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I volti della scrittura in mostra a Roma

In questo periodo storico, caratterizzato dall’isolamento, è piuttosto insolito entrare in una stanza piena di volti, di occhi che ti scrutano. Se poi sono quelli di Alda Merini, Andrea Camilleri, Dacia Maraini, Edoardo Sanguineti, la cosa è ancora più curiosa. Questo è però quello che accade visitando la mostra I volti della Scrittura, ospitata dalla Galleria Interzone di Roma.

Nel ristretto spazio della galleria romana sono infatti esposti cinquanta ritratti di noti scrittori, fotografati da Michele Corleone e Rino Bianchi. Un’occasione da non perdere, sia per gli amanti della fotografia che per gli amanti della letteratura. Le immagini, tutte in bianco e nero, ripercorrono la storia della letteratura italiana, tra primissimi piani e ampie vedute, tra poesia e prosa, rivelando similitudini e differenze nello stile dei due autori, che per molti anni hanno lavorato sullo stesso soggetto, l’uno all’insaputa dell’altro e attraverso percorsi di vita diversi, che però li hanno portati oggi entrambi a Roma, nel quartiere del Pigneto, dove la mostra si svolge.

Tutta la mostra è improntata sul dialogo, in primo luogo tra i due autori, e poi anche tra le loro fotografie. L’allestimento è infatti pensato per permettere sia ai due fotografi che agli scrittori ritratti, spesso accostati per vicinanza geografica o stilistica, di interagire tra loro. Foto storiche, quelle di Michele Corleone, scattate negli anni Novanta, dialogano poi con foto scattate molto di recente, nel periodo del Covid, da Rino Bianchi. Il confronto in questo caso è ancora più forte, perché rende evidente la differenza tra vecchia e nuova “realtà”, in cui i soggetti appaiono isolati, in luoghi deserti, e addirittura indossano la ormai onnipresente mascherina, che stride con l’idea tradizionale del ritratto. Come scrive Rino Bianchi nel comunicato stampa, però “Non vi è alcun dubbio che la pandemia, ha contribuito a modificare la nostra quotidianità. C’è piombata addosso come un treno, facendo saltare tutte le consuetudini consolidate da decenni. Ogni mestiere, ogni professione ha visto stravolte le modalità di azione lavorativa. Queste fotografie raccontano la resistenza, la forza e la passione di chi crea, di chi non si è fermato pensando a quello che sarà il mondo che verrà”.

Il dialogo prosegue anche tra gli scrittori e le loro opere. I libri che li hanno resi celebri sono infatti esposti sia presso la galleria stessa, che presso lo Studio Bibliografico Marini, situato a pochi passi dallo spazio espositivo (in via Perugia 18), dove è presentata una preziosa selezione di rare prime edizioni di letteratura italiana del Novecento, pensata proprio in rapporto agli autori ritratti.

Insieme alle cinquanta fotografie in bianco e nero, sono esposti in mostra anche sei ritratti a colori, scattati dai due fotografi a tre giovani poeti contemporanei durante la rassegna Enopoetica 2020 (tenutasi a Roma presso L’Enoteca di Via Macerata), in una ulteriore apertura al dialogo, stavolta tra passato, presente e futuro.

Gli artisti, Michele Corleone e Rino Bianchi, assieme a Adele Marini, saranno presenti nella giornata inaugurale di Martedì 25 maggio 2021 dalle ore 15 alle ore 20.

 

 

 

MICHELE CORLEONE & RINO BIANCHI. I VOLTI DELLA SCRITTURA

Dal 25.05.2021 al 12.06.2021

Interzone Galleria

Via Macerata, 46 – Roma

Orario: martedì – venerdì, ore 15 – 20 / sabato su appuntamento

http://interzonegalleria.it/

https://www.libreriamarini.it/

 

Le molteplici forme dell’incerto. Samantha Passaniti da Curva Pura

È un perfetto gioco di equilibri tra armonia e disordine quello che invade gli spazi di Curva Pura in occasione della personale Confidence in the uncertain di Samantha Passaniti e a cura di Giorgia Basili. Entrare in una stanza ed essere abbagliati da un bianco diafano, brutale e talvolta accogliente, intimorisce ma allo stesso tempo avvolge in un turbinio di contrasti.

