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Fabio Orsi. Il ricordo improvviso dell’assoluto stupore

Kromìa è lieta di presentare il nuovo progetto del fotografo, compositore e musicista Fabio Orsi, Il ricordo improvviso dell’assoluto stupore, in una serata speciale artistica e musicale in collaborazione con Riot Laundry Bar, spazio polifunzionale dedicato a musica, arte, moda, food e lifestyle.

In mostra, una trentina di opere fotografiche di medio formato, tratte dalla nuova serie Il ricordo improvviso dell’assoluto stupore di Fabio Orsi, oltre al box set della serie completa, cofanetto in edizione limitata edito da Backwards, contenente libro fotografico e vinile musicale LP Picture Disc, inserto e cartolina.

Inoltre, nel corso della serata con aperitivo di inaugurazione, Fabio Orsi suonerà in una esibizione dal vivo dando voce, coi suoni ammalianti ed evocativi della sua musica, alle atmosfere sospese delle sue fotografie, ampia serie in bianco e nero dedicata alle sottili epifanie di bellezza nel quotidiano, e alle impalpabili, ma irretenti, spontaneità e illuminazioni emotive da esse spalancate.

Dopo l’evento del 23 giugno, la opere in mostra resteranno in esposizione presso Riot Laundry Bar fino al 7.7.2017, e resteranno in vendita, oltre che presso Riot Laundry Bar, anche presso Spazio Kromìa.

L’evento sarà anche occasione per Kromìa di presentare, in espansione dell’attività della sua sede storica di via Diodato Lioy, il suo nuovo corner espositivo e di vendita – dedicato in particolare a opere di piccolo formato in gift box – presso Riot Laundry Bar, spazio di creatività e incontro trasversale in piena linea con la mission Kromìa di allargamento della fruizione artistica e dell’espressione fotografica.

 

 

Dal 23 Giugno 2017 al 07 Luglio 2017

NAPOLI

LUOGO: Riot Laundry Bar

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 081 19578491

Il Vesuvio di Andy Warhol

Da venerdì 14 aprile 2017 a Palazzo Zevallos Stigliano a Napoli sarà possibile ammirare le due serigrafie Vesuvius (nero) e Vesuvius (rosso) di Andy Warhol, appartenenti alle raccolte d’arte di Intesa Sanpaolo.

La serie Vesuvius fa parte di un ciclo di lavori realizzato dal maestro della Pop Art Americana nel 1985 in occasione dell’omonima mostra tenutasi al Museo di Capodimonte e organizzata dal gallerista Lucio Amelio. L’immagine del vulcano partenopeo fu replicata da Warhol su differenti toni cromatici con l’obiettivo di esaltarne il valore spettacolare e minaccioso in occasione di un’improvvisa eruzione.

«Per me l’eruzione è un’immagine sconvolgente, un avvenimento straordinario ed anche un grande pezzo di scultura […] Il Vesuvio per me è molto più grande di un mito: è una cosa terribilmente reale».  Andy Warhol.

Il rapporto creativo del grande artista con la città di Napoli risale agli inizi degli anni ‘80 quando Warhol realizzò l’opera Fate presto (ora conservata presso il Palazzo Reale di Caserta nella collezione TerraeMotus), una reinterpretazione della prima pagina del quotidiano Il Mattino che invocava l’intervento dei soccorsi in occasione del terribile terremoto in Irpinia.

Fino al 05 Maggio 2017

Napoli

Luogo: Gallerie d’Italia – Palazzo Zevallos Stigliano

Costo del biglietto: Biglietto congiunto mostra e collezioni permanenti: intero 5 €, ridotto 3 €. Gratuito per convenzionati, scuole, minori di 18 anni e ogni prima domenica del mese

