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Movimento nello spazio. La scultura di Benvenuto Cellini e Giambologna

Il distanziamento sociale e la limitazione del movimento nello spazio sono due dei numerosi aspetti che hanno caratterizzato, ma anche cambiato, la vita dell’essere umano negli ultimi mesi a causa della pandemia provocata dal Covid – 19. Se dovessimo tradurre questi due concetti nell’arte figurativa, per esempio nella scultura, non immagineremo delle opere tendenti ad espandersi nello spazio, non immagineremo un groviglio di corpi uniti, la nostra mente immaginerebbe dei singoli individui, distanziati, con la costante paura del contagio. Tali “sculture immaginarie” sarebbero dunque ben diverse da quelle realizzate nel Cinquecento da artisti quali Benvenuto Cellini (1500 – 1571) e Giambologna (1529 – 1608), la cui eredità si può ammirare a Firenze ancora oggi, nella celebre Loggia Lanzi in Piazza della Signoria.
Il Perseo di Benvenuto Cellini, realizzato fra il 1545 e il 1554 su commissione di Cosimo I, è annoverato fra le più importanti creazioni scultoree fiorentine cinquecentesche. Si tratta di un’opera bronzea che riprende il mito di Perseo che decapita Medusa, una scultura che tiene conto della tradizione artistica fiorentina, che deve confrontarsi con opere di scultori quali Donatello e Michelangelo. Il Cellini rappresenta Perseo in piedi, sul corpo di Medusa, la quale è stata appena decapitata con la spada che l’eroe tiene impugnata nella mano destra, mentre la mano sinistra solleva con un gesto trionfante la testa, fatta di serpenti, della Gorgone. La scultura ha un chiaro significato politico: essa rappresenta l’affermazione di Cosimo I al potere, che dà un netto taglio alle passate esperienze repubblicane della città. Lo scultore attraverso la posa del braccio sinistro che solleva la testa del mostro e tramite il movimento del braccio piegato mantenente la spada, oltre al dettaglio degli schizzi di sangue uscenti dal collo della decapitata Medusa, crea un artificioso movimento nello spazio, costruendo in tal modo un’immagine che si apre nello spazio.
Lo stesso principio di libertà fu accolto dallo scultore Giambologna, come si può notare nell’opera Ratto delle Sabine del 1583, un gruppo gigantesco di tre figure marmoree, collocato per volontà di Cosimo I, come il Perseo del Cellini, nella Loggia Lanzi. La scultura rappresenta un episodio tratto dall’antica storia romana, il rapimento delle donne sabine, per volontà di Romolo, da parte degli uomini romani. L’artista riprodusse la drammaticità e la violenza di quel momento. I soggetti sono stati scolpiti con la tipica disposizione serpentina caratterizzante la scultura manierista, la massa è scandita da pieni e vuoti, il braccio della donna che si allunga verso l’alto sembra voler cercare l’aiuto dello spazio circostante. Proprio il movimento nello spazio caratterizzante la scultura di Cellini e Giambologna sarà d’esempio in una fase successiva per lo sviluppo dell’arte barocca.

A nostra immagine. Scultura in terracotta del Rinascimento. Da Donatello a Riccio

Secoli, dispersioni, furti, indifferenza, vandalismi hanno quasi completamente distrutto o disperso un patrimonio d’’arte unico al mondo: le sculture in terracotta rinascimentali del territorio padovano. Ma qualcosa di prezioso e significativo è rimasto e il Museo Diocesano di Padova, insieme all’’Ufficio beni culturali, al termine di una intensa partecipata campagna di recupero, studi, ricerche e restauri, sostenuti anche dalla campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi ““Mi sta a cuore””, riescono ora a riunire nelle Gallerie del Palazzo vescovile di Padova, sede espositiva del Museo, dal 15 febbraio al 2 giugno 2020, una ventina di terrecotte rinascimentali del territorio, orgogliosa testimonianza delle migliaia che popolavano chiese, sacelli, capitelli, conventi e grandi abbazie di una Diocesi che spazia tra le province di Padova, Vicenza, Treviso, Belluno e Venezia.

