Vedeteci un po’ quello che volete o quello che vi serve

Non sono qui per presentarvi la solita e banale intervista ad un artista; qui sotto riporto quelle che
sono emozioni e percorsi di vita di Andrea Milia. Ho conosciuto questo artista a Paratissima
Cagliari nel 2018, io facevo parte dello staff tecnico, lui esponeva l’opera che poi l’avrebbe fatto
salire sul palco come vincitore. Un uomo alto che trasportava delle opere davvero pesanti, in
pietra; e ricordo la fatica che fece per fissarle al muro…faceva molto caldo in quel di agosto a
Cagliari.
Pirandello diceva uno, nessuno e centomila; e si perché nella vita siamo tante persone e per
ognuna siamo qualcuno di diverso, ma poi ti imbatti in qualcuno che di te conosce già la storia o
che almeno prova a indirizzarti in quella che sarà la tua strada…visionari, sognatori? No, sono
solo persone che credono in te!.
Qui Andrea ci racconta la sua arte:

Come è nato l’amore per l’arte?
Ricordo che quando ero alle medie il professore di disegno aveva consigliato di mandarmi al liceo
artistico; ma si sa, i genitori poi hanno le loro convinzioni… e così finii iscritto allo scientifico.
“Rido… fu impossibile per me trattenere la risata”
Comunque in famiglia già da piccolo ero “quello che sapeva disegnare”. Non vado a vantare chissà
quale talento innato, insomma non è che fossi un’ enfant prodige; diciamo che avevo una buona
predisposizione. Quello che penso di avere sempre avuto è la voglia di creare, di emergere con
qualcosa che fosse fatto da me. Ci ho provato con la musica e qualche piccola soddisfazione l’ho
avuta; anche se non mi considero un musicista di talento posso dire di essere un discreto paroliere.
Io ho sempre voluto fare l’artista, più che altro non capivo in che modo.

Che tipo di materiale utilizza per le sue opere?
Un giorno, lo ricordo come fosse ieri, ero al secondo anno di accademia, il mio professore di pittura
arrivò a scuola con una sua scultura avvolta in un pezzo di un vecchio tappeto sardo; la svolse e
buttò il tappeto in un angolo. Io gli chiesi se gli serviva; lui mi disse “no”, che se volevo potevo
prenderlo. Presi il tappeto e lo decorai, mi sembra con una specie di danza; Enzo, il professore, mi
guardò e disse: “tu non lo sai ma hai appena fatto quello che farai per tutta la vita”. Penso che in
quell’occasione si sia formato il mio embrione d’artista. Avevo trovato la mia strada, anche se ci
avrei comunque messo del tempo ad affinarla. Dipingere su supporti già decorati, già popolari. Ho
dipinto su tappeti, sulle tende del balcone, su stoffe e su sky, finché alla fine sono arrivato alle
tovaglie cerate ed è nato il concetto delle “Tiallas”, che in sardo vuol dire appunto tovaglie.
Poi c’è l’altro mio amore: la pietra. Oltre che “pittore di tovaglie” sono anche “incisore di granito”.
Con la pietra è stato amore al primo tocco; e tocco dopo tocco quella che era una bella amicizia è
diventata anche una fantastica collaborazione. Devo molto agli amici della GRA. MAR. che per
anni mi hanno fornito le pietre permettendomi di affinare le tecniche e la fantasia su questo
bellissimo materiale. Una delle cose su cui lavoriamo da anni sono i quadri di pietra; uno dei miei
sogni è di presentare una mostra di quadri alla fiera del marmo, in un ambiente dove quando si parla
di arte immancabilmente si va a pensare alla scultura.

Arazzi come è nata?
Non per caso, niente nasce per caso. Ogni cosa ha una storia e ogni storia comincia da prima di
quando noi iniziamo a raccontarla. Tanto per capirci l’idea di disegnare degli arazzi piuttosto che un
altro qualsiasi soggetto nasce da un articolo che ho letto forse online, non ricordo. Parlava del fatto
che la tradizione dell’arazzo in Sardegna sta andando via via perdendosi nel tempo, che le ragazze
moderne non sono più interessate a impararne le tecniche, che l’arazzo sembra destinato a diventare
un concetto da museo dell’artigianato. Allora ho pensato di disegnare arazzi per poter parlare di
quest’argomento, per portare l’attenzione su questo discorso, per parlare della mia terra e difenderne
le tradizioni. Ma non credo si riduca a questo. Un artista non fa politica, l’artista è egoista, nelle sue
opere parla di se. L’artista è introspettivo. Io sono sempre stato affascinato dalle trame. La casa di
fianco alla mia era ornata da un grande ago che pareva cucirne il tetto, solo dopo anni ho scoperto
che quell’ago che con gli amici cercavamo di colpire col pallone era un opera di Maria Lai; solo
dopo che già conoscevo e apprezzavo il lavoro di Maria ho scoperto di essere cresciuto sotto una
sua opera. Forse in realtà gli arazzi nascono da quell’ago.