Le opere dell’artista, a cavallo tra sculture e installazioni site-specific, obbligano a rimanere perfettamente in bilico tra incertezza e possibilità e a trasformare quell’inquietezza in forza. È questo il presupposto di quella anti-fragilità che non è resilienza, ma la capacità di affidarsi all’incertezza e reagire alle difficoltà moltiplicandone la forza, come una Idra. Il lavoro di Samantha Passaniti è esattamente questo, ogni piccolo incastro della materia ci suggerisce una dimensione altra, quasi ancestrale, in cui le superfici diventano dei contenitori di memorie e stratificazioni di esperienze. In questo modo, gli oggetti/sculture assumo delle fattezze primordiali che puntano tutto sulla purezza del colore e sull’apparente semplicità delle forme. In effetti, la manipolazione di tali elementi di recupero che l’artista raccoglie percorrendo la natura, rigenera nuove ipotetiche strutture e composizioni dove, comunque, l’equilibrio e la precarietà ridefiniscono il concetto stesso di fragilità e, quindi, di incertezza. Nei singoli dettagli esistono infinite possibilità di rinascita, una sospensione metafisica presente e che livella quella linea immaginaria tra ciò che esiste e ciò che può essere immaginato.

La mostra è un incastro non solo di superfici, ma anche di sensazioni che si esplicitano anche nella forza emotiva degli elementi. Tale legame intensifica la resa stessa degli elementi veicolandone la comunicabilità attraverso una forza espressiva che si bilancia e si alimenta circolarmente: ogni tassello è parte di uno stesso procedimento che è, quindi, filo conduttore di un approccio emotivo ed esperienziale della materia. È anche grazie a questa dimensione che le opere di Samantha Passaniti si pongono diligentemente in un limbo in cui non esiste un tempo preciso, ma si sviluppa orizzontalmente, come una linea retta tra un tempo passato, conosciuto, e un tempo futuro, incerto. Un luogo buio, o forse carico di luce. È in questa dimensione del possibile che il lavoro dell’artista si genera e si nutre, un luogo dove ciò che si abbandona è il controllo di qualcosa che è sfuggevole e imprevedibile. L’unico modo per affrontarlo è accettarlo, farlo diventare parte attiva e consapevole della propria esistenza e convivere con quella fragilità e debolezza, mostrandone le infinite capacità di sopravvivenza con uno sguardo sempre al di là di ciò che è immaginabile.

 

Samantha Passaniti, Uncertain floor, 2021, courtesy of the artist, ph Samantha Passaniti

 

Samantha Passaniti, Air and weight, 2021, ph Marco Passaniti

 

Inner Mirror, installation view at Curva Pura Roma, ph Marco Passaniti

 

Samantha Passaniti, Uncertain Floor (dettaglio), 2021 ph marco Passaniti

 

Samantha Passaniti, Confidence in the uncertain, installation view at Curva Pura Roma, ph Marco Passaniti

 

Samantha Passaniti
Confidence in the uncertain
a cura di Giorgia Basili
fino al 2 maggio 2021
Curva Pura
Via Giuseppe Acerbi 1/A, Roma

INHABITANTS Fotografie di Andrea Buzzichelli

Cosa ci fanno quattro cinghiali, un lupo, tre cervi, una lepre e una volpe in via Macerata a Roma? Non sono parte di un ripopolamento faunistico del quartiere Pigneto o di qualche filastrocca per bambini, ma protagonisti ignari di una mostra che inaugura oggi 1 ottobre 2020 presso la galleria Interzone di Michele Corleone.

La mostra, intitolata Inhabitants, espone circa 35 opere del fotografo toscano Andrea Buzzichelli. Prodotte nel 2016 all’interno di un’indagine sui parchi italiani ideata dal collettivo Synapsee, di cui Buzzichelli è membro fondatore, le fotografie ritraggono il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi.

Non si tratta però delle classiche fotografie naturalistiche e di paesaggio. Le immagini proposte dall’artista sono infatti in gran parte tratte dall’archivio della Guardia Forestale locale, e scattate attraverso l’utilizzo di fototrappole. Si tratta perciò in sostanza di una sorta di autoritratti inconsapevoli degli “abitanti” del parco, che il fotografo – in un dichiarato omaggio a George Shiras III – ha rielaborato e inserito all’interno di una riflessione artistica sul rapporto dell’uomo con la natura.