Ci si potrebbe chiedere il perché di una diffusione tanto capillare della scultura in terracotta proprio in questo territorio. La ragione, a giudizio di Andrea Nante, direttore del Museo Diocesano di Padova e coordinatore del prestigiosissimo comitato scientifico della mostra A nostra immagine. Scultura in terracotta del RinascimentoDA DONATELLO A RICCIO, va individuata nella presenza prolungata e molto attiva, a Padova, a ridosso della Basilica di Sant’’Antonio, della bottega di Donatello e, dopo di lui, di Bartolomeo Bellano, Giovanni De Fondulis e Andrea Riccio. Questi artisti creavano capolavori in pietra, marmo, bronzo, ma anche nella più umile (e meno costosa) terracotta. Opere preziose ed espressive, e per questo molto ambite e richieste.

In queste fucine venivano alla luce grandi scene di gruppo, come i Compianti, ma anche piccole ma raffinate Madonne con il Bambino o immagini di Santi per devozione familiare, di dimensioni ridotte ma spesso di grande qualità. E la mostra, quasi per campione, accoglie esempi emozionanti di queste variegate produzioni artistiche distribuite nel territorio, non meno pregiate di altre sculture in terracotta che saranno prestate per l’occasione da alcuni Musei nazionali e internazionali.

Verrà ricomposto il Compianto di Andrea Riccio, oggi diviso tra la chiesa padovana di San Canziano e i Musei Civici di Padova. Saranno presentati alcuni inediti, tra cui una Madonna con il Bambino salvata da una clarissa dopo la soppressione del Convento padovano di Santa Chiara in età napoleonica, custodita fino a poco tempo fa nella clausura del Monastero della Visitazione in Padova, e ora restituita al suo aspetto originario da un importante restauro. Per la prima volta saranno esposti, in una suggestiva installazione, i frammenti superstiti di una Deposizione, gravemente danneggiata nel bombardamento della chiesa di San Benedetto dell’11 marzo 1944.

La mostra è il frutto di un lungo lavoro di studio che parte dall’’esperienza di restauro di alcune di queste opere, nell’’ambito del progetto “Mi sta a cuore”: “un progetto che ha visto la partecipazione di moltissime persone, che in occasioni diverse hanno dato il loro fattivo contributo ai restauri, e nello stesso tempo hanno imparato a conoscere da vicino e ad amare un patrimonio spesso trascurato e poco valorizzato”.

 

 

Dal 15 Febbraio 2020 al 02 Giugno 2020

Padova

Luogo: Museo Diocesano

Indirizzo: piazza Duomo 12

Curatori: Andrea Nante, Carlo Cavalli

Telefono per informazioni: +39 049 652855

Sito ufficiale: http://www.museodiocesanopadova.it

La contemplazione dell’ignoto nelle sculture di Isabel Alonso Vega da White Noise Gallery

Immaginifiche, sospese ed effimere si presentano le sculture dell’artista spagnola Isabel Alonso Vega, nella sua prima mostra in Italia alla White Noise Gallery di Roma dal titolo Senza Fuoco. Racchiuse all’interno di teche, le sculture dell’artista sembrano essere precarie forme evanescenti, come pervase da un moto transitorio che invita alla contemplazione e all’abbandono. La sensazione che ne scaturisce è quella di una eterea sospensione in cui le forme senza alcun tipo di riconoscibile caratterizzazione formale, si accende di una identità tesa verso il sublime e l’inesplorato.

Partendo dalle teorizzazioni del testo tardo-medievale La nube della non-conoscenza, Isabel Alonso Vega dà vita a forme dell’essere racchiuse sotto un’ideale nube dalle cromie tra il nero e l’oro che generano un percorso interiore di meditazione. La nube dell’oblio a cui fa riferimento il testo, permette all’uomo di liberarsi da ogni realtà esteriore e proiettarsi verso ciò che è ignoto e misterioso: l’amore divino. Nel caso dell’artista spagnola, il viaggio verso la scoperta di sé e ciò che è ancora incomprensibile e inesplorato, nasce dall’atto stesso della composizione. Le nubi nere, realizzate attraverso la sovrapposizione di lastre di plexiglass dipinte con fiamme vive e i disegni a carboncino sulle pareti, attivano un dialogo esplorativo e allo stesso tempo contemplativo, dando vita a sculture che superano la bidimensionalità della superficie ma creano strutture capaci di superare la comprensione a livello semantico e spostano paradossalmente il linguaggio formale verso qualcosa di ineffabile, etero e transitorio.

