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Gli schermi assurdi di Eva e Franco Mattes

Troppo in alto, troppo in basso, troppo attaccati alla parete o girati al contrario: questo è il modo in cui gli schermi di Befnoed, opera ideata dal sovversivo e sempre provocatorio duo Eva e Franco Mattes, si offrono (o meglio si negano) allo sguardo dello spettatore.

L’opera, in mostra fino a pochi giorni fa in Italia all’interno della sedicesima Quadriennale di Roma, è composta da diversi video di brevi performance filmate con webcam o telefonini, messe in atto da lavoratori anonimi assoldati dagli artisti attraverso siti di crowdsourcing. L’aspetto più originale dell’opera sono le modalità piuttosto bizzarre con cui questi video vengono mostrati al pubblico. Essi si trovano innanzitutto sparsi su social network pressoché sconosciuti in cui, in assenza di riferimenti alla loro origine e al loro scopo, possono essere visualizzati casualmente da “pubblici accidentali”. Vengono poi anche esposti in musei e gallerie, con un metodo installativo a dir poco fuori dal comune: attraverso schermi posizionati in modi assurdi, che costringono lo spettatore a performance fisiche e grande inventiva per riuscire a guardarli.

Due sono perciò i contesti in cui vive quest’opera: sia nel mondo aperto di Internet che nel circuito protetto dell’arte, due sistemi opposti ma che, come i Mattes si impegnano a dimostrare già da anni, non sono necessariamente in conflitto e non per forza si escludono a vicenda.

In entrambi questi contesti però (è questa la peculiarità del lavoro) i video si sottraggono alla ipervisibilità contemporanea, alla ricezione immediata a cui siamo ormai abituati per ogni genere di immagine e informazione, scelta che non nasconde una certa intenzione critica. L’attenzione alla rete sotterranea che si nasconde al di là dei soliti siti che visitiamo quotidianamente in maniera meccanica e ripetitiva, ad esempio, sembra un modo per criticare il valore di totale trasparenza e libertà comunemente (ed erroneamente) attribuito alla rete. Anche un’altra riflessione critica, poi, può essere individuata alla base dell’opera: quella sull’estrema disattenzione attuale nei confronti delle immagini, generata dell’enorme bombardamento visivo a cui tutti siamo soggetti, e ancor più esasperata all’interno di una rete in cui ormai tutti producono contenuti ma nessuno è più interessato a svolgere il ruolo di spettatore.

L’interazione con le immagini è del resto uno degli oggetti principali di tutta la ventennale pratica artistica del duo. Anche nel tempio dell’arte tradizionale allora, quanto di più distante dai canali in cui agiscono abitualmente, i Mattes hanno trovato un valido escamotage per combattere la disattenzione rispetto alle immagini e la loro ricezione passiva da parte del pubblico. Dopo i personaggi anonimi che hanno realizzato le performance e il pubblico inconsapevole che in esse si è imbattuto sul web, anche il pubblico che visita fisicamente l’opera è infatti coinvolto in maniera attiva dagli artisti e, spinto ad assumere posizioni imbarazzanti e a generare ilarità nel resto dei visitatori, si trasforma esso stesso in una sorta di performer.

Va notato, però, che una delle reazioni più tipiche del pubblico di fronte a un’opera, in questo momento storico, è quella di fare una foto e postarla su Internet. Questo atteggiamento alimenta ovviamente proprio quella ipervisibilità, quella disattenzione e quel ristagno sulla superficie della rete oggetto della riflessione all’origine dell’opera stessa, generando perciò quello sembra essere una sorta di circolo vizioso, che a questo punto speriamo possa favorire in futuro la nascita di nuovi lavori dell’eccentrico duo.

 

Se hai i followers puoi essere quello che vuoi: il caso Federico Clapis

Abbiamo già accennato all’arte sui social e al rapporto che queste due componenti stanno avendo nel nostro tempo. Avevamo parlato di come l’arte iperrealista fosse inflazionata sul web e di come questo in un certo senso la screditasse perché il “popolo dei social”, per questo tipo di linguaggio, finisce sempre per ammirare più la mano dell’artista che non l’opera in se (che il più delle volte è una perissologica riproduzione di una fotografia). Avevamo poi parlato molto bene di Pawel Kuczynski, un artista popolarissimo sui social ma che non gode di fama immeritata visto che ha saputo trasmettere alle sue opere un’impronta di originalità con un senso critico del mondo contemporaneo assolutamente straordinario. Pawel Kuczynski è anche l’autore di una delle opere più note e condivise sui social, vale a dire il Pikachu che cavalca un ragazzo intento a maneggiare un cellulare, il cui originale è stato acquistato niente meno che dal nostro personaggio di oggi, Federico Clapis.

Il famosissimo youtuber ha abbandonato i video demenziali e i film acchiappa pubertà per dedicarsi completamente all’attività di artista. A detta sua Clapis tutta questa popolarità se l’è costruita con lo scopo di arrivare a promuovere le sue opere, frutto di una passione per l’arte tenuta nascosta per anni.

Le sue opere consistono in mini action figures o piccole riproduzioni di se stesso con stampa 3D, poste su tela o altri supporti, rappresentanti particolari scene ideate dall’artista. Ma sono presenti anche animazioni basate sulle sue mini riproduzioni e performance a sfondo social che vi invito a guardare direttamente sul suo sito. Idee artistiche di certo non folgoranti, a volte esageratamente autoreferenziali, ma pur sempre frutto di una creatività sicuramente presente e viva. Il problema arriva quando queste creazioni vengono accompagnate da parecchi video in cui Clapis, diversissimo dal giullare a cui i suoi fans erano abituati, spiega le sue opere con tanto di pianoforte in sottofondo e occhialoni da secchione che contribuiscono a un’ambientazione che più hipster non si può. Il contenuto consiste in una serie di pipponi sul senso della vita raccontati con un tono timido che trasuda finzione da tutti i pori. La domanda sorge quindi spontanea: Clapis è un artista che vuole convincere il suo pubblico della validità della sua arte o è solamente uno che pensa di poter essere un grande artista in virtù del fatto che possiede già un vasto pubblico che si berrà qualsiasi cosa faccia? Perché pare proprio che questa sua deriva artistica stia prendendo i risvolti di una parodia più che di un’effettiva conversione sulla via di Damasco.

Al momento ci riesce molto difficile prenderlo sul serio come artista, forse sarebbe meglio classificarlo come un format di web tv in cui “l’attore” Clapis interpreta un nuovo personaggio. Ma di sicuro è un fenomeno rilevante dal punto di vista del rapporto tra arte e social, capace di amplificare quella odierna prassi commerciale che tende a creare prima l’artista poi eventualmente, se dovesse essercene bisogno, anche le opere.