Il risultato di questa operazione sono visioni notturne rubate della vita del bosco, molto intense sia dal punto di vista formale che della potenza rivelatrice verso qualcosa che altrimenti rimarrebbe oscuro (in tutti i sensi). A causa del loro carattere voyeuristico, generano un senso di disagio e quasi di colpa nello spettatore, che si trova a spiare dei momenti e uno spazio di cui non dovrebbe essere parte.

Il senso di intrusione all’interno della scena ritratta è amplificato in questo caso anche dall’allestimento delle opere in mostra. Le fotografie sono esposte infatti in una veste nuova, con opere inedite e interessanti soluzioni installative di tipo immersivo.

L’artista sarà presente durante l’inaugurazione, l’ingresso è libero ma su prenotazione.

INHABITANTS Fotografie di Andrea Buzzichelli
1-31 ottobre 2020
Interzone Galleria
Via Macerata, 46 – Roma
Orari: dal martedì al venerdì 15 – 20 / sabato su appuntamento
http://interzonegalleria.it/

Il “mondo fluttuante” di Anna Onesti in mostra alla Casina delle Civette

La storia della carta in Giappone affonda le sue radici in epoche lontane, passando dai contatti con la Cina all’avvento del Buddhismo. La carta di produzione artigianale, così come l’impiego dei colori naturali, conserva però ancora oggi in Oriente una tradizione manifatturiera straordinariamente viva, e questi materiali di altissima qualità insieme alla loro ritualità senza tempo continuano a resistere in un mondo dominato dalla tecnologia e dal progresso.

La mostra Un mondo fluttuante. Opere su carta di Anna Onesti, che inaugura il prossimo 3 ottobre alla Casina delle Civette di Roma, riflette proprio su queste materie preziose e uniche. L’artista e restauratrice Anna Onesti, che da oltre vent’anni si dedica ad approfondire tradizioni artistiche diverse e lontane, presenterà infatti otto arazzi e otto aquiloni in carta giapponese, frutto del suo recente lavoro. Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con il patrocinio della Fondazione Italia Giappone, la mostra è a cura di Alessia Ferraro e Maria Grazia Massafra.

Tutte le opere in mostra, in un dichiarato omaggio al Giappone, sono realizzate su carta washi (o “carta giapponese”) e con colori di origine vegetale, utilizzando tecniche decorative ispirate alla tintura tradizionale dei tessuti, come l’itajimezome, lo shiborizome e il katazome. Attraverso queste opere l’artista vuole gettare un ponte tra tradizioni artistiche diverse e tra culture lontane, ma anche tra passato e presente, unendo tecniche antiche a una manualità contemporanea.

«Sopraffatti dall’elemento naturale, che permea così tanto le opere di Anna Onesti – scrive la curatrice Alessia Ferraro – si è tentati, addirittura, di allungare l’olfatto e tendere l’udito fino a sentirsi completamente immersi nell’incanto del paesaggio giapponese, che quest’artista sa raccontare così bene. Il mondo in cui Anna Onesti ci trascina è un mondo fluttuante. È una realtà “liquida” e in continuo mutamento quella che oggi viviamo e da cui siamo circondati e che, con la sua irrequietezza, tende talvolta a sopraffarci. Una realtà che le opere su carta di questa illuminata artista, ci insegnano a vivere con la leggerezza e la spensieratezza di un bambino che affida all’aria, per la prima volta, il suo aquilone».

Nell’ambito della mostra si svolgeranno alcuni eventi collaterali che saranno fruibili in modalità a distanza o secondo le prescrizioni delle leggi in vigore. La partecipazione agli eventi collaterali è gratuita, il calendario verrà comunicato in data prossima all’apertura della mostra.

Un mondo fluttuante. Opere su carta di Anna Onesti
3 ottobre 2020 – 10 gennaio 2021
Musei di Villa Torlonia, Museo della Casina delle Civette
Via Nomentana, 70 – Roma
www.museivillatorlonia.it
www.museiincomuneroma.it

I pasticcini li porto io: Claudio di Carlo in mostra a Roma

C’è una mostra a Roma, in apertura domani 5 settembre presso la Galleria Minima di Mario Tosto, in cui le opere sono servite su vassoi.