Il lavoro dell’artista, parte da tecniche precise di composizione per poi attivarsi nel momento stesso della sua produzione, attraverso cui l’inaspettato e l’inesplorato si mette a disposizione di una conoscenza ultraterrena dell’uomo e dei suoi quesiti esistenziali. Le opere di Vega hanno la capacità di bloccare quel moto di transitorietà di cui sono pervase, bloccandole all’interno di costrutti formali, e allo stesso tempo ridefiniscono l’idea stessa di precarietà. Sono forme ibride in cui la frattura tra significato e significante è colmato da una ricerca tesa al sublime e alla conoscenza, la tensione che ne scaturisce volge lo sguardo a forme astratte e imprecise in cui l’uomo è necessariamente chiamato a partecipare.

Isabel Alonso Vega
Senza Fuoco
Fino al 9 marzo 2019

White Noise Gallery
Via della Seggiola 9, Roma
Orari: dal martedì al venerdì 11:00 – 19:00; il sabato 16:00 – 20:00
Ingresso libero

Franca Ghitti. Altri Alfabeti Sculture, installazioni e opere su carta

Il composito universo creativo della scultrice Franca Ghitti torna in mostra presso le prestigiose Gallerie d’Italia, museo di Intesa Sanpaolo a Milano, dal 15 gennaio al 17 febbraio 2019 con una personale a lei dedicata dal titolo Franca Ghitti: Altri Alfabeti. Sculture, installazioni e opere su carta.

La mostra propone all’interno della Stanza 16 delle Gallerie milanesi un percorso a cura di Cecilia De Carli tutto dedicato all’articolato linguaggio di una delle scultrici più rinomate a livello internazionale, le cui opere arricchiscono importanti collezioni pubbliche e private, tra cui la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, i Musei Vaticani e, appunto, le Gallerie d’Italia di Milano. Accanto alle recenti acquisizioni di Vicinia. La tavola degli antenati n.1 (1976) e di un Tondo (anni Ottanta), possiamo ammirare lavori dalle serie Meridiane e Pagine chiodate, oltre alla Vicinia di Erbanno (1965) e all’imponente installazione Bosco.

Le opere esposte guidano l’osservatore in un itinerario che include creazioni della Ghitti di diverso periodo, dagli anni Sessanta ai Duemila, raccolte sotto l’emblematico titolo Altri Alfabeti, con cui l’artista ha voluto indicare un nuovo ciclo di opere, pagine di carte e chiodi, realizzato a partire dall’inizio del nuovo millennio e diventato poi rappresentativo dell’intera sua produzione. E così come da lei stessa scritto: «Con Altri Alfabeti mi riferisco a quell’inventario di segni, tacche, nodi, coppelle che ho voluto portare nella mia scultura, consapevole che essi rappresentano una sorta di lingua specifica quasi alternativa all’alfabeto usata da segantini, fabbri, carpentieri, fucinieri, mugnai, pastori e contadini. Lingua perciò atta a delimitare una civiltà non metropolitana, marginale e insieme a indicare una fascia di corrispondenze intercontinentali».

Questi “alfabeti perduti” – per citare uno dei cicli della scultrice – creano quindi un linguaggio universale, che prende spunto da incisioni rupestri, simboli primitivi, oggetti provenienti da un mondo artigiano fatto di legno e ferro; assi lignee, avanzi di segheria, antiche fucine, chiodi, polveri di fusione, scarti di lavorazione delle industrie metallurgiche vanno a comporre le opere di Franca Ghitti, che narrano del forte legame tra l’uomo e il suo territorio, e tra l’artista e la sua terra d’origine, la Valle Camonica, ma non solo. Vi si leggono, infatti, anche le esperienze maturate durante gli anni della formazione a Brera, poi Parigi e Salisburgo, fino all’Africa centro-orientale, dove prende forma la consapevolezza della scultura «come progetto che ricompagina materie, energie e forze vitali», come si legge nel suo Quaderno di lavoro.

