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Tony Lewis. Museo Marini Firenze

Comity and Plunder la prima personale in europa in uno spazio istituzionale del giovane artista afroamericano Tony Lewis (chicago, 1986), dedicata e realizzata appositamente per la cripta del museo. Lewis è uno degli artisti più rappresentativi della sua generazione e si colloca nella tradizione di artisti concettuali le cui opere analizzano il linguaggio, le parole, gli oggetti e il loro effetto. Il suo lavoro è prevalentemente costruito in relazione alla scrittura e al suo valore semantico e lessicale. I caratteri usati sono quelli dei diversi linguaggi siano essi quello stenografico, quello dei fumetti, e un progetto on-going è tratto dal libro life’s little instruction book, vero e proprio vademecum moralizzatore figlio dell’ideologia classista della società americana contemporanea. In mostra sono presentati principalmente nuovi lavori o opere che vengono ripensate in dialogo con l’architettura della cripta. Per la prima volta l’artista ha deciso di lavorare anche con un materiale diverso dalla grafite, utilizzando per una delle opere dei pigmenti puri tipici della tradizione pittorica fiorentina. Questa mostra presenta una forma artistica esoletteraria che si attiva programmaticamente attraverso più codici. Dei floor drawing, grandi disegni\sculture, occuperanno vaste aree della cripta; vere e proprie appropriazioni di quello che in tedesco potremo definire come raum – luogo, stanza, spazio – oggetti che trasformano la rigidità geometrica delle superfici andando a mostrare un accumulo e una informe e incontrollabile spazialità, evocando come dice Lewis stesso le soft sculpture di Oldenburg e gli assemblage di Chamberlain, lavorando per oggettivizzare e concettualizzare quello che l’artista definisce il most powerful object ossia il pavimento dello spazio dove si trova a lavorare. Alle pareti di alcuni ambienti della cripta compaiono dei disegni; in essi la parola viene destrutturata e il valore semantico e segnico delle lettere assume una autonomia rispetto alla composizione. La parola scelta è legata ad un rimando, ad un’evocazione personale, ad una sensazione rispetto al luogo: lo spazio espositivo del Museo Marini un tempo la cripta di una chiesa – per mille anni luogo di sepoltura dei frati del convento di San Pancrazio – luogo di passaggio dalla vita terrena a quella celeste, oggi luogo di creazione e di resistenza, la stessa che nelle parole delle opere dell’artista si può sentire e che non può variare. il rapporto non risolto tra superficie e spazio oltre il piano, posto tra la fisicità dell’immagine e il suo costituire confine e barriera, ha nella scrittura una presentazione mai risolta, rinnovando ogni volta nuove questioni che l’immagine pone.

Fino al 23 Aprile 2016

Museo Marino Marini

orario: 10 – 17
Chiuso martedì, domenica e giorni festivi

intero: euro 6
ridotto: euro 4

Piazza San Pancrazio, Firenze

Tanto non capirai niente. Tony Lewis

Il lavoro di Tony Lewis è incentrato sulla comunicazione e la tramandabilità di informazioni o concetti. Nella serie di opere Gregg Shorthand Drawings al centro di fogli di grandi dimensioni, con pieghe, rappezzamenti e macchie scure, campeggiano dei simboli corsivi tracciati con la grafite chiaramente identificabili come scrittura, ma di difficile interpretazione. Sono i simboli del sistema stenografico in uso negli Stati Uniti, Gregg Shorthand.
La stenografia è quel tipo di scrittura veloce che permette di riportare un discorso su carta, alla stessa velocità di chi parla. Questo mediante abbreviazioni di parole e semplici segni fonetici, un po’ come un alfabeto semplificato. Si omettono quindi lettere mute (numerose in inglese) e si utilizza lo stesso segno per suoni simili o composti. È dunque, più della scrittura tradizionale, un sistema per fissare e tramandare qualcosa di importante ma evanescente come un discorso, la cui partecipazione di pubblico è limitata.
Questo tipo di linguaggio è però sicuramente meno conosciuto dell’alfabeto latino, è comprensibile ad un numero ristretto di persone. Il suo scopo divulgativo è raggiunto a metà.

Lewis si cura di utilizzare polvere di grafite, quella che compone la mina delle matite, e carta per realizzare la quasi totalità delle sue opere.
Carta e matita, gli oggetti più semplici e diffusi per comunicare, usati anche dai bambini. I primi che ci vengono a portata di mano per appuntare qualcosa di memorabile per noi stessi o per qualcun altro.

Un sistema di scrittura veloce che permette di non perdere neanche una parola, strumenti veloci e semplici di facile reperibilità poi però quel che Lewis riporta sul foglio è un singolo segno, non un discorso, non una frase e neanche una parola compiuta.
Ricordano graffiti da strada, l’urgenza di lasciare la propria memoria, di dire qualcosa a chi passa, di farsi sentire da tutti senza distinzioni.
Ma nonostante tutti questi sforzi la comunicazione non avviene affatto.

Tutta la preoccupazione e l’ingegno messo in atto nella storia per trascrivere un pensiero espresso a parole e poter raggiungere più persone, poterle includere nel messaggio, renderle parte del discorso e farlo proseguire potenzialmente fino alla fine dei tempi, viene irreparabilmente meno.
Rimane un segno grafico affascinante che attira a se lo sguardo ma non comunica assolutamente niente.
Si legge una critica all’arte stessa, ai modi che assume oggi, a volte comprensibili a pochi o forse a nessuno. Arte a volte compiaciuta dell’immagine, della forma, del mezzo, della materia di cui è fatta ma senza alcun messaggio dietro. C’è della nostalgia in queste opere, manifesti rovinati, spiegazzati, rotti e sporchi come vecchi reperti che vorremmo ci parlassero ma alla fine non capiamo niente.