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Mettere in scena il silenzio, la lezione di Hans Op de Beeck

Mettere in scena il silenzio, di questi giorni, sembra una necessità imperscrutabile. Nell’odierna quotidianità che ci vede costretti all’interno delle proprie abitazioni, il silenzio delle strade vuote o di quei luoghi affollati di persone, centri propulsori di una vita comunitaria festosa e viva, sembra più assordante del solito e quasi impossibile da immaginare. Eppure, a volte, il silenzio è necessario per ritrovare i nostri tempi e la nostra dimensione. Nell’arte contemporanea il silenzio sembra essere una figura abituale seppur con accezioni differenti, talvolta inteso come abbandono o resa, altre volte come luogo dove costruire e decostruire un certo senso di appartenenza identitaria a uno spazio e indagarne le molteplici possibilità di creazione.

L’artista fiammingo Hans Op de Beeck, lo ha fatto nel suo film Staging Silence (3), ultimo capitolo di una serie di film d’autore da lui realizzati, e presentato in occasione della recente edizione di Romaeuropa Festival 2019. Due paia di mani che non abbandonando mai lo schermo, utilizzano il gesto e l’azione per costruire e distruggere, attraverso l’uso di oggetti del quotidiano, paesaggi e vedute del reale riconoscibili ma in continua evoluzione. La figura umana è assente, chi abita idealmente questi spazi è lo spettatore che viene accompagnato in un viaggio metaforico all’interno di luoghi dalle fattezze metafisiche, enigmatiche e in una dimensione temporale sospesa, o forse congelata. Il senso di smarrimento si unisce a quello di coinvolgimento emotivo ed esperienziale. Lo spazio si umanizza attivando un dialogo con il tempo in cui l’uomo, seppur assente fisicamente, ricerca la sua identità.

In questa dimensione temporale congelata, Hans Op de Beeck, descrive ancora una volta un’umanità che affronta i grandi quesiti della vita in maniera tragicomica. Le mani, forse figure ideali della presenza dell’artista, intervengono quasi come dei prestigiatori che attraverso dei gesti puri e semplici, intendono stimolare i sensi di chi guarda coinvolgendolo attivamente in un viaggio introspettivo.

Il silenzio non è una conseguenza, bensì una necessità che sta a monte della costruzione dell’immagine. Il silenzio è il contenitore assoluto di uno sguardo interiore e un’esperienza emotiva totalizzante. Il silenzio non è però necessariamente inteso come “assenza di suono”, ma come una vera e propria dimensione congelata, una percezione che da un lato terrorizza e dall’altro ci fa sentire in pace, in linea con noi stessi e con lo spazio, fisico o emotivo, in cui ci troviamo impigliati. E allora in questo iperrealismo delle forme, siamo invitati ad accogliere quel silenzio e percepirlo, affrontarlo e attraversarlo come in un viaggio in cui ritrovare i propri tempi e la propria dimensione, senza fretta di arrivare a destinazione.

 

Calma, silenzio e meditazione nella fotografia di Kenro Izu

«Spesso mi domandano perché fotografo monumenti. È ciò che più si avvicina a qualcosa capace di durare in eterno. Ma se si guarda bene c’è una sottile linea di confine tra la pietra e la sabbia circostante. Nemmeno la pietra è eterna, come ci insegna il buddismo tutto è transitorio. La nostra vita, quella di un fiore, perfino quella di un albero o di una pietra non sono altro che un momento nell’eternità».

La citazione precedentemente riportata è stata espressa dal giapponese Kenro Izu, scelta appositamente per illustrare la sua poetica fotografica.

Nato a Osaka nel 1949 e cresciuto ad Hiroshima, Kenro Izu inizia ad approcciarsi alla fotografia a partire dagli anni ‘70, completando la sua formazione presso la Nihon University di Tokyo. Nel 1970 si trasferisce in America, a New York, dove vive e lavora attualmente. Il fotografo giapponese subì il fascino delle immagini di Francis Frith e delle antiche spedizioni fotografiche condotte in Egitto, motivo per cui alla fine degli anni ’70 condusse il primo viaggio in questo Paese, dove fu affascinato dalle piramidi e dalle rovine antiche, esempio dell’imponente azione costruttiva portata avanti dall’essere umano nel passato. Sacred Places è il lavoro nato dopo questa esperienza, che influenzò Izu fino a spingerlo a fotografare i luoghi sacri più suggestivi, viaggiando per la Scozia, il Messico, la Cambogia, l’India, l’Indonesia, Siria e Tibet.

Izu non è interessato a creare qualcosa di nuovo attraverso il proprio lavoro, egli osserva con attenzione il soggetto da fotografare e quando lo immortala intende documentarlo in maniera precisa. Si tratta di una ricerca raffinata ed elegante, infatti osservando le opere fotografiche di Izu sembra di trovarsi sospesi in un mondo non ancora conosciuto, ove lo spazio è estraneo a chi è intento a contemplarlo.

E’ possibile avvertire il forte senso di misticismo osservando i lavori che hanno come soggetto i luoghi sacri asiatici, non si tratta di una banale fotografia contemporanea limitata a ritrarre un luogo solo per dimostrare che si è stati lì, come invece accade con la moda odierna dei selfie, inoltre, osservando le fotografie che hanno come soggetti fiori e piante è possibile subito capire che l’artista non è intenzionato a sviluppare un’analisi superficiale del mondo naturale.

Calma e silenzio sono gli elementi che emergono dall’operato di Izu, si tratta di due caratteristiche che conducono la mente del pubblico alla meditazione, la quale avviene in modo lento, il che consente di far apprezzare la vera bellezza della fotografia.