Dalle leggende ai dialetti, dagli utensili ai diversi aspetti del lavoro artigianale: tutto questo confluisce nel lavoro della Ghitti e testimonia una civiltà descrivendola con parole “altre” da quelle contenute nei libri. La scultura include quindi un “archivio del territorio”, il linguaggio attraverso cui restituire la memoria di una comunità raccontata da tutti questi materiali di scarto e di recupero, che ricordano progetti di lavorazione e sono tracce di una creazione che si è rinnovata per secoli attraverso quelli che l’artista vede come gesti ripetuti. Una comunità rappresentata nel suo quotidiano dalle Vicinie (fine anni Sessanta e anni Settanta), sagome appena sbozzate solitarie o a gruppi, sospese tra concretezza e apparizione, strette in reticolati di legno accanto a qualche piccolo oggetto o frammento di materia: un popolo che si stringe attorno ai suoi Lari e Penati e alle madie che custodiscono le poche cose preziose per i rispettivi proprietari; e da un ritmo di stratificazione di impronte, tacche, segni e coppelle di siviera nascono lavori come il Bosco (grandi installazioni realizzate sia in legno che in ferro, anni ’80-’90), che restituisce l’idea del confine tracciato con tagli sugli alberi oppure della metodica, geometrica e calcolata lavorazione del legno, come avveniva nella segheria di famiglia. Dagli sfridi del ferro prendono forma le Meridiane (anni Ottanta), le quali, posate a terra, definiscono uno spazio concentrico che rimanda alla fucina e rappresentano l’idea dello scorrere del tempo scandito dalla routine del lavoro, che segue il susseguirsi dei giorni e il variare delle stagioni. Da fogli trafitti da una lunga sequenza di chiodi si generano, invece, le Pagine chiodate (2000-2012), i Libri chiodati (2007-2012) e Valigia di cartone, corda e chiodi (2007), che non sono più solo punteggiatura, ma una ferita da cui restare segnati.

Del passato rimane quindi la traccia presente, che permane nel tempo e testimonia il processo del “fare” manuale. Il tutto in Franca Ghitti viene narrato con un linguaggio essenziale e concreto, legato a linee e forme geometriche, in cui si crea un disegno di mappe, una collezione di segni. Quelli della Ghitti sono dunque non solo “altri alfabeti”, ma anche “nuovi alfabeti”, che nel suo lavoro si ergono a documentazione, informazione, archiviazione di un territorio che l’artista ci restituisce in un linguaggio insieme archetipico e modernissimo.

Dal 15 Gennaio 2019 al 17 Febbraio 2019

Milano

Luogo: Gallerie d’Italia

Indirizzo: piazza della Scala 6

Orari: da martedì a domenica ore 9.30 – 19.30; giovedì ore 9.30 – 22.30

Curatori: Cecilia De Carli

Costo del biglietto: intero € 10, ridotto € 7, ridotto speciale € 5, gratuito ogni prima domenica del mese

Telefono per informazioni: 800.167619

E-Mail info: info@gallerieditalia.com

Sito ufficiale: http://www.gallerieditalia.com/

Solo. Medardo Rosso

Torna a Firenze per la prima volta dopo un secolo Medardo Rosso (Torino 1858 – Milano 1928), il più grande scultore italiano della Modernità. È l’artista torinese trapiantato a Parigi il nuovo protagonista del progetto Solo che vede il Museo Novecento dedicare periodicamente una mostra monografica a un artista del secolo breve. Dopo Emilio Vedova e Piero Manzoni, il terzo appuntamento, Solo. Medardo Rosso, curato da Marco Fagioli e Sergio Risaliti, aperto al pubblico il 20 dicembre (fino al 28 marzo) per celebrare le opere di uno scultore straordinario, sperimentatore e anticipatore indiscusso della contemporaneità. Lo stesso che nel 1910 in occasione della “Prima mostra italiana dell’Impressionismo e di Medardo Rosso” e per iniziativa di Ardengo Soffici (autore del celebre volume Il caso Medardo Rosso del 1909), di Giuseppe Prezzolini e della rivista La Voce, venne riconosciuto come “Maestro della Scultura europea proteso nella Modernità”.

La mostra di Firenze propone un percorso di rilettura dell’opera dello scultore fuori della consueta visione codificata di un Rosso prima naturalista e poi simbolista, per segnalare invece la sua assoluta originalità e specificità nell’ambito dell’arte moderna. La ricerca rivoluzionaria sul soggetto si traduce in sculture di piccole dimensioni, antimonumentali, caratterizzate da superfici scabre, in molti casi espressione di processi artigianali che vengono gestiti in autonomia dallo stesso Rosso nel suo atelier, vera e propria fucina alchemica moderna. Alla sua peculiare indagine sull’arte plastica si affianca, influenzandola e restandone influenzata, la sperimentazione in ambito grafico e fotografico, in cui si accentua la passione per il frammento e il taglio compositivo e per la componente vibratile e fantasmatica dell’immagine.

