anteprime italiane di Kusama- Infinity (2018) di Heather Lenz, dedicato alla novantenne artista giapponese Yayoi Kusama, una delle figure più celebri della scena contemporanea, che dal 1977 vive per sua scelta nell’ospedale psichiatrico Seiwa ma dipinge quasi quotidianamente nello suo studio a Shinjuku; The End of Fear (2017) di Barbara Visser che ricostruisce, a distanza di oltre vent’anni, la vicenda dello scempio subito nel 1986 dal celebre dipinto Who is Afraid of Red, Yellow and Blue III dell’astrattista americano Barnett Newman conservato allo Stedelijk Museum di Amsterdam; Love, Cecil di Lisa Immordino Vreeland, Stati Uniti (2017), che racconta la complessa personalità e il talento del designer e fotografo di moda Cecil Beaton, ritrattista ufficiale della Regina Elisabetta, attraverso rari materiali di archivio e brani tratti dai suoi diari.

Tra i film d’artista Lo schermo dell’arte è orgoglioso di presentare il toccante Island of the Hungry Ghosts (2018) dell’artista australiana Gabrielle Brady, il cui progetto è stato siiluppato nel 2015 nell’ambito di Feature Expanded, programma di formazione del festival. Vincitore di numerosi riconoscimenti tra cui il Best Documentary Feature Award del Tribeca Film Festival 2018 e recentemente il Feature Documentary Award dell’Adelaide Film Festival 2018, il film è stato nominato nella shortlist dei premi dell’Australian Academy of Cinema and Television Arts. Girato a Christmas Island nota per il fenomeno della migrazione di milioni di granchi dalla giungla al mare, narra l’esperienza di una giovane psicologa impegnata nel dare sostegno ai migranti che lì arrivano da tutto il Medio Oriente.

L’approccio delicato e la scoperta di una figura originale e fuori dagli schemi sono gli elementi del bel film Moryama-San (2017) di Ila Beka e Louise Lemoine dedicato a Yasuo Moriyama, eremita urbano di Tokyo appassionato di musica noise – la colonna sonora è di Otomo Yoshihide – che vive in modo del tutto personale gli spazi di una straordinaria casa a piccoli padiglioni disegnata dall’architetto Ryūe Nishizawa considerata un esempio dell’architettura giapponese contemporanea.

Tra i corti si segnalano tre film accomunati da atmosfere misteriose e sospese: nell’acclamato Monelle il giovane artista italiano Diego Marcon, vincitore del MAXXI Bulgari Prize 2018, illumina il buio della sala cinematografica con spari di flash che rivelano inquietanti abitanti di uno spazio fortemente connotato da un’estetica razionalista, quello della celebre Casa del Fascio di Como dell’architetto Giuseppe Terragni in Who Was the Last To Have Seen the Horyzon? del giovane artista Driant Zeneli, che nel 2017 ha partecipato al programma di formazione VISIO dello Schermo dell’arte e che rappresenterà l’Albania alla prossima Biennale di Venezia, quattro personaggi e un cane fluttuano in un ambiente alieno, oscuro e silenzioso; mentre in Blue, presentato in anteprima, il super premiato filmmaker e artista tailandese Apichatpong Weerasethakul condensa le atmosfere surreali tipiche del suo cinema in uno scenario che allude alla condizione tra sogno e veglia.

 

 

Dal 13 Novembre 2018 al 18 Novembre 2018

Firenze

Luogo: Cinema La Compagnia e altri luoghi

E-Mail info: info@schermodellarte.org

Sito ufficiale: http://www.schermodellarte.org