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Pietro Manzo. Momento Zero

Partendo da immagini di luoghi in cui l’intervento umano era ormai talmente consolidato da essere quasi invisibile (cave di marmo, ponti, viadotti), Manzo interviene riportando i panorami al loro momento zero.

Strati di olio su fotografie stampate si sedimentano con l’unica intenzione di cancellare l’intervento umano nell’ambiente; restaura un equilibrio millenario nascondendo le dolorose tracce del suo passaggio sotto veli di colore.

Quello che impressiona nelle opere di Pietro Manzo è l’ambiguità, eco degli interventi di Land-Art degli anni ’60, che si viene a creare fra gesto artificiale e stato naturale. Il fianco di una montagna sembra quasi un velo innaturale posto sulla maestosità di una cava di marmo. Ciascuna delle opere in mostra è il ritratto stridente di una natura incontaminata, resa paradossalmente poco credibile dalla totale assenza, inconcepibile nella mente dell’uomo moderno, di qualunque accenno alla civiltà.

Il rapporto di Pietro Manzo con il territorio si fa sempre più stretto, fisico, tanto da diventare una relazione non più solo estetica ma anche tangibile. Come fossero sassi di Richard Long, Manzo porta in galleria gli stessi frammenti di pietra che preleva dalle montagne sventrate. Dipinti ad olio su lastre di marmo, sfridi di cava oppure prove forensi di un delitto consumatosi nella totale indifferenza. La project room ospita una serie di frattali, su cui è dipinta l’immagine della montagna da cui provengono; una sineddoche, singole gocce di sangue che contengono il DNA del corpo intero.

 

 

Opening 7 ottobre h.18:30

Dal 07 Ottobre 2017 al 18 Novembre 2017

Roma

Luogo: White Noise Gallery

Il realismo sociale e intimista di John Currin

«I can’t get rid of my trashiness as an artist».

Se potessimo agitare in uno shaker diversi ingredienti come il Rinascimento, i modelli fashion contemporanei e le riviste più popolari, con un pizzico di vena grottesca, ecco che avremmo come risultato il prodotto intellettuale di John Currin, caratterizzato da un realismo che viaggia dall’intimismo all’afflato sociale.

Le figure ritratte dal pittore americano testimoniano l’individualità dell’espressione, in cui il linguaggio usato tende a privare di ogni simbolicità l’oggetto rappresentato.

La pittura sembra essere, una volta ancora, il mezzo con cui viene veicolato un messaggio. La stessa tecnica finissima di Currin sembra essere non il fine ma l’espediente col quale diffondere un contenuto che si alterna tra pietas cristiana e condanna alla modernità borghese.

I soggetti sono sempre ragazze e donne, contemporanee e d’altri tempi, descritte minuziosamente dall’olio limpido come vernice e da limitate pennellate che descrivono corpi di mature donne appassite da una parte e fiorenti giovani dall’altra.

Si tratta perlopiù di immagini perverse, figure satiriche esorcizzate da Currin che filtra dalla società moderna i messaggi più subdoli ed erotici.

Il risultato è una perfetta sintesi tra gradevolezza e deformità, in quanto le opere dell’artista nordamericano ammaliano e, contemporaneamente, suscitano repellenza.

Il mix garantito dalla grazia morale e dalla pornografia dei sessi enfatizzati sottolinea la soggettività dello sguardo figlia del proprio tempo.

«A lot of my themes in painting, to the extent that there are intentional themes, are meant to bring that conundrum into high relief». John Currin