Osteggiato dalla critica italiana (Ugo Ojetti e Margherita Sarfatti), che lo aveva chiuso nell’ambito della Scapigliatura lombarda, e dalla cultura artistica accademica, lo scultore, che pure era stato protagonista riconosciuto dall’arte plastica nella Parigi degli ultimi decenni del secolo precedente, Rosso è divenuto via via nel Novecento, per la sua anticipazione della Modernità, l’importante punto di riferimento delle generazioni successive, da Boccioni a Manzù da Marini a Fontana.

Fino al 28 Marzo 2019

Firenze

Luogo: Museo Novecento

Indirizzo: piazza Santa Maria Novella 10

Orari: Lun – Mar – Mer – Ven – Sab – Dom 11-19; Giovedì 11-14. Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. 25 dicembre: giorno di chiusura

Curatori: Marco Fagioli, Sergio Risaliti

Enti promotori:

Comune di Firenze

Musei Civici Fiorentini

Museo Novecento

Costo del biglietto: intero € 8.50, ridotto € 4 (18-25 anni e studenti universitari), gratuito under 18, gruppi di studenti e rispettivi insegnanti, guide turistiche e interpreti, disabili e rispettivi accompagnatori, membri ICOM, ICOMOS e ICCROM

Telefono per informazioni: +39 055 286132

E-Mail info: info@muse.comune.fi.it

Sito ufficiale: http://www.museonovecento.it

Paesaggi mentali e stratificazioni linguistiche. Le tracce di una condizione umana nelle opere di Corinna Gosmaro

Vincitrice del Talent Prize 2018, undicesima edizione del premio di Inside Art dedicato alle giovani proposte artistiche contemporanee, Corinna Gosmaro fa del colore e dell’idea di paesaggio il suo centro focale. La sua ricerca si concentra essenzialmente sulla condizione umana e sulla sua totalità attraverso l’evocazione di paesaggi visivi e mentali che accomunano e coinvolgono qualsiasi esperienza umana, che sia essa soggettiva o oggettiva.

Al confine tra pittura e scultura, l’operato artistico di Gosmaro parte da studi antichissimi e primordiali, attraverso la cui ricerca e destrutturazione, crea delle narrazioni visive che evocano paesaggi mentali e scenari domestici necessariamente interconnessi tra loro. Una sovrastruttura immaginifica, che assume i propri connotati da stratificazioni della memoria e della conoscenza personale. Le pitture, così come le sculture, si presentano sotto molteplici forme estetiche e materiche, dove la superficie diventa parte integrante del processo artistico. I materiali utilizzati dalla giovane artista torinese nascono anch’essi da uno studio pragmatico e meticoloso di una storia che vuole essere raccontata e rappresentata non solo visivamente ma soprattutto esperienzialmente.

Il simbolo è assunto da Gosmaro come presupposto formale per raggiungere un’identificazione personale di una determinata visione che tante volte si cela sotto chiazze di colore. Come delle stratificazioni linguistiche, le opere dell’artista sono codici narrativi precisi, una sorta di proto scrittura che si racconta attraverso simboli, geroglifici o composizioni visive. È un linguaggio archetipo che lavora attraverso accostamenti per produrre processi cognitivi che attivano la narrazione tra l’essere umano, l’ambiente e la cultura che lo circonda.

Le opere dell’artista, che siano esse pitture o sculture, sono delle immagini ideali, mentali poiché appartengono a processi cognitivi diversi per ogni essere umano che si legano tra loro come risultato di una somma di percezioni. I paesaggi ideali di Gosmaro sono composizioni astratte che non devono rappresentare ciò che è ma ciò che è stato più e più volte immaginato, ricomposto, sovrapposto o raccolto nel corso dei propri processi di crescita. Un concetto di natura ideale che parte dalla memoria per rielaborare un’unione di emozioni interiori in perenne mutamento. Così, la temporalità stessa delle immagini si blocca in un continuum che non ha un inizio né tantomeno una fine ma si estende e si propaga attraverso esperienze visive ed emotive. La scelta dei materiali di supporto, evidenzia sia l’assenza di un preciso flusso temporale così come l’esigenza comunicativa richiesta dalle sue opere: un linguaggio condiviso e in continuo divenire tramite cui lo spettatore tenta di completarne le fattezze e di riedificarne i caratteri emotivi. L’esperienza mentale, fisica e primordiale, si accompagna a processi visivi ed esperienziali unici e perennemente al limite tra l’essere e il mondo che lo circonda.