Telefono per informazioni: 800.454229

E-Mail info: info@palazzozevallos.com

Sito ufficiale: http://www.gallerieditalia.com/

Steve McCurry. Senza confini

La nuova rassegna allestita nel Palazzo delle Arti di Napoli, oltre a presentare il nucleo essenziale delle sue fotografie più famose insieme ad alcuni lavori più recenti e ad altre foto non ancora pubblicate nei suoi numerosi libri, mette in particolare evidenza la sua attività di fotografo, impegnato “senza confini”  nei luoghi del mondo dove si accendono i conflitti e si concentra la sofferenza di popolazioni costrette a fuggire dalle proprie terre. Il tema è purtroppo di grande attualità e Steve McCurry lo ha documentato fin dalla fine degli anni ’70.
Il percorso di visita si apre con una sezione di foto in bianco e nero, scattate da Steve McCurry tra il 1979 e il 1980 nella sua prima missione in Afghanistan, dove era entrato insieme ai mujaheddin che combattevano contro l’invasione sovietica.
La mostra propone infine a tutti i visitatori una audioguida in cui McCurry racconta i suoi scatti in prima persona, con appassionanti testimonianze e alcuni filmati dedicati ai suoi viaggi, all’avventura della sua vita e della sua professione. Per conoscere meglio il suo modo di fotografare, ma soprattutto la sua voglia di condividere la prossimità con la sofferenza, con la gioia e con la sorpresa.
Fonte beniculturali.it
Data Fine: 12 febbraio 2017
Costo del biglietto: 11,00 euro
Prenotazione:Facoltativa
Luogo: Napoli, Palazzo delle Arti di Napoli
Città: Napoli
Provincia: NA
Regione: Campania
Orario: Tutti i giorni 9,30 – 19,30 – domenica 9,30 – 14,30Domenica 30 Ottobre e 6 Novembre apertura dalle 9.30 alle 19.30. Chiuso il MartedìLa biglietteria chiude un’ora prima
Telefono: 199151121
E-mail: info@sudest57.com
Sito web

Mimmo Paladino tra pittura e scultura: l’arcaicità della Transavanguardia

Mimmo Paladino è un artista italiano noto per essere uno dei principali esponenti del movimento della Transavanguardia, fondato da Achille Bonito Oliva nel 1980, individuante un ritorno alla pittura dopo le varie correnti concettuali sviluppatesi negli anni ‘70.

L’Espressionismo storico e il Neo – Espressionismo della Germania degli anni ’70 sono la base d’ispirazione della Transavanguardia. La riduzione dell’immagine, ove sono presenti solamente gli elementi espressivi fondamentali, con i colori accesi e violenti costituiscono i punti cardine della pittura di Mimmo Paladino, tratti dai movimenti espressionisti precedentemente citati ma personalizzati con un tocco di gusto mediterraneo, una scelta che rende le opere dell’artista italiano più solari e meno drammatiche.

Nelle opere di Mimmo Paladino è possibile riconoscere l’impronta delle forme d’arte tradizionali, pittura, scultura e grafica, visibili a un qualsiasi fruitore grazie alla scelta operata dall’artista di realizzare immagini riconducibili a un mondo primitivo, arcaico, in cui semplici segni, ma eleganti allo stesso tempo, contribuiscono a plasmare le forme. La semplicità e il vasto numero di segni permettono all’osservatore di immergersi in un mondo dotato di una nuova cultura, è come trovarsi all’interno di un villaggio esotico, sconosciuto, in cui è possibile divertirsi a decifrare un linguaggio novello e ignoto.

Il rosso è il colore che investe le opere pittoriche transavanguardiste del Paladino, come è possibile osservare in opere quali Il visitatore della sera (1985) o Campi flegrei (1982 – 1983) le semplici figure rappresentate ricordano le pitture rupestri, uno stile primitivo, non elaborato, privo di inutili dettagli coinvolge lo sguardo del fruitore trascinandolo in universo incontaminato.

Mimmo Paladino non si limita a un operato artistico vincolato solo alla pittura, egli infatti espande i caratteri della Transavanguardia al di fuori del campo pittorico realizzando un’opera ambientale di grandi dimensioni, Montagna di sale, realizzata a Napoli nel 1995. E’ ancora una volta l’elemento arcaico ad assumere un ruolo fondamentale nell’opera, visibile attraverso la semplicità della montagna salata, che riprende la forma della cupola della chiesa vicina, e attraverso le forme elementari, prive di dettagli naturalistici, dei cavalli neri sopra collocati. Non è solo la semplicità delle forme a conferire arcaicità all’opera, lo stesso materiale, il sale marino, è un materiale arcaico, che unito allo schematico cavallo ricorda la storia sepolta sotto la città campana.