Come è venuto fuori l’artista che c’è in lei? Qualcuno ha scoperto
il suo talento o si è fatto lei promotore di se stesso?
C’è sempre qualcuno che ti dice che sei bravo; va bene avere la testa dura ma se non ti fanno un
complimento magari è meglio cambiare strada. I complimenti, o meglio, le critiche , sia positive che
negative sono il sale e il miele per l’artista. Io ne ho avuti anche tanti di complimenti, ma più che
altro le persone mi facevano notare che avevo delle idee particolari. Mia madre in primis era sempre
affascinata dai miei lavori, anche se da madre temeva per il mio futuro e non riusciva a essere
totalmente incoraggiante verso una strada così incerta. Il successo è un po’ come le disgrazie, si
pensa che possano capitare solo agli altri.
C’è però una persona che non ringrazierò mai abbastanza, una professoressa di disegno che era
venuta a farci supplenza al liceo; il nostro professore si era assentato per un lungo periodo e Giulia
ci fece supplenza praticamente per tutto l’anno; fu lei a convincermi che dovevo fare l’accademia.
Così una volta diplomato mi sono iscritto in lettere, ma solo per seguire i corsi di storia dell’arte e
nel frattempo andavo all’artistico come visitatore nella classe di Giulia, che nel frattempo aveva
avuto la cattedra, per colmare le lacune che avevo nelle tecniche del disegno.
Non posso poi non citare la mitica Brunetta, che molti conoscono a Cagliari perché proprietaria di
una galleria che aveva sede a Pula nei mesi estivi e a Cagliari, nel quartiere di castello, in quelli
invernali. Brunetta è stata la prima a esporre le mie opere, a comprarmele e venderle, mi vuole bene
come un figlio e ha creduto in me dalla prima volta che ha visto i miei quadri.
Comunque penso di non dover niente a nessuno, quello che faccio è quello che devo fare. E’ quello
che il mondo mi ha messo a disposizione e io cerco di farne il miglior uso possibile.

Che messaggio vuole lanciare con le sue opere?
Non cerco di lanciare un messaggio. Non salverò ne il mondo ne l’arte con le mie opere, semmai
sarà il contrario. Ho sempre visto con terrore l’ipotesi di fare altro, di stare alle dipendenze, di avere
orari imposti. Per me creare è viscerale. Fare l’artista è un lavoro a tempo pieno, lo fai anche quando
dormi. Penso che creare sia importantissimo, il mondo ha sempre bisogno di andare avanti, di
evolvere; c’è bisogno di innovazione. L’arte è l’antiruggine della storia. E molto spesso è capitato
che il peso di un artista si sia sentito a molti anni di distanza dal suo operato, quindi penso che si
debba creare senza porsi troppe domande. L’artista è solo uno che ha il dono della creazione; e
come noi abbiamo il libero arbitrio penso che un’opera debba essere lasciata libera di trasmettere.
Per questo l’arte va esposta, deve essere mostrata, le risposte sono negli occhi di chi guarda; perché
l’arte non da risposte, pone domande.

L’arte serve per comunicare?
Questa domanda è più complessa di quanto non sembri. Non è che l’arte serve per comunicare, è
che l’arte comunica. Quando un artista crea un’opera questa poi vive di vita propria. L’artista può
anche pensare di comunicare qualcosa, e non è detto che non ci riesca, ma l’opera potrebbe avere
molto altro da dire. Ogni persona che guarda quell’opera guarda un opera diversa. Se noi siamo uno,
nessuno, centomila, un’opera d’arte dovrebbe essere uno, nessuno, centomilioni o centomiliardi.
Penso sia più adatto il termine “trasmettere”; l’arte trasmette un sacco di cose: se vuoi comunicare
basta scrivere una lettera, per trasmettere devi scrivere un romanzo.

Si può vivere di sola arte?
Certo che si può, basta che te la comprino. A parte gli scherzi non è facile. Avere la garanzia di
vendere le opere sarebbe una gran cosa, comunque al momento ho smesso di cercare secondi lavori,
ho aperto uno studio e cerco di tirare la carretta spaziando in tanti campi, dall’oggettistica all’edilizia;
faccio anche i biglietti d’auguri e costruisco cornici, tutto sempre col mio stile.
Vivere di sola arte è come vivere di sola musica, o di solo sport; non è per tutti. Non basta essere
bravi, si sa, nella vita ci vuole anche altro. Però si può vivere del proprio talento e della propria
fantasia, bisogna capire come renderli utili e, soprattutto, accessibili agli altri.