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Picasso. La scultura

Apre alla Galleria Borghese il 24 ottobre la prima mostra in Italia dedicata al Picasso scultore.

La mostra intende proseguire il lavoro di indagine sul concetto di scultura che il Museo sta portando avanti da molti anni attraverso maestri di epoche diverse. Pensata come un viaggio attraverso i secoli, seguendo il filo cronologico dell’interpretazione plastica delle forme, l’evento presenta 56 capolavori del grande maestro realizzati dal 1905 al 1964, fotografie di atelier inedite e video che raccontano il contesto in cui le sculture sono nate.

Fu durante il suo viaggio a Roma e a Napoli nel 1917 che Picasso ebbe modo di confrontarsi per la prima volta in situ con la scultura dell’antichità romana, con il Rinascimento, ma anche con le pitture murali pompeiane. Una visita alla Galleria Borghese gli permise di studiare le sculture di Bernini, del quale ritrovò le opere anche nella Basilica di San Pietro in Vaticano, che gli svelò inoltre il Michelangelo della Cappella Sistina.

La mostra alla Galleria Borghese terrà conto della sua esperienza di contatto con l’arte italiana per tornare a riflettere su grandi temi legati alla pittura e soprattutto alla scultura dal Rinascimento in avanti.

La maggior parte dei critici che ha riconosciuto l’influenza dei grandi maestri sul lavoro pittorico di Picasso, infatti, non ha saputo stimare l’impatto che la conoscenza dell’arte del passato ha avuto sulla sua scultura. In conseguenza di ciò le consonanze visive e concettuali generate dal dialogo che si propone con la mostra alla Galleria Borghese apriranno nuovi campi di riflessione.

 

 

Dal 24 Ottobre 2018 al 03 Febbraio 2019

Roma

Luogo: Galleria Borghese

Costo del biglietto: intero € 13, intero+visita guidata € 19.50, ridotto € 6.50 (Cittadini dell’Unione Europea, Norvegia, Islanda, Liechtenstein e Svizzera tra 18 e 25 anni), ridotto+visita guidata € 13. Su tutti i biglietti € 2 di prevendita. Gratuito portatori di handicap dell’Unione Europea, Norvegia, Islanda, Liechtenstein e Svizzera e un loro accompagnatore​; guide turistiche dell’Unione Europea nell’esercizio della propria attività professionale

Telefono per prevendita: +39 06 32810

Telefono per informazioni: +39 06 8413979

E-Mail info: ga-bor@beniculturali.it

Sito ufficiale: http://galleriaborghese.beniculturali.it/i

Sculture in campo. Parco di scultura contemporanea

Sculture in campo è il parco di scultura contemporanea nato da un’idea dell’artista Lucilla Catania. Situato a Bassano in Teverina, nella campagna viterbese, immerso quindi in un ambiente naturale privo di inquinamenti umani e di sovrastrutture mentali, il parco ospita un complesso di nove sculture, destinate a crescere nel tempo in termini numerici. E’ infatti già in programma un progetto di ampliamento, in un’ottica di crescita ed espansione quasi organica di questo particolare spazio espositivo, che vuole essere un luogo dedicato alla scultura lontano dai soliti schemi e aperto invece a un respiro nuovo, che permetta alle opere di uscire dalle solite quattro mura delle white cube delle gallerie e dei musei e di interagire con uno spazio vitale, legato ai cicli delle stagioni e agli elementi atmosferici.

Il parco sculture ha inaugurato lo scorso sabato 15 settembre. Gli artisti presenti al momento sono quattro: Lucilla Catania, che espone in questa sede sei sculture, Luigi Puxeddu, Alberto Timossi e Francesca Tulli, con un’opera a testa.