 

 

Canevari. Casamadre Napoli

Nelle opere più recenti Paolo Canevari rinuncia alle possibilità metamorfiche del linguaggio, forse per nascondere o cancellare l’idea stessa dell’arte come espressione. Con la serie di Monumenti alla memoria (dal 2011), una teoria di quadri neri ricavati da un campionario di geometrie che hanno a che fare con l’arte e l’architettura, la necessità di una separazione radicale del manufatto artistico dal contesto vissuto è in effetti un dato acquisito. Deposti gli strumenti e i materiali come le camere d’aria, i pneumatici, le tecniche vecchie e nuove, disegno e video, sembra che Canevari voglia forzarci a definire diverse regole di pensiero nei confronti dell’arte, elaborando per conto proprio una fisiognomica della cosa artistica da sottoporre a nuove, innumerevoli prove. Questo è il suo modo perverso di azzerare i suggerimenti e le modalità tecniche della rappresentazione: che siano gli spettatori a determinare il senso, se ne hanno davvero intenzione e bisogno. In fondo l’arte non è che la sua enunciazione formale, una calligrafia in cui ritrovare il piacere sensuale della sottomissione a un ordine precostituito, autoproducentesi all’infinito. Cancellando dal lavoro ogni riferimento mondano, Canevari cerca e incontra l’essenza di un’iconografia tradizionale, benché ogni possibile figurazione anneghi nelle superfici delle tele nere dei Monumenti, vuoto simulacro metafisico di ogni afflato soggettivo e intimista. Nei nuovi lavori napoletani avviene però un’alterazione, uno sviamento; dalle sagome maestose o minute che siano vediamo ora staccarsi superfici che fremono e s’increspano sotto la mano dell’artista. Queste superfici che emergono dal fondo in un rimando scultoreo sono in polietilene, la nera materia plastica che avvolge le balle dell’immondizia come un gigantesco sudario. Ciò che affiora è la premeditazione concettuale di un’etica in forma di ipotesi artistica: come non avvertire anche le flatulenze ribollenti della politica delle ecoballe campane e il dolore e l’impazienza di una intera comunità in balia di architetture effimere e mortifere? Nella cornice monumentale dell’arte tutte le forme di vita tornano ad agitarsi in un teatro barocco di pieghe su pieghe, linee su linee, archi su archi. Ed è solo un gioco di luci e di ombre quello che estrae molteplici immagini da un magma di percezioni indefinite, prese dalla storia dell’arte, ma non per questo meno reali dei pregiudizi fabbricati sotto i riflettori altrettanto luminosi dei media. Enfatizzando l’iconografia tradizionale di segni votati alla più radicale inespressività, in un linguaggio di pura astrazione, l’opera napoletana di Canevari con un gesto poetico si riaffaccia sul mondo vissuto, che non è paesaggio famigliare e sfondo nature ma fondo oscuro, nera luccicanza di tutta la storia, di tutta l’arte, patrimonio di una moltitudine, fardello di ciascuno.

Fino al 15 Maggio 2016

CASAMADRE Napoli

Piazza dei Martiri 58, Napoli

Tosatti. My dreams, they’ll never surrender

La coscienza delle idee di Gian Maria Tosatti

My dreams, they'll never surrender, Installation view, Castel Sant'Elmo, Tosatti©

My dreams, they’ll never surrender, Installation view, Castel Sant’Elmo, Tosatti©

Molto spesso accade che l’arte contemporanea, con le sue provocazioni e bizzarrie, riesca a far scoprire e rivivere degli spazi antichi per lunghi anni dimenticati, come è accaduto al Castel San’Elmo di Napoli, fortezza di difesa ed ex carcere della città.

Un grande sole artificiale che illumina un campo di grano piantato nei sotterranei, ecco l’installazione di Gian Maria Tosatti, un lavoro emozionante e carico di significati. L’opera riflette sull’importanza della forza creativa delle idee dell’uomo e soprattutto della capacità che hanno le stesse di piegare i limiti fisici imposti dalla costrizione di uno spazio.

