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Andrea Zanninello. Persone & Personaggi

Una carrellata di ritratti fortemente espressivi, dipinti da Andrea Zanninello, danno vita alla nuova rassegna Persone & Personaggi allestita da giovedì 6 aprile presso la Mirafiori Galerie, lo spazio permanente dedicato all’arte contemporanea che è parte integrante del Mirafiori Motor Village.

Andrea Zanninello è un giovane artista emergente, che, in parallelo alla formazione accademica in corso, si distingue sul territorio torinese ponendo la propria firma nel campo figurativo. Nei suoi quadri propone un linguaggio visivo/materico realizzando ritratti, ricchi di particolari, ma riconoscibili nel gesto incisivo capace di riflettere i suoi stati d’animo nell’istante creativo e quelli dei soggetti scelti, raggiungendo un impeccabile virtuosismo nel risultato.

Le opere ritraggono artisti e personaggi noti – da Marylin Monroe a Robert De Niro, dall’escapologo e illusionista Harry Houdini cui è dedicato un trittico, a Roberto Benigni, da Michael Jackson a Johnny Cash – ma anche persone che fanno parte della vita dell’artista. In esposizione anche un suo divertente e ironico autoritratto (l’ultimo nella carrellata riportata in alto). Si tratta in tutto di 18 pannelli realizzati con tecnica mista, olio su tela, pastello e aerografo.

«Mi piace disegnare ritratti perché restituiscono e fissano per sempre “pezzi di vita”, momenti della mia ma anche delle persone che scelgo – spiega Andrea Zanninello – Il mio percorso muove da un orientamento figurativo iperrealistico per arrivare, come nelle opere esposte alla Mirafiori Galerie, a un approccio più realistico che preferisco perché, essendo più istintivo, mi consente di esprimere e comunicare emozioni in modo più diretto, immediato e intenso».

Dal 06 Aprile 2017 al 30 Aprile 2017

Torino

Luogo: Mirafiori Galerie

Costo del biglietto: ingresso gratuito

E-Mail info: i.delmonte@inevidence.it

Opening giovedì 6 aprile, dalle 18 alle 20

Piero Ligas. Ritratti d’anima

Piero Ligas ha inaugurato la sua nuova collezione dal titolo Ritratti d’Anima visitabile sino all’undici di Aprile 2017 al Coffe Art di Cagliari.

Ligas è un artista locale, che si avvicina alla pittura da autodidatta, il cui percorso artistico è rivolto alla ricerca del proprio io, da sfoggiare in una pittura astratta con un gioco cromatico accesso.

Restare indifferenti all’intensa espressività e al cromatismo della prova pittorica del maestro sardo è difficile, infatti la pittura evoca quel qualcosa di magico, che ci attrae coinvolgendo lo sguardo nella sua narrazione.

I colori contengono una forte valenza simbolica che rimanda al mondo interiore dell’artista, la percezione del colore ha un fondamento oggettivo che oltrepassa le differenze culturali e costituisce un linguaggio universale.

Vengono evocate suggestioni nel fruitore dell’opera, tra un inconscio e mistero, mediante uno scambio contemplativo dell’arte. Concetti difficili vengono resi più semplici attraverso l’uso dell’immagine e del colore, marcato da contorni sempre più netti.

La predominanza di alcune tonalità cromatiche come il viola, il rosso accesso, il nero, mostrano un desiderio tra la sintesi della energia e un calmo appagamento, l’unione dell’elemento materiale con quello spirituale nel gradevole carattere offerto dal viola.

Il percorso artistico è correlato a contenuti psichici, mediante un gioco di colori e luci.

Le opere dell’artista mostrano uno slancio vitale, un’idea di perfezione e delicatezza, sensibilità e fragilità nella figura umana. Il tutto è mitigato da tonalità decise, con una tinta che non mostra incertezze. I contorni neri esaltano e hanno una funzione passiva inglobata da altre tinte. Il nero può rappresentare non solo il nulla finito. La figura umana proietta un’immagine di sé.

Nei Ritratti d’anima è lo sguardo a catturare l’attenzione, gli occhi dell’inconscio e contatto con il mondo esterno, esprimono l’io che è presente in ognuno di noi. La pittura del maestro suggerisce, sia per le tinte che per il tratto, sentimenti forti, dove traspare un’inquietudine, espressa dal gesto grafico, dove il contatto con la realtà sembra solo una pallida visione.

Con quest’opera l’artista esprime se stesso e il suo Io.