Le opere di questi artisti sono molto eterogenee fra loro in termini stilistici e materici, e ciò permette di creare un concetto di varietà perfettamente affine in un contesto naturale in continua evoluzione e mutamento.

L’opera di Alberto Timossi, Flusso,è una scultura tubolare in resina rossa, che sembra nascere dal suolo su cui è posizionata; il dialogo tra l’elemento terra e l’installazione di matrice industriale anziché creare un’antitesi risulta particolarmente felice, come se l’elemento artificiale si piegasse alle forze della natura, ma senza strappi, bensì attraverso morbide piegature.

Umana Natura di Francesca Tulli è un’elegante rappresentazione di femminilità e grazia; la figura che si staglia contro il cielo è impegnata in una metamorfosi fluida, che la pone a metà tra l’essere donna e foglia, tra il considerarsi un essere umano o una creatura marina, fino a divenire quasi una sirena dell’aria.

Le sculture di Lucilla Catania sono monumenti organici, realizzati in pietra e in materiali resistenti al vento, al sole, al tempo; eppure sembra quasi che la mano dell’artista abbia voluto fare quello che avrebbero potuto fare gli agenti atmosferici, realizzando nelle sue opere curve sinuose, aperture verso il panorama circostante, salite e discese lungo il terreno, levigature e sabbiature da erosione.

La Tigre di Luigi Puxeddu è espressione archetipa del concetto di ferinità che si inserisce con naturalezza tra l’erba e gli alberi, regalando ai visitatori un guizzo di purezza originaria, un alito di esotico, un’immagine estrapolata dal tempo e dallo spazio geografico, perché la natura è una e le sue creature ne prendono possesso nei modi che più gli aggradano, in questo caso ad esempio attraverso la curiosa ricerca di scoperta del cucciolo del magnifico felino che tutti noi nel nostro immaginario conosciamo.

Sculture in campo è visitabile e si propone come un’interessante novità in ambito artistico a poca distanza da Roma, dando la possibilità al visitatore di scoprire panorami naturali e orizzonti creativi inediti, offrendo un rifugio dalla città e un momento di ritorno ad una libertà di movimento che spesso, nei contesti legati all’esposizione di opere d’arte, gli viene negata, e che invece è da considerarsi elemento fondante per la corretta fruizione dell’espressione creativa.

 

 

Sculture in campo. Parco di scultura contemporanea

Località Poggio Zucco, 01030 Bassano in Teverina (VT)

Orari: venerdì dalle 15.00 alle 20.00

Sabato e domenica dalle 9.00 alle 20.0

Lunedì dalle 9.00 alle 15.00

www.scultureincampo.it

 

Jeff Koons e la banalità del quotidiano

E’ tendenzialmente considerato l’erede di Andy Warhol e continuatore della Pop Art, è spesso associato a Marchel Duchamp per le reinterpretazioni della tecnica del ready-made: si tratta di Jeff Koons (21 gennaio 1955), artista statunitense, uno fra i più ricchi del mondo, icona dello stile neo-pop che utilizza una vasta gamma di materiali e tecniche, quali pigmenti, plastica, marmo, metalli e porcellana, per la creazione delle proprie opere d’arte.

Ispirata al consumismo e alla banalità della vita e della società contemporanea, l’arte di Koons mette a nudo l’attaccamento dell’uomo agli oggetti, gli stessi oggetti di cui si serve l’individuo tutti i giorni per soddisfare le proprie esigenze. Il vocabolario visivo utilizzato dall’artista per comunicare col pubblico è tratto dal mondo della pubblicità e dall’industria, un modo di rendere i fruitori delle mostre a proprio agio con le opere d’arte, a prescindere dal ceto sociale di appartenenza.