Si tratta della personale del pittore, produttore e art director abruzzese Claudio Di Carlo, intitolata I pasticcini li porto io, in cui tutte le opere esposte sono realizzate su vassoi per pasticcini. Quelli di cartoncino dorato che per noi golosi sono sinonimo di grande gioia, che evocano l’idea di convivialità e ci ricordano le feste da bambini e le cene tra amici. E che a Claudio Di Carlo ricordano invece delle cornici.

La mostra, a cura di Francesca Perti, è infatti concepita come una sorta di quadreria ottocentesca, in cui dipinti e collage appaiono incorniciati proprio dai bordi d’oro dei vassoi. L’artista sembra voler attivare in questo modo una sorta di cortocircuito visivo, mescolando in maniera sottile arte e vita quotidiana, produzione alta e bassa.

L’incontro tra arte e cultura di massa, tra produzione artistica e produzione industriale, avanguardia e kitsch, è del resto avvenuto ormai da tempo. Vi abbiamo assistito ad esempio con l’invenzione della fotografia, poi con il Futurismo, la Pop art, il Nouveau Réalisme, ecc. Claudio Di Carlo, artista eclettico attivo sulla scena artistica visiva e musicale a partire dagli anni Settanta, ripropone oggi questo incontro come gesto critico, di ribellione estetica. “Il suo è un continuo lavoro di ricombinazione – scrive la curatrice nel testo di accompagnamento alla mostra – che ha sempre solcato le forme estetiche della vita quotidiana e le forme spettacolari del consumo di massa per approdare alla distillazione e all’integrità di una chiara esperienza sensibile. Il mondo reale e il mondo interiore si fondono aprendo a una realtà altra”.

L’artista sarà presente in galleria per l’inaugurazione il 5 settembre, per il finissage il 26 settembre, e per un appuntamento intermedio il 17 settembre 2020. Da bere chi lo porta?

Claudio Di Carlo – I pasticcini li porto io
Galleria Minima
Via del Pellegrino 18 – Roma
Inaugurazione 5 settembre 2020 ore 18.00
Finissage 26 settembre dalle ore 16.00
Orari: dal martedì al sabato 16.00 – 19.00 oppure su appuntamento

galleria_minima@hotmail.it
tel. 3393241875

Relazioni nomadi dell’arte

Kou Gallery inizia con questa mostra collettiva una serie di eventi espositivi ideati per far conoscere al pubblico romano, e non solo, questo mondo affascinante in bilico tra il linguaggio della modernità e i legami con la tradizione mettendo a confronto artisti di vari continenti e indicando come sottolinea il titolo del ciclo le “Relazioni nomadi dell’arte”. Tra nuova figurazione, linguaggi sperimentali o astrazione, elementi comuni sono sempre un’attenta osservazione della società in evoluzione del loro continente e una esplosione di vita che rendono la mostra un’esperienza dei sensi. L’arte contemporanea sempre più spesso ricerca una precisa integrazione con il territorio, sia inteso come ambiente sia inteso come relazioni umane, che la pone inevitabilmente in confronto con il suo contesto visivo. Il visibile si impone chiaramente per quello che è, non per quello che rappresenta, e l’artista con il suo lavoro affronta con procedimenti desacralizzanti o artificiali il superamento del doppio gioco della realtà o della fantasia. Rifletta sull’interesse crescente e contemplativo o addirittura partecipativo dell’osservatore con un significato e un contenuto che sono una sfida alla sua spontaneità creativa. Crea così, un dialogo tra geografie fisiche e interiori, tra tensioni sociali e tensioni creative, senza tralasciare in alcun modo l’assimilazione di comportamenti di un territorio che sta fuori di noi e della nostra cultura originale, in altri luoghi, che noi fatichiamo a considerare nostri, proprio per l’incapacità di viverli qui e ora come elemento recepito e decodificato. Nello scenario imponente di una nuova idea creativa, le opere degli artisti contemporanei hanno un risalto particolare in quanto estranee spesso agli ambienti, generando un conflitto visivo apparente che allo stesso tempo ci porta ad un effetto di amalgama temporale che ci trasporta fuori dal tempo. Come scrive Mircea Eliade, “L’istituzione di uno spazio sacro dove si rivive nel presente una scena mitica fuori dal tempo, è la risposta archetipica dell’uomo al suo terrore della storia, del divenire e della dissoluzione nella molteplicità”. L’eterno ritorno allo stesso ambito cognitivo sicuro, sia come esorcismo all’universo palpitante che gli artisti invocano e celebrano, sia come rifugio davanti al passo vertiginoso di una marea universale, fanno sembrare quello spazio più vicino e riconoscibile alla nostra ineffabile umanità. Questa sintesi temporale è il motivo per il quale le opere scelte per questa esperienza visiva sono tutte appositamente scelte per delineare un viaggio culturale avventuroso e sorprendente in cui la giustapposizione di punti di vista, a volte radicalmente diversi, riesce a svelare la trama di una narrazione polifonica, un’eco del mondo a venire come risultante della intersezione dei vettori del passato più prezioso con quelli della contemporaneità.
Artisti in mostra: Alex Caminiti, Flaminia Mantegazza, Francesca Tulli, Francesco Impellizzeri, Hannu Palosuo, Jairo Valdati, Jorge Romeo, Piero Mottola, ROP, Silvana Chiozza e Tuomo Rosenlund.