 

 

Cagliari

Mostra visibile al coffee Art-Piazza Tristani

Tutti i giorni fino all’11 aprile 2017

 

Giovanni Prini. Il potere del sentimento

La Galleria d’Arte Moderna di Roma cambia veste fino al 26 marzo, per ospitare nei suoi spazi la prima mostra istituzionale sull’opera di un protagonista quasi dimenticato del Novecento: Giovanni Prini. Nei suoi tre piani sono distribuite circa centotrenta opere, la maggior parte delle quali inedite, realizzate dall’artista nei materiali, tecniche, dimensioni e stili più vari tra i primi del Novecento e gli anni Cinquanta.

La complessa figura di Prini, artista eclettico e multiforme nonché insegnante all’Accademia di Belle Arti e accademico di San Luca, è indagata sia dal punto di vista dell’evoluzione artistica, sia da quello del ruolo ricoperto nella vivace vita culturale della Roma di inizio Novecento.

Il percorso della mostra, a cura di Maria Paola Maino, comprende infatti sia diverse sezioni dedicate alle varie sfaccettature dell’opera dell’artista, come l’interesse per il socialismo umanitario e le tematiche sociali, quello per la ceramica e le arti applicate, la vocazione per l’infanzia e per l’indagine dei sentimenti, sia largo spazio per l’approfondimento del suo rapporto con l’ambiente artistico del tempo. Quest’ultimo aspetto risulta particolarmente interessante, dal momento che Prini fu in effetti un punto di riferimento fondamentale per tutti i giovani artisti e intellettuali attivi a Roma nella prima metà del Novecento, e il suo salotto (creato assieme alla moglie poetessa Orazia Belsito) era frequentato abitualmente «dalle personalità artistiche giovani sulle quali si contava di più in quel tempo» – come scrive Gino Severini nella sua autobiografia – ovvero da personaggi del calibro di Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Sibilla Aleramo, Duilio Cambellotti, Severini stesso e tanti altri.

Al salotto di casa Prini è interamente dedicata la prima sala della mostra, che raccoglie e confronta le opere e i ritratti reciproci scambiati con gli amici artisti e alcuni mobili realizzati da Prini stesso, e, assieme alla copiosa documentazione d’archivio esposta, illustra perfettamente il suo ruolo di figura capace di far gravitare attorno a sé una intera generazione. Sono presenti infatti all’interno della mostra anche numerose vetrine contenenti non solo fotografie, studi, bozzetti, album e taccuini dell’artista, ma anche lettere, biglietti e cartoline scambiate con gli amici e colleghi, a sottolineare ancora una volta il suo peso e la sua eredità all’interno del panorama romano, eredità presente anche a livello fisico in tutta la città, come testimonia un interessante pannello in mostra, che fornisce una mappatura di tutte le opere dell’artista presenti ancora oggi sul territorio romano.

 

 

Fino al 26 marzo 2017

Galleria d’Arte Moderna

Via Francesco Crispi, 24

Roma

 

http://www.galleriaartemodernaroma.it/mostre_ed_eventi/mostre/giovanni_prini

 

 

Angelo Brancato. Quale Arte?

Dal 10 al 24 febbraio lo spazio curatoriale Simultanea Spazi d’Arte, ideato e diretto da Roberta Fiorini e Daniela Pronestì, presenta la mostra dell’artista Angelo Brancato (1974) a cura di Gaetano Terrana.

Di origini siciliane, da anni ormai Brancato vive ed opera a Firenze. Talento precoce, inizia a disegnare fin da bambino, riuscendo a mantere intatta negli anni la stessa immediatezza espressiva dell’infanzia. Una spontaneità a tratti selvaggia e certamente priva di un rigore logico; una pulsione interiore che invade lo spazio con un gesto deciso, instintivo, per niente interessato alle tendenze dell’arte attuale. Brancato è alla continua ricerca di un’espressione assoluta: i suoi paesaggi tracciano un movimento continuo, un vortice di colori che, con la loro intensità quasi allucinata, risucchiano lo sguardo dell’osservatore e spingono l’idea stessa di paesaggio ai limiti dell’astrazione. I ritratti raccontano invece di una società prigioniera del pensiero individuale, dispersa, disorientata, sempre alla ricerca del proprio equilibrio.

«Nonostante il mondo sia convinto di correre velocemente ed essere all’avanguardia – afferma l’artista – non sa che in questo preciso istante si trova agli antipodi del tempo».  Parole da cui si evince una visione lucida e implacabile dell’uomo contemporaneo, del suo delirio di onnipotenza destinato a tradursi – sembra dirci Brancato – in amara disillusione (Gaetano Terrana).