E’ visibile unicamente dall’alto attraverso una piccola finestra , una sorta di visione a volo di uccello, che mette ancora più in evidenza l’immensa estensione, lunga più di un chilometro, di spine di grano che si stagliano nel punto più profondo e buio della prigione, la cisterna.

Un’opera dedicata a tutti coloro, rivoluzionari e non, che hanno speso le loro vite in carcere a causa delle loro idee e dei loro valori e che, nonostante tutto, da una cella sono stati capaci di cambiare la Storia.

Un omaggio velato a personaggi come Nelson Mandela, Rubin “Hurricane” Carter e Antonio Gramsci, depositari di un’eredità di pensiero.

My dreams, they'll never surrender, Installation view, Castel Sant'Elmo, Tosatti© 2

Un’eredità e una coscienza che in tutti noi deve essere alimentata ogni giorno: ecco perchè Tosatti sceglie di realizzare l’installazione non con materiali indistruttibili ma semplicemente con delle spighe che, se non curate costantemente, tenderanno inevitabilmente a marcire e a cadere nell’oblio proprio come le bellezze ed i patrimoni dello Stato italiano.

[Sara Costa]

Boris Mikhailov, Io non Sono Io

Organizzata dal Museo Madre in collaborazione con Incontri Internazionali d’Arte e Polo museale della Campania, Villa Pignatelli – Casa della fotografia, Io non Sono Io è la prima mostra dedicata da un’istituzione pubblica italiana a Boris Mikhailov (Kharkov 1938), insieme alla retrospettiva che, nell’autunno del 2015, è stata dedicata all’artista da Camera – Centro Italiano per la Fotografia di Torino.
Mikhailov è uno dei più autorevoli fotografi contemporanei. Nato in Ucraina, la sua ricerca – avviata negli anni Sessanta mentre lavora come ingegnere in una fabbrica – verrà ripetutamente boicottata dal regime sovietico. Nelle sue serie fotografiche Mikhailov affronta una molteplicità di temi che indagano i profondi, radicali e spesso traumatici cambiamenti che hanno investito, e ancora oggi investono, il suo paese natale.
L’artista stesso ha dichiarato: “Ritengo che il fenomeno che sto raccontando al mondo è, nella sua essenza, il post-comunismo o il post-sovietico. La Russia è sempre stata del resto un mondo di cataclismi sociali, come è emerso chiaramente lungo tutto il corso del XX secolo”. Ma, per traslato, la disintegrazione sociale conseguente alla fine dell’Unione Sovietica, sia in termini di strutture comunitarie e condizioni di vita che di ripercussione sulla coscienza dei singoli, assurge nelle immagini di Mikhailov a una valenza universale in grado di dare rappresentazione all’identità contemporanea nella sua frammentazione fra inclusione ed esclusione, progresso e emarginazione, identità e sradicamento, stanzialità e migrazione, divenendo testimonianza di una dignità insopprimibile così come delle comuni radici etiche di ogni essere umano.
La mostra al Madre approfondisce il tema del ritratto e dell’autoritratto e, quindi, la matrice intimamente autobiografica di tutta la ricerca di Mikhailov; in cui i temi della crisi identitaria e dell’oppressione sociale, della povertà iniqua e della miseria pura, dell’abbandono e della solitudine, oscillano costantemente fra guerra e pace, isolamento e tentativo del suo superamento nel confronto con l’altro.
È in questa dinamica che Mikhailov volge lo sguardo della sua macchina fotografica nelle pieghe del reale, alla ricerca di una verità comune che, attraversando i confini dello spazio e del tempo, riecheggia toni della grande arte europea, dalla pittura barocca all’interesse per i “vinti” della pittura e della fotografia ottocentesca, fino alla ricerca di una responsabilità personale e civile propria delle avanguardie storiche del XX secolo, di cui l’artista condivide lo slancio utopico e sperimentale.

boris_mikhailov, copyright

boris_mikhailov, copyright

A cura di: Andrea Viliani con Eugenio Viola