Dal 30 Giugno 2020 al 15 Settembre 2020

Roma

Luogo: Kou Gallery

Indirizzo: via della Barchetta 13

Orari: Lun-Ven 10:00-19:00

Curatori: Massimo Scaringella

Telefono per informazioni: +39 06 21128870

E-Mail info: info@kou.gallery

Sito ufficiale: http://kou.gallery/it

Il “Warudo” di Rei per la prima volta in mostra a Roma

“Un segno scuro e potente che scava le forme per estrarne la luce segreta, l’incontro e la lotta tra il nero e gli altri colori da cui scaturisce lo splendore delle cose e dei volti, evocazioni e culture che si sovrappongono e si fondono in un ciclo coerente di opere”: così il curatore Lorenzo Canova descrive il lavoro dell’artista romano Rei, la cui prima personale Warudo sta per essere inaugurata presso il museo Venanzo Crocetti di Roma.

La mostra, visitabile dal 14 al 29 febbraio 2020, espone una serie di opere realizzate dall’artista attraverso la sua originale tecnica pittorica, che unisce un incisivo segno grafico a una altrettanto intensa ricerca cromatica. Una netta linea di contorno, insieme a colori accesi e a una evidente geometrizzazione delle forme, sono perciò i protagonisti di questi dipinti, e trasformano i loro soggetti in immagini stilizzate, a metà tra il fumetto, le vetrate istoriate e gli smalti cloisonné.

Soggetti prediletti dell’artista sono la natura e il ritratto. Volti umani e fiori di campo sono perciò le componenti essenziali del “mondo” creato dall’artista (l’espressione “warudo”, infatti, che dà titolo alla mostra, allude al modo in cui i giapponesi pronunciano la parola “world”), e si alternano nell’esposizione dando vita a “un mosaico vitale di suggestioni e di riferimenti”, per riprendere le parole del curatore.

La mostra sarà anche accompagnata da un catalogo, edito da Gangemi Editore.

 

 

Rei – Warudo

Dal 14 al 29 febbraio 2020

Inaugurazione 14 febbraio ore 18.00

Museo Venanzo Crocetti

Via Cassia 492 – Roma

Orari: dal lunedì al venerdì 11-13 / 15-19; sabato 11-19

 

Un dialogo visivo sul reale. Alla Fondazione Memmo il nuovo appuntamento di Conversation Piece

Torna l’appuntamento Conversation Piece, il format curato e pensato da Marcello Smarrelli per la Fondazione Memmo nato con il desiderio di innescare un dialogo sulla scena artistica romana contemporanea, mettendo insieme personalità diverse del mondo dell’arte in un connubio inaspettato e talvolta imprevedibile.

Per la sesta edizione del format, un’artista, un designer e un architetto si sono confrontati e hanno interagito su una riflessione comune che riguarda un ben preciso momento di rivoluzione storica, etica e anche politica. Partendo, infatti, da alcuni principi fondamentali del Manifesto del Nuovo Realismo, pubblicato nel 2012 dal filosofo Maurizio Ferraris, la mostra ha assunto una declinazione più matura e consapevole che invoglia lo spettatore a inserirsi in quella riflessione filosofica che vede la realtà insieme all’oggettività, come l’unica chiave di lettura per il presente. Non a caso il sottotitolo della mostra, La realtà è ciò che non scompare quando smetti di crederci è una citazione contenuta nel saggio Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni dello scrittore Philip K. Dick, inventore della fantascienza. L’invito è quello a una visione prettamente ancorata alla concretezza del reale.