Fino al 24 Febbraio 2017

Firenze

Luogo: Simultanea Spazi d’Arte

Curatori: Gaetano Terrana

E-Mail info: simultaneaspazidarte@gmail.com

Sito ufficiale: http://simultaneaspazidarte.blogspot.it

Miaz Brothers. Hazy state of affairs

Wunderkammern Milano è lieta di dare inizio al nuovo anno presentando Hazy state of affairs, la mostra personale del duo italiano Miaz Brothers. I Miaz Brothers (Milano, 1965 e 1968) vivono e lavorano a Valencia, Spagna.

Vincitori del prestigioso 5° Premio Arte Laguna sezione Pittura nel 2011 e dell’Amposta Museum of Contemporary Art International Biennial Prize nel 2010, gli artisti hanno esposto a Thetis negli spazi dell’Arsenale di Venezia e vantano mostre in importanti gallerie e fiere d’arte internazionali. I Miaz Brothers hanno inoltre favorito luoghi espositivi non convenzionali per la potenzialità di questi ambienti di incoraggiare una reazione spontanea del pubblico. Ad inizio carriera, in piena fase di sperimentazione, i due fratelli hanno viaggiato in tutto il mondo ed esplorato diverse tecniche artistiche, tra le quali video, pittura e fotografia.

Gli artisti sono oggi celebri per il loro approccio innovativo e originale al ritratto: attraverso un uso sapiente degli acrilici producono opere enigmatiche ed evocative, nelle quali la rappresentazione appare completamente sfocata. Stimolando associazioni mnemoniche e personali nella mente dell’osservatore, il loro lavoro aspira ad attivare la nostra percezione visiva e cognitiva.

Con la mostra personale Hazy state of affairs a Wunderkammern Milano, le loro opere divengono metafora dello stato della società contemporanea in cui la verità degli eventi è offuscata ed alterata e resta impossibile da comprendere.

L’estetica dei Miaz Brothers costruisce le sue fondamenta sui meccanismi dell’interpretazione. Essa attua un cortocircuito tra realtà ed immaginazione, certezza e dubbio. Si è attratti dalle delicate ed eteree sfumature di colore, e si è allo stesso tempo invitati a prendere distanza dal dipinto per sintetizzare l’immagine. Non esistono linee che delimitano il soggetto, né sono riconoscibili i dettagli tipici della ritrattistica. Le opere sono simultaneamente astratte e figurative e l’osservatore è costretto ad interpretare in maniera soggettiva l’immagine di una verità sfocata.

Dal 16 Febbraio 2017 al 08 Aprile 2017

Milano

Luogo: Wunderkammern Milano

Curatori: Giuseppe Ottavianelli

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 02 84078959

E-Mail info: wunderkammern@wunderkammern.net

Sito ufficiale: http://www.wunderkammern.net

Berenice Abbott. Topografie

Il Museo MAN è lieto di annunciare l’imminente apertura della prima mostra antologica in Italia dedicata a Berenice Abbott (USA, 1917-1991), una delle più originali e controverse protagoniste della storia fotografica del Novecento.

Terza di un grande ciclo dedicato alla Street Photography, la mostra al MAN di Nuoro, a cura di Anne Morin, presenta, per la prima volta in Italia, una selezione di ottantadue stampe originali realizzate tra la metà degli anni Venti e i primi anni Sessanta. Suddiviso in tre macrosezioni – Ritratti, New York e Fotografie scientifiche – il percorso espositivo fornisce un quadro generale del grande talento e della variegata attività di Berenice Abbott.

Nata a Springfield, in Ohio, nel 1898, Berenice Abbott si trasferisce a New York nel 1918 per studiare scultura. Qui entra in contatto con Marcel Duchamp e con Man Ray, esponenti di punta del movimento dada. Con Man Rayin particolare, stringe un rapporto di amicizia che la spingerà a seguirlo a Parigi e a lavorare come sua assistente tra il 1923 e il 1926. Sono di questo periodo i primi ritratti fotografici dedicati ai maggiori protagonisti dell’avanguardia artistica e letteraria europea, da Jean Cocteau, a James Joice, da Max Ernst ad André Gide. Ritratti che – secondo molti interpreti – costituiscono il canale espressivo attraverso il quale Berenice Abbott – lesbica dichiarata, in un’epoca ancora lontana dall’accettare l’omosessualità femminile – racconta la propria dimensione sessuale.

