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Un acquario di pesci, ed io… posso essere ognuno di loro. Intervista a Francesco Cogoni

Chi è Francesco Cogoni?
Di Francesco Cogoni nel mondo ce ne sono sicuramente molti, dipende a quale tra le persone con quel nome ci si riferisce, comunque, per generalizzare andando oltre la categoria chiusa di persone presenti nell’insieme denominabile “persone che si chiamano Francesco Cogoni”, mi verrebbe da dire che non si può dare una risposta, (a meno che non si stia parlando di un sistema finito), dare una risposta secca ad una domanda simile non è semplicemente riduttivo, ma è una violenza alla libertà dell’individuo, la sua possibilità di cambiare, di essere interpretato in maniera diversa.

Come è nato il tuo amore per l’arte?
Il mio amore per l’arte è nato con me ed è cresciuto inconsciamente sino al 2006.
Mi incuriosisce l’arte come mi incuriosiscono le cose della vita, ogni cosa del mondo ci comunica in maniera molto complessa e differente, dal colorito di un passante malato alle strisce nere sull’asfalto, dal movimento delle nuvole al suono del pianto di una donna…
Alla fine il mio amore per l’arte è proporzionale all’amore che ho per la conoscenza, e non è altro che amore per il mondo che l’uomo costruisce dentro di sé.

Quali sono le esperienze che ti hanno portato a fare arte?
Facendo mente locale non ricordo un momento, ho sempre disegnato, ho sempre fatto cose particolari, che in un certo senso, “comunicavano”, da bimbo ad esempio rubavo la macchina fotografica e fotografavo di tutto, la televisione, i miei giocattoli, gli oggetti, le forme, infatti i miei genitori quando andavano a sviluppare il rullino si ritrovavano con molte foto da buttare, delle volte il fotografo non le sviluppava neanche, infatti me ne sono rimaste poche, come mi sono rimasti pochi disegni, ma sono rimaste molte storie, come quella volta che ho innaffiato il soggiorno con la pompa perché volevo trasformarlo in un acquario in cui nuotare con i pesci, era l’estate del 1995 da quello che mi raccontano, in realtà feci solo un gran danno, ma per conoscere queste storie bizzarre bisognerebbe intervistare i miei genitori, ne ricorderebbero di più.

Quale campo dell’arte occupi?
Occupo la vita, perciò faccio tutto quello che mi va, quando mi va, non credo nelle classificazioni a priori, sono sempre fasulle.
Nel corso degli anni mi è capitato di fare disegno, pittura, scultura, fotografia, video, performance, teatro (con il gruppo Ferai), il clown al reparto pediatrico del Brotzu (con l’associazione Sognoclown), poi diverse installazioni, sonorità, scrittura, e tanto altro, il mio percorso è molto articolato, dal 2006 mi hanno cominciato a chiamare artista e da allora questa classificazione mi è rimasta addosso, insomma… mi tengo occupato e spesso il risultato tocca i fruitori.

Ti ha notato qualcuno o ti sei fatto scoprire da solo?
Non saprei rispondere, non mi sono mai impegnato a farmi conoscere, non mi interessa.
La prima personale, Buon appetito del 2013 nello spazio Suoni e Pause di Cagliari l’ho fatta perché due miei amici hanno parlato del mio lavoro a Irma Toudjian e lei incuriosita si è interessata, la seconda personale tenuta al temporary story della fondazione Bartoli Felter e curata da Efisio Carbone si è posta in essere grazie a Irma che mi ha accompagnato dal notaio Bartoli per farli conoscere quello che stavo facendo.
Poi mi sono dedicato ad una serie di interviste (pensate all’inizio come un opera d’arte partecipata), pubblicate su ConnectivArt e Cagliari Art Magazine, interviste che ho cominciato a fare nel 2015 grazie a Mimmo Di Caterino che mi concesse uno spazio nella webzine…
Ma nel corso degli anni ho fatto molte cose anche fuori dalla Sardegna, ho lasciato qualcosa in ogni posto in cui ho viaggiato e vissuto, fatto performance come trasportare cadaveri finti in tappeti da un punto all’altro della piazza, o abbandonare lavori nelle città, invadendo con l’arte pezzi di tessuto urbano, queste cose le facevo già dal 2006, da quando ho iniziato a capire che il mio era un percorso artistico, mi piaceva l’idea del dare arte, come si dona l’elemosina, e questi atti non mi hanno mai dato una “fama”, non hanno mai fatto notizia, l’indifferenza è senza dubbio un brutto segnale della cattiva salute di una comunità, anche se mi auguro che chi mi incrociò durante quelle azioni ancora se ne ricordi!

Cosa pensi del mondo dell’arte odierno?
Il mondo dell’arte è troppo articolato e vasto per parlarne così su due piedi, se per esso si intende il mondo delle espressioni artistiche ovviamente, sarei costretto a parlare di sottoinsiemi ristretti, dinamiche presenti nel territorio locale, di quelle che conosco, italiche o estere per il poco che ho potuto sondare, ma che poi sono composte da tantissimi operatori del settore che partecipano a circuiti chiusi quasi sconosciuti, o conosciuti da quel migliaio di persone, oppure artisti che magari neanche si espongono e che fanno delle cose anche molto interessanti ma delle quali nessuno parla, se invece per “mondo dell’arte odierno” si intende di quel mondo sostenuto da forze economiche rilevanti, penso che sia una parte valorizzata tantissimo, sia a livello mediatico che curatoriale, che nonostante tutto l’impegno a renderla interessante non riesce ad avere la forza che ho visto in lavori e situazioni molto povere, poi pur di non annoiare l’arte contemporanea riconosciuta sta somigliando sempre di più ad un luna park e sempre meno a qualcosa che fa riflettere e crescere culturalmente.

Che cosa vuoi comunicare con la tua arte?
Dipende dal progetto, ogni linguaggio si forma in dipendenza da una “modalità dell’intelletto” creata a sua volta come reazione al mondo circostante, il linguaggio è come una forma di vita, nasce e si sviluppa al fine di interagire con il mondo esterno, di riuscire a comunicare col mondo del mondo interiorizzato.
Potrei dire in generale che con la mia arte voglio comunicare i modi di comunicazione che si sono formati in me, ma anche una serie di contenuti comunicativi diversi, fortemente dipendenti dalla forma di comunicazione che ho deciso di usare al fine di comunicare ciò che sto comunicando.

Progetti futuri?
A maggio farò una personale negli spazi del palazzo Siotto a Cagliari, sto riportando alla luce un progetto del 2009 che all’epoca chiamavo “universi in carta straccia”, una poetica legata al concetto di scarto e di cura, di protezione delle cose fragili.
Poi cose nuove non saprei… sto scrivendo molto ultimamente, sto cucendo la pelle urbana del mio Clown (il vestito), poi sto ancora dipingendo i miei cieli dal 2016 senza stancarmi mai, sono sempre nuovi… e infine prendo appunti per nuove sculture e installazioni che se avrò occasione, un giorno realizzerò.

Si può vivere di sola arte?
Si, si può vivere di sola arte, magari in alcuni momenti è difficile e bisogna saper fare bene i conti e sapersi arrangiare, ma ci sono esempi comprovati che si può vivere anche molto bene di sola arte, io per certo so che non potrei vivere senza.
Ringrazio Francesco Cogoni per la sua immensa disponibilità e vi ricordo a maggio l’appuntamento a Palazzo Siotto.

Non mancate!