Il ritorno dell’oggetto per indagare e riconoscere il reale, sembra farsi da protagonista in un’unione formale ed estetica per nulla banale. L’unione di tre ambiti quali l’architettura, il design e l’arte dialoga in un modo del tutto nuovo e non invasivo, bensì rispettoso nell’intento di creare un ponte per una passeggiata ideale nella ricerca, attenta, minuziosa della realtà.

La mostra si sviluppa come un percorso che dialoga e interagisce necessariamente con lo spettatore a partire dall’installazione Aria Calda dell’artista Corinna Gosmaro, giovane vincitrice della CRT Italian Fellowship in Visual Arts presso l’American Academy di Roma. L’installazione accoglie il visitatore con una forte suggestione visiva che dà vita a un percorso sensoriale ed emotivo. L’artista nelle sue opere fa ricorso a oggetti utilizzati nella produzione industriale, come appunto i filtri per l’aria, di cui sfrutta le caratteristiche e potenzialità dando vita a paesaggi mentali, ideali che fanno parte del nostro quotidiano. Allo stesso modo, Gosmaro utilizza tubi di ottone per creare dei corrimani che da un lato, restituiscono ulteriori immagini liriche che interrogano e accompagnano il visitatore nel percorso immaginando ipotetiche connessioni o forme paesaggistiche, dall’altro lato diventano come una terza memoria, registrando il passaggio dello spettatore che inconsapevole ne modifica la superficie. Le opere di Gosmaro creano un terzo luogo, un paesaggio oltre il luogo del reale, abbattendo ogni necessità visiva formale a favore di un’immersione totale emotiva ed esperienziale.

Rolf Sachs, artista visivo e designer, prosegue la riflessione utilizzando opere dalla forte ironia volta a destabilizzare e interrogare il fruitore su ciò che è reale e ciò che è fittizio. Anche Sachs, parte da oggetti di uso comune ma trasformandoli o assemblandoli in maniera nuova, intuitiva e sorprendete. La forte relazione con il reale che innesca Sachs nell’elaborazione manuale delle sue opere, si fa ancora più tangibile nell’azione performativa di fotografare i visitatori presenti al vernissage della mostra, creando un vero e proprio archivio umano pubblico, diretto e ironico. Il protagonista è ancora una volta il pubblico, invitato in modo ludico a osservarsi al di fuori di sé, a guardarsi nella realtà delle proprie fattezze attraverso degli elaborati di stampa suggestivi e poetici.

Infine, Philippe Rahm, artista che lavora nel campo della cosiddetta “architettura meteorologica”, tramite cui agisce dal visibile all’invisibile. Facendo propri alcuni principi del Nuovo Realismo, Rahm con Climatic Apparel compie un’azione ancor più minimale e concettuale riflettendo sulla capacità nata dell’unione di tecnologia e formalizzazione estetica, di indagare il presente e ciò che definiamo reale. Gli abiti unisex sono capaci di reagire alle condizioni atmosferiche, riproposte attraverso l’uso di neon che ne variano la potenza della luce stagionale (invernale ed estiva). Anche qui, l’azione e il gesto performativo della loro “portabilità” diventa pretesto per una riflessione sulla concretezza, sull’utilità e la possibilità di fare affidamento al reale che, abbattendo alcuni dogmi del postmodernismo, è necessario, non invaso e perennemente presente.

La mostra, dunque, nella sua elegante e stimolante composizione, ci pone degli interrogativi le cui risposte sono possibili solo attraverso un prepotente ritorno al reale attraverso l’uso sapiente del quotidiano e dell’oggetto nelle sue infinite possibilità di utilizzo.