Allontanatasi dallo studio si Man Ray per aprire il proprio laboratorio di fotografia – frequentato da un circolo di intellettuali e artiste lesbiche – già nel 1926 Abbott espone i propri ritratti nella galleria Le Sacre du Printemps. È in questo momento che entra in contatto con il fotografo francese Eugène Atget, conosciuto per le sue immagini delle strade di Parigi, volte a catturare la scomparsa della città storica e le mutazioni nel paesaggio urbano.

Per Abbott è un punto di svolta. La fotografa decide di abbandonare la ricerca portata avanti fino a quel momento e di fare propria la poetica del negletto Atget – del quale, alla morte, acquisterà gran parte dell’archivio, facendolo conoscere in Europa e negli Stati Uniti – dedicandosi, da quel momento in poi, al racconto della metropoli di New York.

La mostra al Museo MAN, realizzata grazie al contributo della Regione Sardegna e della Fondazione di Sardegna, racconta le tre principali fasi della produzione fotografica di Berenice Abbott attraverso una ricca selezione di scatti, tra i più celebri della sua produzione, e materiale documentario proveniente dal suo archivio.

Berenice Abbott, Dorothy Whitney, 1926, Fonte arte.it

Dal 17 Febbraio 2017 al 31 Maggio 2017

Nuoro

Luogo: Museo MAN

Costo del biglietto: intero € 5, ridotto € 3 (dai 18 ai 25 anni), gratuito under 18

Telefono per informazioni: +39.0784.252110

E-Mail info: info@museoman.it

Sito ufficiale: http://www.museoman.it

Inaugurazione Venerdì 17 febbraio ore 19

Philippe Pasqua, l’artista della vulnerabilità

«Io non voglio dipingere le persone come appaiono. Voglio dipingere le persone come sono». Lucian Freud.

La citazione del pittore Lucian Freud è la chiave di lettura che è stata scelta in questa sede per trattare l’esperienza artistica di un altro pittore e scultore, il francese Philippe Pasqua (1965), il quale operato è chiaramente influenzato dal lavoro di Freud, da Jenny Saville e da Francis Bacon, artisti che non solo possiedono la stessa energia nel tratto creativo, ma che, come Pasqua, hanno condotto un’attenta indagine intorno agli attimi intimi del corpo umano e alle emozioni facciali.

I ritratti di Philippe Pasqua danno all’osservatore la straordinaria sensazione di essere vivi, l’artista rende giustizia a ciò che è vulnerabile ritraendo persone portatrici della sindrome di Down, ciechi e transessuali, ovvero individui che ancora oggi purtroppo sconvolgono la società. Ogni volto rappresentato è il risultato di un continuo conflitto esistente tra ciò che la società tende a tollerare, quindi tra ciò che viene mostrato, e fra ciò che viene represso, ovvero fra quello che gli individui vorrebbero nascondere.

I volti rappresentati da Pasqua, in modo particolare i ritratti realizzati con le vernici, sono ben lontani dalla tendenza artistica secolare del rappresentare i volti così come sono realmente, l’artista non si cimenta nella banale riproduzione reale o per così dire “fotografica” dell’aspetto esterno, Pasqua propone invece una visione psicologica del soggetto, propone al pubblico il carattere fragile dell’uomo, la parte vulnerabile dell’essere umano, ponendo così in luce la debolezza che è celata nell’interiorità umana.

Concentrarsi sulla rappresentazione dei ritratti consente all’artista francese di prestare la massima attenzione al volto del soggetto, non concedendo attenzioni ad altri dettagli per non alterare l’immagine creata. E’ l’energia proposta dalla pittura di Pasqua a conferire carattere all’immagine, il gesto violento ma delicato allo stesso tempo e che conferisce lo stato di shock a chi osserva le opere permette all’interiorità del soggetto preso in esame di emergere in tutto il suo tragico splendore, facendo ricordare all’uomo, a quell’osservatore figlio di una società dominata dalla tecnologia e dal denaro, che esiste un’umanità vulnerabile, che esiste la caducità delle cose terrene.

Sempre alla Vanitas, ossia alla vulnerabilità, Pasqua dedica le sue opere scultoree, consistenti in teschi umani ricoperti, per esempio, di farfalle, simbolo per eccellenza della morte, della fugacità della vita, tematica che tende ad avvicinare l’artista francese all’operato del britannico Damien Hirst e che ancora una volta invita l’essere umano a riflettere sulla temporaneità dei beni materiali e sulla bellezza insita nella brevità della vita.

L’essere umano non è eterno e invincibile, non bisogna celare il suo essere fragile, così Philippe Pasqua propone un’arte indirizzata verso la reale essenza dell’essere vivente, dipinge e scolpisce l’uomo come è realmente, vulnerabile.