Già con le prime opere degli anni ’70 Koons presenta agli amanti dell’arte contemporanea delle composizioni costituite da giocattoli e fiori gonfiabili posizionate su superfici specchianti e nel 1979, con la serie The Pre-New, combina oggetti d’uso quotidiano a sfondi metallici o lampade al neon, creando composizioni da appendere al muro come se fossero dei quadri tradizionali. E’ ancora l’oggetto quotidiano il protagonista delle opere degli anni ’80, si pensi all’aspirapolvere della serie The New, uno strumento che non svolge più la sua funzione pratica e quotidiana, diventa un oggetto da ammirare e destinato a non essere più usato, non è più lo strumento amato dalle casalinghe per fare le pulizie, diviene un vero e proprio pezzo da museo suscitante reazioni diverse nel pubblico, creando approvazione o sgomento per aver inserito un oggetto banale nel tempio consacrato all’arte. Sono sempre gli oggetti di consumo ad essere presentati nella serie The Equilibrium (1985), dove uno o più palloni da basket fluttuano in teche di vetro in una soluzione di acqua distillata e cloruro di sodio come se fossero dei pesci in un acquario. “La sospensione dei palloni simbolizza uno stato di perfezione”: queste sono le parole di Jeff Koons in Retrospettivamente, attraverso le quali l’artista intende far riflettere circa il significato del concetto di equilibrio, infatti i palloni, anziché galleggiare, rimangono sospesi nel centro del liquido grazie alla perfetta equipollenza di forze.

Attraverso l’arte di Jeff Koons si assiste dunque alla celebrazione dell’oggetto quotidiano, l’oggetto viene manipolato e reso degno dell’ammirazione del pubblico, è l’atto dell’inserimento di quell’oggetto in una vetrina a trasformarlo in una sorta di reperto strappato dal sottosuolo e valorizzato in un museo. Ciò che generalmente è considerato un oggetto banale grazie a Koons viene elevato a opera d’arte. Il legame tra l’arte di Koons e la società dei consumi è innegabile, ma questa società viene criticata dall’artista attraverso le sue opere, tramite le quali è possibile sottolineare la banalità e superficialità di quella classe sociale che ha reso ricco e famoso l’artista.

Bertozzi & Casoni. Così è (se vi pare)

Così è (se vi pare) è la personale del duo artistico Bertozzi & Casoni, ospitata negli spazi espositivi della galleria Anna Marra Contemporanea di Roma fino al prossimo 7 aprile.

Curata da Lorenzo Respi, la mostra presenta un corpus di lavori di Giampaolo Bertozzi e Stefano Dal Monte Casoni, virtuosi interpreti della scultura in ceramica da più di trent’anni; al loro attivo una serie di esposizioni molto importanti, come quelle presso la Tate Liverpool e la XIV Quadriennale di Roma del 2004, la partecipazione al Padiglione Italia della Biennale di Venezia del 2011, e la personale del 2015 al Mambo di Bologna solo per citarne alcune.

Le loro opere a prima vista appaiono come riproduzioni di brani appartenenti al quotidiano: dalla rappresentazione di elementi simbolicamente associati alla società dei consumi (anche attraverso il suo degrado, come ad esempio i rifiuti), fino a dettagli di poetica bellezza e sensibilità appartenenti al mondo della natura e degli animali, oltre che una serie di oggetti facenti parti dell’immaginario collettivo, spesso legati ad un tempo passato velato di nostalgia. Il tutto reso con una grandissima perizia tecnica e attenzione al dettaglio, che li ha portati a conquistare una grande fama a livello internazionale per il sapiente connubio di abilità artigianale e moderne tecnologie industriali.

Ma se analizziamo nel profondo queste opere, che si pongono in atteggiamento di mimesis nei confronti del reale, notiamo che esse non si fermano a un semplice effetto iperrealista, perché ciò sarebbe limitante; il materiale utilizzato fa assumere loro una nuova identità, sviluppando un inedito potere di immagine, svelando curiose aperture di significato che mettono in discussione la consueta interpretazione degli oggetti o del reale, che diventa relativa.

Il titolo della mostra infatti, rimanda alla famosa opera teatrale di Luigi Pirandello; anche qui, come nelle sculture di Bertozzi & Casoni, ogni personaggio interpreta la realtà a suo modo, ossia in maniera assolutamente soggettiva e parziale, scardinando così completamente l’idea di una possibile interpretazione assoluta del mondo. Le chiavi di lettura del reale sono molteplici, e non bisogna farsi ingannare dalla verosimiglianza; questo è il messaggio che i due artisti portano avanti tramite il loro lavoro, che rende il relativismo delle forme e dei significati l’unico codice di accesso alla realtà.

 

 

ANNA MARRA CONTEMPORANEA

dal 7 marzo al 7 aprile 2018

Via Sant’Angelo in pescheria 32 – Roma

www.annamarracontemporanea.it

da lunedì a sabato, dalle ore 15.30 alle 19.30