Conversation Piece | Part VI – La realtà è ciò che non scompare quando smetti di crederci

curata da Marcello Smarrelli

Fino al 22.03.2020

Fondazione Memmo

via Fontanella Borghese 56/b, Roma

Orario: tutti i giorni dalle 11.00 alle 18.00 (martedì chiuso)

Ingresso libero

La forza del colore. Intervista al pittore Enrico Vittucci

“Ogni nuovo mattino, uscirò per le strade cercando i colori”, scriveva Cesare Pavese. E così sembra fare anche il pittore Enrico Vittucci, da oltre vent’anni impegnato in un’incessante ricerca dei colori nascosti in tutto ciò che lo circonda. Attraverso un’intensa forza cromatica, infatti, l’artista trasforma quotidianamente la realtà in quadri senza tempo, in cui anche il grigio della metropoli si converte in coloratissime atmosfere da sogno.

Affezionata musa del pittore è in particolare la città in cui vive, Roma. Strade sopraelevate e rovine architettoniche – insieme a boschi e marine – sono infatti soggetti che da sempre ritornano, come sogni ricorrenti, nelle sue opere. Sotto il suo sguardo, però, esse appaiono trasformate, convertite in paesaggi ideali, più simili a ricordi che a fotografie fedeli della realtà. Grazie a una sapiente resa luministica, alla straniante assenza della figura umana e a un utilizzo emotivo del colore quasi espressionista, il pittore riesce infatti a trasformare anche i soggetti più banali in atmosfere sospese ed enigmatiche, che coinvolgono lo spettatore a un livello inconscio, parlano ai sentimenti, e sembrano sempre nascondere qualcosa di non detto, qualcosa che sfugge alla logica per entrare nel campo dell’irrazionale.

La moltiplicazione dei piani luminosi e la conseguente scomposizione delle forme in geometrie cubo-futuriste, però, conferiscono ad alcuni quadri anche un aspetto solido e concreto, in contrasto con le visioni incantate e rarefatte caratteristiche di altri. Quella di Vittucci è del resto una pittura di contrasti, in cui vedute urbane convivono con elementi naturalistici, paesaggi incontaminati con fumanti ciminiere, luminose visioni diurne con tetri notturni, rigore classico con stridente modernità.

Quaranta opere di Enrico Vittucci, tra cui numerosi quadri inediti realizzati appositamente per l’occasione, saranno in mostra dal 10 al 19 gennaio 2020 presso la galleria Arte Sempione di Roma. Abbiamo intervistato il pittore per saperne di più.

 

Come e quando è nato il suo rapporto con la pittura?

Da sempre. Ho sempre disegnato fin da bambino, poi la pittura a tempera intorno ai dodici anni e subito dopo i colori ad olio. La prima mostra in galleria nel ‘90, a ventidue anni.

Da dove trae l’ispirazione per i suoi quadri? Come nascono le sue opere?

L’ispirazione, o forse la voglia/necessità nasce da uno stato d’animo, da uno stato di benessere interiore, non dipingo mai in una situazione di tristezza o preoccupazione o angoscia.

Da sempre i suoi dipinti sono dominati da alcune tematiche ricorrenti, ad esempio alberi, barche a vela e strade sopraelevate. Cosa significano questi soggetti per lei?

Le vele rappresentano lo spazio aperto, la libertà, la luce. Gli alberi forse li utilizzo come emblema, come rappresentazione in sintesi della natura che ci circonda. Le tangenziali perché rappresentano la città in cui vivo, un po’ metropoli un po’ museo, un po’ “eterna” un po’ moribonda.

E perché invece non è mai presente la figura umana?

La figura umana non mi ha mai interessato particolarmente. Forse nella pittura preferisco guardarmi intorno che guardare dentro chi mi circonda.

Nei suoi dipinti si intravedono richiami ad alcune delle maggiori correnti artistiche del Novecento, come cubismo, futurismo, metafisica e orfismo. C’è qualche artista o movimento a cui si sente particolarmente legato o che l’ha influenzata più di altri?

Sono da sempre appassionato a tutte le correnti artistiche dei primi del Novecento, conseguentemente ne traggo ispirazione fino a raggiungere un linguaggio tutto personale.

“Il colore è un potere che influenza direttamente l’anima”, diceva Vasilij Kandinskij. Si trova d’accordo con questa frase? Come mai nelle sue opere sceglie sempre colori estremamente accesi, quasi accecanti?

D’accordissimo, concetto ormai studiato ed applicato in mille circostanze anche della vita quotidiana. Per tornare alla mia pittura, considero i miei colori un’alterazione dei colori naturali, mi piace sentirmi come un musicista che può trasporre una melodia in altre tonalità.

