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Pierre Soulages il «maestro del nero»

L’artista di Rodez che compirà 100 anni alla fine dell’anno, ha trovato la strada della pittura grazie al foglio. Il museo consacrato all’artista nella sua città natale espone in una mostra l’integralità di centodiciotto opere realizzate su foglio, donazione della coppia Soulages nel 2005. Questa esibizione dovrebbe essere vista da chi è amante dell’arte astratta, perché Soulages fu uno dei maggiori esponenti del movimento alla fine della Seconda guerra mondiale. L’artista si fece notare da giovane grazie ai suoi dipinti e alla passione che loro trasmettono e anche se il suo nome può rimanere sconosciuto, sono numerosi i musei attraverso il mondo che espongano le sue opere.
Pourquoi le noir? Parce-que.

Soulages usa il nero da sempre, le sue opere sono per gran parte monocrome. Tintura di mallo di noce, inchiostro, carboncino… e il paradosso del suo lavoro è come il nero, una volta modellato dall’artista, diventa una materia che tramite la luce prende sfumature e colori diversi. Per settant’anni, i segni che Soulages crea sulla tela appaiono in base alla luminosità e al nostro movimento. Così il movimento sul nero esiste grazie alla luce.

Se andate a fare un giro nel sud-ovest della Francia e avrete quindi la possibilità di fermarvi a Rodez, potrete vedere la mostra consacrata ai disegni su foglio (dal primo uso del ‘mallo di noce’ nel ‘46 fino ai suoi ultimi nei primi del 2000) nella stanza d’esposizione temporanea, dove sono presentati con una selezione di fotografie e di filmati sull’artista, con uno spazio di documentazione che mette in luce gli ultimi acquisiti del museo.

Canevari. Casamadre Napoli

Nelle opere più recenti Paolo Canevari rinuncia alle possibilità metamorfiche del linguaggio, forse per nascondere o cancellare l’idea stessa dell’arte come espressione. Con la serie di Monumenti alla memoria (dal 2011), una teoria di quadri neri ricavati da un campionario di geometrie che hanno a che fare con l’arte e l’architettura, la necessità di una separazione radicale del manufatto artistico dal contesto vissuto è in effetti un dato acquisito. Deposti gli strumenti e i materiali come le camere d’aria, i pneumatici, le tecniche vecchie e nuove, disegno e video, sembra che Canevari voglia forzarci a definire diverse regole di pensiero nei confronti dell’arte, elaborando per conto proprio una fisiognomica della cosa artistica da sottoporre a nuove, innumerevoli prove. Questo è il suo modo perverso di azzerare i suggerimenti e le modalità tecniche della rappresentazione: che siano gli spettatori a determinare il senso, se ne hanno davvero intenzione e bisogno. In fondo l’arte non è che la sua enunciazione formale, una calligrafia in cui ritrovare il piacere sensuale della sottomissione a un ordine precostituito, autoproducentesi all’infinito. Cancellando dal lavoro ogni riferimento mondano, Canevari cerca e incontra l’essenza di un’iconografia tradizionale, benché ogni possibile figurazione anneghi nelle superfici delle tele nere dei Monumenti, vuoto simulacro metafisico di ogni afflato soggettivo e intimista. Nei nuovi lavori napoletani avviene però un’alterazione, uno sviamento; dalle sagome maestose o minute che siano vediamo ora staccarsi superfici che fremono e s’increspano sotto la mano dell’artista. Queste superfici che emergono dal fondo in un rimando scultoreo sono in polietilene, la nera materia plastica che avvolge le balle dell’immondizia come un gigantesco sudario. Ciò che affiora è la premeditazione concettuale di un’etica in forma di ipotesi artistica: come non avvertire anche le flatulenze ribollenti della politica delle ecoballe campane e il dolore e l’impazienza di una intera comunità in balia di architetture effimere e mortifere? Nella cornice monumentale dell’arte tutte le forme di vita tornano ad agitarsi in un teatro barocco di pieghe su pieghe, linee su linee, archi su archi. Ed è solo un gioco di luci e di ombre quello che estrae molteplici immagini da un magma di percezioni indefinite, prese dalla storia dell’arte, ma non per questo meno reali dei pregiudizi fabbricati sotto i riflettori altrettanto luminosi dei media. Enfatizzando l’iconografia tradizionale di segni votati alla più radicale inespressività, in un linguaggio di pura astrazione, l’opera napoletana di Canevari con un gesto poetico si riaffaccia sul mondo vissuto, che non è paesaggio famigliare e sfondo nature ma fondo oscuro, nera luccicanza di tutta la storia, di tutta l’arte, patrimonio di una moltitudine, fardello di ciascuno.

Fino al 15 Maggio 2016

CASAMADRE Napoli

Piazza dei Martiri 58, Napoli