 

Elizabeth Peyton, ritrattista dell’età contemporanea

La passione per il disegno, per un’attività creativa, per un mondo chiamato Arte, è il sentimento che ha accompagnato l’artista americana Elizabeth Peyton (1965) fin da quando era bambina, un talento che l’ha resa una fra le più squisite ritrattiste dell’età contemporanea.

La lettura della storia di Napoleone ha significato una svolta per la carriera artistica della Peyton, in quanto ha fatto capire alla ritrattista che una persona, con la propria forza e con l’impegno impiegato per il raggiungimento di un obbiettivo, può cambiare il mondo. Fare qualcosa di importante è l’ambizione di Elizabeth Peyton, la ragione per cui ella dipinge i ritratti.

Anche se la donna opera in un’età in cui il non figurativo assume un ruolo dominante rispetto al figurativismo non si è mai fatta scoraggiare nel proseguimento del suo operato. Il figurativismo ha sempre fatto parte della storia dell’umanità, l’uomo non ha mai rinunciato a realizzare opere dal soggetto riconoscibile ai propri occhi, così, consapevole dei gusti del pubblico, Elizabeth Peyton concentra la propria passione per l’arte nell’ambito della ritrattistica.

Musicisti, scrittori come Oscar Wilde, artisti quali Manet, Giorgione, Cézanne, Frida Kahlo e molti altri, sono stati i maestri dell’artista americana. La celebrità le è stata donata dai ritratti da essa dipinti, caratterizzati da stilizzazioni e idealizzazioni di amici, fidanzati, artisti del mondo dello spettacolo, celebrità varie e personaggi storici.

I delicati lineamenti femminili, così come è possibile osservare, per esempio, nel ritratto di Kurt Cobain, caratterizzano la fisionomia dei soggetti rappresentati. L’artista dona un sentimento, un’anima, ai soggetti dei ritratti, non vengono realizzati come se fossero personaggi appartenenti al passato, non devono apparire al pubblico come un ricordo, è importante invece ritrovare nel personaggio in esame delle tracce dell’epoca in cui è vissuta, si deve avere l’impressione di trovarsi di fronte a un ritratto appartenente a una persona che si è appena prestata a posare.

 

Ritratto di un eroe della musica. Roberto Cuoghi

Un ritratto che intende rappresentare un artista no wave. È Roberto Cuoghi, famoso per Putiferio, a voler mettere su tela uno dei più noti protagonisti del genere musicale che ha caratterizzato gli anni a cavallo tra i ’70 e gli ’80.

Cuoghi, noto per la sua precisione e cura nei ritratti, che raccontano le mille sfaccettature della persona, ha così messo in risalto Arto Lindsay. L’arte contemporanea del ritrattista dà voce all’ex cantante dei DNA attraverso la pittura. L’opera, esposta a Milano al Museo del novecento, permette allo spettatore di ricordare, o conoscere, un’artista musicale poliedrico, sperimentatore, coraggioso.

Roberto Cuoghi, Arto Lindsay

Lindsay è stato sicuramente influenzato dai luoghi in cui è cresciuto, gli Stati Uniti e il Brasile. Non si è mai voluto fermare alla musica della sua giovinezza, a quei ritmi gracchianti e quasi stonati che esibiva ai tempi dei DNA, per poi evolversi nella dolcezza ritmata dalla voce elegante, accompagnata dai suoni chiaramente influenzati dalla cultura musicale brasiliana, con in sottofondo le modernissime melodie eredi dei tempi no wave, rintracciabili per esempio in Whirlwind.

La continua elaborazione musicale di Lindsay ha conosciuto anche una parentesi interessantissima, quando decide di incrociare no wave, punk e jazz. Ed è sicuramente la continua sperimentazione a incuriosire lo stesso Roberto Cuoghi, anch’egli apprezzato per la modernità e l’originalità delle proprie opere. Lindsay, insieme con John Lurie, intende recuperare l’eleganza del jazz classico con la forza del punk, senza tralasciare gli accompagnamenti talvolta apparentemente fuori luogo del no wave. Tutto questo riesce a farlo attraverso l’esperienza dei The Lounge Lizards.

Il continuo tentativo di fare avanguardia musicale caratterizza Arto Lindsay, senza mai trascurare il fascino del classico, che si può ritrovare sia nella sua parentesi punk jazz che in quella vicina alla Tropicalia. Elementi che potrebbero essere rappresentati anche in versione pittorica dalle opere di Roberto Cuoghi, in grado di elevarsi attraverso il connubio tra sperimentazione e precisione.

Michele Pisano