Nell’ultimo periodo è passato per la prima volta al formato tondo, c’è un motivo particolare per questa scelta?

Un motivo particolare? No, anzi… perché no? Ho visto su una rivista un quadro di Emilio Vedova e mi ha colpito, ho pensato che contrariamente a quello che può sembrare il tondo è una forma moderna. È bello, utilizzato fin dal Rinascimento, e secondo me si sposa bene con le forme che compongono i miei quadri, così geometriche. È intrigante!

 

 

Enrico Vittucci – Mostra personale

Dal 10 al 19 gennaio 2020

Inaugurazione sabato 11 ore 18.00

Galleria Arte Sempione

Corso Sempione, 8 – Roma

Altan. Pimpa, Cipputi e altri pensatori

Cosa hanno in comune una cagnolina a pois rossi, un impacciato creatore del mondo e una feroce e sensuale donna seminuda che ci pone interrogativi esistenziali fissandoci negli occhi?

Nulla, a parte essere stati tutti creati dalla fantasia e dalla mano di Francesco Tullio Altan (1942), al cui estro ribelle e anticonvenzionale il MAXXI di Roma dedica una grande mostra, realizzata in coproduzione con Fondazione Solares e con Franco Cosimo Panini Editore, visitabile fino al prossimo 12 gennaio.

Allestita nello spazio Extra MAXXI la mostra, curata da Anne Palopoli e Luca Raffaelli, include tavole e disegni originali, dipinti, libri, bozzetti e filmati che ci illustrano il mondo nato dalla mente del disegnatore trevigiano, a tratti fantastico e a tratti fin troppo realistico.

Una dimensione pullulante di personaggi ormai iconici, come il metalmeccanico Cipputi, Ada, Kamillo Kromo, e la già nominata cagnolina Pimpa, figura presente nella memoria infantile di diverse generazioni, inclusa la mia. L’allestimento, fortemente immersivo, segue un percorso tematico e cronologico, scandendo così le diverse tappe della sua produzione.

Altan prima di Altan è il punto di inizio, rappresentato dai fogli di album pieni di schizzi e di idee buttati giù in modo quasi casuale, indice della ricchezza di inventiva dell’artista; in questa parte sono esposti anche dei notevoli dipinti giovanili, ritratti di alcuni prototipi di personalità umane e professionali, interessanti caricature umane che ricordano, seppure in modo meno tormentato e frantumato, alcune opere di Ashley Gorkey. Il percorso continua con le tavole dedicate a Trino, il primo fumetto di Altan pubblicato in Italia sulla rivista Linus nella metà degli anni Settanta. Trino è un dio maldestro, che in realtà deve a sua volta rispondere del suo operato a un invisibile committente che lo controlla in modo spietato, incalzandolo sull’andamento della creazione…

Una grande parete ospita più di 200 vignette realizzate da Altan negli ultimi quaranta anni, specchio sardonico e spietato della storia del nostro paese: Cipputi, Ugo e Luisa, l’uomo in poltrona, più che semplici personaggi diventano nostre proiezioni, incarnano quello che l’uomo medio e non solo pensa e vorrebbe dire, le sue perplessità, il suo desiderio di protesta, le sue incertezze verso il sistema e verso il futuro che lo attende, le critiche nei riguardi dei vari attori della politica italiana.

Segue la parte dedicata ad Altan illustratore: bellissime le prove realizzate per una serie di volumi di autori come Gogol, Rodari e Piumini; un cubo optical in bianco e nero è invece dedicato alle storie a fumetti: sono qui esposte le 90 tavole originali di Macao, pubblicato sulla rivista Corto Maltese nel 1984. Chiudono il percorso Kamillo Kromo e la dolcissima Pimpa, che invade le sale con la sua presenza colorata, specie nello spazio interattivo destinato ai visitatori più giovani, che potranno così immergersi davvero nel mondo della cagnolina di Altan, in un’area ludica che permetterà loro una grande libertà di movimento.

 

MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Dal 23 Ottobre 2019 al 12 Gennaio 2020

Via Guido Reni, 4A – Roma

Mercoledì, giovedì, domenica 11.00- 19.00; martedì, venerdì, sabato 11.00-20.00 – www.maxxi.art