Esiste una sua opera che le ha dato particolarmente orgoglio
esponendola nelle varie mostre cui ha partecipato?
Sicuramente “Iostu”, il primo arazzo di pietra. Anzi, bugia, il secondo; il primo l’ho venduto. E’
l’opera che ho mandato lo scorso anno per la selezione di “Paratissima Cagliari”. Mi piacciono le
mie opere e credo nella mia ricerca ma cerco sempre di guardarle con debita distanza per non
esaltarmi troppo; ho imparato per esperienza che le aspettative sono come il manico del coltello e le
delusioni sono come lame, ma una lama senza il manico può fare meno danni. Comunque dalla
direzione mi mandano una mail informandomi che la direttrice artistica dell’evento, Simonetta
Pavanello, ha apprezzato l’opera già dalla foto, prima ancora di averla vista dal vivo, tanto da
chiedermi se ne avevo altre della stessa serie. Come dissi loro non ne avevo, ma avevo già in mente
un progetto sugli arazzi, quindi dissi che le potevo creare. In un mese ho creato altri cinque arazzi,
per un totale di sei, con cui ho al fine partecipato a Paratissima e che mi hanno fatto vincere uno dei
premi N.I.C.E. permettendomi così di esporre a Paratissima Torino, che si è poi rivelata una
fantastica esperienza.

Dove vorrebbe veder esposte le sue opere?
Dove vorresti veder correre un cavallo? Un cavallo al galoppo è sempre bello da vedere. Le vorrei
vedere dovunque le mie opere: nelle case, nelle piazze, sulle mura dei palazzi, nei ristoranti, nei
musei; non sta a me decidere, non son contro o a favore di nulla. Quando qualcuno compra un’opera
conclude un percorso che parte dalla creazione di questa; da quel momento l’opera fa parte del
mondo e seguirà la sua strada. Se vai a Barcellona puoi pagare l’ingresso al museo di Picasso ma
puoi anche fermarti per strada e sederti su una panchina che è un’opera di Gaudì. Questo somiglia
molto al mondo che vorrei; lo vorrei solo con un po più di opere mie.

Artisti del passato…si ispira a qualcuno?
Uno dei consigli migliori che ho ricevuto in vita e che non dimenticherò mai è stato: “se vuoi fare
l’artista non copiare mai niente, ma ruba tutto”. L’artista è un ladro sopraffino, ruba idee, stile,
concetti; nulla si crea dal nulla. Facciamo parte di una storia antica, siamo l’ultima maglia di una
trama eterna e per capire chi sei devi capire da dove vieni. Io vengo sicuramente da una pittura
decorativa e se devo dirne uno è sicuramente Matisse. Su Matisse doveva essere la mia tesi in
pittura, che poi fu “spostata” in pedagogia. Da Matisse ho “rubato” le prime figure di quello che poi
si sarebbe sviluppato in un mio stile personale. Matisse è stato il mio Big Bang. E poi Picasso, Van
Gogh, Dalì, Maria Lai, i quadri dell’epoca bizantina, le decorazioni messicane, sarde, greche; i
fumetti di Pazienza e quelli di Bunker, Charlie Brown e quel gran genio di Walt Disney. Oggi mi
ispiro a tutto e a niente; sono tutti ingredienti del mio minestrone che intanto girano in pentola, fino
a quando io stesso sarò diventato un ingrediente del minestrone di qualcun’ altro.

Dietro un grande artista c’è sempre dietro….?
Un vuoto, qualcosa da colmare. La grande arte è sempre introspettiva e per poter andare così a
fondo ci deve essere terreno da scavare. Le nostre esperienze, le nostre emozioni, sono come gli
strati della terra; l’artista e pari a uno che scava un tunnel con un cucchiaio, come Andy Dufresne
che finisce in un tunnel di merda per poi uscirne pulito. L’arte non è psicologia ma sull’arte si fa
psicologia. La media della gente o convive con i propri fantasmi o li fa analizzare o magari li
affronta. L’artista gli crea un mare dove possono nuotare liberamente confondendosi con tutte le
altre cose della vita come fossero pesci. Dietro ogni artista c’è più di un vuoto, c’è il suo e quello di
tutti gli altri; perché il compito dell’artista è quello di dare forma alle cose, a quelle fisiche e a quelle
della mente, al buio e alla luce. Piero Della Francesca cercava di dipingere la luce ma il più
moderno dei pittori antichi resta Caravaggio che cercava di dipingere il buio e la polvere. Il pittore
dipinge quello che vede, l’artista cerca di dipingere ciò che non riesce a vedere. Un’opera d’arte non
è mai solo quello che rappresenta.

Ringrazio Andrea per la sua immensa disponibilità e voglia di farsi conoscere; di aver condiviso con
noi episodi di vita e averci fatto sorridere.

A quell’eterno ragazzo
che capì l’arte prima ancora di capire se stesso
che rubò, ma senza mai copiare
che le tradizioni sono tradizioni e vanno portate avanti
che i classici insegnano ma il progresso è avanti
che ascoltò,che ricorda e ringrazia tutti coloro hanno creduto in lui.
Buona Fortuna.

Trovate l’Artista dal 16 al 28 febbraio in mostra a Bologna presso la galleria Wikiarte in via San
Felice 18, la mostra si chiama “OLTRE”.
Al momento ho 18 quadri in esposizione presso il ristorante ADA in San Sperate (CA), la mostra si
chiama immancabilmente “TIALLAS” e sarà visibile sino a tutto febbraio

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